Zazà Ramen: menù giapponese family friendly

Andare al ristorante con i bambini non è sempre facile, anzi può diventare molto frustrante. E’ notizia di oggi quella di un ristoratore romano che ha addirittura bandito i più piccoli dal suo locale. E’ vero non tutti i locali sono family friendly e volte trovarne uno che soddisfi le esigenze dei grandi e dei più piccoli può essere difficile. Ne ho appena scoperto uno che vale la pena provare, perfetto per il brunch della domenica: cucina giapponese molto più originale e intrigante del solito sushi o sashimi.
La specialità di questo locale è il ramen.
Il piatto più diffuso in Giappone come street food ma quasi sconosciuto da noi. Si tratta di una zuppa calda a cui si abbinano noodles e carne, pesce, uova, verdura, declinati a seconda dei gusti.

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Ottimo confort food in questi giorni gelidi, che può essere apprezzato anche dai bambini soprattutto perchè possono scegliere come “costruire” il proprio piatto. Infatti si può scegliere il tipo di brodo, ne esistono tre varietà, dal più dolce al più sapido, la qualità della pasta (tutta prodotta artigianalmente nel ristorante) e cosa aggiungere come proteine.
Dal tofu alle polpette: tutto è possibile.
Mentre i genitori potranno gustare l’ottima qualità degli ingredienti, scelti dal proprietario, Brendan Becht, chef di grande esperienza internazionale, ai bambini piacerà la storia del nome del locale: Zazà Ramen, viene dal fumetto giapponese Lupin III, dove Lupin, il protagonista viene sempre rincorso dall’ispettore Zenigata che tenta invano di arrestarlo senza riuscirci. Anzi Lupin lo bulla, lo prende in giro, storpiando il suo nome e chiamandolo Zazà (papà in giapponese) e il poveretto non ha mai tempo di fermarsi a mangiare perchè deve rincorrere il ladro e quindi si nutre di ramen “da asporto”. Mangia la zuppa e corre sempre. Quasi una maledizione che gli impedisce di gustare appieno il gusto delizioso di questo piatto.

Crisi di astinenza


Come sta Linus quando gli rubano la coperta? Malissimo, naturalmente.
A me succede la stessa cosa, senza il mio oggetto transizionale, privata del mio conforto, sono confusa e spaesata. Ognuno ha il proprio pupazzo, la propria amatissima pezzuolina a cui aggrapparsi nei momenti più neri. Poi crescendo ci sono altre assuefazioni che permettono di tirare avanti a testa alta anche negli attimi bui: c’è chi beve, chi fuma, chi acquista compulsivamente, chi fa sesso (adesso va tanto negli USA), io semplicemente mi bevevo un cappuccino. Mi appagava, era per me l’equivalente del ciuccio. Bello, schiumoso, magari spruzzato con un po’ di cacao o cannella. Snack a metà mattina o merendina del pomeriggio. Ma poteva anche essere aperitivo, da bere in mezzo a piattini di olive, noccioline e patatine (e lì veramente sembravo strana!). Un amore che durava da anni, un conforto ottimo in inverno ma anche in estate (anche se venivo guardata con sospetto da baristi e compagni di bevute).
Avevo in testa un’accurata google map di tutti i locali dove lo facevano bene, dove non era mai troppo caldo, sciapo o brodoso. Avevo punti fermi di luoghi da evitare: tutti i bar delle stazioni e in genere dove c’è anche una ricevitoria.
Ma le cose belle finiscono e due settimane fa ho dovuto smettere: intolleranza al lattosio. Maledizione!
Adesso allungo il caffè con il latte di soia. Mi piace, ma che desolazione, il latte di soia ma non fa certo la schiuma.
E così sono triste, disperata e un po’ confusa. Non meritavo questo colpo gobbo dal destino.
In casa ogni tanto do una rispostaccia, oppure sono distratta, scollegata dalla realtà dove il mio adorato drink non esiste più e l’altro giorno ho fatto anche il pane senza aggiungere l’acqua. Dopo due ore di cottura sentivo uno strano, inspiegabile odore di noccioline tostate!
Allora ho capito: avevo avuto un’amnesia dovuta a questa brutta crisi di astinenza!

P.S. E per voi qual è la coperta di Linus?

Dal cibo al cuore

Per la prima volta ho letto un libro di una persona che conosco, una persona che mi piace. Quindi ho affrontato le prime pagine molto ben disposta, ma questo approccio non credo mi abbia poi influenzato più di tanto. Anche perchè L’ingrediente perduto di Stefania Aphel Barzini mi ha coinvolto sempre di più, facendomi dimenticare l’autrice per immergermi solamente nella vita delle protagoniste del romanzo. Quattro generazioni di donne: la bisnonna, la nonna, la figlia e la nipote. Infatti la storia comincia all’inizio del secolo quando Rosalia una bambina di dieci anni, lascia l’isola di Stromboli per emigrare negli Stati Uniti.

Si snoda poi per tutto il secolo attraverso queste figure femminili, tra loro molto diverse ma legate da un filo invisibile di amore, di affinità spesso negata e da una grande attrazione per l’arte di cucinare. Per la bisnonna è normale passare ore fra i fornelli e trovare conforto nelle tradizioni culinarie della sua terra lontana. Per sua figlia, che invece vuole essere americana a tutti costi, le ricette di famiglia sono una vergogna: le dà molto fastidio che anche la sua bambina non abbia quest’anima yankee e che prediliga le melanzane alla parmigiana al fast food. Poi ci sarà la nipotina che scoprirà le sue radici proprio grazie al suo innato e inaspettato talento culinario.

Un libro che si legge tutto d’uno fiato: commuove ma fa anche sorridere e illustra dettagli interessanti sul modo di vita americano.  Ci sono state parti che ho letto a voce alta alle mie ragazze, perchè è così vero nell’illustrare la relazione, spesso conflittuale fra madri e figlie, che mi sembrava l’occasione giusta per cominciare a sviscerare il problema. Altre invece le ho condivise con loro per puro divertimento perchè le cose belle è giusto non tenerle solo per sè.