Fuori controllo

Broncotracheite. 

L’altro giorno facevo la spiritosa e sottovalutavo il malessere della piccola Emma. Invece ieri mattina ho capito che c’era qualcosa che non andava. 
Emma era uno straccetto che guardava esamine i cartoni animati e accusava male al petto. Così ho chiamato il medico che ci ha gentilmente fissato un appuntamento alle 14.30. 

Proprio l’ora in cui avrei dovuto consegnare il lavoro per Insieme, in cui avrei dovuto sfamare Anita che quell’ora arrivava a casa con lo scuolabus. Ma in altissima stagione influenzale non potevo certo fare storie e dire al dottore: 
“Magari facciamo alle 16…magari venga lei…”  
Così è cominciato il delirio. 

Come sempre gli imprevisti capitano il giorno in cui si hanno le ore contate. Nel mio caso il giorno di chiusura del giornale. Così ho cercato di finire di scrivere la mia rubrica il più in fretta possibile. Con meno errori possibili. 
Missione difficile perchè  Emma parlava, parlava e chiacchierava. Non smette mai, ma non se ne rende conto. Poi era malata, non potevo certo trattarla male. 
Si è offerta di scrivere “Mamma ti voglio bene” in egiziano, con i geroglifici copiati dal suo libro preferito Egittologia applicata. Molto tenera e gentile. Ma ogni due minuti mi chiedeva preferisci così, o cosà. 
“Ti piace di più in biro o in matita?”
“Ma gli egiziani scrivono ancora in geroglifici?”
“Vuoi anche un adesivino?” 
Rispondevo a mugugni monosillabici e il vapore mi usciva dalle orecchie. 
Ma cercavo di sorridere e tenere duro. All’ora stabilita avevo fatto metà del lavoro previsto.
Ho mandato un e-mail strappalacrime in redazione in cui supplicavo una dilazione di tempo. 
Ho imbaccucato Emma e siamo andate a prendere un panino al volo per Anita (naturalmente il frigo era vuoto, ieri sarebbe stato anche giorno di mega spesa), poi allo scuolabus e dal medico. Il verdetto è stato, appunto, broncotracheite. La cura: antibiotici e areosol.
Siamo uscite dallo studio medico e invece di prendere l’uscita principale, mi è venuta la bella idea di passare dal retro, dalla porta delle scale. Una scorciatoia che conoscevo e che ci avrebbe portato direttamente al luogo dove avevo parcheggiato, così Emma avrebbe preso meno freddo.
Siamo arrivate nel piccolo cortile che dà sul parcheggio, la porta dietro di noi si è chiusa di botto mentre ho scoperto che il cancello, sempre aperto, ieri era luchettato. Non ci potevo credere. Intrappolate in un cortiletto bordato da un’alta inferriata. Non potevamo uscire e neppure tornare indietro. Non cerano campanelli. Non c’era un custode da chiamare. Il mio medico non ha una segretaria. Mi dispiaceva telefonargli. Disturbarlo e dirgli di venirci a salvare. Mentre visitava Emma il suo cellulare era squillato incessantemente e appena siamo uscite è entrato in studio un altro paziente. Dovevo trovare un’alternativa. 
Anita cominciava ad arrampicarsi come una scimmia sul cancello, ma era troppo alto. Come tre bestie nella gabbia dello zoo  ci siamo attaccate alle inferriate sperando che passasse qualcuno. 
Una persona che andasse al parcheggio. Per stemperare la tensione ho detto: 
“Sarebbe stato peggio se fossimo rimaste chiuse nell’ascensore”
“Ma almeno sarebbe stato caldo” mi ha risposto Emma.
(Sensi di colpa da madre inadeguata).
Finalmente è apparsa all’orizzonte una signora. Le ho raccontato la nostra triste vicenda: “Medico…bambina malata…per favore”
Si è impietosita e ha fatto il giro del palazzo per salvarci. Libere. L’ho ringraziata e lei è sparita all’orizzonte. Siamo salite in macchina, rallegrandoci per la nostra nuova condizione di libertà. Poi abbiamo commentato la malattia di Emma. Quando potrà tornare a scuola?
Domani, no, lunedì no…Anita ha dichiarato assertiva: 
“Starà a casa finchè non avrà finito gli antibiotici!”
Le sono saltata alla gola, urlando: “Sei pazza? Io devo lavorareeeeee! Lavorareeee! Anche adesso dovrei lavorareeeee!!”
“Mamma ma io volevo dire….”
“Noooooo! Tu non capisci….io ho dei problemiiiiii Seeempre!”
La povera Anita era esterefatta, annientata dalla mia inaspettata virulenza.
Siamo arrivate a casa, lei con le lacrime agli occhi. L’ho abbracciata e le ho chiesto scusa.
Mi sono vergognata moltissimo. 
Mi sono sentita un’extramerd anzichè un extramamma.