Cose che succedono nel terrazzo

Seguendo gli insegnamenti di Michelle Obama, anch’io ho provato a coltivare un piccolo orto sul balcone. Nelle scorse stagioni avevo fatto crescere e prosperare pinte di basilico, prezzemolo, salvia, rosmarino e menta. Mentre quest’anno ho pensato in grande e quando, a inizio primavera, sono andata al vivaio a comprare le nuove piantine ho visto i vasi di pomodoro rampicante e li ho messi nel carrello.
Una signora vicino a me, mi ha avvisato:

“Stia attenta, li ho comprati l’anno scorso e crescono come il fagiolo magico: avrà un’invasione di pomodorini!”

Le ho sorriso pensando che esagerasse e invece era una veggente…

Un mese fa eravamo ancora al fiorellino giallo, poi sono spuntati timidamente i primi baby magri pomodorini verdi.
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Che commozione!
Nell’ultima settimana, sarà stata l’ondata di calore, c’è stata l’esplosione demografica, le piante hanno preso il potere, sono cresciute a dismisura. Si arrampicano, abbracciano, cercano di strangolare le altre piante e stanno cercando di colonizzare il balcone. Oggi, con gli occhi che brillavano d’orgoglio, ho fatto la prima gustosa insalatina autoctona.

(Se sarà eletto Trump dovrò invece fare come Melania, sbiondarmi, ammazzarmi di botox e magari farmi largo fra i pomodori per costruire un bel muro in terrazza…)

Al mare invece, un giorno, avevo apparecchiato sul balcone e messo una zuppiera con del taboulè, sono rientrata un attimo in casa, per prendere l’acqua, e al ritorno ho trovato un gabbiano planato in mezzo alla tavola che stava mangiando tranquillamente dalla zuppiera.

Gli ho fatto un urlaccio e lui allora mi ha guardato come se fossi una casalinga isterica e poi si è spostato sul davanzale del terrazzo dove ha finito di masticare con calma, guardadomi con aria di sfida.
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Solo quando l’ho minacciato fisicamente lanciandogli contro un telo da spiaggia ha deciso di volare fuori dal balcone. Il taboulé rimasto (tra l’altro appena comprato) l’ho buttato e ho preparato una pasta che sono rimasta a presidiare personalmente.

E dopo questa avventura quando sento il grido stridulo dei gabbiani, creature eleganti, leggiadre e golose, che volano nel cielo azzurro sopra il mare, capisco finalmente cosa urlano:

“tabou-leeee…tabou-leeeeee…tabou-leeee….tabou…leeee”

Merendine con olio di palma: attenzione!

Qui fare un post é un’impresa eroica. La connessione è molto umorale, va e viene a seconda delle influenze astrali, l’unico posto dove “prende” bene é di fianco alla porta del bagno. Sará un messaggio? Vorrá dire che i mie post fanno…

Quindi attenendomi a questo suggerimento celeste, mi limito a riportare un link di Altroconsumo, a mio parere molto interessante, su una petizione per fare chiarezza sull’utilizzo dell’olio di palma nei prodotti alimentari per bambini e adolescenti.

Buona Merenda a tutti 😱😱😱

Giovedi del libro: La scrittrice cucinava qui


Eccomi qui all’appuntamento con la rubrica sui libri. Quello di questa settimana mi ha veramente entusiasmato. Bellissimo, originale e raffinato. La scrittrice cucinava qui, di Stefania Aphel Barzini, autrice di saggi, libri di cucina e del romanzo L’ingrediente perduto.
In questo momento di febbre per il food, in cui prosperano i canali tv ad hoc, i libri di ricette a 360°, gli chef sono star e poi alla fine siamo tutti più grassi e i NAS scoprono sempre più sofisticazioni, il libro della Barzini è una perla rara. Perchè parla di cibo e letteratura con uno stile misurato e affascinante. Racconta particolari biografici inediti, romantici e succosi di dieci grandi scrittrici: da Virginia Wolf a Simone De Beauvoir, da Agatha Christie a Elsa Morante, passando per Colette e Karen Blixen. La vita e le opere di queste autrici e altre illustri colleghe sono raccontate attraverso il cibo, attraverso le loro passioni e idiosincrasie.
Il rapporto con il cibo la dice lunga sul nostro stato d’animo, può essere quasi una cartina di tornasole sulle nostre emozioni e inibizioni. E poi per le donne il modo di cucinare di stare ai fornelli è sinonimo di condivisione, di amore, di accudimento.
Come scriveva Colette e viene riportato dalla Barzini nel libro:

”la vera cucina è fatta da chi assaggia, assapora, sogna un istante, aggiunge un filo d’olio e un pizzico di di sale, da chi pesa senza bilancia, misura il tempo senza orologio, sorveglia l’arrosto solo con gli occhi dell’anima e mescola gli ingredienti secondo ispirazione, come una strega benigna. In altre parole la cucina è fatta dalle donne.”
E le autrici famose, le donne mitiche, raccontate in questo libro hanno tutte un rapporto particolare con il cibo, per alcune, come Virginia Wolf e Karen Blixen, è conflittuale, per altre è pura passione e golosità: Agatha Christie non poteva vivere senza la panna montata, il suo comfort food per eccellenza. Alcune erano brave cuoche, altre risucivano a malapena a scodellare un ovetto fritto. Ma l’amore per il cibo ritorna nei loro libri, nelle descrizioni di pranzi e cene, come metafora dei sentimenti. La scrittura di Stefania Barzini è appassionante e coinvolgente, le sue ricerche sono state meticolose: leggendo sembra veramente di fare un salto nel tempo ed poter sedere a tavola con queste grandi donne che, a volte, attraverso il cibo curavano anche le loro fragilità più segrete.

P.S. E poi in fondo al libro in una piccola appendice ci sono alcune ricette storiche, quelle del cuore delle protagoniste del libro. La torta di zucca e mandorle di Colette, il pane al mais di Harriet Beecher Stowe, il gelato al mandarino di Elsa Morante, la marmellate di mele e limoni di Virginia Woolf, il branzino-Picasso di Gertrude Stein e via così con l’acquolina in bocca!

Recidiva

Avete presente quei giorni in cui provate a pensare positivo, dicendo: “non è poi così male, basta reagire?”
Invece zac! vi arriva un’altra bella batosta sulla testa, come se foste uno dei protagonisti in un teatrino di burattini e quando la marionetta si tira su, l’altra, l’aspetta al varco, per appioppargli ghignando un’altra sonora bastonata?
Beh, oggi per me è stato proprio così.
Ma ora è venerdì sera (thanksgod) e chiudiamo i battenti, almeno con il mondo reale. Quello virtuale mi sembra meno pericoloso…
Diciamo che è stata una settimana un po’ pesantuccia, una settimana in cui sono stata parecchio distratta e ho fatto qualche errore. Poi forse comincia anche la demenza senile…
Dopo l’insuccesso del crumble (grazie per la comprensione), ho combinato anche questa. L’altra sera avevamo invitato a cena un amichetto di Emma e pensato il solito collaudato menù casalingo da invitato-bambino: pasta al sugo, salumi/formaggio, finocchio (solo per i più vegetariani), focaccia e frutta (gelato nei giorni fortunati).
Ho servito delle invitanti orecchiette al pomodoro e chiamato allegramente i commensali: le mie figlie e l’ospite. Io avevo già slurpato via degli avanzi e non mi sedevo a tavola con loro.
I ragazzi hanno assaggiato e poi in coro chiesto il sale.
“Mamma è un po’ insipida”
“Non sa di nulla”
“Posso aggiungerlo?”
Per fortuna ho più di una saliera e quindi ho accontentato tutti allo stesso momento.
Il loro piatto era totalemente insipido, infatti mi sono ricordata di non aver aggiunto il sale nell’acqua della pasta. Ho cercato di giustificarmi:
“Troppo sodio fa gonfiare le gambe!”
Tre paia di occhietti allibiti mi hanno guardato con stupore.
“Poi con il caldo è terribile”, l’altra sera a Milano c’era un nubifragio e faceva un freddo becco.
“Inoltre per chi è incinta i cibi troppo salati possono essere veramente pericolosi”, ho detto a due bambini di nove anni e a una di dodici.
Undici anni di lavoro per Insieme, rivista specializzata nella gravidanza, hanno lasciato il segno e fatto danni: ci sono concetti che mi si sono incastrati fra i neuroni e basta una parola, come sale/sodio, per farmi partire in automatico. Peggio di un motore di ricerca.
Per fortuna, dopo un po’ riesco ancora a bloccarmi.
Anita mi ha fissato sgomenta, dicendo: “Ma mamma!…”
Ho sentito un clic nelle sinapsi e allora ho brontolato sottovoce, anche un po’ risentita:
“Certo, a voi non interessa!” e ho tirato fuori dal frigo il formaggio per quei ragazzi ingrati.