Purity

Ho amato e apprezzato molto i precedenti romanzi di Jonhatan Franzen, quindi nella mia recente vacanza, ho affrontato le oltre 500 pagine di Purity, la sua opera più recente, con grandi aspettative.  Ogni sera non vedevo l’ora di concedermi il relax della lettura, mi sono immersa nel mondo inventato da Franzen con grande partecipazione e proprio per questo voglio condividere con voi qualche riflessione un po’ critica.

Questo autore è stato spesso osannato, definito come l’ultimo creatore del “grande romanzo americano”, colui che sa delineare attraverso il suo stile fluido, acuto e coivolgente un ritratto vivido e onesto dell’odierna società statunitense.

Forse proprio a causa di questa grandissima responsabilità, in Purity, Franzen ha spaziato forse un po’ troppo. Ha infilato nel suo plot un’overdose di ingredienti, un mix di realtà molto attuali, disseminate in diversi continenti, per tornare a tuffarsi poi nella più tipica sensibilità made in USA. L’abilità indiscussa di Franzen è quella di saper descrivere con onesta e cinismo la psicologia sempre contorta dei legami famigliari. Purtroppo anche da questa storia si evince che la colpevole di tutto é quasi sempre la madre. Tutte le madri, per negligenza, egoismo o sciatteria, fanno danni intercontinentali!

Questo mi ha fatto molto riflettere, penso che il caro Franzen  abbia un po’ esagerato per esigenze romanzesche, ma comunque che un fondo di verità esista. Inutile negarlo.

Franzen forse ha un Edipo irrisolto con sua madre e infatti anche la storia di Purity, ventiquattrenne californiana che si fa chiamare Pip, perché si vergogna del nome scelto dalla terribile genitrice, inizia ovviamente con il conflitto fra la ragazza e la madre.

Pip è bella, giovane, molto precaria e insicura perchè ha un grosso debito universitario da saldare e la madre, eccentrica, vegana e possessiva (ed ex bella donna) non vuole assolutamente svelare chi sia il padre della ragazza.

Ma la ragazza che la sfanga a malapena, vivendo con altri squatter in una casa occupata, incontra una bellissima e misteriosa donna tedesca che fa parte del gruppo Occupy. (Occupy cosa? Franzen non lo specifica…ma è importante usare il concetto di questo movimento cosi alla moda)

Questa donna cerca di convincere Pip a fare uno stage in Bolivia alla corte di un certo Andrea Wolf, anche lui tedesco e anche lui bellissimo. Un personaggio molto carismatico che é una sorta di Julian Assange, un altro castiga-governi che con il suo progetto, (uguale  a wikealeaks), mette in rete tutti i segreti più vergognosi dei potenti del mondo. La giovane e bella Pip (un po’ una delusione che tutti siano così fichi in questa storia, anche i protagonisti cinquantenni erano comunque fichissimi 20-30 anni prima!) accetta. E la trama prende un avvio più profondo e tortuoso, con descrizioni che spaziano nella Berlino est del dopoguerra fino al 1989 al crollo del muro, per arrivare a Denver, dove c’è una simpatica coppia di giornalisti investigativi.

La scrittura di Franzen si dipana in mille rivoli, regalando a chi legge una marea di dettagli (a volte un po’ rindondanti sfuggiti a un editing rigoroso). Non voglio spoilerare ma verso la fine del libro, dopo aver indugiato così tanto in problematiche accessorie (spiega addirittura come non convenga farsi tagliare le cuticole dall’estetista durante un manicure perché ricrescono più numerose!!!), Franzen prende la rincorsa e risolve tutte le tematiche dei protagonisti un po’ troppo facilmente e in fretta.

(Forse aveva sforato la data di consegna del manoscritto)