Ulrike e i pinguini


Ieri ho letto con preoccupazione la storia dei pinguini di Magellano che sarebbero dovuti approdare sulle coste delll’Argentina per nidificare e riprodursi invece, a causa dell’inquinamento che provoca il cambiamento climatico, sono finiti vicino a Rio de Janeiro. Poveri pinguini! Rischiano l’estinzione, se cannano così le loro destinazioni.
Nel mio piccolo ieri ho avuto più o meno la stessa esperienza e ho rischiato anch’io l’estinzione…
Alla mattina mi sono alzata tutta piena di energia, solo una gran tosse, ma niente più sintomi influenzali. Così fra frizzi e lazzi ho svegliato le bambine:
“Sorpresa, sorpresona! Oggi vi porto al Trinity Skate park!”
“Anche se è lontanissimo da casa, lo troveremo!”
Entusiasmo alle stelle:
“Grazie mamma sei troppo buona!”
“Eh lo so, sono supermom. Ma anche voi siete così buone che lo meritate!”
In una melassa di complimenti e carinerie vicendevoli dopo pranzo siamo partite.
Il Trinity Skate park è il paradiso degli skaters a Milano, un luogo mitico per skaters wanna-be come le mie bambine. Questa meta magica ha un solo neo: è lontanissima da casa nostra. Ma ieri mi sentivo piena di voglia di esplorare anche i meandri più reconditi dell’hinterland milanese. Mi ero stampata la mappetta che c’è sul sito del Trinity e via!
Non ho il navigatore gps. Odio i navigatori per una questione molto personale.
Tanti anni fa (diciamo sette) mio marito, che invece adora tutto quello che inizia con “tecno” e finisce per “logia”, aveva una BMW con uno dei primi navigatori con un’insopportabile voce femminile dal forte accento “tetesco” che ho subito detestato e soppranomminato Ulrike.
Odiavo Ulrike perchè per dare le sue stupide indicazioni interrompeva continuamente le mie conversazioni in auto. Mio marito come tutti i maschi è piuttosto “monotasking” quindi se guida è poco propenso alle chiacchiere e se doveva ascoltare qualcuno in macchina preferiva Ulrike a me!
Dopo Ulrike, negli anni, ci sono stati altri navigatori, altre donne, altre voci, altri tom-tom ma il mio astio si è conservato intatto. “Dura e pura” ho sempre evitato di mettere il navigatore nella mia auto. Al massimo mi stampo una google-map.
Sono rigida come quelli che dicono: “non ho il telefonino” o “non uso il computer”.
Ma ieri quella vacca di Ulrike ha avuto la sua rivincita.
Per arrivare al Trinity ci voleva circa un’ora da casa mia. Dopo due, ero ancora lì che svoltavo per circonvallazioni, infilavo sensi unici a capocchia, perdevo il buonumore. Le mappette che mi ero stampate dicevano “se arrivi di lì vai di là …ampio parcheggio”.
Guidare nella zona del Trinity per me era come essere a Torino, Bari, Brasilia, Mexico City. Quasiasi cavolo di città con una bella periferia industriale labirintica. Non avevo la più pallida idea di dove fossimo. In quella parte della città non ci sono mai stata.
A un certo punto, allo stremo delle forze, dell’ottimismo e della pazienza, mi sono trovata quasi in tangenziale e per evitare di entrarvi ho fatto una manovra azzardata, da estinzione delle specie. Allora ho gettato e spugna e ho fatto mea culpa con le bambine.
“La mamma è un’idiota, voi meritereste ben altro…scusatemi! Non riesco a trovare questo cavolo di Trinity!”
Avrebbero potuto infierire, ricattarmi, deridermi. Ma non l’hanno fatto. Sono state clementi.
Anita ha detto: “Mamma calmati, respira!”
Emma: “Possiamo anche tornare a casa, non preoccuparti!”
Allora commossa da tanta comprensione le ho portate allo skate shop (indirizzo noto) e ho regalato loro due minirampe da fingerskate (gli skate da usare con le dita) da costruire. Ho stilato anche un bonus universale: “gita ovunque/qualsiasi giorno/qualsiasi ora anche fuori città ma solo in zona est-nord-est di Milano”.