Una serata particolare 2

Dopo molti anni di matrimonio avere una seratina intima è difficile: Sant’ ed io non andiamo fuori a cena molto spesso, ma quando decidiamo di farlo succede sempre qualcosa di molto speciale.
E anche sabato scorso quando siamo andati in un locale di Brera, per una cenetta sushi guardandoci negli occhi, il fato ha voluto che qualcosa di inaspettato suggellasse la serata.
Usciti dal ristorante ci siamo concessi un gelato e una passeggiata, proprio in via S.Marco, prima di tornare alla macchina e guidare verso casa.
Stavamo appunto camminando quando abbiamo sentito un boato fortissimo e poi tutte le luci della strada si sono spente in un colpo solo.
Sant’ (sempre troppo curioso dei fatti della strada quando lo vorrei totalmente coinvolto invece nella conversazione che cerco di costringerlo a fare) si è naturalmente domandato cosa fosse. Invece nel bel mezzo di una recriminazione familiare (era il nostro anniversario: quale momento migliore per rinfacciare tutto quello che non è andato bene in tot anni di matrimonio?) ho solo pensato:
“Sarà mica una bomba?”
Ma è durato un attimo, perchè subito abbiamo girato l’angolo e siamo entrati in auto, dove nella comodità e nella privacy dell’abitacolo ho potuto continuare imperterrita a triturargli le balle con i “perchè io” e “perchè tu”.
Un caso esemplare di slinding doors: se fossimo passati dalla stessa strada 1 minuto dopo e invece di voltare per trovare la nostra auto, avremmo tirato dritto in Via S. Marco, saremmo arrivati verso il numero 33 dove c’è stato il corto circuito. Potevamo passare sopra il tombino sbagliato e saltare per aria!
Magari proprio a metà di una frase in cui sostenevo di aver ragione 🙂

Una serata particolare…


Sabato sera Sant’ ed io siamo andati fuori a cena.
Una serata a due: dopo che abbiamo attraversato momenti difficili doveva essere un toccasana e uno svago piacevole. Eravamo anche un po’ emozionati. Il ristorante l’ho scelto io: c’ero stata con una mia amica ed ero rimasta colpita dalla cucina particolarmente deliziosa. Infatti abbiamo mangiato molto bene, sorseggiato prosecco, chiacchierato e scherzato.
A fine serata siamo usciti da locale allegri e spensierati. Sotto la pioggia.
L’unico lato negativo…
Le nostre figlie erano state con i loro amici e quando ci siamo ritrovati tutti a casa: eravamo la versione saturday night della maledetta famiglia del Mulino Bianco.
Al momento di dormire Sant’ ed io ci siamo augurati la buonanotte promettendoci altre seratine simili. Peró tre minuti dopo aver spento la luce, il compagno della mia vita mi ha detto che sentiva un dolorino allo stomaco.
Ho commentato che mi dispiaceva e poi ho abbracciato con affetto il cuscino, convinta che presto si sarebbe sentito meglio. Ero stanca e volevo solo addormentarmi.
Dopo dieci minuti, Sant’ ha pensato di non aver digerito bene e deciso di andare in cucina farsi un the. Ho annuito girandomi fra le coperte.
Mezz’ora dopo ha cominciato a passeggiare su e giù per la camera sempre più inquieto.
Poi ha deciso che avrebbe portato fuori il cane per muoversi un po’.
Era passata mezzanotte, diluviava e il cane russava beato dopo aver già fatto la passeggiatina serale: ho cominciato a sospettare che qualcosa non andasse proprio bene.
Infatti poco piú tardi il suo malessere ê aumentato e vi risparmio i dettagli.
Alle 2 Sant’ era piegato in due e ululava abbracciato al water.
Il romanticismo della serata oramai si era decisamente perso.
Alle 2,30 sembrava dovesse partorire. Magari anche due gemelli.
Non essendo biologicamente possibile, sotto la pioggia battente, superando me stessa in una prova di guida acrobatica, mi sono messa la tuta sopra il pigiama e con la crema da notte in faccia, l’ho portato al Pronto Soccorso. E menomale che a quell’ora c’era poca gente.
Era una colica bastarda causata da un (già noto) calcolo alla cistifellea.
Sant’ ha urlato di dolore fino alle 4.30.
Pareva proprio in travaglio, anche l’antidolorifico in vena sembrava non fare effetto. A un certo punto, disperato, ha fatto anche la respirazione che aveva imparato quando era venuto con me ai corsi preparto.
Poi ieri mattina l’hanno operato e gli hanno tolto la cistifellea.
Ora sta “bene”.
La nostra seratina romantica è stata veramente indimenticabile!

Movie time: Il matrimonio che vorrei


Meryl Streep mi piace molto, l’ho scoperta tardi, nel senso che mi sono appassionata al suo talento solo negli ultimi anni e mi sono riproposta già da tempo di vedere i suoi primi film, come La scelta di Sophie che, ai tempi, mi ero persa. Quindi quando ho sentito parlare di questo film mi sono organizzata per vederlo.
La storia è quella di una coppia di lunga data, dopo 31 anni di matrimonio Meryl Streep e suo marito, interpretato da Tommy Lee Jones (qui per niente fico come appariva invece in Men in black), un ragioniere un po’ frustrato che trovava sollievo e serenità nella routine. Quel monotono e ripetitivo tran-tran domestico che, quasi sempre, uccide lentamente complicità e passione fra i coniugi. Ma regala anche tranquillità perchè non prevede cambiamenti.
Sono andata a vedere il film con Sant’ e avevamo litigato già sulla strada verso il cinema (segno del destino? O effetto collaterale della scelta della pellicola?). Così entrati in sala, immusonita, mi sono seduta sulla poltroncina, tutta obliqua e rigida, per evitare di non sfiorare, neppure con il gomito, Sant’. In questa posizione ero molto vicina a una simpatica e chiacchierona coppia di signore di mezza età che commentava ad alta voce ogni scena, con buon senso tutto al femminile.
Nel film Meryl era infelice perchè il marito non la faceva più sentire amata, desiderata, quando lei gli parlava sembrava non ascoltarla, ecc, ecc. Lui invece, con la simpatica sensibilità maschile, stava bene e quando lei si lamentava pensa che fosse solo una questione di malumore. Magari anche provocato da cause ormonali.
E le signore di fianco a me, gliene hanno dette di tutti i colori!
Meryl peró non voleva rassegnarsi e decideva di tentare il tutto per tutto per scuotere il marito e salvare il matrimonio. Ovviamente reagendo all’americana: all’insaputa di lui aveva prenotato un settimana di terapia di coppia, addirittura fuori città. Il marito prima ha imprecato e si è ribellato all’idea, ma poi ha acconsentito. Cosí i due sono andati a farsi analizzare dallo strizzacervelli matrimoniale.
E qui la pellicola diventava più maliziosa perchè si analizzavano soprattutto i problemi sessuali. Anche le fantasie, alla faccia delle 50 sfumature!
Le mie vicine di posto erano in un brodo di giuggiole, eccitatissime, non stavano mai zitte.
Quando poi sembrava che tra Meryl e Tommy Lee stava per succedere qualcosa di veramente hot, hanno urlato: “Questo capita solo nei film!”
Adesso che vi ho incuriosito, mi fermo qui con la trama: non vorrei rovinarvi la visione.
A me il film è piaciuto, tanto che quando siamo usciti dal cinema ho fatto anche la pace con Sant’!

Eroi moderni

La mia primogenita è molto alta e perciò vede cose che non dovrebbe vedere.
“Mamma, sopra al frigo è sporchissimo! C’è tantissima polvere!”
Così ho preso la scala e ho pulito “il top” del frigo (come direbbero i mobilieri).
Dall’alto della scala purtroppo anch’io ho avuto brutte visioni: anche sopra i pensili della cucina c’era un sacco di polvere.
Ma oramai era ora di cena e ho deciso di posticipare il lavoro al giorno dopo.
Però ne ho parlato con Sant’ che magnanimo ha detto: “Li pulisco io domani mattina”
Sono andata a letto felice.
Il giorno dopo, ancora nel dormiveglia quando ho sentito un fragore infernale provenire dalla cucina.
Ma l’urlo che temevo seguisse fortunatamente non c’è stato.
Era Sant’ che litigava con i pensili?
Paventando comunque il peggio mi sono alzata, sono andata in cucina e ho trovato Sant’ imbestialito, con il vapore che gli usciva dalle orecchie, con un trapano in mano che si accingeva a tentare di rimettere a posto il pannello della lavastoviglie staccato.
Infatti era inciampato scendendo nell’ultimo piolo della scala ed caduto di schiena sullo sportello della lavastoviglie lasciato aperto.
Non ho visto ferite, ma l’aria era molto, molto pesante.
Perciò non ho chiesto perchè avesse lasciato aperto lo sportello della lavastoviglie, ho detto solo:
“Mi dispiace molto” e sono andata a svegliare Emma.
Dopo molti porconamenti è riuscito a far ri-funzionare la lavastoviglie e con il minimo di conversazione indispensabile mi sono offerta di pulire io gli altri pensili.

Il giorno dopo: stessa ora, stessa cucina.
Sto bevendo il mio amato capuccino.
Arriva Sant’: “Ciao amore”
Poi lancia un urlo: “Ma ca………!!!!!”, si piega a terra, tenendosi la testa.
Purtroppo intuisco subito quello che è successo. Passando dietro alle mie spalle, ha dato una capocciata lo spigolo dello sportello (del pensile) che si apre spingendo verso l’alto. Molte volte mi ha rimproverato di non alzarlo tutto e di fargli rischiare di ferirsi.
Infatti è appena capitato.
“Mi dispiace molto”, dico con vergogna nascondendo il viso nella tazza del cappuccio.
“Mi sono tagliato la testa!”
“Ma dai, non ti sei decapitato!”, cerco di minimizzare.
“Mi viene vicino e mi fa vedere le dita insanguinate e poi il taglio che ha sulla cute.
Sono emofobica: vedo le stelline e comincio a perdere i sensi.

Siamo ancora vivi e ancora sposati. Stasera usciamo insieme, speriamo bene.

Allocca – parte seconda

…per rendere Sant’ più comprensivo verso la mia confessione avevo deciso di prenderlo per la gola.
Proprio il giorno prima mi aveva parlato con nostalgia, e un po’ di acquolina in bocca, del risotto.
Non un risotto specifico, ma della filosofia del risotto in generale.
“E’ tanto che non ne mangiamo”
“Sì e allora?” avevo risposto con la simpatia di un’emorroide.
“Magari potremmo farlo una di queste sere”
“Ummm…non so…vedremo… non ne ho una gran voglia”, avevo bofonchiato.
Ma adesso, ideona, per metterlo nell’umore più empatico possibile, l’avrei stupito e sorpreso con un bel risottino allo zafferano.
Il riso in casa doveva esserci. Me lo ricordavo in un barattolo nella dispensa.
Sono andata a verificare e in effetti il riso c’era ma non era bianco o non era da risotti. C’era il riso venere (marrone scuro), il riso integrale (beige chiaro) e il riso bianco (ma basmati).
Troppo tardi per uscire a comprarlo, così ho deciso di tentare la sorte con il riso beige.
in fondo sono sempre ottimista: speravo che non fosse un giorno proprio di sfiga completa.
Magari quel riso non era proprio integrale, era semi integrale, forse poteva andare bene.
Peccato non fosse più nella sua confezione originale, non avevo indicazioni di cottura.
Non ricordavo quando l’avessi comprato. Insomma ho giocato con il fato. E ho perso.
Dopo poco Sant’ è tornato a casa e gli comunque ho gridato: “Sorpresa! Il risotto!”
Ma 50 minuti dopo quel maledetto riso era ancora durissimo.
Mantecavo…. mantecavo…. mantecavo…. il chicco non cedeva e la mia espressione da moglie perfetta non reggeva più.
Sant’ mi girava come uno squalo attorno affamato.
Faceva domande.
“Cos’è quella faccia?”
“Il riso era beige, forse era integrale…”
Ero affranta: dovevo dargli il riso scotto e anche la notizia di Euroclub.
Dopo un’ora e passa di cottura, stremata ho servito il riso.
Anita si è rifiutata di mangiarlo. Sant’ e Emma si sono sacrificati.
Quando a fine cena, ho confessato cosa avevo combinato nel pomeriggio, Sant’ me ne ha dette di tutti i colori.
Ma per fortuna la sfuriata è durata poco.
Perchè si è ricordato da solo di aver lasciato, una settimana fa, l’i-pad sul tettuccio della macchina.
Insomma siamo una coppia ben assortita.
Ho buttato, senza fiatare, i resti del risotto-flop l’abbiamo chiusa lì.

Tranquillo sabato in famiglia

Ieri pomeriggio Anita doveva riscuotere il suo regalo di compleanno: un pomeriggio di shopping con me, mentre Emma doveva partecipare a una festa di Carnevale.
Sant’ ed io ci siamo divisi i compiti: lui portava Emma mentre andavo in centro per negozi con Anita.
La nostra prima tappa è stata, ahimè, Abercrombie&Fitch. Era il suo regalo di compleanno perciò non potevo certo negarglielo.
Sabato metà pomeriggio: ovviamente c’è la fila per entrare.
Dovevo fare anche un’altra piccola commissione in zona perciò, con grande acume, ho suggerito ad Anita di mettersi in fila mentre io l’avrei raggiunta al più presto.
Dieci minuti dopo, ero ancora nell’altro negozio quando mia figlia ha telefonato per avvisarmi che lei entrava.
“Arrivo”, le ho risposto garrula, felice di aver schivato l’umiliante attesa.
Mi sono precipitata subito davanti all’ingresso, ho saltato allegramente la fila e ho detto serena al bonazzo che stazionava davanti: “Entro per raggiungere mia figlia”
Lui mi ha guardato con sospetto: “Non se ne parla neanche, si metta in fila”
“Cooooosa?”
Probabilmente, nel suo passato, delle donne disperate per avere una felpa si sono finte madri di teen-agers. E questo ha lasciato il segno. Ora osava pensare che fosse il mio caso.
Stavo anche per aggiungere:
“Guarda bonazzo che se non mi fai entrare mia figlia non compra niente perchè i soldi li ho io”, ma fortunatamente non ce n’è stato bisogno.
Magnanime lui ha concesso: “Se sua figlia la viene a prendere può entrare”
Ho telefonato ad Anita. Non mi ha risposto.
Allora ho pensato allegramente di andarmene a fare un giro.
Poi lei però ha richiamato. E poco dopo è scesa a prendermi.
Per un soffio non è stata necessaria la prova del Dna.
“Digli che sono tua madre”
Mia figlia ha obbedito subito.
Il bonazzo ci ha creduto, sorriso e mi ha lasciato entrare.

Una volta dentro, mentre aspettavo che Anita uscisse dal camerino di prova, ho telefonato a Sant’ per sapere come andava la festa di Carnevale.
“Tutto bene?”
“No malissimo!”
La musica era a palla e quindi non ero sicura di aver capito bene.
“Male?”
“Ho appoggiato l’i-pad sul tetto della macchina per togliere i coriandoli dai capelli di Emma e poi sono partito e l’ho dimenticato lì!”
“Sul tetto?”
“Non farmi troppe domande, adesso devo andarlo a cercare”
Ha chiuso la comunicazione prima che possa fare domande o commenti.

Dopo pochi minuti risuona il mio cellulare, penso che sia Sant’ che voglia scusarsi del brusco trattamento di prima.
“La signora PucciPacci?”
La musica è sempre alta, ma mi sembra di aver sentito PucciPacci.
“????”
(PucciPacci è un nome di fantasia, lo utilizzo al posto del vezzeggiativo che Sant’ usa per chiamarmi. Quello vero non lo svelerò neanche sotto tortura)
“Sono della Polizia…abbiamo trovato un i-pad…”
“Ah sì! Deve essere quello di mio marito… l’ha appena perso”
“Abbiamo chiamato il suo numero perchè era fra i contatti…”
“Certo, grazie mille! Siete stati gentilissimi”, non aggiungo che non mi chiamo veramente PucciPacci e che non credevo che Sant’ mettesse in rubrica questo nomignolo.
Probabilmente il poliziotto lo sa e mi ha telefonato solo quando ha smesso di ridere con il suo collega.
“L’abbiamo trovato sulla strada x… deve esserci passata sopra un’auto o magari anche due…il vetro è rotto ma si accende…”

W la lagna libera

Dopo anni di lavoro nei giornali femminili, mi sono smazzata una vagonata di inchieste sulla vita di coppia: su cosa vuole lui e su cosa vuole lei, sui litigi più frequenti, sul perchè, il percome e il qualora dei diversi desideri maschili e femminili.
Ho telefonato a centinaia di psicologi per dare autorevolezza alle indagini, ma non ho mai potuto riciclare alcun consiglio a livello personale.

Con Sant’ abbiamo continuato a litigare con una certa regolarità seguendo sempre, come una maledizione, lo stesso schema.
Eccone un esempio: io sono triste/disperata/arrabbiata per una causa esterna.
Mi rivolgo a Sant’ per essere consolata e lui invece di farlo mi spiega perchè non è giusto che sia di un umore così schifoso.
Mi illustra perchè non dovrei esserlo: propone soluzioni e cambiamenti.
Mi dà subito sui nervi perchè vorrei solo essere consolata e coccolata.
Trovare complicità poi eventualmente in un secondo tempo un rimedio.
Glielo faccio notare e lui si offende. Litighiamo.
Alla fine ci mandiamo al diavolo.
Sono ancora più triste/arrabbiata/disperata.

Questo fino all’altra sera quando, alla faccia di tutte le succitate riviste femminili, ho trovato un’ inaspettata soluzione al problema. L’ho scovata guardando Modern Family, la mia sitcom preferita.
Nella puntata c’era una scena in cui un gruppo di signore spiegava a Phil Dunphy, uno dei protagonisti, come trattare con la moglie Claire, quando si lamentava di qualche contrattempo. Anche lui doveva smettere di proporre soluzioni, molto meglio invece ascoltare ed essere semplicemente empatico. Le indicazioni su come risolvere il problema doveva darle, solo più tardi, quando la moglie le avesse richieste.
Altrimenti sarebbe apparso sbrigativo e poco amorevole.
Le sagge signore commentavano che questa reazione propositiva è tipicamente maschile.
Nella scenetta in questione, Phil Dunphy opponeva un po’ di resistenza per adattarsi al nuovo metodo ma, dopo qualche esempio, finalmente imparava.
E naturalmente poi con la moglie le cose andavano a gonfie vele!

Vedere tutto ciò mi ha riempito il cuore di gioia: ho capito di non essere l’unica a desiderare di lamentarmi a oltranza.
Che sollievo! Lagna libera e sdoganata.
Poi si troverà, con calma, una soluzione.
Questa tecnica nel periodo di tensione premestruale è il massimo e non dobbiamo vergognarci.
Gli ormoni maschili fanno scherzi ben peggiori.
Gli uomini vogliono aiutare subito perchè non sopportano le donne lamentose e quindi sperano di censurarle con una bella soluzione alternativa.
O peggio sminuendo il problema!

Non vedevo l’ora di raccontare questa illuminante puntata di Modern Family a Sant’.
Quando l’ho fatto, ha commentato:
“Senz’altro il copione è stato scritto da una donna!”
Ho deglutito serenamente e gli ho mostrato i credit: gli autori sono due, entrambi maschietti.
Tiè!

E voi cosa ne pensate?
Quando vi scende la catena, vi piace essere consolate o preferite tout-court un consiglio costruttivo?

Litigi: istruzioni per l’uso

Convivere a volte è dura. E spesso si litiga per una sciocchezza: una frase sbagliata, un’intonazione irritante o una risposta troppo secca. Allora per non far degenerare la questione in un battibecco infinito ho trovato un rimedio efficace. Mi allontano dal luogo della contesa pensando le cose peggiori su Sant’ e vado in bagno a farmi una maschera.
Le maschere mi sono sempre piaciute: purificanti, idratanti, nutrienti, emollienti. A strappo o da risciacquare. Da ragazza me le facevo artigianalmente con lo yougurt e altri igredienti commestibili.
Fanno bene alla pelle e salvano anche la coppia.
Dopo una discussione, Sant’ l’altro giorno mi ha inseguito in bagno per chiedermi spiegazioni. Per ribadire il suo punto di vista. Mi ha fatto una domanda provocatoria. Poi mi ha guardato. Ero un mostro con la faccia verde.
La mia maschera era alla bardana, c’era anche un po’ di argilla che la fa seccare in fretta e fa assomigliare a un pezzo di vecchia terracotta. Sant’ non si è spaventato ma ha detto: “….non capisc…azz…semp…porc…”
L’ho guardato muta e immobile. Veramente zen.
Ma lui non si è scoraggiato: voleva comunicare. Voleva ribadire di aver ragione:
“….quella minc…di maschera…proprio or….non puoi parlare?”
Allora ho rispolverato l’alfabeto muto. Però non l’ho ricordavo bene.
Ho cercato di fare una “F” e poi una “O”.
Sant’ era impaziente e ha cercato di interpretare: “Fottiti?”
Volevo dire invece: “Forse è meglio che lasciamo passare un po’ di tempo prima di parlarne“, ma in fondo anche “Fottiti” andava benissimo.
Allora ho sorriso. E purtroppo mi sono fatta uno squarcio all’argilla lato labbra.
Anche Sant’ ha sorriso e mi ha mandato a …

Mio nonno

In un commento del post precedente ho nominato mio nonno materno. Non l’ho mai incontrato, ne ho solo
sentito parlare…ecco cosa racconta di lui la leggenda di famiglia.

Mio nonno e mia nonna erano giovani e belli, vivevano a La Spezia. Erano sposati e avevano tre figlie piccole. Mio nonno però si comportava come se fosse single. Di famiglia benestante, non aveva un lavoro fisso, scriveva per i giornali locali, componeva poesie, recitava un po’ in compagnie teatrali amatoriali.
Ma soprattutto frequentava altre donne. Mia nonna non era per niente contenta. Anzi era arrabbiata nera. E a quei tempi, non aveva neanche un blog dove sfogarsi. La sua rabbia era cresciuta a tal punto che una notte mio nonno era tornato a casa dopo una solita seratina di bagordi e aveva trovato la porta di casa con la serratura cambiata. Aveva chiamato la nonna, l’aveva pregata di farlo entrare. Di perdonarlo.
Aveva giurato di cambiare ma lei era stata irremovibile e così il nonno era stato costretto ad andare via.
La nonna non l’ha mai più visto. E nemmeno le figlie.
I genitori del nonno avevano detto alla nonna che era tutta colpa sua, che aveva un brutto carattere e che avrebbe dovuto far finta di nulla, assecondare il nonno e far buon viso a cattiva sorte. La nonna li aveva mandati a quel paese. I genitori del nonno erano abbastanza ricchi perchè erano proprietari di alcuni negozi di modisteria, in uno di questi lavorava una commessa giovanissima e molto poco avvenente.
Così bruttarella che, (narrava mia nonna, ma sono sicura che fosse una sua cattiveria), quando alla sera finito il lavoro, per tornare a casa, doveva passare per una strada buia e poco frequentata, le colleghe le dicevano:
“Non prendere quel carrugio buio, qualcuno può aggredirti e stuprarti!”
“Magari!”, rispondeva lei.
Questa brutta battuta, serviva a mia nonna a per dimostrare che quella ragazza non se la filava proprio nessuno.
E invece quando mio nonno era sparito, lasciando anche parecchi debitucci in giro, era scomparsa misteriosamente anche lei.
A quei tempi non c’era Facebook, la gente non si ritrovava tanto facilmente e così il nonno si era dato allegramente alla macchia.
Molti anni dopo un conoscente l’aveva scovato a Pistoia dove viveva felicemente con la bruttarella che gli aveva dato un figlio e lavorava per mantenerlo.
Da piccola mia madre, mi incitava, chiedi alla nonna, com’è il nonno…
“Un pelandrone!” mi rispondeva lei e poi, per avvalorare, mi raccontava questa storia.