Curriculum 2

…tra il lavoro in Pretura e gli esami all’università, ho cominciato ad andare a Londra e qui per matenermi ho fatto tra l’altro:
-la guardarobiera in un club alla moda. Di solito stavo in una specie di grotta sotto l’ingresso a ricevere giacche e cappotti, ma un giorno è arrivata la mia grande occasione: dovevo sostituire la maschera, la persona che controllava i biglietti all’ingresso. Arrivava un sacco di gente più o meno famosa, per cui ero particolarmente eccitata dall’incarico.
A metà serata chiedo a una tipa il biglietto ma lei mi guarda schifata e urla:
“I’m a coconut!”
“????”
Poi si è diretta come una furia verso la cassiera sbraitando e chiedendo del manager.
Era isterica e gridava: “Kid Creole and the coconuts!”
Non l’avevo riconosciuta e così dalla sera dopo sono tornata a dar via giacche nascosta nella grotta.

-Dopo questo successo nel mondo dello showbiz ho cominciato a fare la commessa, un’occupazione che mi ha dato parecchie soddisfazioni. Vendevo vestiti firmati, potevo indossarne alcuni durante la giornata, avevo colleghe simpatiche, non mi ammazzavo di fatica e lavoravo a Covent Garden. Proprio nel cuore della città. Un sabato pomeriggio verso l’ora di chiusura, qualcuno ha rubato due vestiti e tre maglioni. Non era la mia zona del negozio per cui non mi sentivo responsabile, così ho potuto gustare appieno il momento in cui il capo della boutique ha ordinato:
“Chiamiamo Scotland Yard!”
Troppo fico, mi sembrava di essere in un telefilm.
Invece per loro era solo il commissariato di zona, visto che il quartier generale era a due isolati di distanza.

-Quando ho imparato bene l’inglese, sempre nell’ambito della moda, ho cominciato a fare l’interprete. Niente di ufficiale, lavoravo solo per persone che conoscevo e probabilmente ero pagata molto meno delle tariffe standard. Un giorno aiutavo un mio amico che produceva scarpe (era il momento del boom delle Church) a trattare con il responsabile di un’azienda calzaturiera in un paese in mezzo al nulla, nell’Inghilterra del nord. Avevamo viaggiato un sacco da Londra per trovare questo posto. Arrivati a destinazione, dopo le presentazioni e i primi preamboli ci hanno invitato al ristorante. Ero contenta perchè avevo una fame incredibile.
A tavola i due businessmen hanno cominciato a parlare di lavoro e naturalmente dovevo tradurre. Uno mangiava, l’altro parlava e io traducevo. Poi parlava l’altro e l’interlocutore mangiava.
Insomma continuavano a mangiare e a parlare, mentre a me toccava tradurre velocemente.
Hanno discusso un sacco senza sosta. Sviscerato un milione di dettagli.
Non ho avuto tempo di assaggiare nulla. Piatti fumanti e appetitosi mi passavano sotto gli occhi mentre dovevo parlare, parlare, parlare di cuio, tomaie e stringhe. Sono uscita dal ristorante ancor più affamata. Per loro è stato un incontro molto soddisfacente. Il mio amico imprenditore ha cominciato poi a vendere delle scarpe inglesi molto belle. Mentre io ho capito che, probabilmente, gli interpreti professionisti hanno sempre un panino nella borsa.