Tassista dentro

L’altra mattina sono salita in auto, parcheggiato più o meno sottocasa, stavo per accendere il motore e mettere la retro, quando ho sentito qualcuno bussare al vetro del mio finestrino.
Ho guardato chi fosse e ho visto un’anziana signora sconosciuta, così impellicciata e imbaccucata da chiamar quasi la Peta.
Le ho lanciato uno sguardo interrogativo e lei mi ha fatto cenno di abbassare il vetro perchè voleva parlarmi.
Il mio primo impulso è stato negativo. Non certo da buona samaritana.
Ho pensato: “Che palle! Adesso questa cosa vuole?”
Ultimamente nella mia zona ci sono un sacco di polemiche sui parcheggi e quindi ho subito temuto che quella tizia volesse protestare per qualcosa che avevo involontariamente fatto.
Invece la signora mi ha spiazzato, con un bel sorriso mi ha detto:
“Può portarmi al centro commerciale?”
(Nel quartiere residenziale dove abito il centro commerciale è la zona dove ci sono il supermercato, la banca, la famacia, i bar, ecc. e dista a piedi circa 5 minuti dalla zona abitazioni)
Faceva un gran freddo e probabilmente la signora non voleva camminare, neanche per una manciata di minuti. Allora l’ho fatta salire, lei è stata amichevole e mi ha trattata come una tassista. Una a cui dire dove andare ma con cui non è tassativo fare anche conversazione.
“Magari mi può portare davanti all’edicola”
“Certo, nessun problema”
Il problema però stava per sorgere quando mi sono fermata e ha aperto la portiera senza badare a un’auto che stava arrivando. Al pelo.
Miracolosamente non c’è stata collisione.
Per bontà divina non sono rimasta senza portiera sinistra.
La signora impelliciata è scesa incolume, con una breve frase di ringraziamento.

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Rimasta sola, ho rimesso in moto e sono ripartita alla volta del mio supermercato preferito. Ero ancora stupefatta dall’incontro quando ho ricordato un altro episodio simile, successo tantissimo tempo fa, devono essere passati quasi quindici anni.
Abitavo già nel mio quartiere, in un’altra strada. Avevo anche un’auto diversa.
Un giorno pioveva forte, ero uscita e avevo l’auto parcheggiata sotto casa. Quella volta non avevo neanche fatto a tempo a mettere in moto che si era aperta la porta dalla parte del passaggero ed era entrata, come una furia, una ragazza cinese abbastanza bagnata che mi aveva detto:
“Mi polti alla felmata della 73!”
(la 73 è il mitico autobus che arriva al mio quartiere)
La ragazza era molto carina e anche elegante, così senza fiatare l’avevo portata alla fermata. Anche quella volta ero rimasta basita, poi negli anni avevo quasi rimosso l’evento.
Ora invece che è successo di nuovo, ho capito che era un altro segno del destino.
Dal cielo mi stanno dicendo: basta perdere tempo con la scrittura, devi fare la tassista!

Così Gambadilegno non fu più single…

Il Museo del fumetto a Milano è un posto bellissimo, tra l’altro è anche vicino a casa mia e da quando ha aperto, circa cinque anni fa, non perdo occasione di farci un salto. Il Museo, coloratissimo e allegro, è il posto ideale per passare un pomeriggio divertente e combattere il grigiore dell’inverno milanese.
In questi giorni, da sabato scorso fino al 13 marzo, è possibile ammirare l’arte di Romano Scarpa (1927-2005), il più grande disegnatore Disney italiano. Conoscere e approfondire la straordinaria produzione di questo artista poliedrico che ha saputo lasciare un segno indelebile nella produzione Disney italiana e internazionale.
Questa mostra permette di conoscere il lavoro di Scarpa, non solo grazie alle oltre 150 tavole originali tratte dalle sue storie più amate, ma anche preziosi “dietro le quinte” per la prima volta presentati al pubblico, come i dettagliatissimi story board a matita, in cui l’artista verificava che tutto fosse al posto giusto prima di passare al disegno vero e proprio. Sono esposte pagine tratte dalle sceneggiature originali, illustrazioni e copertine, ancora impresse nella mente di tantissimi lettori anche a decenni di distanza. Inoltre vengono indagate, approfondite e svelate le ispirazioni più diverse che hanno stimolato la fantasia di Scarpa, grande appassionato di cinema, seppe infatti trasporre nel mondo Disney le atmosfere del grande schermo, guardando alla produzione di ammiratissimi registi come Frank Capra e Alfred Hitchcock.
E ai visitatori che vogliono leggere per intero le storie di cui vengono esposte le tavole viene messa a disposizione una piccola fumettoteca con albi completi da consultare.

Museo del Fumetto - facciata

Scarpa cominciò la sua luminosa carriera come lettore accanito di Topolino e, come hanno fatto in tanti, si mise in contatto con la redazione, mandando un suo disegno. Un disegno di Venezia, la città dove era nato e viveva. Il suo talento fu subito riconosciuto, il disegno pubblicato e lui cominciò a lavorare per il giornalino. Una collaborazione che durò più di quarant’anni, dagli anni’50 alla fine del secolo. Fu lui a inventare tantissime trovate inedite. Disegnò Topolino, creò molte delle sue mirabolanti avventure ma si dedicò moltissimo anche a Paperino & co. Sostenitore in tempi non sospetti della par condicio, fu lui a decidere che Gambadilegno dovesse avere una fidanzata (anche se non era un campione di fascino, gli altri personaggi l’avevano, perchè lui no?). Fu ancora Scarpa a disegnare la vasta serie delle “Paperolimpiadi”, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Le sue storie sono ancora risptampate e lette dalle nuove leve e visitando la mostra succede, come sempre al Museo del Fumetto, che si appassionino quasi più i genitori che i bambini.

Topolino n. 2000 - Tutti i personaggi di Scarpa - - pagina pubblicata e originale a confronto

In giro per Milano

Oggi piove, per fortuna. Nei giorni scorsi l’aria era pesantissima e come strategia per combattere l’overdose di PM10 il Comune di Milano ha deciso una politica di sconto per incrementare l’uso dei mezzi pubblici. Così anch’io mi sono adeguata ed è andata così…

L’autobus è strapieno, sono in piedi e seduto davanti a me c’è un ragazzino di circa sedici anni che urla al cellulare: “Amoreee, ma non mi hai chiamto tu?”

“Ma come Amoreee, c’era una chiamata persa…non eri tu?”

Di solito a quell’età i ragazzi sono molto più riservati nelle faccende sentimentali, ma questo stranamente continua a squittire Amoreee ogni due parole.

“No, tutto bene Amoreee, sì sono in autobus…adesso scendo”, fa un movimento come per alzarsi. Così il ciccione trentenne con il pizzetto di fianco a lui, si alza a sua volta, per farlo passare.

Ma non è la fermata giusta. Sembra ma non è quella. Così l’innamorato si risiede e il ciccione pure. La telefonata continua.

“Sì, Amoreee, si anch’io. Ah sì, te lo spiego dopo”, si alza di nuovo, il ciccione pure. Ma sbaglia ancora.

“Amoreee, allora scendo in Dateo!”, il ciccione alza gli occhi al cielo, intercetto il suo sguardo, ci sorridiamo. Anche lui ha il telefono in mano ma whatsappa e non urla.

“Amoreee…”, finalmente è arrivato, sempre al telefono, scende.

Siamo tutti sollevati, specialmente io che mi siedo al suo posto, di fianco al ciccione. Mi giro un attimo verso di lui e vedo che sta osservando sul video del suo smartphone delle foto di donne nude, in pose abbastanza pornografiche. Distolgo subito lo sguardo, peccato sembrava un ciccione simpatico. Whatsappa ancora. Magari è solo uno scherzo tra amici.

Nel dubbio fisso due vecchiette. Fuori è buio, il bus è gremito di gente, non posso certo guardare fuori dal finestrino per distrarmi. Siamo così pigiati che per me tirare fuori il telefono per distrarmi, con qualche fico su istagram, è impossibile.

Due fermate dopo lancio ancora un timido sguardo al mio vicino e vedo la foto di una tizia in lingerie: poca lingerie e tanta altra roba. Mi sta per scappare un: “Apperò”, ma opto invece per un più neutro: “Questa è l’ultima prima del capolinea?”, e lui gentilissimo risponde.

L’autobus l’ho preso per andare a un wine-tasting (dopo lo show-cooking, non poteva mancarmi il wine-tasting!) in un posto molto molto chic.

Gente elegante, ottimo vino, bella atmosfera natalizia. Luci basse. Tante candele. Vischio e candeline. Chiacchiere, risate, pettegolezzi, auguri.

A un certo punto, sento la signora di fianco a me cacciare un urlo più acuto degli altri tipici urletti di saluto. Mi giro e vedo che la giacca dell’ignaro signore accanto a lei ha preso fuoco. Una fiammata di almeno 20cm che parte proprio dallo spacco sopra le chiappe. Urlo anch’io, il signore infiammato finalmente si accorge e come tarantolato si toglie la giacca e la butta per terrra. Poi arriva il cameriere-eroe che riesce a spegnere il fuoco. E quando una bionda molto ingioiellata chiede un po’ schifata: “Ma sentite anche voi questa puzza di bruciato?” c’è già stato il lieto fine.

 

La vigilia di Natale

Avevo promesso che quest’anno sarei stata meno respingente verso le festività natalizie, ho già in mente altri post a tema (dove vanno a finire le letterine di Babbo Natale, le stelle natalizie, menù delle feste, ecc. ecc.), oggi invece vi racconto della mia storia di Natale che è uscita ieri e fa parte di una piccola collana di auguri letterari che ogni anno, abbina un autore classico a un contemporaneo.
Questi libretti si possono acquistare negli store online, in cartaceo o ebook, e anche nelle librerie più grandi come Mondadori e Feltrinelli.
Ho scritto un racconto ambientato a Milano la sera della vigilia di Natale, una storia che fa pendant con la novella natalizia di Camillo Boito, esponente della Scapigliatura a fine Ottocento e famoso per il racconto Senso da cui poi è stato tratto il film di Luchino Visconti.
Camillo cinico e negativo, secondo i dettami della sua corrente letteraria, mi è simpatico ma non so se lui (dall’al di là) sia contento di essere in coppia con me. Speriamo. Per non deluderlo anch’io ho cercato di essere un po’ cinica e disillusa: la storia di Piero, bamboccione suo malgrado mi sembra realistica e attuale.
Ve ne lascio un piccolo assaggio:

“Arrivederci e Buon Natale”
La commessa lo salutò senza sorridere. Senza guardarlo negli occhi, buttando in maniera sbrigativa le monete del resto nel piattino di fianco alla cassa.
Era passato l’orario di chiusura, la ragazza era stanca e molto probabilmente anche lei, al lavoro dalla mattina presto, odiava la confusione, lo shopping e l’allegria posticcia delle feste. Piero in risposta mugugnò qualcosa di incomprensibile. Uscì dal negozio proprio mentre la commessa lo seguiva per chiudere la porta d’ingresso della pasticceria. Una volta in strada, Piero fu investito dal freddo pungente della serata e per ripararsi tirò su il bavero del giubbotto. Per scaldarsi cominciò a camminare in fretta. Si lasciò velocemente alle spalle via Speronari e voltò in via Torino.
Aveva speso quasi venti euro per uno stupido panettone e doveva anche essere contento. Doveva essere contento perché erano le otto di sera della vigilia di Natale e, quasi fuori tempo massimo, era riuscito a comprare il pandolce a sua madre. Perché lei, anche se erano quarant’anni che abitava a Milano, a Natale sentiva tornare prepotentemente a galla la sua origine ligure. Perciò non si accontentava di un panettone qualsiasi, di quelli che per sette euro trovi al supermercato. No, voleva il pandolce. E voleva proprio il migliore, quello doc, firmato, del negozio in centro. Un capriccio per avere la prova che Piero tenesse a lei. Che le volesse sempre bene e soprattutto le facesse fare bella figura quando, l’indomani, al pranzo di Natale, si sarebbe presentata con il pandolce a casa della zia Marisa.

Questa è un’intervista in cui parlo del libro e questo il booktrailer:

Festival Piccolo Grande Cinema a Milano

Dal 13 al 22 novembre presso Spazio Oberdan e al MIC (Museo Interattivo del Cinema) l’ottava edizione di Piccolo Grande Cinema, il festival delle nuove generazioni a cura di Fondazione Cineteca Italiana e MIC. In programma tantissime anteprime con il meglio del cinema di animazione in uscita e da riscoprire, laboratori di fotografia e di poesia con il video-cellulare, una nuova sezione di film per adulti, alcuni veramente introvabili e imperdibili, che riflettono sull’adolescenza (Neverland). Poi l’omaggio cinematografico a Matteo Garrone, visite guidate al Nuovo Archivio dei Film della Cineteca fruibile con applicazioni di Realtà Aumentata, l’esclusiva “Notte al Museo”, in cui i ragazzi possono passare la serata al MIC e scoprire tutti i trucchi dell’arte cinematografica. Ancora l’incontro con Matteo Garrone e il make up artist talentuosissimo del suo ultimo bellissimo film: Racconto dei Racconti. E un tuffo nel passato, per far conoscere ai più giovani un genio: Buster Keaton, a 120 anni dalla sua nascita, con una celebrazione a base di musica dal vivo e strumenti giocattolo. Il tutto in tre programmazioni distinte, pensate per le scuole e per le famiglie.

Il Piccolo principe

Il Piccolo principe

Poi ci sarà l’anteprima della riduzione cinematografica de Il piccolo Principe e quella di Iqbal.Bambini senza paura , meraviglioso film di animazione tratto dal romanzo di Francesco D’Adamo e molte altre imperdibili attività, qui il programma completo con info, prezzi e orari.

Gauguin: racconti dal Paradiso, un po’ al buio

Come ho già scritto, martedì scorso sono stata all’inaugurazione del Mudec e oltre alla mostra di Barbie, ho visto anche quella di Gauguin, che ha come sottotitolo “Racconti dal Paradiso” perchè il pittore francese ha passato gli ultimi anni della sua vita in Poinesia, dipingendo molti paesaggi e moltissime bellezze del luogo e prima aveva anche vissuto in Martinica, luogo altrettanto paradisiaco.

E’ una mostra molto interessante di circa 70, oltre a quelle di Gauguin ospita anche quadri di Pissarro, Cezanne e Van Gogh. E c’è anche il famoso Autoritratto con Cristo Giallo, prestato dal Musèe D’Orsay di Parigi.

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Tutto meraviglioso, peccato che le sale siano così buie che si fa fatica a vedere, sono penalizzate soprattutto le sculture. Devo ammettere che quando ho visitato la mostra era ancora in stato di allestimento, per cui le schede messe di solito di fianco ai quadri in un luogo un po’ luminoso, erano ancora appoggiate per terra e di fianco ai quadri c’era solo lo scotch che indicava il luogo esatto dove porle. Ma a parte questo, era veramente troppo buio.
Ho sentito (giuro) una collega esclamare, esasperata: “Ma qui non si vede una cippa!”
E non potevo certo darle torto.
Più che ammirare una mostra sembrava di cercare qualcosa in cantina. Ma il buio fa tendenza, anche nei negozi alla moda, il primo a sperimentare questa mancanza di luce è stato Abercrombie&Fitch, per essere fichi si sconfina nella tenebra!

Barbie forever!

Ieri ho partecipato all’inaugurazione del Mudec, il nuovissimo Museo delle culture (occupa uno spazio vastissimo nell’edificio dell’ex Ansaldo) e dopo la falsa partenza di sei mesi fa, oggi apre finalmente al pubblico. Dopo una conferenza stampa fiume, di quasi due ore, in cui pochi sono riusciti a resistere e moltissimi si sono imboscati nella caffetteria, c’è stato l’atteso momento del tour nel museo. Oltre all’esposizione permanente, che ha un ampio programma di corsi, mostre e approfondimenti dedicati a tutte le culture del mondo, per il debutto ufficile del Mudec sono state scelte (chissà perchè?) due mostre agli antipodi: una retrospettiva su Barbie e Racconti dal Paradiso dedicata a Paul Gauguin, il pittore francese che dopo una vita intensa e giorovaga finì i suoi giorni in Polinesia ed è famoso al grande pubblico per i ritratti esotici delle bellezze del luogo.

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la prima Barbie nel 1959

Per quanto ami la pittura di Gauguin (su cui farò un altro post) il mio spirito kitsch mi ha spinto a iniziare il mio giro con la mostra della bambola più famosa del mondo. Il cui successo ha travalicato il concetto stesso di bambola.
Perchè Barbie oramai è un’icona, un’immagine, un personaggio.

“Oggi Barbie alle bambine non piace più, preferiscono le Winx”, diceva con rimpianto un’elegante signora, di una certa età, mentre si aggirava trasognata fra le installazioni della mostra dove in teche di vetro si poteva ammirare Barbie, declinata in mille sfaccettature.
“…mentre è meravigliosa, queste ragazzine proprio non le capisco”, sospirava la signora, con un po’ di delusione, scuotendo la testa.
Dalle Barbie storiche a quelle couture, fino all’ipotesi più surreale Barbie-l’icona che impersona altre icone, come ad esempio, Marylin Monroe, Grace Kelly, Olivia Newton John in Grease, Audrey Hepburn, Scarlett O’Hara e anche, addirittura, Elisabetta I.
A Barbie hanno fatto fare di tutto: il dottore, la regina, il pilota d’areo, catwoman, la sirena, la sposa, l’astronauta, la cuoca, la cantante rock, ecc. Ma lei non è mai cambiata. Sempre uguale, dalla nascita, per 56 lunghissimi anni. Anche con i capelli e il trucco diverso, ha lo stesso corpo, gli occhioni spalancati con le ciglia chilometriche e le stesse manine con le dita un po’ piegate.
Per questo le bambine in fondo Barbie non piace tanto: è troppo perfetta, allora si merita le torture. Chi non ha mai sperimentato su Barbie un drammatico e violento make-over?
Le si tagliano i capelli, si colorano gli occhi e le labbra con i pennarelli, si spoglia, si verifica il suo corpo da adulta e si continua con le sopraffazioni. Da piccola, ad esempio, con un piercing ante-litteram volevo infilarle due spilli nei capezzoli (ero già disturbata allora). Barbie paga per il suo modello di bellezza irraggiungibile, foriero di frustrazione per le ragazze vere. E paga anche perchè si è fidanzata con quel bietolone di Ken, un compagno che, certo, non le ha mai invidiato nessuna.
Barbie e Ken, 1961

Ma la mostra del Mudec è bellissima, colorata e divertente.
La parte meno intrigante è quella dedicata ai gadgets del mondo di Barbie, il castello, il camper, le auto, e tutti quegli altri oggetti che hanno costruito per renderla più concreta, più terrena. Ma è un progetto impossibile perchè la grandezza di Barbie è quella di rimanere un’immagine, un sogno.
Chissenefrega se va a fare un picnic con Ken e con quella minus habens di sua sorella Skipper!

Barbie's evolution style (Collectors edition)

Tafferugli alla toilette

Domenica pomeriggio in coda alla toilette in uno dei bar più eleganti nel centro di Milano (che, da grande esperta internazionale, frequento soprattutto per la qualità dei servizi, ma forse dovrò rimuovere dalla mia google map dei bagni pubblici).
Quando arrivo ci sono due signore in attesa.
Dalla toilette delle donne esce, sbattendo la porta, una bionda riccia, truccata, elegante e indiavolata.
Si rivolge direttamente alle due donne urlando: “Alloraaaaaa?!?!? Chi ha bussato alla porta?”
Prima che le due signore bene, una più giovane e una più anziana, possano riprendersi dallo choc dell’aggressione, continua, ringhiando con gli occhi che schizzano dalle orbite:
“Ecchecavolo!!!! Chi era che aveva così fretta!?!??”
“Ma veramente…”
La bionda minacciosa sembra pronta anche a menare.
Allora la più giovane delle due signore aggredite, sceglie la delazione e sbotta velocemante:
“Lei ha bussato! E’ stata lei!”
Indica l’anziana e si infila velocissima e vigliacca nella toilette finalmente libera.
L’anziana incassa, mentre la bionda aggressiva, andandosene, le lancia uno sguardo di disprezzo.
Incredula, cerco di stemperare la tensione.
“Ha fatto la spia come all’asilo…neanche a casa si litiga così”
“Infatti, almeno da me ci sono due bagni”, si consola l’anziana signora, scuotendo mestamente la testa.
In quel momento la spia esce dalla toilette tutta sorridente e ipocrita: “Buonasera!”
Vorrei farle lo sgambetto mentre se ne va, in quel corridoio stretto sarebbe una mossa perfetta.
Peccato che mi sia venuto in mente troppo tardi.

Effetto Marylin: chiappe al vento

L’altro giorno pranzavo con una mia amica nel dehors di un ristorante appena aperto e molto alla moda.
Un locale così richiesto che l’unico tavolo che eravamo riuscite ad accaparrarci era praticamente in mezzo al marciapiede, proprio di fianco a una grande grata.
Quando abbiamo accettato di sederci lì non lo sapevamo, ma era una postazione strategica.
Probabilmente richiestissima.
Infatti dopo pochi minuti dall’aver ordinato, abbiamo visto una signora che passava, totalmente ignara, sulla grata e zac! Il vento che soffiava da sotto le alzava completamente la gonna (lunghetta e beige) scoprendo sotto una mutanda contenitiva nera, elasticizzata a effetto gambaletto. La signora, sui sessanta, è rimasta un attimo perplessa e poi si è allontanata velocemente tirando giù nervosamente la sottana.
Lo spettacolo era iniziato. Meglio di Candid Camera.
Uno sguardo complice con la mia amica e abbiamo aspettato la prossima vittima: una trentenne con abito a sottoveste svasato, lunghezza al ginocchio. E’ passata anche lei inconsapevole sopra la grata e vai!
Chiappe nude. Complimenti: niente cellulite. Nessuna mutanda in vista.
Almeno così sosteneva la mia amica, secondo me invece aveva un g-string. Comunque anche questa signorina si è allontanata velocemente. Anzi prima si è guardata intorno per vedere se qualcuno l’avesse osservata. Ci siamo scambiate una risatina.
Poi è arrivato il cibo e sono anche passate un paio di ragazze, noiose, in pantaloni.
Dopo un po’, una giapponese, molto modaiola che aveva una gonna lunga nera che le copriva quasi completamente i polpacci. Si vedeva che aveva speso. Vita alta con cintura e un tessuto pesante, bello, con degli intarsi, in perfetto stile giapponese, un po’ Yamamoto, un po’ Comme des Garcons.
Ha svolazzato un po’ sollevando l’orlo, la giapponese ha fatto un’espressione strana, ma non si è visto nulla.
Poi abbiamo chiesto il conto e ne frattempo sono passate un paio di Sloggi, una nera e una bianca, erano assieme, si sono messe a ridere e sono corse via subito.
E un altro g-string con il fidanzato che sembrava anche un po’ stizzito.
E’ stato un pranzo divertente.
Mi è venuto anche in mente il vecchio consiglio di mia madre: quando esci metti sempre la biancheria migliore, si sa mai che ti investano, vai all’ospedale e ti devi spogliare. Si potrebbe aggiornare: si sa mai che passi sulla grata!
Io portavo i pantaloni, la mia amica un vestito ma pudicamente ha circumnavigato la grata.

L’ingorgo infernale

“Ciao ragazze, esco un attimo a fare la spesa. Torno fra un’ora, fate i compiti, portate fuori Lola… eccetera…eccetera”
E sono partita in auto serena sotto la pioggia.
Ho fatto la spesa coscienziosamente e anche di buon umore perchè ho ricevuto una simpatica telefonata e alle 18, con il bagagliaio pieno sono ripartita verso casa.
La pioggia aveva aumentato d’intensità e anche il traffico non scherzava. Ma confidente ho preso la solita scorciatoia, una strada secondaria che faccio almeno una volta al giorno per andare a prendere Emma da scuola, però dopo 500 metri mi sono fermata. La strada era tutta bloccata, non si procedeva nemmeno a passo d’uomo. Acqua a catinelle, tergicristalli a manetta, automobilisti esasperati e incarogniti, dopo mezz’ora ero avanzata solo di una decina di metri. Mentre di solito il tragitto casa-super è di quindici minuti. Ho chiamato casa per spiegare il ritardo, sono andata su twitter, su facebook, ho scaricato la posta, ho acceso e spento la radio, fatto due telefonate, e soprattutto ho cominciato ad avere crampi alla pianta del piede sinistro su e giù dalla frizione. L’acqua si stava trasformando in nevischio, le facce degli altri automobilisti sempre più cattive, le pozzanghere come laghi, la strada buia e lucida, con i fumi di scarico che facevano uno strano effetto horror. E’ passata un’altra ora, ho richiamto casa, sono tornata su twitter, instagram, facebook, ho ascoltato ancora un po’ la radio ma i tg mi davano sui nervi. Ho spento, ho porconato, ancora twitter, facebook, ho cominciato ad avere paura di dover andare in bagno.
Dopo un’ora e mezzo ho pensato di mollare l’auto e andare a casa a piedi sotto la pioggia. Ma avevo due borse colme di spesa e nel contempo il frigo vuoto.
Sono aumentati i crampi al piede e ho anche litigato, a gesti, con un tizio che voleva superarmi sulla destra. Dallo stress ho ricominciato a pensare che forse dopo avrei dovuto proprio andare in bagno. Meglio facebook, la posta, instagram. Che palle.
Ho richiamato casa, dato indicazioni per la cena.
“Ma dobbiamo fare i compiti…”
“Ok…tanto non so nemmeno se riuscirò a tornare…”
Intanto avevo fatto 500 metri, un record.
Dopo due, dico due lunghissime ore di coda, alle 19.57 esatte, sono arrivata finalmente sotto casa.
Il motivo dell’ingorgo?
La pioggia e i lavori in corso che però erano in un’altra strada.

P.S. Da quando c’è Pisapia, vivere a Milano, è “bello” come quando c’era la Moratti.

Adolescenti felici: istruzioni per l’uso


Sono stata invitata come ospite a un evento che si svolgerà lunedì prossimo alla Cascina Cuccagna.
Sono molto lusingata, e parlerò del “dopo”, quando i bambini sono alti come voi e anche di più.
Cosa succede dopo aver (faticato) scelto e cucinato cibi sani per i propri bambini per tanti anni. Dopo aver grattuggiato tante mele, dopo non aver mai usato un omogenizzato alla frutta (ci sono ancora?), dopo aver speso una paccata in negozi ecologici, dopo essermi macinata chilometri per andare alla cascina tal dei tali a comprare la carne bio, ecc. ecc.
Cosa succede dopo? Capita di aver in casa degli adolescenti abbastanza felici (parlo di ragazzine però credo che possa valere anche per i maschi), perchè due grandi crucci del crescere e del vedere il proprio corpo trasformarsi, sono i chili di troppo e i brufoli. Un’alimentazione sana ed equilibrata aiuta a non esserne vittima.

Ma anche andare da A&F, comprare motorino e iPhone può essere efficace per la serenità del teen-ager 🙂

Se qualcuna di voi ha voglia e tempo di partecipare ne sarei felicissima. E visto che settembre è iniziato con queste “botte di vita”, vi ricordo anche sabato a Il trittico per l’aperitivo.

Una serata romantica

Quando i figli crescono si può uscire senza chiamare la babysitter.
Possono rimanere a casa da sole anche alla sera. E possono portare anche fuori il cane.
La scorsa settimana era l’anniversario del primo appuntamento fra me e Sant’.
In un picco di romanticismo, nella Milano vuota e bollente, abbiamo deciso di celebrare.
Cena? Cinemino? Prima cena e poi film?
Un scelta difficile, anche perchè i ristoranti erano quasi tutti chiusi.
Al cinema ripropongono i successi della scorsa stagione, ma una pellicola interessante l’avevamo individuata.
Allora abbiamo deciso di spezzare la “commemorazione”: quella sera film e appena il nostro ristorante preferito avrebbe riaperto, ci sarebbe stata anche la cena.
Quindi siamo usciti, abbiamo raggiunto il cinema in tempo record, eravamo forse gli unici in città quindi niente traffico e un’overdose di parcheggi gratis (sensazione inebriante). In anticipo abbiamo comprato i biglietti per un film che ci ingolosiva, quattro stellette nelle recensioni, abbiamo avuto anche il tempo di mangiarci un gelato al bar del cinema e finalmente è arrivata l’ora di entrare in sala.
Comodi comodi ci siamo spaparanzati nelle poltroncine, gustandoci i trailer e poi finalmente i titoli di testa del nostro giallo. Prima scena e vedo Sant’ che tira fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni.
Stavo per dirgli: “Ti sembra il momento di controllare la posta brutto pirla?”
(sono passati più di vent’anni dal primo incontro)
Ma le parole mi sono morte in gola perchè Sant’ dopo aver bofonchiato qualcosa nel telefono, mi ha preso per mano, dicendo: “Quelle deficienti…non ci posso credere!”
Sono stata trascinata fuori dalla sala prima di conoscere altri dettagli.
“Sono uscite con Lola e al ritorno hanno rotto la chiave nella toppa della serratura”
Sono seguite varie imprecazioni mentre tornavamo a prendere la macchina.
“Ma porca…come hanno fatto…a ferragosto…rimaniamo fuori tutta la notte..e come l’hanno girata quella chiave…alla caxxx l’hanno girata!”
Nella calda e lontana notte del nostro primo appuntamento, nella Milano deserta dei primi anni’90, non mi sarei mai immaginata che vent’anni dopo sarebbe andata così. Lo stesso uomo al mio fianco, le stesse strade deserte, la stessa calura, le stesse zanzare, gli stessi idioti che di notte passano con il rosso, ma anche una casa assieme con l’impossibilità di entrarci.
“E adesso come facciamo? Nel garage ho qualche attrezzo ma bisogna vedere come si è rotta…altrimenti dove lo trovo un fabbro a quest’ora?”
“C’è il papà di un compagno di scuola…ma non siamo tanto amici…magari sono al mare”
“Certo chi vuoi che ci sia la settimana di ferragosto? Poi questa volta devi essere dalla mia parte…perchè tu le difendi sempre!”
“Scusa adesso è colpa mia?”
Vent’anni e passa dopo, il fascino misterioso e intrigante del primo appuntamento si è stemperato. Le barriere sono cadute e le conversazioni sono diventate più dirette e personali.
Siamo riusciti a mandarci al diavolo e contraddirci almeno tre volte prima di parcheggiare sotto casa.
Abbiamo trovato le ragazze e Lola sul pianerottolo con gli occhi bassi. Anche il cane aveva capito che girava male. Abbiamo chiamato il fabbro d’emergenza. Ci è costato come una cena ma almeno, per l’anniversario, siamo tornati a dormire nel nostro nido d’amore.

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