A caccia di autografi

Anche quest’anno sono stata a Londra, ho fatto molte cose che voglio raccontare nei prossimi post. Ma il vero evento del soggiorno è stato andare a vedere Romeo&Juliet al Garrick Theatre con la regia di Kenneth Branagh e gli stessi protagonsiti che aveva già diretto in Cenerentola, Lily James e Richard Madden .
Molto lungimiranti, avevamo già comprato i biglietti in rete con mesi di anticipo. Così al nostro secondo giorno a Londra, Emma ed io ci siamo presentate a teatro felici e piene di aspettative.
A essere onesti non ero tanto felice, anzi ero piuttosto nervosa perchè quel giorno avevo iniziato la mia disintossicazione dal caffè. Aproffittando del fatto che a Londra caffè e capuccino sono meno buoni e ben più cari che in Italia, avevo deciso di essere un po’ inglese e bere solo te.
Bellissimo proposito un po’ difficile da realizzare.
Il giorno dello spettacolo era il primo del mio programma rehab-fai-da-te, la mattina è andata abbastanza bene, ho fatto una corsetta nel parco e mi sono sentita motivatissima nel programma benessere.
Il pomeriggio è stata più dura e quando siamo andate a teatro cominciavo a sentirmi piuttosto nervosa ma cercavo di non pensarci.
Nell’adattamento teatrale di Romeo&Juliet, il regista Kenneth Branagh aveva scelto un’ambientazione italiana in una Verona (che sembrava la Sicilia degli spot di Dolce&Gabbana) negli anni’50.
Scelta interessante soprattutto per i bellissimi costumi dei protagonisti ma discutibile sotto altri punti di vista. Infatti quello che mi ha reso una belva è stato vedere gli attori sedersi, più volte, al tavolino di un bar a bere caffè.
(cosa fanno gli italiani? Parlano forte, gesticolano e bevono caffè! Il regista avrebbe potuto mettere sul palcoscenico un bel piatto di spaghetti, mi avrebbe fatto soffrire di meno!)
Mentre Juliet si struggeva per Romeo, sono precipitata in una terribile crisi di astinenza, deliravo pensando: “Da quando avevo 14 anni non c’è mai stata una giornata in cui non ho bevuto un caffè, perchè proprio oggi devo smettere?”
Gli attori erano tutti bravissimi, Lily-Juliet deliziosa ma mancava Richard Madden (era caduto e si era fatto male a una gamba) perciò rimpiazzato da Freddie Fox.
img_8418
A fine spettacolo, mentre tutti erano in piedi ad applaudire pensavo solo una cosa: “Caffè! Caffè! Caffè! Sto arrivando!”
Invece Emma aveva un programma ben diverso: dovevamo piazzarci davanti alla porta del backstage ad aspettare gli attori per chiedere un autografo. Aveva fatto un ritratto di Lily James, che ammirava dai tempi in cui interpretava Lady Rose in Dontown Abbey , e voleva farselo autografare. E così ci siamo messe in fila in mezzo agli altri fan.
E abbiamo aspettato. Aspettato. Aspettato. Aspettato. E aspettato.
Aspettato ancora. E ancora.
Gli attori se la sono presa molto comoda, anzi (bastardi egoisti) hanno fatto anche un piccolo party per bere un po’ insieme visto che era venerdì sera. Li vedevamo ridere e scherzare sulla terrazza del teatro che poteva scorgersi dal punto dove noi poveri fan sfigati aspettavamo. C’era un sacco di gente, di cui molti psicologicamente instabili.
Erano tutti eccitatissimi.
La ragazza che aveva preparato uno scrapbook da donare a Lily James con una serie di lettere, una per ogni giorno del calendario dello spettacolo. Degli omarini anziani che stravedevano (ancora) per Marisa Berenson , itgirl degli anni’70 che interpretava la madre di Juliet. E naturalmente la folla di italiane che attendeva adorante Richard Madden senza sapere che fosse stato sostituito.
Poi c’ero io che pensavo “Caffè! Caffè! Caffè!”, anche se oramai era notte, ero nervosissima ma cercavo di dissimulare perché non volevo essere una cattiva madre.
Cercavo di autoconsolarmi ricordando che esistono genitori che dovevano soffrire molto più di me, mi sentivo molto vicina alle madri delle belibers e directioners, le fan di Justin Bieber e degli One Direction, e ringraziavo il cielo di non essere una di loro.
Tra la folla in attesa ogni quanto d’ora arrivava un padre romano, chaperon di un paio di fan sfegatate di Madden, a chiedere gentilmente quanto stimavano ci fosse ancora da aspettare.
Il pover’uomo veniva regolarmente sfanculato dalle adolescenti.
“Vado al pub qui di fianco a bere”, ha annunciato, stremato, a un certo punto. Allora l’ho guardato con interesse. Why not?
E se fossi andata a ubriacarmi con lui? Poteva la birra farmi dimenticare il caffè? Molto probabilmente sì. La tentazione era forte, ma lo strenuo papà era proprio brutto…
Così sono rimasta, imprecando segretamente dentro di me contro gli attori.
Fino a quando non è apparsa Marisa Berenson, ancora straordinariamente gnocca a dispetto dell’età.
Poi sono usciti tutti e buon’ultima l’adorabile Lily James, che ha firmato l’autografo e apprezzato molto il disegno di Emma.
Siamo tornate a casa contente ed è un mese che bevo solo 2 caffè al giorno.
(prima del rehab erano 4!)

Starbucks: caffè ma non solo…

Di oggi la notizia che la catena americana Starbucks sbarcherà a Milano. Sono contenta anche se mi chiedo quali adattamenti saranno necessari per essere competitivi nel nostro mercato, ma forse non è neanche così importante scraniarsi troppo per trovarli. Starbucks piace molto ai più giovani, che amano da matti immortalare le loro consumazioni con il celebre logo bianco e verde, su Snapchat e su Instagram. Proprio grazie a questa passione con le mie figlie, viaggiando mi sono sciroppata molti Starbucks in luoghi diversi. E ho imparato una cosa: in questi locali all’estero non si va solo per bere il caffè, oooops… il frapuccino, moka latte, chai latte o similia, si va per il free wi-fi ma soprattutto, inutile negarlo, per andare in bagno.
Sì perchè, sarò prosaica, ma come ho scritto più volte, quando si viaggia trovare una bella toilette, vale certo il prezzo di un capuccino, tre volte più caro che in Italia. E di solito accedere ai servizi di Starbucks è facile, non ci vuole nemmeno il codice da digitare. Questa comodità non è un segreto, infatti mi ricorderò sempre di un pomeriggio in un glorioso Starbucks parigino, un posto molto bello vicinissimo all’Opera. Siamo entrate per i motivi suddetti (in ordine di importanza): gabinetto, wi-fi, caffè.
Gli ultimi due obiettivi siamo riuscite a raggiungerli facilmente mentre l’accesso ai servizi è stato da subito molto più arduo. C’era una fila lunghissima davanti ai servizi. Così bevuto il caffè, surfato un po’ sulla rete e aspettato. La fila di ragazzine in coda davanti all’ingresso del bagno sembrava perpetua. La cosa più strana era che dal bagno non usciva nessuno mentre la linea di attesa si infoltiva sempre di più. A un certo punto mi sono insospettita e così un po’ all’italiana, da impicciona o da giornalista investigativa, sono entrata nell’antibagno per capire cosa stesse succedendo. Dentro ho trovato un barbone felice, un vero clochard parigino, in mutande (di un idefinibile colore beige) sui sessanta-settanta, con capelli grigi lunghi e barba en pendant che si faceva una toilette completa. Anche lui non era andato da Starbucks per il caffè.
Gli ho detto “Bonjour” e sono andata in bagno. Poi uscendo ho consigliato alle ragazzine di entrare e ignorarlo. Alcune l’hanno fatto, mentre altre se lo sono tenuta.