Canne al vento

Ho visto sul Corriere la cronaca sullo spaventoso incidente di Viareggio e mi è venuto da piangere. Spero che le mie amiche virtuali che abitano nella zona, Salmastrosa, Annalisa, Pimpa3 e Vebroske, stiano bene e così pure i loro parenti e amici.

Il mio entusiasmo per la spiaggia libera sta scemando.
Negli ultimi tre-quattro giorni, puntualmente, si piazzavano dietro a noi un gruppo di allegri ragazzotti, accessoriati con catene d’oro, I-phone e borse firmate che si rollavano canne a cottimo. Poi, ovviamente, giù a ridere e sghignazzare. Il primo giorno ho zittito la babbiona che è in me e ho fatto finta di nulla. Il secondo giorno ho sperato che non venissero. Invece puntuali come una cambiale sono tornati: stesso angolo di spiaggia dietro a noi. Stessa nuvola di fumo, tante risate. Terzo giorno replay. Allora “mi è scesa la catena”: ho preso le figlie e ho detto alle creature:
“Basta andiamo via che questi continuano a farsi le canne!”
Anita ed Emma mi hanno guardate stupite, interessate e intrigate dal mio sapere:
“Mamma ma come fai a dirlo?”
“L’ho visto”
“Sei come Homer (Simpson) che lo sa perchè l’ha visto nei filmetti?”, mi ha chiesto Emma.
“Hai indovinato”
Perciò oggi siamo andati allo stabilimento di fianco, per evitare narcotiche contaminazioni.
Alla solita ora del pomeriggio li ho visti arrivare. Allegri come sempre.
“Mamma guarda ci sono i tuoi amici, ci seguono…”
“????!!!!”
Fortunatamente invece andavano solo a comprare da bere al bar.

Sto leggendo un romanzo di Joyce Carol Oates, “Sorella, mio unico amore”, ispirato alla vicenda di JonBenet Ramsey, la bambina-reginetta di bellezza che, a sei anni, fu trovata uccisa nella propria casa a Boulder in Colorado, la notte di Natale del’ 96.
Il colpevole non è mai stato identificato e nel libro Joyce Carol Oates usa come voce narrante il fratellino maggiore della piccola vittima. La scrittrice ha cambiato nomi, location e trasformato la piccola in una mini campionessa di pattinaggio sul ghiaccio e così racconta la sua breve e tragica vita. Un aspetto che mi ha molto colpito, purtroppo super realistico, è la follia dei genitori che investono sui talenti dei figli, iscrivendoli a mille corsi, per sviluppare il loro quoziente intellettivo (non si sa mai: potrebbero essere dei geni) e per appagare le loro aspettative.
Bambini con l’agenda piena di impegni come mega manager, bambini che per giocare tra loro hanno “playdates”, letteralmente “appuntamenti di gioco”. In pratica sono i pomeriggi organizzati a casa degli amichetti, ma già dall’etimologia del nome si intuisce che niente è lasciato al caso, che la vita di questi bambini è asservita all’ansia organizzativa degli adulti, che nel caso della storia raccontata nel libro scelgono gli amichetti in nome della loro personale ambizione, non delle simpatie dei piccoli.
Naturalmente queste manie sono accentuate dall’american way of life.
Ma anche da noi, soprattutto nelle grandi città, la tendenza ha attecchito mica poco. Aveva attecchito anche a casa mia, qualche anno fa! Già avevo cambiato rotta, ma questo libro mi ha fatto giurare che sarà un autunno all’insegna della leggereza….