"Mal" ton

Mia figlia Emma a tavola è un maiale.
Un cochon, direbbero i francesi.
Passano gli anni ma il bicchiere di Emma è sempre perfettamente riconoscibile tra i nostri. Annebbiato, incrostato, appiccicoso (quando è vuoto). Con un’acquetta torbida, come quelle dei vecchi soprammobili “palle di neve”, quando è mezzo pieno. Di solito lo posa a un millimetro dal bordo del tavolo, così per regalarmi un po’ di thrilling.
Emma se può mangia con le mani, il tovagliolo lo usa come bloc notes, se di carta, o benda da pirata, se è di stoffa.
Mia figlia ha un contorno bocca multicolore come quello di un clown.
Può essere rosso sugo, giallo uovo o marrone nutella.
Qualche volta anche verde pesto.
Emma è magra come un’acciuga ma è una buongustaia. Quando mangia parla e ride. Le punte dei suoi capelli spesso finiscono nel piatto, a volte è tornata da scuola con i colpi di sole alla minestrina.
Emma non sta mai seduta dritta, abbiamo degli sgabelli e di solito Emma ha una gamba su e una giù, messa di sbieco.
Più volte ho invocato e minacciato il ritorno al seggiolone.
Anita è seduta di fronte a lei e vorrebbe tanto, da anni, cambiare postazione.
“Emma, ma che schifo!”, è una delle frasi più usate durante i nostri pranzi conviviali.
Da tempo immemorabile, spiego, sposto, urlo, minaccio, prego, mi dispero, cercando di addomesticarla a riti più civilizzati.
Emma si dimostra gentile, attenta, pronta ad applicarsi, ma poi tutto rimane invariato.
E’ invece bravissima a usare le bacchette cinesi, quando mangia i salmon maki, i suoi rotolini di sushi preferiti.
Magari ha un Dna orientale e non l’ho mai capito.