Cena di classe

(In agosto sono stata in vacanza e la scrittura sul blog ha avuto uno stop. La cosa bizzarra è che mentre non aggiornavo il traffico del blog è molto aumentato – il post più letto è sempre quello sulle Kardashian – Mi sto facendo delle domande: per avere successo è meglio che non scriva? E comunque Kardashian uber alles?  🙂 Sto riflettendo…)

 

Adesso va tanto di moda la rimpatriata fra ex compagni di scuola. Liceali vintage che si ritrovano almeno trent’anni dopo la maturità, per una serata in cui si torna indietro nel tempo. Si ride, si scherza e ci si chiama con i soprannomi di quando si copiava il compito in classe. Una spensierata serata amarcord in cui si ringiovanisce meglio che con il botox.
Con l’allegra comitiva dei miei ex compagni di scuola, negli ultimi due anni ci siamo ritrovati già quattro volte. L’ultima per festeggiare la più brava della classe in matematica (persona geniale e disponibile che mi ha lasciato copiare anche il compito di maturità) diventata primario.
Mi sono traferita a Milano ma quasi tuttti i miei ex compagni sono rimasti a vivere nella cittadina della Romagna dove sono cresciuta. Quindi la cena di classe è anche una bella occasione per una rimpatriata nella terra delle piadine e dell’affettato.
Insomma un mesetto fa eravamo tutti lì a brindare e mangiare prosciutto, salame, squaquerone e piada fritta. Contenti di rivederci e affettuosi come sempre. Il nostro era un liceo scientifico e in classe erano più maschi che femmine.
C’erano Sale, Rano, Joe, Ciondo, Beef, Spoglia, Caffo, Cardo, la Belva, Zwerdy e parecchi altri.
Qualcuno è medico, c’è uno avvocato, un geologo, molti insegnanti. Nella nostra ex Quinta A, i ragazzi, eravamo state fortunate, erano i più belli della scuola. Adesso sui cinquanta sono ingrigiti mentre per noi femmine c’è rifugio nel trucco e parrucco.
Come sempre abbiamo cominciato la serata con un brevissimo briefing sul lavoro, i figli, i mariti, le mogli, per partire poi con i ricordi di scuola. Gli annedoti e i pettegolezzi d’antan. La parte più divertente e proficua. E se a qualcuno, considerata l’età, la memoria comincia ad appannarsi ci pensano gli altri a rinverdire i souvenir.

Poi dopo i soliti convenevoli abbiamo cominciato a parlare del grande assente: ancora una volta all’appello di classe mancava Livio. Un nostro compagno che ha partecipato solo una volta alle cene e sembrava anche un po’ fuori posto. Come una persona che avesse sbagliato combriccola.
Nella nostra ex Quinta A, quando c’erano i belli, Livio invece era piccolino magrino e soprattutto invisibile. Tanto che, con il passare del tempo, mi ero anche dimenticata della sua esistenza.
Così un anno fa quando l’ho incontrato di nuovo alla rimpatriata (l’unica a cui abbia partecipato) mi sono chiesta chi fosse quel mini Lou Reed all’altro capo della tavolata. Era Livio.
Mentre gli altri ex ragazzi sembrano dei cinquantenni Livio è sempreverde. Perché è rimasto piccolo e secco. Con una faccia da ragazzino un po’ invecchiato, capello cortissimo, occhiali da sole (era una cena all’aperto in settembre) t-shirt nera e jeans sdrucito, faceva molto rockstar vintage.
E a cinquant’anni assomigliare a un artista un po’ maledetto, si è rivelata una tecnica vincente. Livio è pieno di donne.
In quell’unica cena a cui partecipò quando, dopo aver consumato la giusta quantità di sangiovese e trebbiano, si cominciò a proporre nomi di coetanei e coetanee per vagliare la data di scadenza del loro fascino, ad ogni donna menzionata Livio scuoteva la testa. Pollice verso.
Secondo lui oramai la tale e anche la tal’altra, famose nei giorni lontani in tutta la scuola per la loro avvenenza, erano oramai irrimediabilmente da buttare.
La ragione del cinismo di Livio l’ho scoperta in quest’ultima rimpatriata. A lui le signore della zona non interessano perché ha ampliato i confini. E’ diventato un seduttore international. Dopo un matrimonio fallito, Livio ha preso molto sul serio la globalizzazione: ha avuto una fidanzata marocchina, un paio di brasiliane e adesso sta per sposarsi con una ragazza filippina.
“L’ho visto fuori dal ristorante XY con una ragazza bellissima, marocchina. Giovane e alta il doppio di lui”, ha rivelato una mia compagna di scuola.
“Ma questo era due anni fa, poi c’è stata la brasiliana”, le ha risposto subito un ben informato.
“Sì, ma dopo lui è tornato a Rio e l’ha trovata incinta di un altro”
C’era un certo compiacimento in questa affermazione.
“Infatti ha rotto e si è fidanzato”
“Con un’altra brasiliana?”
L’invidia ormai era diventata tangibile.
“No, con una ragazza filippina”
“Adesso è a casa di lei, per sposarsi”
Le notizie girano in fretta.
“Chediamogli una foto”
La curiosità ha contagiato tutta la classe.
Con whattsapp è un attimo. Le piadine rimaste erano oramai fredde e tutti fremevamo per vedere la giovane promessa sposa.
Livio era online ma ha fatto finta di non capire e ha inviato un’immagine della mappa dell’arcipelago delle Filippine.
Che delusione. Ma forse è stato meglio così, meglio supporre che sia una fake news.

Thirteen reasons why

Da lontano, dopo tanti anni, i tempi del liceo li ricordiamo come un momento felice, spumeggiante e leggero. Gli adolescenti eravamo noi: senza rughe, senza obblighi famigliari e professionali, senza mutuo. Una pacchia.

Anni mitizzati perchè dobbiamo mettere in conto anche un calo di memoria.

Ma forse no, perchè nel nostro Paese abbiamo tanto sfighe, ma non siamo mai stati così minus habens, così vuoti e semplici, come i teen-agers americani protagonisti di Thirteen reasons why. La nuova serie di Netflix ambientata in un liceo americano, tratta dall’omonimo best-seller uscito dieci anni fa, che racconta del suicidio di una studentessa bella e tormentata.

Liberty High, l’istituto in cui è ambientata la storia, viene descritto come una specie di inferno. Tutti sono bugiardi e anche piuttosto vigliacchi. Non è una scuola disagiata, ha  un bel giardino intorno, siamo nella dorata California, e anche il preside è un bell’uomo di mezza età senza pancia.

C’è un variegato mix di razze (siamo politically corect), tutti sembrano tanti carini e invece…

La protagonista della vicenda è la povera Hannah Baker, che dall’aldilà torna a materializzarsi grazie a una collezione di sette cassette (da ascoltare attentamente lato A e lato B) in cui ha registrato le 13 ragioni per cui si è tolta di mezzo.

Questi nastri vengono misteriosamente recapitati al coetaneo più timido e anche un po’ secchione della scuola (però naturalmente è bello) che, soffrendo come un cane, in mezzo a mille ostracismi fisici e morali, cerca di sbrogliare la matassa.

La produttrice della serie è Selena Gomez che conosce bene i suoi polli fans e infatti Thirteen reasons why è perfettamente calibrato per un pubblico di adolescenti che si lasciano stregare dal plot in cui la drammaticità è data dalla classica ricetta sesso-droga-rock’n roll, edulcorata in stile teen-ager. E condita con un contorno di bullismo all’americana, dove ci sono le cheerleaders, i drugstore dove comprare l’alcol da bere nel sacchetto di carta marrone, i balli della scuola e  anche i SUV guidati, in comode stradone senza ZTL,  a sedici anni.

La suspence della trama dovrebbe avere un ritmo più serrato, molte situazioni sono prevedibili, ma i dialoghi fra adolescenti sono realistici e così pure gli impasse esistenziali.

Sconsigliato ai maggiori di 17 anni.

Pizzata di classe: qualche decennio dopo

IMG_7708

Vintage: dalla mitica gita a Pompei

IMG_7707

Stessa gita: sono la seconda a sx, ma cosa c’è sulla mia testa?

L’altra mattina ancor prima di bere il caffè mi sono data una botta in testa (avevo lasciato aperto lo sportello di un pensile della cucina e rialzandomi dopo aver dato da bere a Lola ho preso in pieno lo spigolo sulla fronte). Ma una fitta tremenda di dolore, che mi ha fatto guaire, e un bozzo istantaneo che lievitava all’attaccatura dei capelli, non mi hanno fermato. E neppure lo sciopero selvaggio dei tassisti contro Uber ce l’ha fatta, perchè dovevo partire.
E sono partita comunque. L’appuntamento era troppo importante.
Ho preso il treno per Imola, per andare alla cena della riunione di classe.
La mia classe del liceo scientifico. Era già successo nel novembre scorso, ci eravamo runiti per la classica pizzata, felici, pimpanti e un po’ nostalgici, una vita dopo la maturità.
Una serata effervescente, un tuffo di giovinezza più efficace del botox!
Ero stata felice di rivedere tutti, ricordando con allegria i nostri scherzi, la goliardia, le feste e le gite. Eravamo una classe molto affiatata (più maschi che femmine) e molti dei miei compagni sono riusciti a preservare l’amicizia per tutto questi anni.

C’erano Rano, Caffo, Joe, Belva, Mors, Tondo, Beef, Spoglia, Micio, Cardo, Zwerdy: tutti avevano ripreso il loro soprannome di scuola, anche se adesso fanno l’avvocato, il medico, il veterinario, il professore, il geologo, ecc. Anche se adesso sono persone rispettabili, alla cena di classe sono tornati tutti i cazzoni ragazzi della Quinta A.
Con alcuni di loro non sono stata in contatto per anni, ma ho ritrovato subito affetto e complicità. Tutti sinceri, simpatici, disponibili. Forse perchè la vita di provincia preserva dall’ingrigimento un po’ ipocrita dovuto dallo stress di sfangarla in una grande città. Oppure perchè i romagnoli sono una garanzia di buon umore.
O ancora semplicemente perchè con persone con cui si sono condivisi gli anni dell’adolescenza, le confessioni sulle prime esperienze sentimentali, i segreti sulle strategie più pazzesche per sopravvivere ai prof, non è certo possibile indossare la maschera ipocrita/perbenista dell’adulto responsabile.
Neanche dopo decenni.

Ci siamo raccontati un sacco di storie, abbiamo condiviso gli amarcord più assurdi, abbiamo incastrato come un puzzle dettagli che qualcuno ricordava e altri no (eh l’età!).
E da un punto di vista psicologico la cena è stata un grande esperimento: abbiamo verificato alla grande che gli stereotipi di una volta si sono conservati. Preservati meglio che in freezer. Siamo sempre gli stessi, con le rughe, ma sempre noi. Le nostre personalità forse si sono evolute, ma modificate poco.
Nel bene e nel male. E per questo continuamo a divertirci insieme.

Mese di verifiche: copiare 2.0 e oltre

Meno di un mese e mezzo alla fine della scuola: tempo di verifiche a raffica e di simulazioni per l’esame di maturità. Ma, come tradizione, gli studenti si organizzano per non soccombere alla mole di impegno che li aspetta. La sfangano in modo tradizionale o tecnologico, a seconda dei mezzi e della fantasia. Copiare è un’arte: bisogna avere tattica e sangue freddo. I principianti nervosi sono quelli che si fanno beccare.
La strategia che mi ha entusiasmato di più, ho scovato la foto su FB, è questo innovativo terzo braccio posticcio, fondamentale per sostituire l’arto destro dello studente, che viene quindi comodamente usato per cercare ciò che serve. Per surfare in rete con lo smartphone, sotto il banco, senza destare i sospetti dell’insegnante.
Una protesi tattica forse scomoda da indossare ma geniale.
Gli smartphone ovviamente hanno un ruolo cruciale nell’apprendimento dei nativi digitali.
Sono la loro appendice, i migliori amici, nel bene e nel male.
Il giorno della verifica si arriva a scuola con due esemplari di telefono: quello preistorico da dare in pegno all’insegnante che, per precauzione ritira i cellulari, e quello vero -ultimo modello molto performante- da tenere per copiare e cercare ciò che serve.
Anche per i nostri alunni 2.0 sopravvivono i classici bigliettini che sono anche sinonimo di studio (per scriverli con la cura di un amanuense bisogna sintetizzare e prendere appunti). Vengono nascosti un po’ dovunque, dall’astuccio fino all’interno dell’etichetta della bottiglietta dell’acqua che viene personalizzata con quello che serve per la verifica.
testo
Ai miei tempi baravo alla vecchia maniera: appunti scritti nel vocabolario e testa girata il più possibile verso il compito della mia amica più brava della classe (la ringrazio ancora per il compito di matematica alla maturità!).
Ora che tutti i millenials sono tatuati, e considerato che vanno tanto di moda le scritte, mi aspetto che gli studenti chiedano al tatoo artist qualcosa di utile: dai paradigmi, alla tavola degli elementi.
Adesso che fa quasicaldo le ragazze possono mettere le gonne senza calze e avere a disposizione spazio sulle gambe dove si possono scrivere un sacco di date, formule e quant’altro. Ma pure all’interno dei polsi, sugli avambracci. E anche una grattatina ai polpacci potrebbe avere il suo scopo.
shoes
Queste bellissime scarpe possono essere molto utili anche al test per medicina e poi vedrei bene anche una borsa simil Luis Vuitton con stampate nozioni più utili che il monogramma dello stilista.