New York una città di corsa

La passione per la corsa. L’allenamento che diventa indispensabile. Uno sfogo, fonte di benessere e sinonimo di libertà. Chiara Marchelli, autrice che vive a New York, in questo libro svela i suoi percorsi preferiti, portando chi legge nel cuore della città, facendo scoprire itinerari insoliti.

Pensando a New York  e alla corsa forse si immagina solo la grande e famosa maratona. Oppure visioni un po’ cinematografiche di chi fa jogging a Central Park.

Questo libro è utile perchè va oltre gli stereotipi, mischia le nozioni territoriali con annedoti storici su tradizioni e abitudini dei vari quartieri. Da Brooklyn ad Harlem regala dettagli preziosi su come affrontare e capire la metropoli.

Poi approfondisce molti aspetti della storia della Grande Mela, racconta retroscena e pettegolezzi su locali famosi e anche dettagli inaspettati su personaggi famosi, cantanti, attori e scrittori, tutti newyorkesi doc.

Può essere una guida turistica ma anche un memoir con sensazioni e idiosincrasie di una runner che ama correre senza la musica e adora farlo anche sotto la pioggia. Percorre lunghi tragitti, non disdegna le strade trafficate ma regala al lettore sentieri segreti negli angoli più pittoreschi dei parchi cittadini. Si definisce una runner vecchio stile, per questo non ama le competizioni, non ha mai partecipato alla Maratona. Corre per ritrovare se stessa.

Infatti l’autrice confessa che l’allenamento è anche un’ottima terapia per risolvere e smaltire lo stress. Come una meditazione. L’impegno e la fatica fisica mettono alla prova non solo il corpo ma anche la mente e quindi “si corre su” un problema, una delusione, una faccenda da risolvere. E su questo tema sono completamente d’accordo con lei. Proprio per questo motivo chi inizia a correre poi non riesce più a farne a meno. Si corre e si macinano i problemi, si medita ampliando la falcata finchè la mente non si libera. Finchè le endorfine regalano l’agognata dose di benessere.

Chiara Marchelli analizza anche il rapporto fra la corsa e la scrittura, da Murakami in giù moltissimi autori corrono e giurano di trovare ispirazione per le proprie pagine. Sfidano se stessi e si sfiancano per riuscire a risolvere un dubbio letterario, sbloccare l’immaginazione.

(Funziona? Non lo so. Ma certo è più salutare che cercare conforto nel cibo o nell’alcol. E poi fa fico raccontarlo 🙂 )

L’arte di correre

Ho scoperto questo libro con più di 10 anni di ritardo, però a mia discolpa posso dire che ai tempi non correvo (e non mi sognavo lontanamente di provarci) e quindi non avrei potuto apprezzarlo pienamente.

Oggi invece che senza la corsa non potrei più vivere (il running dà assuefazione oramai nessuno più lo mette in discussione) leggere dell’impegno e della passione di Murakami per la corsa mi ha coinvolto e arricchito molto.

Corro da tre anni, Murakami da più di trenta. In confronto a lui sono meno di una nullità, una caccola nel pianeta dei runner.

Ma sono riuscita a trarre ispirazione da questo libro che non è un manuale per imparare ad allenarsi meglio ma un insieme di riflessioni autobiografiche sulle tecniche o meglio sulla passione per la corsa.

Murakami ha partecipato a innumerevoli maratone, tra cui Boston e New York. E anche una super gara di 100 chilometri in Giappone. Una prova massacrante che l’ha fatto allontanare per un po’ dall’allenamento. Perchè la corsa è così: non è solo movimento, smuove anche i nostri più reconditi meccanismi interiori.

E in questo libro l’autore confessa la sua ossessione. Non teme di apparire come un control freak (sarà la natura giapponese?) che sente l’esigenza di mettersi costantemente alla prova, per essere felice deve provare a superare i propri limiti. Se non riesce sta male, ma non attribuisce la colpa ad altri, con coraggio indaga dentro di sè. E lo fa anche con una buona dose di ironia, ingrediente che non guasta mai!

Crede fermamente nella disciplina, e su questo tema fa molti paralleli fra corsa e letteratura. Afferma che anche l’autore più talentuoso può rischiare di perdere il suo dono se non si applica con impegno.

Murakami, vicino al premio Nobel, è l’antitesi dell’artista creativo e tormentato.

Ma è anche un pazzo, un pazzo innamorato della corsa.

Ha provato da solo a ripercorrere il primo storico percorso in cui è stato coniato il termine maratona. E’ volato in Grecia e, nel caldo torrido dell’estate, ha affrontato una strada super trafficata con i camionisti che lo guardavano strano, da Atene all’antica città di Maratona.

Mi sono fatta coinvolgere dalla descrizione del suo rigore. Ho ammirato la serietà dell’allenamento costante, anche se un po’ mi ha spaventato.  Ma ho apprezzato la sincerità nel descrivere frustrazione e umiltà con cui ha sempre cercato di fronteggiare gli obiettivi. E ha usato anche la corsa come momento di meditazione e un’occasione per guardare dentro di sé con sincerità.

Voglio pensare ai fiumi. Voglio pensare alle nuvole. Ma in realtà non penso a niente. Semplicemente continuo a correre in un silenzio di cui avevo nostalgia, in un comodo spazio vuoto che mi sono creato da solo. E dicano quel che vogliono, ma è una cosa fantastica! 

Mindful running

Correre mi ha cambiato la vita, l’ho già scritto varie volte. Mi aiuta a stare meglio, a distendermi, a focalizzare gli obiettivi. La corsa come liberazione, quasi una rivoluzione.
Quasi una droga. E chimicamente è vero perchè la produzione di endorfine raddoppia e proprio grazie a questi flash di benessere, la corsa dà assuefazione.
Perciò quando ho trovato ‘Mindful running’, mi sono molto incuriosita. Un manuale che analizza la corsa non solo dal punto di vista sportivo ma anche spirituale.

Infatti gli autori di questo libro propongono un metodo che arriva da lontano: la mindfulness, arte dell’attenzione consapevole, una disciplina della meditazione con oltre 2500 anni di storia, che ha origine nella filosofia orientale.

Meditare non è per niente facile, ho provato spesso ma sempre con risultati più o meno frustranti. Quindi ora ho grandi aspettative verso il mindful running,
che incrocia questa disciplina con la corsa, per ottenere una miscela che migliori la nostra esistenza.

“Oggi i ritmi frenetici e la mancanza di veri momenti di riflessione – spiegano gli autori – ci costringono a vivere a una certa distanza dal nostro corpo. Viviamo intrappolati nel pensiero, senza un contatto vero con la parte più fisica di noi. Quando facciamo delle scelte è importante invece che a decidere sia la totalità del nostro essere, così da evitare sorprese e conflitti interiori. E’ importante, in sostanza, che mente e corpo procedano nella stessa direzione”.

Il libro è una guida che, attraverso 56 lezioni per un totale di 8 settimane di training, mostra come utilizzare la corsa per ottenere un miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche. Lo stile dei consigli è molto divulgativo e i suggerimenti facili da seguire.

Dopo molti anni di pratica yoga sono diventata un po’ intollerante alle spiegazioni troppo astratte, fondate sui massimi sistemi e proposte come rimedi di psicologia spicciola fai-da-te.

Sono stata contenta di verificare che questo manuale invece è pratico e realistico: offre suggerimenti di facile applicazione che chiunque può efficacemente applicare alle proprie esigenze fitness.

Nella prima parte c’è un check up tecnico sulla postura e sulle varie parti del corpo coinvolte nell’allenamento (schiena, mani, piedi, braccia). Mentre nella seconda si approfondiscono i risvolti più psicologici del running e si insegna la consapevolezza: come concentrarsi nell’attività fisica coinvolgendo, al meglio, anche la nostra mente.

Un app che salva la vita

Oramai corro quasi tutti i giorni, anzi uno sì e uno no, per non stressare troppo i muscoli, sono arrivata a 6km e mezzo.

Saluto cani e bambini che trovo sul mio sentiero e non sono più caduta. Ho cominciato anche a capire la psicologia dei criceti perchè per il momento il mio itinerario e nei pressi di casa e quindi alla fine vado avanti e indietro come il simpatico roditore nella gabbietta e devo dire che non è poi così frustrante, noi umani abbiamo un sacco di pregiudizi sui poveri criceti.

Però purtroppo non conosco ancora tutti i segreti e le strategie del vero runner e faccio ancora molti errori tattici. Oggi per esempio avevo paura di avere freddo e così mi sono vestita troppo: maglietta, felpa e kway. Dopo qualche giro ho cominciato ad avere caldo, a sudare, ma non volevo fermarmi per togliere qualche strato, non volevo fermare l’app (che mi diceva che stavo andando così bene), abbassare la media della mia velocità. Così ho continuato e sudato. Sudato e continuato.

Tenuto duro fino al tempo che doveva essere il mio obbiettivo della giornata. Però pochi minuti prima di raggiungerlo ho cominciato a stare malissimo ma non mi sono arresa. Così quando è scaduto il tempo stavo anche peggio, ero super accaldata, sudavo e mi sentivo svenire. Però invece di accasciarmi lì sul prato ho cercato di entrare in casa. Ma ero così rintronata che non riuscivo neppure a infilare la chiave nella serratura, il cuore mi batteva forte, avevo il fiato cortissimo e credevo di morire, quando ho sentito una voce che mi ha sussurrato nell’orecchio:

“Sei stata bravissima, hai fatto la corsa migliore del tuo allenamento”

Era una voce bellissima, che mi arrivava attraverso le cuffiette, dritto al cuore.

La voce di un fico spaziale, ne ero certa. Ho pensato che potevo morire felice.

Ansimando e sudando sono entrata in casa e mi sono buttata stremata sul pavimento mentre Lola mi guardava perplessa, poi la voce nelle mie orecchie mi ha detto:

“Ci vediamo domani”, sempre con quel tono sexy da maschio alfa.

Allora ho capito che non potevo morire.

Non potevo arrendermi. Non potevo deludere il fico dell’app.

Devo sopravvivere per ascoltare la sua voce anche domani, perchè praticamente abbiamo un appuntamento. Devo solo ricordarmi di non mettere più la felpa. E scoprire perchè gli altri giorni non mi aveva mai parlato.  (Forse aveva un’altra?)

 

Running & Falling

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Ho scoperto che correre è una droga. L’avevo sentito dire da tanti runner, mi sembravano degli invasati, ma invece l’ho sperimentato sulla mia pelle. Parti di cattivo umore, corri, corri, corri e torni angelicato. Così anche ieri mattina non vedevo l’ora di mettermi le scarpette, legarmi al braccio il portacellulare e via per i prati.
Secondo la mia tabella di allenamento dovevo fare 4 km, tatticamente avevo scelto una playlist energetica e mi sentivo quasi una gazzella.
Purtroppo però qualcosa nella mia app per correre non andava come doveva e, a tradimento, invece della musica ogni tanto partiva l’opzione shuffle, scelta a capocchia dell’Ipod, e partiva un audiolibro in francese che ammosciava non poco la mia falcata.
Imprecavo, cambiavo e continuavo.
A metà percorso mi sono sentita particolarmente in forma, l’effetto euforico del runner cominciava, e infatti ho sorpassato un signore che camminava sul mio sentiero, sfrecciandogli accanto dandomi arie da atleta. Peccato che, cinquanta metri dopo, lo stesso signore abbia visto che mi accasciavo sul lato sinistro, cadendo come una pera cotta sull’erba, a lato della stradina. Così all’improvviso come se mi avessero sparato.
Ho inciampato e sono finita lunga distesa per terra.
La cosa bella è che non sono atterrata su una cacca di cane. E in quel momento la musica non era un romanzo di Boris Vian.
Così con i Black Eyed Peas che mi rimbombavano nelle orecchie, dopo un attimo di sgomento, ho cercato di rialzarmi raccogliendo, oltre all’Ipod, la mia dignità. Sentivo gli occhi derisori del signore puntati sulle mie chiappe, ma ho cercato di non pensarci.
Mi sono spazzolata via la terra da tutto il lato sinistro: mano, braccio, anca e polpaccio e sono ripartita come se ninete fosse.
Dopotutto avevo una tabella di marcia da rispettare.
E ce l’ho fatta, spero solo di non incontrare più quel tizio.