Ma il destino esiste?


Le vacanze sono state lunghe, rigeneranti e migliori di quanto osavo sperare. Se un paio di progetti andassero bene, il 2013 potrebbe essere un anno interessante: sognare non costa nulla, perciò voglio essere ottimista. Cautamente ottimista con le dita super incrociate.
Anche se con il passare del tempo, comincio a credere anche un po’ al destino.
Non avrei mai pensato di poter diventare fatalista ma a volte succedono cose che mi convincono che nella vita, è inutile agitarsi e dannarsi troppo: tutto dipende dalle coincidenze.
E succede anche che si realizzi di essere stati fortunati solo molto tempo dopo un certo avvenimento. Ad esempio, leggendo della tragedia capitata a Vittorio Missoni, a sua moglie e i loro compagni di viaggio, mi è venuto in mente che forse anch’io avrei potuto precipitare con l’aereo nelle acque caraibiche dell’arcipelago di Los Roques. Nel ’94 infatti Sant’ ed io siamo andati in vacanza proprio lì, allora erano isole pochissimo conosciute me ne aveva parlato una collega come di un paradiso terrestre. Ed è vero, c’è il mare più bello che abbia mai visto. Era novembre, una bella vacanza fuori stagione a basso costo che, a quei tempi, senza figlie e impegni scolastici potevamo permetterci.
Abbiamo volato su Caracas e poi preso anche noi un piccolo aereo da sei posti per raggiungere Los Roques.
Non ho mai avuto paura di volare ma quel giorno ho avuto i brividi. Eravamo noi, due ragazzi tedeschi e il pilota. Più che un aereo il nostro velivolo sembrava un’ apecar: siamo saliti e ci siamo seduti vicino ai bagagli come in treno. Poi il pilota ha avviato il motore. Ma c’era un rumorino che non lo convinceva. Allora ha chiamato via radio per avere un meccanico. Un addetto alla manuntenzione. Sono passati venti minuti e non è arrivato nessuno, allora il nostro pilota esasperato è uscito dal velivolo, si è tolto la giacca da pilota, ha preso la classica borsa dei ferri e ha aperto il “cofano”, non so il termine tecnico, ma insomma ha lavorato attorno al motore per vedere di sistemare il guaio mentre noi e i tedeschi lo fissavamo allibiti.
Dopo una decina di minuti, ha chiuso lo sportello con una bella botta, dicendo che era tutto ok. Ha riposto la borsa degli attrezzi, rimesso la giacca da pilota e ci ha comunicato che potevamo partire.
I ragazzi tedeschi volevano rimanere a terra. Ma lui li ha rassicurati. Era tutto a posto. Io invece ero giovane e irresponsabile, non vedevo l’ora di decollare. Non vedevo l’ora di arrivare e poter fare snorkling.
Abbiamo volato per 45 minuti a quota bassissima, poco sopra il mare. Sant’, che si è sempre sentito un alpino, era un po’ teso. Ma siamo arrivati sani e salvi e la bellezza del luogo ci ha fatto dimenticare di aver rischiato la vita.