Captain Fantastic

Sei ragazzi dai cinque ai diciassette anni che vivono, come selvaggi, in una foresta del Nord America. Per sopravvivere cacciano e pescano, si tengono in forma con un allenamento durissimo (da marines) e hanno un sistema di home schooling molto efficace, infatti conoscono diverse lingue, sanno ragionare in maniera profonda e (ri)conoscono i meccanismi (perversi) della politica e dell’economia.

Sono i protagonisti di Captain Fantastic, figli di Ben (Viggo Mortensen) che, con la moglie, ha deciso di crescerli in maniera molto, molto alternativa. Ma tutto precipita quando la compagna muore e i suoceri pretendono l’affidamento dei ragazzi per avviarli verso una vita più normale, comoda e borghese.

La storia è raccontata dal regista, Matt Ross, in uno stile ironico e sorprendente, coinvolgendo lo spettatore in due diversi piani narrativi. Quello avventuroso, fantastico e iperbolico, che racconta la lotta di questa strampalata famiglia per preservare indipendenza e unità. E l’altro più sottile e psicologico che porta lo spettatore verso riflessioni profonde su genitorialità ed educazione.

Infatti la grande domanda che questo film pone riguarda il coraggio di educare i propri ragazzi fuori dagli schemi, evitare le semplificazioni imposte dal conformismo e soprattutto dal consumismo. E’ indubbiamente un percorso più faticoso e coinvolgente. Insegnare ai propri figlie a scegliere e ragionare regala risultati grandiosi. Solo che, successivamente, quando queste “creature”, plasmate in maniera così diversa dalla massa dei coetanei addomesticati da tutto quello che è imposto dal mercato (cibo spazzatura, videogiochi, web, ecc) devono amalgamarsi con gli altri possono sopraggiungere grossi problemi.

Nel film si vede (e si ride) di una situazione limite che riguarda il primogenito teen-ager:  sa uccidere un cervo ma non corteggiare una coetanea. Mentre nella realtà rimane il dubbio: meglio ribellarsi al “sistema” e credere nei propri principi? Oppure svaccare, prendere la scorciatoia e seguire la corrente?

 

La ragazza del treno, il film: buuuuuuuuuuuuuuu

 
Ho convinto tutta la famiglia ad andare a vederlo e forse per questo la delusione è stata maggiore.
Perchè quando inviti qualcuno a vedere una sòla poi ti senti in colpa. O in debito.
La scelta può ritorcersi contro: “…e poi sono venuto/a con te a vedere quel film di m…”
Infatti.
La ragazza del treno best seller uber alles (beata l’autrice!) è diventato, naturalmente, in tempo record un film.
Che voleva essere un thriller, ma già alla terza scena si capiva dove andasse a parare. E poi per renderlo più commerciale e appetibile è stato infarcito di sesso. E sangue.
La storia è quella di una pendolare che si è rifugiata nell’alcol per lenire un sacco di problemi e mentre è in treno guarda fuori dal finestrino e vede la vita degli altri, all’apaprenza più godibile della propria, ma naturalmente le cose non sono come sembrano e ci scappa un omicidio.
La protagonista, Rachel, un’allucinata Emily Blunt, è più isterica e violenta della sua alter ego letteraria.
Ha sempre l’occhio liquido e quando parla dice un sacco di porcate. Si fatica a fare il tifo per lei.
Poi perchè trasferire la vicenda nei pressi di New York invece di lasciarla nei sobborghi di Londra?
Solo perchè gli attori erano americani? Perchè le villette erano più belle?
E ancora i dettagli improbabili del romanzo, tipo Rachel, sempre sbronza, dal finestrino del treno scorge incredibilmente dettagli che neanche un’aquila con il cannocchiale potrebbe notare… nella lettura si perdonano perchè ci si fa coinvolgere dalla storia, mentre nel film risultano addirittura ridicoli.
Con il finestrino sporco e appannato, il treno pieno di gente, la testa annebbiata dall’alcol Rachel vede che la futura vittima, Megan, bacia un tizio.
Lui è girato di schiena ma Rachel nota che ha la barba. Una vista ai raggi X, complimenti!

Che delusione Bridget Jones!

Bridget Jones è quasi come una parente.

L’omonimo romanzo l’avevo letto nel lontano 1997, l’autrice Helen Fielding è stata la pioniera (geniale) della chick-lit, il primo film una vera chicca, il secondo non l’ho visto (ma ne ho sentito parlare malissimo) e questo sono andata a vederlo piena di affetto e aspettative. Trascinandomi dietro le figlie, che avevano già schifato il primo, ma pensavo fosse un problema generazionale: forse quando l’avevano visto erano troppo giovani.

E invece…le uniche scene divertenti della pellicola sono quelle del trailer. Per il resto è molto pecoreccio e anche un po’ imbarazzante.

Imbarazzante perchè la vecchia Bridget è come un’amica e come tale vederla in un brutto film fa stare un po’ male.

Per riprendersi da questa spiacevole sensazione basta pensare che Renée Zellweger avrà beccato una paccata di soldi per fare questo film e così anche Colin Firth (un attore che stimo moltissimo) ma qui sembra un veliardo ingessato.
Chi fa la figura migliore è Hugh Grant (ai bei tempi andati antagonista di Colin Firth nel cuore di Bridget) perché nella finzione di questa vicenda è morto e al funerale si vede la sua foto da giovane.

Nell’aldilà: forever young!

La trama è improbabile: Bridget rimane incinta di Mr.Darcy (Colin Firth) e/o Jack (Patrick Dempsey), che nella brutta traduzione del film viene definito un “bilionario”. In inglese billioner vuol dire milardario, ma in italiano la parola non esiste.

Intendevano forse un collezionista di bilie?

Con il “bilionario” Bridget fa sesso solo una volta, ubriachissima a un festival musicale, dopo non si rivedono più, non conoscono neppure i rispettivi nomi ma… quando lui, due mesi dopo, scopre che potrebbe essere il padre del bambino decide che vuole dividere la sua vita con lei.

Ma quando mai?!?!?! Su che pianeta!?!?!

Così per tutto il film nessuno fa il test del DNA per stabilire la vera paternità e solo la ginecologa (Emma Thompson) esprime un po’ di sano sarcasmo sulla faccenda. Poi seguono tutta una serie di luoghi comuni sulla gravidanza e sul parto e un bel carosello di battute con volgarità da cinepanettone.

(Probabilmente tradotte in italiano sono  anche peggio che nella versione originale).

Insomma un’altra prova che i sequel e i prequel dovrebbero essere vietati per legge. Bridget Jones era un bella storia da cui era stato tratto un film carino e sarrebbe stato molto meglio, con eleganza, piantarla lì.

Il condominio dei cuori infranti

Un film sorprendente, poetico, ironico e molto intelligente. Al quale, come purtroppo spesso succede con i film stranieri, è stato appioppato uno stupidissimo titolo Il condominio dei cuori infranti che ha ben poco a che fare con la storia della pellicola.
Forse si pensava di accalappiare spettatrici in cerca di romance?
Il titolo francese Asphalte ha un suo perché ed è molto più indicato. Infatti questa storia è ambientata in una casa popolare in una tristissima, non ben identificata periferia, in mezzo a casermoni tutti uguali in un mare di asfalto.
Ma in questa squallida banlieu comunque di amore ce n’è molto.
Non si tratta di un sentimento da commedia romantica, che regala il batticuore, ma piuttosto di un’emozione con una sfumatura più ampia e universale. E’ l’amore per il prossimo, nel bene e nel male, l’affetto e la solidarietà per chi ci sta attorno e magari appare anche un po’ ostico, strano e soprattutto indecifrabile.
In questo film non ci sono protagonisti vincenti, maschi alfa e seduttrici, ma persone comuni, come nella vita vera, un po’ bruttine e anche perdenti.
Tutto si svolge nel condominio dove il destino fa atterrare, causa avaria, la navicella spaziale di un astronauta americano che ha perso la rotta e viene inaspettatamente ospitato da un’anziana casalinga algerina.
Poi tra gli inquilini del brutto condominio fatiscente ci sono anche un aspirante fotografo, un’attrice in crisi e un adolescente annoiato e abbandonato a sè stesso. Mentre come improbabili guardiani, sui gradini d’ingresso dell’edificio ci sono due ragazzi un po’ troppo stonati, dall’abuso di sostanze, che non si stupiscono più di nulla.
Per tutti la vita è dura e monotona ma il talento del regista (il francese Samuel Benchetril) è stato quello di trasformare le azioni un po’ surreali di questi eroi sfigati in un piccolo capolavoro: coinvolgente e divertente. Il condominio dei cuori infranti è infatti uno di quei film low budget che grazie al passaparola sta avendo molto successo e lascia sul viso degli spettatori a fine proiezione, un grandissimo sorriso.

Julieta: una telenovela

Ho visto tutti i film di Pedro Almodovar e l’ho sempre apprezzato. Perciò ieri quando sono andata a vedere la sua opera più recente Julieta ero piena di gioiose aspettative.
Il film racconta la storia di una donna, Julieta appunto, che da dodici anni ha perso ogni contatto con la figlia sparita inspiegabilmente.

All’inizio della pellicola troviamo una Julieta cinquantenne, finto-bionda bella e raffinata, che sta per lasciare Madrid per trasferirsi in Portogallo con il suo compagno. Però il caso vuole che si imbatta per strada nell’ ex-migliore amica della figlia (ora redattrice degli speciali di Vogue?!?!?) che le racconta di aver incontrato, qualche tempo prima, la dispersa (ancora una volta per caso) in Svizzera, .

Questo incontro fortuito sconvolge a tal punto Julieta da farle cambiare programma: molla il fidanzato, rinnega il Portogallo e trasloca.

Dove? In un altro quartiere di Madrid: nella casa dove aveva vissuto tanto tempo prima con la figlia. Perchè non vuole rinnegare il passato, ma trovare la forza di capirlo. Così comincia a scrivere una specie di diario rivolto alla figlia in cui promette di raccontarle tutta la verità.

E qui ero ancora contenta, perchè pensavo: bene adesso vediamo cosa è successo veramente!

Viaggio indietro nel tempo. Anni 80: una Julieta giovane e gnocca (sempre finto-bionda in stile Madonna in Papa don’t preach) è una prof di greco e
images.duckduckgo.comincontra un pescatore in treno. E’ un viaggio notturno e dal finestrino si vede stranamente anche un cervo che corre spaventato (qui dovevo cominciare a sospettare che qualcosa non quagliasse!).

Il pescatore è molto fico e anche stranamente abbiente (per essere un giovane pescatore tatuato). Infatti ha una bella villetta con giardino/vista mare in una località amena della costa e anche una colf. Inoltre è così sexy da divenire, ovviamente, il padre della ragazza scomparsa.

La colf invece è Rossy De Palma. E Almodovar si autocita alla grande: sguazza negli anni’80, nei tempi d’oro del suo esordio, e regala le uniche due battute divertenti del film. La De Palma è imbruttita di bestia (per esigenze di copione) ma rimane sempre divertente.

La storia e il dramma della nostra Julieta invece virano sempre di più verso il piattume prevedibile da telenovela. Si aspettano sorprese che non arrivano, amori che non decollano, colpi di scena che non esistono, drammi che non si consumano.

Ci sono invece dettagli risibili, come la scena in cui la futura redattrice degli speciali di Vogue, a dodici anni seduta sul divano già legge Vogue!
(Ce n’era veramente bisogno?)

Quando sono apparsi i titoli di coda lasciandomi incredula per la mancanza di costrutto del film, una signora altrettanto confusa mi ha chiesto gentilmente:
“Scusi, sono io che non ho capito o non è successo niente?”
“No, guardi non è colpa sua è proprio così: ha raccontato il nulla!”, le ho risposto solidale e altrettanto delusa.

E la cosa sorprendente è che anche qui, come canovaccio della storia, c’erano tre grandi racconti: Fatalità, Fra poco e Silenzio di una scrittrice da Nobel, Alice Munro.

Two mothers

L’altra sera ero un po’ triste, volevo solo chiudermi nel mio bozzolo e tagliare fuori il mondo. Però avendo una famiglia non è così semplice attuare questo piano.
“Mamma cosa c’è?”
“Perchè sei così?”
“Dai guardiamo un film!”
“Proviamo questo, sembra assurdo…”
Insomma alla fine Anita mi ha convinto e su Netflix abbiamo iniziato a guardare Two Mothers , un film di cui avevo già visto il trailer, tempo prima, e pensato: “Non ce la posso fare”
Invece l’altra sera, in quel momento di disperazione, ero pronta a tutto.
La storia è così: in un angolo paradisiaco della costa australiana due amiche (Robin Wright e Naomi Watts), inseparabili, bionde e molto gnocche (sin da piccole), continuano a essere amiche, inseparabili, bionde e molto gnocche anche da adulte. Hanno anche due figli coetanei molto fichi ma (primo colpo di scena!) uno non è biondo.
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(non mi preoccupo dell’effetto spoiler perchè il plot è inesistente)

Naomi Watts resta vedova, ma chi se ne frega, dopo la scena del funerale, le due mamme e i due gnoccoloni figli fanno spensieratamente il bagno insieme, immemori di ogni dolore.
Anzi Robin Wright (cinquanta portati benissimo), nuota leggiadra fino alla piattaforma in mezzo al mar dove sdraiato come un sirenetto c’è il figlio dell’amica.
Lui la guarda lascivo (nonostante i diciannove anni) e le fa dare un tiro dalla sua sigaretta. Lei aspira, ricambia lo sguardo birichino e poi si gira a prendere il sole.

E qui io e Anita ci siamo giustamente domandate: come ha fatto il biondone a portare le sigarette sulla piattaforma nuotando, ovviamente seminudo? E l’accendino?

La scena prima di dissolversi ha fatto un piano lungo sui due corpi abbandonati sulla piattaforma e non si è vista nessuna insegna di Sali&Tabacchi. Boh!
Poi al tramonto le cenette in famiglia, con vista mare, sono in stile apericena: tanto vino, bei bicchieri e abitini succinti delle madri.
E nel dopocena succede quel che deve succedere: Robin si fa il biondo. E il moro (suo figlio) la prende male e va a nascondersi nel letto di Naomi, che abita in un’altra bella casetta a picco sull’oceano.

A quel punto io e Anita ci aspettavamo un minimo di dramma, senso di colpa, insomma un qualcosina di meno patinato. E invece niente.

Le due amiche dopo qualche primo piano pensoso decidono che va bene così, sono felici e innamorate.
Ci sono solo due piccoli inconvenienti causati da due uomini sui cinquanta. Il primo è il marito di Robin che propone, causa lavoro, di trasferirsi a Sydney. Naturalmente Robin dice che non se ne parla nemmeno.

(io e Anita ci aspettavamo…)

Ma il marito risponde: “Ok, va bene!”
L’altro è un collega di Naomi, che quando non nuota, prende il sole o fornica con il moro, lavora in un centro di yachting. Il tizio, pelato ma simpatico, è innamorato di lei .
Le chiede di uscire un po’ di volte, l’ultima volta è presente anche Robin che gli ride in faccia. Allora lui esclama frustrato: “Ah, ho capito voi due!”

Io e Anita speravamo in qualche svolta drammatica: pensa che sono lesbiche, le spierà, le sputtanerà, succederà qualcosa!

Macché: i quattro bellissimi continuano a nuotare, prendere il sole, bere da bicchieri bellissimi. Uno spot di costumi o anche di aperitivi sarebbe stato molto più coinvolgente!
Passano due anni, in un attimo, durante i quali questi quattro incestuosi sono sempre soli.

Anita si chiedeva, giustamente, se i ragazzi non avessero uno straccio di compagni di scuola, qualche amica della loro età per sostituire le cinquantenni.

Ma in giro non c’era nessuno. Sole, mare e surf.
Solitudine completa con le mamme, finchè il moro non decide che vuol fare il regista. Così, un giorno parte per Sydney e zac!
In un nanosecondo è in teatro a fare casting a una tizia. Ha la sua età ed è mora: anche lo spettatore più ritardato capisce che ci sarà una svolta. Infatti, torna nella casetta sull’oceano con lei a festeggiare il ventunesimo compleanno.
Con un party pienissimo di gente.

Qui ci siamo chieste, ma dove erano prima tutti questi amici?

Naomi naturalmente è triste e beve un sacco.

Io e Anita, sempre speranzose nella svolta dramamtica, prevedevamo che tornando a casa si schiantasse in un tornante con l’auto.

Ma non succede.
Il moro si fidanza, in tre secondi, con la morettina e si sposano.
Al matrimonio Robin, come madre dello sposo, ritrova un certo aplomb e dice al biondo che è finita. Lui pare disperato e fa due cose: prima corteggia una coetanea biondina, che ci sta subito perchè lui è molto fico, e poi invece di andare a letto fa surf estremo fra onde cattivissime.

Io e Anita pensavamo morisse, sempre nell’ottica della svolta drammatica.

Che illuse!
Solo due escoriazioni e la biondina va a trovarlo in ospedale.
Lui guarisce in fretta e diventa molto somigliante a Principe Giglio della mitica Melevisione.
giglio
Nella scena successiva la biondina rivela di essere incinta, decidono di sposarsi e nella scena finale le due nonne (sempre gnocchissime) vanno in spiaggia, con i figli, le nuore e i bambini, anzi le bambine. Nessuno è invecchiato e tutti sono felici!
Anch’io nel mio piccolo, perchè dopo aver visto una tale boiata pazzesca (cit. fantozzi) ho ritrovato il buonumore.
Se due attrici brave, belle e famose come Robin Wright e Naomi Watts hanno accettato (per una barca di soldi immagino) di recitare in una pellicola così, forse erano più tristi di me!

P.S. La storia di Two mothers viene da una racconto di Doris Lessing che adesso mi leggerò, ma credo che la regista ci sia andata giù pesante con l’adattamento cinematografico.

Lo chiamavano Jeeg Robot: una bella sorpresa

Un tuffo nel Tevere che fa diventare radiottivi e regala anche superpoteri.
(Fosse vero ci si butterebbero in tanti per svoltare).
A farlo è il protagonista di questo incredibile film, uno splatter all’italiana ambientato nella dura realtà della periferia romana.
Qui Enzo (Claudio Santamaria), un piccolo criminale scontroso e sfigato, cerca di sfangarla tutti i giorni mangiando yogurth e guardando film porno. Poi un giorno deve, appunto, buttarsi nel Tevere per sfuggire a chi vuol fargli la pelle, e la sua vita cambia.
Arrivano i superpoteri.
E la sua vicina di casa, una trentenne sciroccata che è rimasta bambina, non si stupisce e gli spiega che si è trasformato nell’eroe di un manga: Jeeg Robot.
Ma essere Jeeg a Tor Bella Monaca non è affatto facile.
Tra scene di violenza esagerate alla Pulp Fiction e dettagli geniali (come il killer che si pulisce sempre le mani con l’amuchina, è frustrato e acido perchè vorrebbe essere un cantante melodico e ha l’ossessione per audience su Youtube), questo film cita tutte le situazioni tipiche dei film dei supereroi con un’ironia tutta italiana: acuta, provocatoria e coinvolgente. E’ un piccolo inaspettato capolavoro del regista Gabriele Mainetti, alla sua prima esperienza in un lungometraggio, che sta facendo il botto, grazie al passaparola.

 

Carol: il libro e il film

Con grandissime aspettative sono andata a vedere Carol, il film di Todd Hanyes tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1952. Purtroppo anche stavolta il film, rispetto al libro si è rivelato una delusione. Nonostante il talento indiscusso di Cate Blanchett (che adoro), la perfetta ricostruzione del periodo, l’estrema raffinatezza dei costumi, degli interni, la perfezione della colonna sonora, il coinvolgimento dello spettatore non decolla.
Anche se questa pellicola è candidata a ben 6 primi Oscar.
Fotogramma dopo fotogramma, ho sperato ardentemente che sullo schermo accadesse qualcosa che mi facesse palpitare, stare con il fiato sospeso, commuovere, ma non è successo nulla.
Calma piatta.
Sembrava di sfogliare una copia (vintage e un po’ trasgressiva) di Vogue.

Una stupenda Cate Blanchett (forse con un po’ troppo rossetto color passione) incontra in un grande magazzino newyorkese una giovane e graziosa commessa, dallo sguardo ampio e stupefatto, (Rooney Mara) e zac! E’ colpo di fulmine!
Peccato che nella pellicola manchi tutta lo spessore psicologico dei personaggi che, fortunatamente, si trova nelle pagine del romanzo della Highsmisth.
La giovane commessa Thérèse non è una ragazza ingenua e confusa ai limiti della vacuità, (con amici hipster, tutti uguali, che non vengono caratterizzati più di tanto) come appare sullo schermo. E la femme fatale Carol, labbra di fuoco e visone extralarge, non è quella predatrice pedofila che fa pensare: “Uh ssignur! Adesso se la mangia in un boccone!”
No, c’è altro. Molto altro, peccato che nel film non si capisca.
Perchè nel film è tutto affrettato: la commessa vende un trenino a Carol, poi le manda a casa i guanti che ha dimenticato sul bancone. Carol per ringraziarla la invita a pranzo e da lì è un autostrada verso la fiamma della passione.
On the road insieme, dormono in motel: sembrano madre e figlia e fa un po’ senso. Poi Carol vorrebbe divorziare, senza perdere l’affidamento della figlia, ma la sua preoccupazione/disperazione si stempera nell’incremento esponenziale dei Martini Dry che si scola, mentre la povera e sedotta Thérèse spalanca sempre di più gli occhi.
Però poi non le va neanche così male: da commessa di giocattoli, diventa photo-editor al New York Times (gli amici hipster sono serviti a qualcosa!)
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Il romanzo fortunatamente è tutta un’altra cosa: intenso, appassionato, profondo e soprattutto provocatorio. La Highsmisth confessò di averlo scritto in seguito a un episodio biografico: anche lei, a inizio carriera, aveva fatto, nel periodo natalizio, la commessa in un grande store newyorkese nel settore giocattoli. E aveva incontrato una bellissima, misteriosa e affascinante signora bionda. Ne era rimasta così colpita da scriverne subito, la sera stessa appena tornata a casa dal lavoro.
Da lì è nato il romanzo, una storia di amore gay, che fece scandalo.
Infatti nel 1950 il primo editore dell’autrice rifiutò il manoscritto. Ma Patricia Highsmith non si perse d’animo, cambiò editore e due anni dopo riuscì a farlo pubblicare, firmandosi però con uno pseudonimo.
Una vigliaccheria giustificata se inquadrata nei tempi del perbenismo anni’50.
Il titolo del romanzo era più neutrale: The Price of Salt, e solo l’anno successivo, quando fu stampato nell’edizione economica, a dispetto dei benpensanti, divenne un best-seller. E l’autrice in un’intervista dichiarò di aver ricevuto per anni le missive dei lettori che la ringraziavano per aver raccontato, con coraggio, la storia di un amore potente e “diverso” dai canoni tradizionali.

Assolo

Un film da andare a vedere con le amiche per ridere e anche ritrovarsi un po’ nelle disavventure di Flavia, una donna molto carina (Laura Morante è regista-talentuosa e protagonista-deliziosa di questa commedia) ma così insicura da non essere artefice del proprio destino. Anzi riesce proprio a trasformarsi in carnefice di se stessa. Tutto sembra andare male, perchè lei è troppo passiva e non ha il coraggio di ribellarsi a chi le sta intorno (i suoi “cari”) e riesce a manipolarla a secondo il proprio interesse. Due volte separata, figli ormai grandi, amiche un po’ sanguisughe e un lavoro frustrante. L’unico elemento gioioso della sua vita è il rapporto con la cagnetta dei vicini (che tra l’altro è uguale a Lola, ma con il manto più fulvo).
Insomma una situazione di sfiga claustrofobica da cui Flavia tenta di uscire affidandosi a sedute di psicoterapia, che regalano la parte più esilarante di questo film.
Si ride molto e si fa il tifo per Flavia. Sperando che si faccia finalmente valere, vendichi i torti subiti e smetta di essere così buona per evadere dalla palude di egoismo altrui in cui è intrappolata.
Le sue avventure sono un po’ surreali, ma questo film fa anche riflettere sulla condizione femminile, sugli stereotipi di donna, moglie, madre, lavoratrice. E sui doveri legati a questi ruoli. Si esce dalla sala un po’ più consapevoli: se non vogliamo finire come Flavia, meglio continuare a mettere dei bei paletti per difendere i nostri diritti. E avere ben chiaro che essere troppo disponibili è (quasi) sempre una fregatura. Sarò cinica, ma a pensare male (come diceva quello famoso e un po’ morto) ci si azzecca sempre!

Mon Roi: passione assoluta

L’amore travolgente, quello a cui non puoi resistere.
Delirio e passione, estasi e tormento.
L’amour fou dei francesi, descritto benissimo in Mon Roi il film della regista Maiwenn Le Besco che racconta la tormentata e totalizzante relazione fra Tony, un avvocato/a quarantenne (un po’ sciatta) che di notte va a inguaiarsi in discoteca e incontra Georgio, ristoratore ultra trendy e fascinoso sciupafemmine. Due personggi diversissimi che però si attraggono come calamite.
Tony è interpretata da Emanuelle Bercot che per questo ruolo si è aggiudicata il premio come miglior attrice nello scorso Festival di Cannes, mentre il pericolosissimo Georgio è Vincent Cassel, bastardo fino al midollo ma ammaliantissimo in ogni fotogramma.
La loro love story al fulmicotone viene narrata a flashback: il film comincia con Tony in riabilitazione, in una clinica sull’Atlantico, dove è stata ricoverata dopo una brutta caduta sugli sci in cui si è praticamente distrutta un ginocchio. Infortunio che è una metafora della sua vita, annientata appunto dall’amore per Georgio. Così souvenir dopo souvenir, a ritroso si racconta come si sono incontrati, piaciuti, amati e sposati.
I flashback sono coinvolgenti, soprattutto per il pubblico femminile che annusa subito la fregatura: Georgio-Cassel è estremamante fico ma bugiardo, subdolo e manipolatore. Una mina vagante, un fedifrago egoista e realistico che non cessa mai di far danni. Ma Tony non vuole accorgersene (strano perchè facendo l’avvocato a Parigi non dovrebbe essere così completamente cerebrolesa). Con le fette di prosciutto sugli occhi, pende dalle sue labbra e continua a soffrire e farsi prendere in giro.
Finchè lui le chiede un figlio e poi la convince a chiamarlo Simbad, come il Re Leone!
Ma la nascita del cucciolo non calmerà le acque, non arriveranno Timon e Pumba a rendere più allegra la situazione. Il tormento emotivo e sentimentale sarà ancora più ingarbugliato.
Insomma Mon Roi offre una descrizione realistica delle storie d’amore tossiche ma è spossante per il pubblico che, dopo quasi due ore di film, accoglie il finale aperto (e anche un po’ deludente) con un certo sollievo.

Dobbiamo parlare

Nella vita di coppia quando si è giovani si privilegiano le emozioni. Poi, con gli anni queste passano in secondo piano e perdono importanza.
Arrivano a essere solo un accessorio. Mentre la cosa più importante diventa il denaro. Questo, più o meno, è il messaggio di Dobbiamo parlare, commedia molto divertente e purtroppo realistica, che tenta anche di dare una risposta all’onnipresente problematica di coppia: meglio fingere e tacere le verità più scomode o scodellare tutto, anche le realtà meno meno piacevoli? Questo film girato tutto in interni, in una bella mansarda affacciata su tetti di Roma, con uno stile molto teatrale, racconta la serata movimentata di due coppie.
I “più giovani” interpretati da Isabella Ragonese e Sergio Rubini (anche il regista del film) e i “meno giovani”: Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio.
Le due coppie sono amiche: dividono sempre cene, vacanze ed eventi mondani, anche se sembrano agli antipodi. Intellettuali radical chic Ragonese e Rubini: lui è scrittore e lei la sua assistente un po’ frustrata. Mentre Bentivoglio e Calzone sono due medici: lui grande chirurgo, lei dermatologa, maga del ritocchino, e ovviamente con un’ideologia molto più a destra dei giovani amici.
La serata prende l’avvio da un’emergenza: la scoperta delle corna che Bentivoglio mette alla moglie. E da questo incidente parte tutta una serie di gag e schermaglie irresistibili. Si scoprono segreti inconfessabile e patetiche bugie. I dialoghi sono fulminanti e nemmeno troppo volgari (dettaglio fantastico per un film italiano). Questa raffinatezza è dovuta certo al talento degli scenggiatori fra cui c’è anche lo scrittore Diego De Silvia. E per rimanere nel parterre letterario fa un cameo, nella parte dell’editore di Sergio Rubini, Paolo Repetti, “vero” editor di Einaudi Stile Libero.
Dobbiamo parlare è intelligente e veramente piacevole, peccato che abbia un distribuzione un po’ “stitica”: a Milano è presente solo in una sala.

Rams – Storia di due fratelli e otto pecore

Una valle isolata e freddissima, due fratelli ormai anziani che non si parlano da quarant’anni anche se vivono a cento metri l’uno dall’altro e fanno lo stesso mestiere: gli allevatori di pecore e montoni. C’è tanta neve e una natura selvaggia e inospitale.
Se fosse un film americano ci sarebbero stati invece mille flashback di quando i due protagonisti erano belli, giovani, aitanti e magari avevano cominciato a odiarsi per colpa di una donna (ovviamente molto gnocca), ma è un film islandese per cui i fratelli sono solo vecchi, grassi, incazzosi e anche un po’ alcolizzati per quasi tutto il tempo. E di donne ammaliatrici neanche l’ombra.
Però il film è bellissimo e coraggioso. Presentato a Cannes, nella scorsa primavera, si è aggiudicato il premio della categoria Un Certain Regard ma non credo che avrà molto successo al botteghino perchè c’è poca azione e molta poesia. I due fratelli si chiamano Gummi e Kiddley, (indossano sempre quei bellissimi maglioni che noi chiamiamo “norvegesi” ma saranno mica islandesi?) e allevano orgogliosamente i montoni migliori della valle. Tutto va abbastanza bene finchè non si scopre che fra gli animali si è diffusa una malattia letale e per debellarla i greggi devono essere abbattuti. Da qui si innescano reazioni di ribellione, tragiche e divertenti allo stesso tempo. Il regista Grimur Hakonarson è bravissimo a misurare phatos e ironia, a coinvolgere lo spettatore che alla fine esce dalla sala pensando che magari, in estate, una puntatina in Islanda si potrebbe anche fare, sarà una terra fredda, ma sembra abitata da gente simpatica.

Mustang: la discriminazione femminile in primo piano

Cinque sorelle adolescenti segregate in casa, dalla nonna e dallo zio, per evitare assolutamente tutti i contatti con i ragazzi. Per non rischiare di perdere l’onore. E un escalation di soprusi che hanno come fondamento la discriminazione femminile: succede in un villaggio costiero della Turchia ai giorni nostri. Anche se dai comportamenti e dalle leggi ancestrali del capofamiglia sembra di essere ancora nel Medioevo. Questo racconta Mustang il primo film di Deniz Gamze Erguven, talentuoso regista turco esordiente. La colpa delle ragazze (orfane) è stata quella di festeggiare la fine della scuola andando a divertirsi sulla spiaggia insieme ad alcuni compagni maschi. E giocando, tra le onde, hanno dato scandalo.
Allora per punizione le cinque sorelle vengono rinchiuse in casa, private di tutto ciò che potrebbe essere troppo femminile e peccaminoso, addestrate a cucinare e cucire per diventare delle brave mogli mussulmane.
Il tema ricorda molto Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. Anche qui c’erano cinque adolescenti imprigionate in casa dai genitori, però nella cornice degli Stati Uniti, i folli erano solo i genitori iper bachettoni. In Mustang invece c’è anche l’islamizzazione della società e il contorno della vicenda è più intimo, commovente, ma nello stesso tempo riesce a essere vivace. Le ragazze infatti anche se recluse conservano, a tratti, il loro irriverente spirito adolescenziale. Giocano, cercano di divertirsi e studiano come ribellarsi. Ma i matrimoni combinati, per salvare il buon nome della famiglia (di aguzzini), vengono organizzati in fretta e sarà solo la più giovane a riuscire a pianificare una vera fuga. L’obiettivo sarà raggiungere Instabul, per ritrovare una professoressa della scuola che si è trasferita a insegnare là.
E’ un film bellissimo, toccante e coinvolgente, che riesce a denunciare una barbarie che, purtroppo ai nostri tempi, esiste ancora. Da vedere, magari anche nelle scuole perchè riesce a insegnare, più di mille discorsi, l’importanza della libertà e del rispetto.

Everest: un film che non coinvolge

Sono andata a vedere Everest piena di aspettative, pronta a commuovermi per una storia vera, quella degli sfortunati scalatori che nel lontano’96 morirono per arrivare in cima al tetto del mondo. Invece purtroppo la parte migliore del film è il trailer, spettacolare e pieno di pathos, molto più dell’intera pellicola. Infatti il regista, l’islandese Baltasar Kormàkur, nonostante una fotografia mervigliosa e un cast importante, con Jake Gyllenhaal, Emily Watson, Keira Knightlley, Robin Wright, ecc, non è riuscito a riportare sullo schermo la complessità e la profondità del romanzo di Aria Sottile dello scrittore e alpinista americano John Krakauer che partecipò come scalatore e cronista alla tragica spedizione, vivendo in prima persona la drammaticità degli eventi.
La storia è quella di un gruppo di alpinisti americani che attraverso un’organizzazione chiamata Adventures Consultants sbarcano in Nepal con l’obiettivo di arrivare in cima alla vetta più alta del mondo. Una gita molto cara (60.000 dollari di allora) e pericolosa perchè arrivare a 8000 metri per il corpo umano è un’esercizio contronatura. L’ossigeno è sempre più rarefatto e per sopravvivere ci vuole un lungo processo di adattamento. Ma il campo base alle falde dell’Everest, dal film, sembra un parco gioco per ricchi, dove gli scalatori passano sopra alle regole base della prudenza, scalpitando per arrivare per primi alla meta.
Infatti tantissime sono le squadre, di nazioni diverse, che vogliono farcela e quindi il giorno designato, perchè più favorevole metereologicamente, c’è la fila per salire. Quasi ci si fa lo sgambetto, ci si rubano le corde e le bombole d’ossigeno.
Purtroppo nel film, diversamente dal libro, non si dà assolutamente spazio al ruolo degli sherpa, che sono gli unici a rispettare la montagna e a conoscere veramente le sue trappole. Sullo schermo vengono descritti solo come meri portantini.
Era indubbiamente difficile riuscire a dare spessore a molti dettagli psicologici che avrebbero forse occupato lo spazio che doveva comunque essere dedicato alle scene d’azione. Però il risultato è stato quello di non riuscire a coinvolgere lo spettatore, certo nell’istante più drammatico è dispiaciuto per i poveri alpinisti. Anche se fino a quel momento sembravano solo dei (ricchi) narcisi egoisti che per piantare la loro bandierina sul picco hanno messo a repentaglio la vita infischiandosene delle natura e delle sue leggi.

Città di carta: blockbuster mancato

Questo film è la trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller dell’astutissimo John Green che mescola abilmente gli ingredienti giusti per abbindolare gli adolescenti (insicurezza, ribellione, idealismo, bullismo, sfiga, amore, un pizzico di sesso e trasgressione).
La protagonista si chiama Margo (così un nome un po’ eccentrico senza la “t” finale e già questo dovrebbe insospettire sulla consistenza storia) ed è una ragazza ribelle, ovviamente bella, ma soprattutto misteriosa.
Di lei è innamorato perdutamente il suo dirimpettatio, coetaneo e compagno di scuola, bruttino, timido e nerd.
Margo, giustamente, lo ignora per tutti gli anni del liceo. Poi una notte entra dalla finestra della sua camera da letto e gli chiede, in maniera perentoria, in prestito la macchina.
Qui comincia l’avventura, il povero nerd si immagina un futuro al fulmicotone con Margo e invece il giorno dopo lei sparisce nel nulla.
Per ritrovarla il nerd comincia a cercare indizi (stranamente di carta anche se è un nativo digitale) e il film qui mi ha ricordato molto quello di Scoby-Doo , infatti coinvolge due amici e due amiche, li carica in macchina per una ventina di ore e la ricerca di Margo è verosimile e appassionante come quella degli investigatori del cagnolone.
Non dico altro sulla trama per non spoilerare, però ho fatto una piccola inchiesta fra gli adolescenti che hanno visto il film e purtroppo non sono stati troppo soddisfatti dal finale. Forse per questo non è stato un blockbuster come quello tratto dalla precedente opera di Green, Colpa delle stelle, anche se per la parte della bella Margo hanno scelto Cara Dellevigne la super top model londinese, amatissima dalle ragazze di tutto il mondo.
Un modello da emulare (sic!) anche se la bio di Cara è impossibile da ripetere, noi al massimo abbiamo Aurora Ramazzotti che fa scalpore come “figlia di”, mentre la bionda Delevigne ha come padrino un pezzo grosso della Conde Nast, come migliore amica d’infanzia la figlia della titolare di Storm Models, che l’ha scritturata da giovanissima, come madre una socialite un po’ tossica ma molto ben introdotta negli ambienti royal. E come zia Joan Collins (se mai servisse). Ora Cara sta diventando attrice, ha molti film in uscita, attendiamo fiduciosi.

 

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