Dobbiamo parlare

Nella vita di coppia quando si è giovani si privilegiano le emozioni. Poi, con gli anni queste passano in secondo piano e perdono importanza.
Arrivano a essere solo un accessorio. Mentre la cosa più importante diventa il denaro. Questo, più o meno, è il messaggio di Dobbiamo parlare, commedia molto divertente e purtroppo realistica, che tenta anche di dare una risposta all’onnipresente problematica di coppia: meglio fingere e tacere le verità più scomode o scodellare tutto, anche le realtà meno meno piacevoli? Questo film girato tutto in interni, in una bella mansarda affacciata su tetti di Roma, con uno stile molto teatrale, racconta la serata movimentata di due coppie.
I “più giovani” interpretati da Isabella Ragonese e Sergio Rubini (anche il regista del film) e i “meno giovani”: Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio.
Le due coppie sono amiche: dividono sempre cene, vacanze ed eventi mondani, anche se sembrano agli antipodi. Intellettuali radical chic Ragonese e Rubini: lui è scrittore e lei la sua assistente un po’ frustrata. Mentre Bentivoglio e Calzone sono due medici: lui grande chirurgo, lei dermatologa, maga del ritocchino, e ovviamente con un’ideologia molto più a destra dei giovani amici.
La serata prende l’avvio da un’emergenza: la scoperta delle corna che Bentivoglio mette alla moglie. E da questo incidente parte tutta una serie di gag e schermaglie irresistibili. Si scoprono segreti inconfessabile e patetiche bugie. I dialoghi sono fulminanti e nemmeno troppo volgari (dettaglio fantastico per un film italiano). Questa raffinatezza è dovuta certo al talento degli scenggiatori fra cui c’è anche lo scrittore Diego De Silvia. E per rimanere nel parterre letterario fa un cameo, nella parte dell’editore di Sergio Rubini, Paolo Repetti, “vero” editor di Einaudi Stile Libero.
Dobbiamo parlare è intelligente e veramente piacevole, peccato che abbia un distribuzione un po’ “stitica”: a Milano è presente solo in una sala.

Dove finisce un amore…

di solito è all’Ikea. E’ un po’ un luogo comune ma tante volte ho sentito profezie di questo tipo: “Certo stanno bene insieme, ma aspetta che arrivi il momento di andare all’Ikea!”
Sottinteso: sciagura!
Perchè il fornitissimo grande magazzino è sinonimo di routine, di coppia consolidta che passa i fine settimana a scegliere mobiletti per il bagno e contenitori di plastica. E poi nel tunnel degli imballaggi tutta la poesia del sentimento si dissolve e si litiga di brutto.
E non succede solo in Italia, qualche mese fa ho visto un telefilm americano dove una coppia, amante del rischio, passava S.Valentino all’Ikea per capire se fossero veramente fatti l’uno per l’altra. E la maledizione colpiva ancora una volta: alla fine, molto prevedibilmente, si lasciavano.
Comunque, mi sembra discriminatorio colpevolizzare così la multinazionale svedese, gli amori finiscono ovunque, quando si fa shopping.
Non c’è bisogno di andare in periferia fino all’Ikea, si discute e ci si odia anche al supermercato dietro casa. Molte mie amiche sagge dicono:
“Non faccio mai la spesa con mio marito. Mi dà troppo sui nervi”
E tutti abbiamo visto le coppie di pensionati che battibeccando confrontano i promo e si dicono cattiverie. Lei alza gli occhi al cielo, lui brontola e ne dicono ancora. Peggiori.
Ma allora perchè si fa ancora la spesa assieme? Puro masochismo?
Sete di sangue?
E’ probabile. Come nella coppia che ho visto l’altro giorno in cui lui era partito a razzo con il carrello lasciando lei in mezzo alle corsie a tenersi tutti i prodotti in mano e quando si sono rivisti non è stato un bell’incontro. Ma forse erano sposati da tanto tempo…
Poi ho incontrato anche un altra coppietta, carini e giovani, che pascolavano in mezzo alle bottiglie di Fanta e ai succhi di frutta. E discutevano.
Lei: “E basta rompere…”
Lui: “Ho chiesto solo una cosa”
“No, quello non è chiedere, è rompere le …”
E si è allontanta dai bottiglioni delle Pepsi. Lasciandomi immaginare la fine della frase. Aveva una lunga coda di cavallo bionda, i tacchi e un giubbotto in pelle. Era attraente e molto stizzita.
Mentre lui, trentenne castano con il pizzetto, è rimasto impalato e perplesso davanti ai succhi di frutta. In fondo voleva solo chiedere una cosa, peccato che avesse scelto quella sbagliata!

Belva

Il parcheggio vicino alla scuola di Emma è sempre molto problematico.
Ci sono genitori che all’ora del ritiro dei ragazzi, fanno i furbi, arrivano all’ultimo momento e piazzano l’auto davanti ad altre regolarmente parcheggiate impedendo poi ai proprietari di ripartire.
Alcuni di questi genitori sono recidivi e continuano, anno scolastico dopo anno scolastico, la loro sosta selvaggia infischiandosene degli altri.
Ieri all’ora di pranzo, dopo aver “preso” Emma, messo il suo zaino nel baule, avevo l’auto bloccata da un’altra macchina parcheggiata a capocchia, perpendicolare alla mia.
Ho aspettato un po’, poi ho iniziato a strombazzare. Mentre stazionavo con aria truce vicino alla portiera aperta è arrivata una signora con pargola al seguito.
“Lei è una bella maleducata! Non ha rispetto per gli altri!”, l’ho apostrofata.
“Ma lo fanno tutti!”
“Lo fanno solo i maleducati!”, ho urlato.
“Ma io…”
“Stia zitta e se ne vada velocemente!”, ho sbraitato cattivissima.
Con il fumo che mi usciva dalle orecchie, sono risalita in auto.
Ho sbattuto la portiera e sono partita sgommando, abbastanza contenta di non aver detto neanche una parolaccia. Emma invece non aveva gradito la mia sfuriata.
Era la prima volta che litigavo in pubblico e questa versione di mamma belva non le era piaciuta.
Dopo un po’ mi ha detto: “Mamma guarda che quella signora ci segue”
Controllo nello specchietto e infatto vedo l’auto.
“Ma no, vedrai che va a casa sua”
Noi dovevamo andare a prendere la pizza al trancio (come sapete sono una gran cuoca).
Vicino alla pizzeria non c’era parcheggio.
“Mamma ci segue”
In effetti, giravo e rigiravo in cerca di un buco dove mollare l’auto e l’altra macchina era sempre dietro di noi.
“Ci vorrà picchiare?”
“Ma no dai, magari anche lei prende la pizza”
Speravo fosse così.
Intanto però mi erano venute in mente tutte quelle storie di cronaca tipo, “Massacrato per un parcheggio”, “Spara all’automobilista che gli ha tagliato la strada”, “Accoltellato perchè ha sorpassato sulla destra”.
“Mamma comunque lei è più grossa di te, ma la figlia deve essere di prima elementare. Vedrai che riusciamo a difenderci”
Finalmente ho trovato un buco e mi ci sono fiondata.
Neanche uscita dall’auto che mi sono trovata la mamma nemica davanti. Grossina.
“Lei mi ha insultato e non mi ha dato tempo di scusarmi!”, mi ha gridato in faccia.
“Veramente non l’ho insultata, le ho detto maleducata”
Non sembrava aver voglia di picchiarmi. Emma per sicurezza comunque si era chiusa in auto.
“Comunque io quelle cose lì non le faccio mai, piuttosto parcheggio più lontano. Ma stamattina avevo una visita, per quello sono arrivata in ritardo…”, continuava a urlare fortissimo.
Ho capito che anche lei era una mamma acrobata, un’altra vittima stressata di tutto quello che c’è da fare, anche lei sempre di corsa.
Allora sopra le sue grida l’ho stupita, dandole la mano. Le ho detto che potevamo fare la pace, che se lei si scusava mi scusavo anch’io. Non mi ha mollato un pugno. Poteva, ma non l’ha fatto. Grazieaddio.
Ci siamo salutate senza rancore.
Poi ha ripreso la sua auto (che aveva comunque lasciato di nuovo in mezzo alla strada, come mi ha fatto notare Emma!).