Sopravvivere alle vacanze

Anche le mamme più ottimiste e globetrotter lo sanno: andare in vacanza con i bambini piccoli è sempre una scommessa. Quindi è utilissimo il manuale di Carlotta Jesi, giornalista e creatrice del sito Radiomamma che ha scritto un realistico manuale di sopravvivenza per chi decide comunque di osare oltre l’appartamento al mare dei nonni. Bando alle illusioni: il libro non tenta di convincerci che partire con creature recalcitranti, piagnucolose e soprattutto non autosufficienti sia facile. Però può essere divertente e anche avventuroso, nel senso migliore del termine. Carlotta offre una guida pratica, con liste esaustive di cosa portare con sè e soprattutto cosa non dimenticare a casa. Poi ci sono le dritte comportamentali che sono la vera chicca del libro. Infatti le tragedie non accadano spesso perchè si è sbagliato a scegliere la meta ma perchè le mamme (e i papà) non si sono comportati in maniera strategica. Se i genitori sono i primi a soccombere alle situazioni a rischio è tassativo che i pargoli reagiscano al peggio.
Il libro fornisce anche alcuni esempi eclatanti su come comportarsi usando i vari mezzi di trasporto: dal pullman al traghetto e su come apparire mamme dai nervi saldi (anche se non è vero) ai gestori del bed&breakfast che vi permettono di usare la loro cucina. Poi ci sono itinerari di viaggio che sono proprio a misura di bambino e soprattutto di genitori intelligenti.

Peccato che questo manuale sia uscito solo ora e non quando le mie figlie erano piccole. Della mia propensione alla sciagura in vacanza avete già avuto l’ultimo aggiornamento proprio la scorsa settimana quando dovevamo andare a Legoland. Sui problemi di salute che invece sono sempre inesorabilmente sorti proprio e solo quando ero lontana da casa, potete farvene un’idea abbastanza precisa qui.
Quindi non mi rimane che raccontarvi l’ultima micidiale botta di jella vacanziera nella quale credo proprio di aver toccato il fondo.

Estate di quattro anni fa.
Sant’ per ragioni di lavoro ogni anno attorno a ferragosto deve passare una settimana negli Stati Uniti per lavoro. Ogni agosto mi sono inventata qualcosa per non rimanere sola a Milano con le bambine. Quest’anno la meta è la Corsica. Amici mi hanno detto che Santa Giulia è una zona bellissima con mare stupendo e incontaminato. Non me la sento di andare in auto quindi scelgo una soluzione comoda per mamma e bambine: albergo e viaggio in aereo. Primo grande errore: nessuno va in Corsica in aereo, sull’isola bisogna necessariamente avere l’auto. Ma all’agenzia non me lo dicono. Prenoto serenamente una proposta dal catalogo vacanze Columbus. Quando arriviamo a destinazione, scopro che l’hotel non è un hotel. E’ un insieme di casette arrampicate sulla collina, più o meno a strapiombo sul mare. C’è una reception, un chioschetto che sembra un trani per chi vive a Milano, che è aperto solo un paio d’ore al giorno e naturalmente quando arrivo è chiuso. Così le chiavi della mia casetta le devo chiedere alla ragazza del bar. Per arrivare al nostro alloggio c’è una salita ripidissima e lunghissima, abitiamo proprio all’estremità nord dell‘ hotel ideale per famiglie. Trascino il valigione sull’asfalto rovente rischiando il coccolone. Poi volto giù in un sentierino pericoloso e sono arrivata. Finalmente. Porcaccia della miseria.
Per rifarmi dello stress del viaggio, dopo aver disfatto i bagagli ridiscendo, 10 min di cammino, al bar per farmi una birretta.
La bevo e poi dico la storica frase: “Me la addebiti sulla camera”
La barista mi guarda e risponde seccamente: “Qui accettiamo solo contante e anzi deve darmi un’acconto di duecento euro di caparra per la camera”
Così scopro che oltre a non sembrare un hotel questo luogo non ha neppure il trattamento da hotel. Sono un insieme di casette, che in quest’anno i gestori hanno deciso astutamente di vendere come hotel attraverso il catalogo. Ma visto che sono in teoria le soluzioni abitative sono autosufficienti e hanno un cucinino con fornelli, frigo e lavatrice, vogliono la caparra temendo che qualcuno vandalizzi.
Sgancio i 200 euro e rimango al verde. Poi chiedo dove sia il ristorante per cui ho già pagato, nella prenotazione il servizio di cena. Il ristorante è sul mare. Vale a dire a 20 min di discesa in un boschetto di deliziosa macchia mediterranea.
Vorrei uccidere qualcuno. In primis quelli dell’agenzia viaggi. Peccato che sia sabato pomeriggio e non possa neanche raggiungerli telefonicamente. Da lunedì poi sono in vacanza. Faccio buon viso a cattiva sorte e dico alle bambine:
“Forza su facciamo una bella passeggiata e andiamo a scoprire il ristorante!”
Dopo un’interminabile scarpinata, scivolando su sandali non adatti al trekking, finalmente ci sediamo a tavola. Dopocena andiamo a dare un’occhiata alla spiaggia.
E’ vero quello che mi avevano detto: il mare è meraviglioso, il tramonto mozzafiato.
Anita ed Emma a piedi nudi cominciano a giocare. Comincia l’imbrunire, il sole va giù rapidamente ma non mi va di dire alle mie figlie di sbrigarsi. Hanno viaggiato tutto il giorno e sono state veramente brave, dopotutto hanno solo 6 e 9 anni. Mi intenerisco e le lascio giocare un po’. Oramai è buio quando riprendiamo la salita nel boschetto in direzione del nostro maledetto bungalow-casetta che si chiama l’Orchidée.
Dopo dieci minuti non si vede più una mazza. Non ho una pila: pensavo di andare in hotel non al campo scout. Non ho punti di riferimento, tutto sembra uguale, presto realizzo che ci siamo perse e per non farci prendere dal panico rispolvero la storia di Pollicino… (continua domani con altre nuove inedite disgrazie)