Alla posta

Ultimamente le poste italiane sono anche un po’ boutique: cercano di vendere libri, dizionari, atlanti, biglietti d’auguri e miscellanea varia.
Ieri ero china sullo sportello a compilare il modulo di una raccomandata. L’ufficio postale era stranamente vuoto, di fianco a me solo un signore sulla quarantina che finiva la sua operazione.
La direttirice dell’ufficio gli chiede garrula e amichevole:
“Ma non lo vuole comprare per sua madre, come regalo di Natale un bel libro di ricette?”
“Grazie, ma le ho già comprato un’altra cosa”, risponde educatamente il signore.
“Ma un libro di cucina serve sempre…”, insiste la venditrice.
“Grazie, ma in casa cucino io!” e con un sorriso questo gentile quarantenne, saluta e infila la porta.
Appena è fuori la direttrice commenta: “Ma l’hai visto? L’ha ammesso, alla sua età vive ancora con la madre!”
“Eh sì, l’ha detto lui”, fa eco l’impiegata.
“Che bamboccione!”
“Ancora ha bisogno della mamma! Che pirla! Bamboccione!”
Stavo per dire “ma non vi vergognate?” poi la saggia vocina interiore che mi dice “fatti i cavoli tuoi!” ha avuto il sopravvento e sono stata zitta.
Però delle impiegate delle poste non mi fido. Tanti anni quando ancora non c’era l’email e si spedivano solo cartoline, ero in vacanza con Sant’ al mare. Eravamo all’estero. Siamo andati alla posta a comprare i francobolli e a spedire le nostre postcards e lì due impiegate che avevano poco lavoro perchè l’ufficio era deserto, leggevano tutte le cartoline spedite, commentavano i testi e sghignazzavano felici.