Morta e resuscitata

Quindici giorni di black-out.

Prima sembrava una semplice influenza. Me l’ha attaccata Emma che molto probabilmente l’ha presa a scuola.

Abbiamo passato 5 giorni a letto insieme con la tosse e la febbre, nutrendoci di sciroppo e tachipirina, in una situazione molto simile ai nonni allettati ne La fabbrica di cioccolato.

Devo ammettere che avere una compagna di influenza è stato molto più divertente che essere ammalata in solitaria.

Dopo cinque giorni finalmente Emma ha cominciato a stare bene, mentre per me la situazione non migliorava. A causa della tosse continuavo a saltellare nel letto: dimenandomi e vibrando come un pesce rosso senza acqua.

Così mi sono trascinata come una zombie dalla dottoressa e ho scoperto di avere la bronchite. Dieci giorni di antibiotico e sono stata malissimo. Pensavo di morire come tutte le eroine dei romanzi ottocenteschi malate di tisi.

Non sapevo che la bronchite fosse così brutta, non mi era mai capitata prima e spero, dopo questa esperienza, di evitarla in futuro.

Mentre fuori la primavera sbocciava in tutto il suo fulgore, rantolavo nel letto, rabbrividivo e accumulavo kleenex, pensando a tutte le scadenze di lavoro che saltavano.

(Sì, perchè succede sempre quando ci sono più cose possibili da incastrare, anche Emma da accompagnare al saggio di teatro, di danza dall’altra parte della città).

A un certo punto, soffrendo e tossendo, ho raggiunto la pace dei sensi. Ho pensato che se morivo risolvevo un po’ di cose e avrei potuto smettere di preoccuparmi. In più il libro che esce fra un mese avrebbe magari venduto bene, lo scrittore postumo ha sempre più successo di quello vivo.

Nei momenti di lucidità, per passare il tempo e distrarmi avevo scelto di leggere, piena di aspettative, L’estate fredda. Ma verso metà ha cominciato a deludermi. L’escamotage di cui Carofiglio ha abusato nella narrazione, l’utilizzo dei verbali di interrogatorio del pentito, protagonista del romanzo, nelle prime pagine erano dettagliati e abbastanza interessanti. Ma la loro ripetizione, ancora e ancora, è diventata letale.

Mi ero lamentata dello stile di Saviano, forse perchè non avevo letto Carofiglio, che prima di diventare autore di best seller faceva il PM e ne conserva fortissima l’impronta.

Colpa della febbre? Delle citazioni colte, messe come come un alibi per mascherare la sciatteria dello stile poliziesco? L’intolleranza a Carofiglio é stato un effetto collaterale dell’antibiotico?

Non lo so, il dubbio mi attanaglia. Ma non sono riuscita ad andare avanti nella lettura.

Appena ho abbandonato le vicende torbide della Bari insanguinata degli inizi anni’90 e ho capito che sapere chi avesse ucciso il figlio del boss non mi interessava, mi sono subito sentita meglio.

Mea culpa

“Hai l’influenza? Leggi Ammaniti!
Ho incollato il capitolo più crudo e passato il libro ad Anita che tossisce e starnutisce ma non ha febbre. Però non va a scuola e sta a letto. Un sacco di tempo per leggere.
Lontani mi sembrano gli anni di bronchioliti, bronchiti, broncospami e polmoniti.
A tredici-quasi-quattordici anni i colpi di tosse fanno meno paura.
Anche il naso che cola.
Perfino l’inappetenza.
Invece dopo una settimana ogni giorno cambiano i sintomi ma la situazione non migliora. Nè con lo sciroppo per la tosse secca, neppure con quello per la tosse grassa e neanche con la vitamina C.
Chiamo il medico.
Diagnosi: bronchite e broncospasmo. Come ai vecchi tempi.
“Avete l’aereosol?”, chiede il dottore.
“Sì, certo”
Avevamo tre macchinette, ciascuna di un periodo storico familiare diverso. Dove sono finite?
Dopo lunghe ricerche, riappaiono. Ognuna con un pezzo mancante. La più antica mi fa quasi tenerezza: rivedo bebè urlanti e notti da incubo.
Proviamo a fare un collage dei tre esemplari per averne uno a prova di Fluibron?
Siamo troppo ottimisti. Perchè in fondo lo smog milanese, oltre ogni soglia respirabile, è una garanzia per i produttori e soprattutto i venditori di apparecchi aereosol.
E la povera Anita ha un deja-vu: rivede le fialette di Libenar.
Da piccola le usavamo così spesso che alla fine voleva bersele.
Anzi una volta l’ho anche beccata che se ne ciucciava una.
Morale della storia: sono una mamma disgraziata che sperava di averla sfangata al 80% con le malattie da rafreddamento, credevo bastassero i consigli di lettura.
Illusa.

La stiamo perdendo…

Non ho più il fisico nè l’età per andare in giro a fare il fenomeno.
Stamattina mi sono svegliata con una stanchezza micidiale, indolenzita ovunque e con un male alla gola lancinante. Avevo pensato di avere una giornata per mettere a posto le cose in rete e purtroppo anche in casa.
Invece non riuscivo neanche a state in piedi.
Sono tornata a letto con i brividi. Ho le febbre a 38.5 secondo il mio termometro con Micky Mouse.
Ho preso la tachipirina. Sto sotto le coperte. Ma cerco di pensare positivo: l’autore postumo tira tantissimo.
(questo post l’ho fatto di nascosto mentre Sant’ ha portato le ragazze al parco giochi. Adesso metto il computer sotto il letto)

Ma allora è un complotto!!!

Non avevo ancora finito di raccontare le disgrazie della scorsa settimana che nuove sventure si sono palesate.
La povera Emma dopodomani dovrebbe andare alla mitica gita di fine anno, di due giorni due, e invece oggi si è svegliata con la febbre e il mal di gola. Totalmente “out of order”. La poverina ha passato la mattinata, inerme, spalmata su divano con un colorito cadaverico, in un mare di kleenex appallottolati e una gran tristezza negli occhi, alla faccia del sole splendente, dei 27° di temperatura esterna e del cinguettio forsennato dei passerotti felici che arrivava dal terrazzo.
Già è saltata la gita a Legoland, che “stiamo per” riprenotare, e il timore che sfumi anche l’evento socialmente più importante di questo anno scolastico, l’ha giustamente gettata in un mare di sconforto e io mi ci sono tuffata con lei.
Emma che non ha avuto un’influenza, una bronchitina, un accenno di suina, ma al contrario ha goduto di salute perfetta tutto l’inverno, perchè doveva ammalarsi proprio oggi? No, non ha corso e sudato venerdì. Non ha frequantato bambini malati. E’ proprio una gran botta di sfiga.
La brutta notizia è che a dieci anni pensi di averla sfangata, pensi che gli anni di piombo della tachipirina, dell’aereosol e del libenar siano lontani. E invece no.
madre tu partorirai con tanto dolore (è più o meno così) e continuerai ad aeternum a telefonare al pediatra la domenica”
Oggi pomeriggio poi Emma ha anche vomitato e le è presa la cozzite, non scherzo mi è stata letteralmente addosso come un adesivo. Certo non potevo scrollarla via e così per sfogarmi ho dovuto litigare con Sant’ che è dovuto andare a fare un giro in moto.

Fuori controllo

Broncotracheite. 

L’altro giorno facevo la spiritosa e sottovalutavo il malessere della piccola Emma. Invece ieri mattina ho capito che c’era qualcosa che non andava. 
Emma era uno straccetto che guardava esamine i cartoni animati e accusava male al petto. Così ho chiamato il medico che ci ha gentilmente fissato un appuntamento alle 14.30. 

Proprio l’ora in cui avrei dovuto consegnare il lavoro per Insieme, in cui avrei dovuto sfamare Anita che quell’ora arrivava a casa con lo scuolabus. Ma in altissima stagione influenzale non potevo certo fare storie e dire al dottore: 
“Magari facciamo alle 16…magari venga lei…”  
Così è cominciato il delirio. 

Come sempre gli imprevisti capitano il giorno in cui si hanno le ore contate. Nel mio caso il giorno di chiusura del giornale. Così ho cercato di finire di scrivere la mia rubrica il più in fretta possibile. Con meno errori possibili. 
Missione difficile perchè  Emma parlava, parlava e chiacchierava. Non smette mai, ma non se ne rende conto. Poi era malata, non potevo certo trattarla male. 
Si è offerta di scrivere “Mamma ti voglio bene” in egiziano, con i geroglifici copiati dal suo libro preferito Egittologia applicata. Molto tenera e gentile. Ma ogni due minuti mi chiedeva preferisci così, o cosà. 
“Ti piace di più in biro o in matita?”
“Ma gli egiziani scrivono ancora in geroglifici?”
“Vuoi anche un adesivino?” 
Rispondevo a mugugni monosillabici e il vapore mi usciva dalle orecchie. 
Ma cercavo di sorridere e tenere duro. All’ora stabilita avevo fatto metà del lavoro previsto.
Ho mandato un e-mail strappalacrime in redazione in cui supplicavo una dilazione di tempo. 
Ho imbaccucato Emma e siamo andate a prendere un panino al volo per Anita (naturalmente il frigo era vuoto, ieri sarebbe stato anche giorno di mega spesa), poi allo scuolabus e dal medico. Il verdetto è stato, appunto, broncotracheite. La cura: antibiotici e areosol.
Siamo uscite dallo studio medico e invece di prendere l’uscita principale, mi è venuta la bella idea di passare dal retro, dalla porta delle scale. Una scorciatoia che conoscevo e che ci avrebbe portato direttamente al luogo dove avevo parcheggiato, così Emma avrebbe preso meno freddo.
Siamo arrivate nel piccolo cortile che dà sul parcheggio, la porta dietro di noi si è chiusa di botto mentre ho scoperto che il cancello, sempre aperto, ieri era luchettato. Non ci potevo credere. Intrappolate in un cortiletto bordato da un’alta inferriata. Non potevamo uscire e neppure tornare indietro. Non cerano campanelli. Non c’era un custode da chiamare. Il mio medico non ha una segretaria. Mi dispiaceva telefonargli. Disturbarlo e dirgli di venirci a salvare. Mentre visitava Emma il suo cellulare era squillato incessantemente e appena siamo uscite è entrato in studio un altro paziente. Dovevo trovare un’alternativa. 
Anita cominciava ad arrampicarsi come una scimmia sul cancello, ma era troppo alto. Come tre bestie nella gabbia dello zoo  ci siamo attaccate alle inferriate sperando che passasse qualcuno. 
Una persona che andasse al parcheggio. Per stemperare la tensione ho detto: 
“Sarebbe stato peggio se fossimo rimaste chiuse nell’ascensore”
“Ma almeno sarebbe stato caldo” mi ha risposto Emma.
(Sensi di colpa da madre inadeguata).
Finalmente è apparsa all’orizzonte una signora. Le ho raccontato la nostra triste vicenda: “Medico…bambina malata…per favore”
Si è impietosita e ha fatto il giro del palazzo per salvarci. Libere. L’ho ringraziata e lei è sparita all’orizzonte. Siamo salite in macchina, rallegrandoci per la nostra nuova condizione di libertà. Poi abbiamo commentato la malattia di Emma. Quando potrà tornare a scuola?
Domani, no, lunedì no…Anita ha dichiarato assertiva: 
“Starà a casa finchè non avrà finito gli antibiotici!”
Le sono saltata alla gola, urlando: “Sei pazza? Io devo lavorareeeeee! Lavorareeee! Anche adesso dovrei lavorareeeee!!”
“Mamma ma io volevo dire….”
“Noooooo! Tu non capisci….io ho dei problemiiiiii Seeempre!”
La povera Anita era esterefatta, annientata dalla mia inaspettata virulenza.
Siamo arrivate a casa, lei con le lacrime agli occhi. L’ho abbracciata e le ho chiesto scusa.
Mi sono vergognata moltissimo. 
Mi sono sentita un’extramerd anzichè un extramamma.
   

Fever

Oggi Sant, all’ora di pranzo, mi ha telefonato allarmatissimo: 

“Dobbiamo andare a prendere Emma a scuola, mi hanno appena chiamato, sta male. Cercavano te, ma non ti hanno trovato”
“Avrà la febbre non ti preoccupare, vado io”
“Allora non devo mollare tutto e correre a scuola?”
“No, tranquillo, fanno sempre così. 37,1 scatta l’allarme rosso e telefonano”, ho detto da mamma cinica, esperta e disillusa.
Infatti, arrivata a scuola ho trovato altre tre mamme che erano state urgentemente chiamate a raccattare i pargoli per lievi e diversi malesseri. Ho pensato che forse insegnanti e bidelle stasera avevano impegni e volevano liberarsi dei bambini prima dell’orario stabilito.  
Infatti Emma aveva l’occhio lucido ma solo 37.3. I papà sono apprensivi. Le maestre non vogliono responsabilità. Come i ginecologi che fanno il cesareo preventivo per evitare complicanze.  Ho finto una moderata preoccupazione e ho portato a casa la malata.
Per puro caso, ieri Emma aveva investito 20 euro parsimoniosamente risparmiati con le paghette nell’acquisto di alcuni pezzi “base” di Lego. Una piattaforma e un po’ di mattoncini semplici da usare secondo l’estro di giornata. Ieri sera era troppo tardi per giocare ma oggi, per una “fortunata coincidenza”, la febbre le ha permesso di giocare, giocare, giocare, giocare. 
Dopo tre ore intensive di Lego ha detto che stava male. Un’overdose? 
Febbre 37.8
Allora è andata a letto. E mi sono giocata il jolly: le ho messo nelle orecchie l’I-pod con l’audiolibro Il trattamento ridarelli, un romanzo bellissimo e divertentissimo adatto anche ai bambini più piccoli. Una storia di cani intelligenti e di genitori che a volte sbagliano (e vengono puniti). E’  scritto dall’irlandese Roddy Doyle e fa morire dal ridere. Lo consiglio a tutti. L’idea degli audiolibri per i bambini è fantastica: si possono ascoltare in auto, in casa o appunto con l’mp3 per i più grandi. Così Emma ha passato allegramente la serata in relativa autonomia. Poi abbiamo deciso che dormiva nel lettone con me. Quindi c’è stato un gran rimestamento di posti letto, scambio di cuscini, immigrazione clandestina di pupazzi. E speriamo in una notte serena.
 

Sharon Ahi! Ahi! Ahi!

Ieri sera ero fuori uso: mal di gola, tosse, raffreddore e febbre (37.1 ma me la sono giocata bene). Sono andata a letto alle 9 e ho chiesto a mio marito di “fare” lui le bambine stamattina così avrei potuto godermi una bella dormita ristoratrice. Il sant’uomo ha accettato.

Anita è oramai indipendente perciò basta solo svegliarsi all’alba e metterle davanti una tazza di cereali. Con Emma la situazione è un po’ più complessa, ma con i vestiti preparati al sera precedente (da me) si semplifica parecchio. Rimane solo un particolare inquietante: bisogna pettinarla. I capelli di Emma sono lunghi, ricci e indomabili. Di solito quando cerco di ingabbiarli in una coda o in una treccia, urla, si dimena e cerca di darsi alla fuga.
Mio marito non ha il dna di Jean Luis David e nemmeno quello di Tony&Guy quindi, fra poco, quando andrò a prendere Emma a scuola la riconoscerò da lontano con la sua acconciatura “Albert Einsten incontra Maga Magò”.
OK sono un’ingrata, ma vorrei agiungere che il sant’uomo non ha neppure il dna di Dolce e ancora meno di Gabbana… alcuni anni fa ero stata via un paio di giorni e al ritorno prima di riabbracciare i miei a casa ero passata dal supermercato. Vicino al banco dei salumi una piccola rom aveva attirato la mia attenzione, poi guardando meglio avevo capito che era Emma. Eravamo in febbraio e mio marito era riuscito, senza alcun dubbio o esitazione, a vestirla con un abitino da estate, parecchio abbondante, della sorella maggiore. Era anche senza calze. Quando ho espresso perplessità mi è stato fatto “gentilmente” notare quanto fossi un’incontentabile scassaballe.

Ma parliamo di Sharon Stone... le hanno tolto la custodia del figlio adottivo Roan di otto anni perchè voleva fare le punture al botulino sotto i piedini puzzolenti del bambino. Il botox oltre ai muscoli paralizza anche il sudore? A Sharon ha bloccato anche le sinapsi neuronali? Non so se questa accusa sia più o meno fondata, comunque la moda Usa delle adozioni a cottimo, molto sfruttata dalle star (la Stone si è portata a casa altri due bambini più piccoli) mi lascia perplessa. Mi sembra che i bambini siamo considerati degli accessori da esibire pubblicamente. Che tristezza!

Guerra e…arresti domiciliari

Un anno fa per lavoro ho letto e commentato un libro molto interessante di una giornalista americana, si intitola “Mommy wars” e parla della guerra sotterranea e subdola che si instaura fra le mamme che lavorano e quelle che invece hanno sacrificato la carriera per i figli. Nel libro ci sono interessanti testimonianze. Parlano madri che hanno deciso di continuare il cammino professionale e sono contente, altre che invece hanno mollato tutto e si sentono realizzate. O ancora chi ci ha ripensato: ha lasciato il lavoro e poi l’ha ripreso e chi si è organizzata per lavorare da casa. Le combinazioni sono tante, le mamme creative ma… la guerra continua. Disprezzo, invidia e insicurezza caratterizzano questo conflitto, più o meno intensamente a seconda dellla fase di vita di mamme e bambini. Adesso negli Usa i libri su questo argomento i manuali si sono moltiplicati, creando, come al solito, una profittevole serie. Si auspica sorellanza, solidarietà e comprensione fra le due categorie, ma spesso non accade. Frecciatine e colpi bassi si sprecano comunque. Non voglio addentrarmi nel commentare quale possa essere la scelta migliore, dedicarsi alla carriera o alla famiglia, ma sottolineare che c’è un momento in cui le mamme casalinghe sembrano essere veramente penalizzate: quando i bambini sono ammalati. Ok, non è facile e divertente neanche per chi lavora, ma se i pargoli non sono più tanto piccoli, diciamo in età scolare, e il malanno è una semplice influenza, le mamme lavoratrici si organizzano piuttosto serenamente. Le più smart hanno comunque una persona in panchina per stare con il piccolo malato e tamponando un po’ qui e un po’ là, riescono a cavarsela. Le casalinghe invece, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, sono fottute: il loro mondo si capovolge perchè il piccolo malato incombe. Soprattutto quando è in via di guarigione (ma deve stare ancora in casa) inperversa urbi et orbi. La situazione peggiore la vivono le mamme che lavorano da casa: non riescono mai a concludere nulla perchè i bambini non le mollano un attimo. Allora le scelte sono due: imbottire il pupo di televisione/dvd e play-station /video-games o trasformarsi in simpatiche e frizzanti animatrici non-stop. Di solito dopo un’ora anche l’animatrice/madre più motivata dà forfait e ha quella spiacevole sensazione di esssere agli arresti domiciliari. Sì, proprio come Sandra Lonardo Mastella, che però almeno ha i figli già cresciutelli.