Mamma che fame!

La ribellione e l’anelito all’indipendenza negli adolescenti passa spesso anche attraverso il rifiuto delle regole di una sana alimentazione. I teenager amano conformarsi quindi le nuove abitudini, riguardo al cibo e anche a tutto quello che fa da contorno, non vengono più mutuate attraverso i consigli famigliari (soprattutto materni) ma si copia quello che fanno e sperimentano gli amici.

E con la rete gli amici possono anche non essere quelli reali ma dei perfetti sconosciuti “incontrati” su instagram. Per imparare a piacersi e avere un corpo sexy le ragazze spesso digiunano, diventano fruttariane (come magari delle fichissime influencer australiane, con milioni di followers che si sbaffano quattro papaye e due mango a colazione, ovviamente facilissimi da reperire anche da noi!) o combattono (contro le madri) per avere il fisico delle supermodel vegane, magari Angeli di Victoria’ s Secret.

Mentre i ragazzi devono essere “grossi”, fare il pieno di muscoli, si iscrivono in palestra e seguono anche loro gli influencer che predicano una dieta iperproteica, beveroni compresi.

Poi naturalmente fotografano tutto quello che mangiano. Perché a volte postare cibo e bevande è anche più importate che nutrirsi!

Molto spesso saltano la colazione, perchè si svegliano all’ultimo secondo e arriverebbero in ritardo a scuola, si abbuffano di junk food, bevono e fumano (un po’di tutto).

Allora le madri rimpiangono giorni lontani che (ingenuamente) credevano stressanti. Quelli di inizio 2000, quando, con il cucchiaino in mano, facevano l’aereo per far ingugitare un boccone di pappa di legumi al pupo. Lui la sputava e ci si disperava…

Per non soccombere alla rivoluzione alimentare degli adolescenti vi consiglio questo manuale, scritto da Stefania Ruggeri, nutrizionista e ricercatrice del Crea (Centro di ricerca alimenti e nutrizione) nonchè madre di due teenager che, con competanza e anche un pizzico di ironia, insegna come cavarsela al meglio.

Il libro contiene ricette e consigli utilissimi su come sfangarla e aiutare i nostri figli ad alimentarsi nella maniera più sana possibile senza incappare in diete sbilanciate. Poi c’è anche un utilissimo vademecum in 10 punti che suggerisce come convivere con gli “shottini”, cioè imparare a bere senza trascendere in comportamenti pericolosi.

Baby: da un fatto di cronaca alla ricerca dell’audience su Netflix

Lo scandalo delle due parioline, liceali, che si prostituivano per fare la bella vita, spendere e spandere e permettersi un guararoba firmato risale al 2014. Una storia pruriginosa di costume che ha fatto scalpore. Ma anche riflettere e rabbrividire molti genitori.

Da venerdì, dopo un battage pubblicitario pesante, la vicenda delle due baby prostitute, è stata trasformata in una serie su Netflix. Come si sono premurati di chiarire i creatori, la trama delle otto puntate di Baby è solo un libero adattamento del fatto di cronaca.

Beh, si poteva fare di meglio. A parte la pessima recitazione di gran parte dei protagonisti (si salvano solo gli attori più famosi) la sceneggiatura è spesso incongruente e banale.

Troviamo, ancora una volta, una costosa scuola privata come teatro della vicenda.

Nelle serie tv questi luoghi sono il male, frequentati da adolescenti debosciati e disagiati. Qui sono iscritte naturalmente le due giovani prostitute wanna-be, Chiara e Ludovica.  Oltre a loro ci sono un coatto che in realtà è figlio di un ambasciatore di un non ben identificato paese arabo e anche molti altri infelici, ragazzi e ragazze scontenti, invidiosi, avidi e bugiardi. Litigano e si fanno scherzi pesanti.

Ovviamente ci sono i soliti video sexy messi in rete, i tradimenti e le spiate.

Mentre gli alunni hanno case da immortalare nelle riviste di arredamento, il preside ha una cucina squallida ancora in stile anni’60. E un figlio (bruttarello) che si eccita sfogliando, segretamente, riviste con paginoni di pubblicità di underwear da uomo (in stile D&G).

Poi fra il corpo docente, stranamente, la prof di ginnastica è moglie dell’ambasciatore.

Quando una ragazzina tra i protagonisti, aspettando di poter partire per l’anno all’estero a New York, si invaghisce le coatto-bene lo invita a cena in famiglia la madre (snob) storce il naso, (uno straniero e anche attacabrighe con problemi di sospensione scolastica!) poi chiede con scocciata nonchalance alla colf (che spignatta rassegnata in uniforme sullo sfondo della megacucina):

“Maria* sai cucinare qualcosa di arabo?” (*nome di fantasia)

E allora la figlia felice esclama: “Grazie mamma!”

Altra scena fondamentale al plot: Ludovica si è appena accoppiata con un tipo che la porterà sulla cattiva strada (per convincerlo gli ha gridato “strappami questo vestito!”) e dopo l’amplesso gira per l’appartamento curiosando qua e là.

Trova una borsetta rossa di Fendi (ma guarda! negli articoli di giornale del 2014 c’era scritto che le due baby prostitute adoravano le borse griffate) e la osserva prendendola in mano. In quel mentre entra nella stanza il tipo, docciato e tatuato, indossando solo un asciugamano in vita, la guarda e le chiede sornione:

“Ti piace quella borsetta?”

Lei annuisce.

Allora lui prende la borsa, la capovolge per svuotarla e le dice, veramente generosissimo: “Prendila è tua!”

Ludovica è contenta, io invece mi sono fatta delle domande. Ma di chi era quella borsa? Frutto di uno scippo? Le cose che erano dentro appartenevano a una fidanzata precedente? O era lui che portava la borsetta a tracolla?

Insomma tutto così, un po’ ridicolo. Non aggiungo altri dettagli per non spoilerare troppo. I poveri adolescenti sono quasi delle caricature di se stessi, vacui, scontenti, schiavi di instagram. E soprattutto totalmente privi di anche un minimo guizzo di umana ironia.

Mi sarei disperata se non avessi invece scovato un’altra serie, sempre sui teenager, molto più viva, divertente e realistica. Realizzata con molto meno budget riesce però a rendere con più verosimiglianza l’idea di cosa pensano e come vivono i nostri ragazzi.

Anche questa è ambientata in un liceo romano (non un’altra infernale scuola privata!), è la versione italiana di una seguitissima serie norvegese sugli adolescenti. Molto più divertente e interessante di Baby che, purtroppo, ha capitalizzato sulla trasgressione senza poi riuscire a scandalizzare e nemmeno coinvolgere.

Oltretutto poi la visione di questa serie più divertente è anche gratis!

 

Elite: la peggior serie di sempre?

Nei teen drama, le serie televisive dedicate agli adolescenti tutto deve essere amplificato: timori, invidie, gelosie, cattiverie, sesso, droghe. Per fare audience i finti adolescenti televisivi (di solito interpretati da attori venticinquenni) hanno dark side molto evidenziati, disagi spesso patologici.

Un eclatante brutto esempio di questa tendenza è la nuova serie spagnola Elite, prodotta da Netflix.

La storia si svolge a Las Encinas, la scuola da ricchi del Paese, con un’ ambientazione che clona i prestigiosi istituti d’oltreoceano. E’ un po’ un Gossip Girl in un Paese con il PIL molto più basso.

Siamo in Spagna e quindi i ragazzi indossano le belle uniformi scolastiche, ma hanno un sacco di sfighe in più rispetto ai coetanei americani. La prima è dover accettare l’arrivo di tre alunni di una classe sociale molto più bassa (il titolo della serie Elite, significa che Las Encinas forma appunto la futura elite, la classe dirigente del futuro).

I tre poveri sono arrivati perchè hanno vinto una borsa di studio (oltre che pezzenti anche secchioni!) perchè la loro vecchia scuola, ovviamente in un quartieraccio, è crollata per colpa del costruttore che aveva usato materiali scadenti.

(E in che classe sono inseriti i poveri? In quella dove ci sono anche i figli-fichi del costruttore-truffatore. Ma guarda che combinazione!)

Naturalmente questo innesto di gente strana/diversa non è ben accettato dai giovani e ricchi rampolli e quindi succede il fattaccio. Ci scappa il morto.

Sì, Elite è un thriller teen drama e per catturare lo spettatore, inizia subito con gli interrogatori, copiando lo stile di un’altra serie molto più accattivante.

Così, tra canzoncine imbarazzanti e scene in slow motion si imparano a conoscere i protagonisti: fra questi ci sono tre attori de La Casa di Carta (per gli appassionati: Rio, Denver e Alison). Sono la scoperta più bella di tutta la trama, perchè il resto è veramente un’accozzaglia di luoghi comuni e temi pruriginosi acchiappa-adolescenti mischiati alla rinfusa.

Hanno infilato dentro di tutto: differenze di classe, malattia, omosessualità, bullismo, truffe, violenza, religione e una bella spruzzata di perversioni sessuali che, di solito, a sedici anni se non sei cresciuto in un postribolo, non riesci proprio a inventarti.

Un mix esagerato che fa sembrare Tredici un’opera di Shakespeare.

Giusto un piccolo esempio per rendere l’idea: uno dei ragazzi sta scoprendo la sua omosessualità allora va su un app per cercare un partner. Però vorrebbe anche farsi un po’ di canne, per rilassarsi, quindi cerca anche uno spacciatore.

Il destino vuole che il pusher che trova non solo sia gay, ma pure musulmano. Insomma  erano così tanti i temi da esplorare che a quell’attore nel personaggio da interpretare è toccato il 3×1, la combinazione di tre tematiche.

E cosa si dicono i due mentre partono i primi approcci su un muretto?

“Excusatio non petita accusatio manifesta!” (giuro, parlavano in spagnolo ma il ragazzo ricco al pusher musulmano che tentava di baciarlo ha detto proprio così)

Lo spacciatore ha risposto qualcosa come: “Che caxxx dici?”

Allora il latinista sedicenne ha fatto marcia indietro e mormorato: “Nada”

Ecco, in quel momento tutto mi è stato chiaro. Il povero sceneggiatore, lo schiavo a cui avranno chiesto di scrivere a tempo record i testi per la serie (per quello ha prodotto una tale schifezza), aveva fatto il liceo classico e per vendetta ha infilato lì quella frase!

Money slave?

Si incontrano a una festa. Lui sui diciotto, lei di qualche anno più “vecchia”. Ridono, scherzano. Il ragazzo fa un paio di complimenti e poi si scambiano il numero di telefono.

Silenzio per qualche mese, poi lui scrive e, a sorpresa, dopo qualche convenevole, non le domanda di vedersi, ma lancia un’altra proposta. Originale, inaspettata.

Chiede alla ragazza se può diventare il suo money slave.

Stiamo pranzando e mia figlia, tra un “passami il sale” e “vuoi ancora insalata?”, mi racconta la storia di questo strano “corteggiamento”. E’ capitato poche settimane fa a una sua amica.

Ripete e sottolinea: “Un money slave!”

Quando non reagisco con il dovuto stupore alla notizia, vengo incalzata.

“Mamma, sai chi è?“

“Sarà un masochista?”, buttò lì con nonchalance.

Non sono moralista, non mi scandalizzo facilmente. Convivo con una buona dose di cinismo e credevo anche di essere abbastanza aggiornata sulle perversioni, invece vengo squadrata con un certo compatimento. Mentre addento una fetta di pomodoro, mia figlia mi guarda delusa. Capisco di essere considerata vintage, sconnessa, disinformata. Obsoleta.

Non ho prestato abbastanza attenzione al dettaglio chiave del racconto e del concetto ho capito solo la parola slave, invece l’enfasi va posta sul primo vocabolo: money.

E quando si parla di soldi tutto assume sfumature diverse. Anche nelle relazioni sentimentali dei più giovani.

Per istruirmi mia figlia prende il cellulare e apre la pagina di wikipedia che spiega che un money slave è un individuo che ama essere trattato come un bancomat.

Felice quando gli si ordina di dare, di pagare, per soddisfare la sua padrona. Un masochista altruista che non vuole niente in cambio.

Incredula continuo a leggere per tentare di capire il fenomeno: come molte altre tendenze l’abbiamo importato dagli USA. Scopro che ci sono stati anche due servizi televisivi sull’argomento: se ne sono occupati Le Iene e Nemo. Però nei casi raccontati in televisione i protagonisti erano dominatrici e schiavi adulti. Non ragazzi diciottenni.

Mentre cerco di sintonizzarmi e capire questa strana predilezione, mi viene raccontato anche il finale della storia: il ragazzo che si candidava a bancomat, nella chat, aveva specificato anche il massimale dell’offerta. Non più di 85 euro.

Ascolto ancora, domandandomi se tale limite fosse, per caso, l’ammontare della sua paghetta.

Poi quando la sua proposta è stata gentilmente declinata, l’aspirante e acerbo money slave non si è offeso. Anzi, per far vedere che faceva sul serio ha fatto comunque una ricarica da 10 euro alla ragazza. Fine dell’approccio e anche del racconto.

Ai miei tempi avevo un’amica scaltra gattamorta che era abilissima a scroccare passaggi, cene e regalini da spasimanti che finivano regolarmente a bocca asciutta. Ma non erano money slave, piuttosto dei generosi, illusi, ottimisti ragazzi che continuavano a sperare che la mia amica un giorno cambiasse idea. Ammaliata dai loro regali li degnasse di qualche calda attenzione.

Invece questo concetto passivo del finanziatore sottomesso, mi incuriosisce e sconvolge. Non voglio credere che al tempo dei primi amori, in un universo sempre più consumista, questo fenomeno possa essere una strategia di corteggiamento.

Maschi insicuri e femmine sempre più stregate dal materialismo, non è una bella fotografia dell’interazione fra i sessi.

Come affrontare le medie e uscirne vivi

Sembra facile ma dalle elementari alle medie c’è un abisso. Per affrontarlo bisogna fare un grande passo e maturare un po’. A volte questo obbligo fa un po’ paura, iniziare la scuola media significa anche diventare grandi e qualcuno magari teme di non esserne all’altezza.
Allora può venire in aiuto questo simpatico manuale, in cui Annalisa Strada (insegnante e talentuosa autrice di libri per ragazzi) svela 101 trucchi per cavarsela alla grande.

Con un taglio ironico l’autrice esplora paure e insicurezze che potrebbero accompagnare il salto nel turbinoso mondo della pre-adolescenza.

Quando con mia figlia cerco la delicatezza giusta per affrontare una tematica pruriginosa  lei ribatte:

“Mamma, ma l’ho imparato alle medie!”

Insomma le medie sono il Vietnam dell’educazione scolastica, rappresentano il rito di passaggio. Il momento della trasformazione: l’ingenuo bambino delle elementari si trasforma troppo velocemente nell’adolescente riottoso e scafato.

Quindi benvenga un manuale che aiuti a traghettare nella realtà sfaccettata della nuova scuola dove non si è più piccoli e non si sa ancora essere grandi.

Nel libro sono elencate varie problematiche. Pratiche e psicologiche.

Dall’arte di preparare lo zaino (pesantissimo nel primo anno, diventa progressivamente più leggero quando si impare a ridurre il superfluo) alla mappa per arrivare a scuola, dal comportamento sui mezzi pubblici al bon ton del corridoio (dove si diventerà impermeabili agli sguardi strani).

Con uno stile accattivante l’autrice affronta anche temi delicati come la consapevolezza delle proprie capacità, l’autoironia e il senso di responsabilità.

Alla fine del manuale c’è anche una busta, utilissima per raccogliere bigliettini dove si possono elencare desideri e ricordi. Souvenir prezioso da rileggere alla fine del terzo anno di scuola media, quando ci si sentirà oramai “vecchi” ed esperti.

Tredici-la seconda stagione

“Dove gliel’ha messa la scopa?”
“Nooo! Ma che schifo!”

Questa è una conversazione tra adolescenti in autobus, è mattina stanno andando a scuola. Una di loro la sera prima ha visto la seconda serie della serie Tredici, pensata proprio per loro. Nella seconda stagione si cercano di sviscerare i motivi dietro il tragico suicidio di una liceale, Hannah Baker che si è tolta la vita dopo essere stata vittima di uno stupro e anche di episodi di bullismo. Ma prima di farla finita Hannah ha mandato in giro per il liceo 13 cassette per accusare varie persone del suo tragico gesto.

Della prima stagione avevo già parlato, espresso perplessità su come gli autori della serie avessero affrontato i problemi adolescenziali speculando e amplificando per ottenere  audience. L’obiettivo era stato raggiunto alla grande. E nell’inmancabile sequel, non avendo più un testo la vicenda del romanzo da cui è stata tratta la serie si esaurisce nel plot della prima serie), ci hanno dato dentro senza limiti, per sconvolgere e scandalizzare ancor di più il giovane pubblico.

E hanno fatto centro, come prova la conversazione riportata in alto.

Non “spoilero” nulla, perché seguendo la “bibbia del marketing”, Netflix ha pubblicizzato alla grande il finale violento e splatter della stagione. E’ stato commentato in rete sotto vari titoli: “i momenti più controversi”, ” il finale che fa discutere”, “la dramamtica attualità” e blah…blah.

Giusto per alimentare il voyerismo.

Il povero stuprato è Tyler, il fotografo del liceo che viene accusato di aver pubblicizzato troppo le magagne della scuola. Così tanto da comprometterne anche i risultati sportivi. E sui risultati sportivi in USA non si scherza!

Per punirlo del suo errore lo bullano, violentano e lui, appena si riprende, che fa?

Ovviamente medita una strage nel liceo.

Stupro+Strage: cockatail esplosivo per liceali.

Qui però si esagerava, visto che negli USA purtroppo lo studente che spara nelle scuole  è troppo spesso cronaca. Allora qualcuno (dalla regia), per evitare grane, decide una modifica. E fiuuuuuuu! Riusciranno a fermarlo così ci scappa anche un mezzo eroe!

(A questo punto meglio guardare Escobar o Suburra, violenza onesta e almeno non dedicata ai ragazzi)

The end of the f…ing world

Già dal titolo si intuisce che The end of the fu…ing world non è la classica serie televisiva (in onda su Netflix) dedicata agli adolescenti, che magari tocca temi scottanti e pruriginosi ma con quell’approccio paternalistico-scandalistico che giova tanto all’audience.

Fortunatamente invece non ha niente a che vedere con Tredici è molto più vera, intensa e intelligente. Peccato però che la traduzione italiana renda a volte i dialoghi esageratamente volgari e senz’altro meno immediati e accattivanti.

La storia di Alyssa e James, due adolescenti che si incontrano a scuola e diventano compagni di una sgangherata avventura è un piccolo capolavoro nel descrivere la psicologia e il disagio adolescenziale. Senza scadere nello stucchevole perbenismo all’americana, sostituito invece da un cinismo tutto british. E condito con una bella dose di scene pulp e violenza volutamente esagerata, forse perchè la storia nasce da un fumetto autoprodotto, diventato cult, alcuni anni fa, fra i ragazzi attraverso il passaparola.

Doveva essere un film invece è diventata una serie di otto episodi da venti minuti, quindi può essere vista anche tutta insieme, di seguito, per immergersi completamente nel mondo un po’ folle dei protagonisti.

Le avventure di questi due diciassettenni difficili vittime di famiglie sgangherate, sono narrate con uno stile iperbolico accompagnato da tanta ironia da cogliere nella definizione dei diversi personaggi.

La trama si svolge come un road movie, con una fotografia molto bella e un’ottima colonna sonora. Mentre i contenuti al netto della finzione cinematografica sono quelli più intimi e veri degli adolescenti. Essere accettati, fare le prime esperienze sessuali, sentirsi amati.

La seconda stagione è ancora in forse, ma spero che, considerate le ottime recensioni (non sono l’unica entusiasta), diventi presto realtà.

Gli sdraiati

Sono andata a vedere il film di Francesca Archibugi, tratto dal bestseller di Michele Serra. E per una volta il film è meglio del libro.

La sceneggiatura di Francesco Piccolo infatti è molto più ricca, coinvolgente della storia narrata nel romanzo. Dove le critiche rivolte dal padre al figlio adolescente, apatico e sdraiato H24 sul divano, si trasformavano in noiose elucubrazioni mentali del genitore che rimaneva una figura brontolona e poco coinvolgente. Nella pellicola invece, il padre, interpretato bene da Claudio Bisio, ha fortunatamente uno spessore psicologico.

Magari discutibile, perchè spesso squallido e opportunista, ma vivo e realistico. Nella narrazione del rapporto con il figlio, che lo considera un rompipalle esaurito, ci sono degli elementi divertenti e la ribellione adolescenziale è un po’ stereotipata ma condivisibile. I dialoghi sono fulminanti e credibili.

Il ragazzo protagonista vive in branco, con i suoi compagni frequenta un liceo classico milanese (il casting è stato fatto anche nella scuola di mia figlia e un suo compagno fa parte del gruppetto dei protagonisti). Milano è filmata molto bene, solo le scene in cui gli adolescenti pascolano con nonchalance in bici sono molto cinematografiche ma inverosimili. Con il traffico della città nessuno, se vuole sopravvivere, può pedalare in modo così rilassato.

Lo spezzone migliore della pellicola riguarda il ricevimento dei genitori a scuola: dove padri e madri sono pronti, sempre e comunque, a difendere i figli. A sventolare certificati medici di discalculia, pure di non accettare le critiche degli insegnanti. Se un figlio copia e non studia, pur di non ammetterlo, si organizza una petizione per far trasferire il prof.

Esilarante ma purtroppo tanto realistico. Più i genitori sono intellettuali, più difendono il fancazzismo dei figli a spada tratta!

Poi ci sono i weekend in Liguria, pied-à-terre dei milanesi radical chic, come la famiglia protagonista. Bellissime le riprese nella natura: fra mare ed entroterra. Peccato per la fidanzatina costantemente “presa male”, con un malumore che risulta piuttosto irritante, non solo a papà-Claudio Bisio, ma alla fine anche agli spettatori.

Come conquistare i teenagers

Due romanzi dedicati agli adolescenti che sono diventati best seller: Jennifer Niven affronta argomenti delicati e scomodi come il bullismo, i problemi alimentari e anche il disagio che porta tanta negatività, fino all’idea di farla finita. Però riesce a scriverne con onestà e delicatezza e a condire le sue storie anche con sentimenti forti e coinvolgenti che le hanno fatto conquistare una fan base incredibile in tutto il mondo.

I teenagers rappresentano una grossissima fetta del mercato dell’editoria. Leggono tanto perchè trovano un rifugio nelle pagine dei libri, che diventano un ottimo escamotage per isolarsi, per chiudere la comunicazione con gli adulti ottusi che non li capiscono. E si affezionano ai testi che fanno breccia nella loro sensibilità, che li aiutano a non sentirsi soli, a condividere le loro insicurezze, quel senso di inadeguatezza che contraddistingue le difficili fasi di trasformazione delle loro personalità e magari li aiutano a sognare una love story salvifica.

I libri di Jennifer Niven contengono tutto questo, seguono alla lettera lo schema della letteratura young adult: ragazzini problematici, territorio scolastico ostile (che brutti posti questi licei americani, i nostri sono molto meno tremendi!), genitori poco sensibili, ma vanno oltre. Perché hanno il coraggio  di indagare anche su emozioni più oneste e profonde.

Questo credo che sia il segreto del grande successo di questa scrittrice, amatissima dai suoi lettori che la supportano con la loro ammirazione.

Per capirne di più,  ne ho discusso con lei in questa intervista.

Forse noi siamo un po’ meglio…

Hannah Baker, protagonista di Tredici ha un carattere un po’ difficile e i nostri ragazzi l’hanno capito bene, tanto che girano in rete dei meme come quello qui sotto. Hannah se le cose non vanno come vuole lei è subito pronta a vendicarsi…

Discutendo della serie la mia amica Giannina, mi ha fatto scoprire questo video
del TED Talk di Peggy Orenstein, giornalista e autrice americana che, per tre anni, ha intervistato ragazze americane tra i 15 e 20 anni, indagando sulla loro sessualità.

Le testimonianze raccolte dalla Orenstein sono quelle di ragazze colte, che si definiscono indipendenti e determinate. Non sono quelle imbranate, poverette un po’ analfabete delle teen mums. Queste ragazze studiano, anche nelle università prestigiose della Ivy League, sanno quello che vogliono. Ma con le loro confidenze intime il loro empowerment di facciata crolla miseramente.

Mentre negli anni antichi del femminismo le donne rivendicavano il diritto di provare piacere nel fare sesso, attraverso i decenni (con un passaparola deformato) a queste ragazze il messaggio arrivato è: fare sesso.

Infatti tutte iniziano presto, quasi sempre offuscate dall’alcol. Meglio farlo per essere emancipate e cavarsi l’impiccio. Le loro aspettative nel sesso sono: non sentire male e non essere imbarazzate. Non conoscono il loro corpo. Le vecchie femministe consigliavano di guardarsi con uno specchietto, queste ragazze invece si sentono a posto solo dopo una ceretta totale alla brasiliana e magari, per chi se lo può permettere, una plastica alle grandi labbra.

L’intervento “cosmetico” di correzione alla vagina è aumentato del 80% tra il 2014 e il 2015 nelle ragazze al di sotto dei 20 anni. Il modello di intervento più richiesto si chiama “Barbie” perché naturalmente, essendo una bambola, tra le gambe ha un taglietto perfetto.

La Orenstein svela anche che questa inibizione nei riguardi degli organi genitali femminili viene da lontano: molto spesso nelle dinamiche familiari americane si crescono i maschietti con un simpatico cameratismo verso il loro “pisellino”, mentre verso il corpo femminile c’è omertà. Non ci sono nomignoli divertenti per la vagina. Si rimane sul vago.

Quest’ultima non è certamente una buona notizia, ma mi ha dato qualche speranza. Nelle case italiane “patatina” lo diciamo. Forse allora non siamo ancora messi così male. nonostante i nostri figli tendano a copiare tutto quello che viene dagli USA e Google sia la loro Bibbia, noi per fortuna/tradizione/allegria siamo meno inibiti.

E anche per le nostre ragazze forse c’è ancora un po’ di speranza.

Thirteen reasons why

Da lontano, dopo tanti anni, i tempi del liceo li ricordiamo come un momento felice, spumeggiante e leggero. Gli adolescenti eravamo noi: senza rughe, senza obblighi famigliari e professionali, senza mutuo. Una pacchia.

Anni mitizzati perchè dobbiamo mettere in conto anche un calo di memoria.

Ma forse no, perchè nel nostro Paese abbiamo tanto sfighe, ma non siamo mai stati così minus habens, così vuoti e semplici, come i teen-agers americani protagonisti di Thirteen reasons why. La nuova serie di Netflix ambientata in un liceo americano, tratta dall’omonimo best-seller uscito dieci anni fa, che racconta del suicidio di una studentessa bella e tormentata.

Liberty High, l’istituto in cui è ambientata la storia, viene descritto come una specie di inferno. Tutti sono bugiardi e anche piuttosto vigliacchi. Non è una scuola disagiata, ha  un bel giardino intorno, siamo nella dorata California, e anche il preside è un bell’uomo di mezza età senza pancia.

C’è un variegato mix di razze (siamo politically corect), tutti sembrano tanti carini e invece…

La protagonista della vicenda è la povera Hannah Baker, che dall’aldilà torna a materializzarsi grazie a una collezione di sette cassette (da ascoltare attentamente lato A e lato B) in cui ha registrato le 13 ragioni per cui si è tolta di mezzo.

Questi nastri vengono misteriosamente recapitati al coetaneo più timido e anche un po’ secchione della scuola (però naturalmente è bello) che, soffrendo come un cane, in mezzo a mille ostracismi fisici e morali, cerca di sbrogliare la matassa.

La produttrice della serie è Selena Gomez che conosce bene i suoi polli fans e infatti Thirteen reasons why è perfettamente calibrato per un pubblico di adolescenti che si lasciano stregare dal plot in cui la drammaticità è data dalla classica ricetta sesso-droga-rock’n roll, edulcorata in stile teen-ager. E condita con un contorno di bullismo all’americana, dove ci sono le cheerleaders, i drugstore dove comprare l’alcol da bere nel sacchetto di carta marrone, i balli della scuola e  anche i SUV guidati, in comode stradone senza ZTL,  a sedici anni.

La suspence della trama dovrebbe avere un ritmo più serrato, molte situazioni sono prevedibili, ma i dialoghi fra adolescenti sono realistici e così pure gli impasse esistenziali.

Sconsigliato ai maggiori di 17 anni.

Le ragazze con il pallino per la matematica

Marzo è il mese dello STEM (science, tecnology, engineering and mathematics) e per celebrarlo meglio è stato appena pubblicato Le ragazze con il pallino per la matematica, un libro che vuole aiutare a spazzare via un pesante pregiudizio di genere. L’idea che la passione per le materie scientifiche non sia una prerogativa femminile.

Scritto da Chiara Burberi, docente, consulente e creatrice della “Palestra della matematica più grande d’Italia” e Luisa Pronzato, giornalista del Corriere della Sera e coordinatrice della 27maOra, raccoglie le esperienze di ragazze e donne che hanno messo la scienza, la matematica, l’economia, l’ingegneria al centro della propria vita, nonostante la diffidenza di genitori e professori, i pregiudizi, le statistiche e numeri in negativo.

Hanno creduto nelle proprie capacità e sfidato le convenzioni.

La matematica è innata. Recenti studi documentati in questo libro, hanno dimostrato che nasciamo con il senso della numerosità, che condividiamo con cuccioli e animali. Già a quattro mesi riconosciamo la numerosità, cioè abbiamo reazioni fisiche alla presenza di uno, due o tre oggetti. Reagiamo se ne scompare uno e se ne riappare un altro.

Questo scrive Chiara Burberi e devo fare un vergognoso coming out: sono l’esempio vivente di ex bebé andato a male. Probabilmente anch’io avevo un buon senso della numerosità, nei lontani anni’60.

Poi questo talento è andato perso, non credo solo a causa di stereotipi di genere ma anche perchè al liceo scientifico ho avuto un orrido prof di fisica e matematica (sì, era anche maschilista).

Tanto che all’esame di maturità quando chiesi alla mia compagna, (la più brava in matematica che poi è diventata medico) se il suo risultato fosse “2” come il mio, lei rispose che invece era una cosa complicatissima con degli x, degli y e altre cose strane, me lo sono fatta passare.

Sono stata promossa ed è stato l’ultimo compito di matematica della mia vita!

Me ne vergogno? Un po’ sì, perchè ho sprecato un’occasione per essere migliore, per apprendere.

Con due figlie al liceo e all’università, posso testimoniare che i pregiudizi sul talento femminile nelle materie dello STEM esistono eccome. Però la situazione sta migliorando, le ragazze vogliono veramente combattere i limiti culturali di genere. Le adolescenti emulano in rete tutto quello che viene dai paesi anglossassoni e in questo caso, grazie al cielo,  c’è un modello positivo, proposto da una delle top model più famose e ammirate, Karlie Kloss, che promuove il coding per le ragazze e ha lanciato seminari e borse di studio per chi vuole imparare a programmare.

A caccia di autografi

Anche quest’anno sono stata a Londra, ho fatto molte cose che voglio raccontare nei prossimi post. Ma il vero evento del soggiorno è stato andare a vedere Romeo&Juliet al Garrick Theatre con la regia di Kenneth Branagh e gli stessi protagonsiti che aveva già diretto in Cenerentola, Lily James e Richard Madden .
Molto lungimiranti, avevamo già comprato i biglietti in rete con mesi di anticipo. Così al nostro secondo giorno a Londra, Emma ed io ci siamo presentate a teatro felici e piene di aspettative.
A essere onesti non ero tanto felice, anzi ero piuttosto nervosa perchè quel giorno avevo iniziato la mia disintossicazione dal caffè. Aproffittando del fatto che a Londra caffè e capuccino sono meno buoni e ben più cari che in Italia, avevo deciso di essere un po’ inglese e bere solo te.
Bellissimo proposito un po’ difficile da realizzare.
Il giorno dello spettacolo era il primo del mio programma rehab-fai-da-te, la mattina è andata abbastanza bene, ho fatto una corsetta nel parco e mi sono sentita motivatissima nel programma benessere.
Il pomeriggio è stata più dura e quando siamo andate a teatro cominciavo a sentirmi piuttosto nervosa ma cercavo di non pensarci.
Nell’adattamento teatrale di Romeo&Juliet, il regista Kenneth Branagh aveva scelto un’ambientazione italiana in una Verona (che sembrava la Sicilia degli spot di Dolce&Gabbana) negli anni’50.
Scelta interessante soprattutto per i bellissimi costumi dei protagonisti ma discutibile sotto altri punti di vista. Infatti quello che mi ha reso una belva è stato vedere gli attori sedersi, più volte, al tavolino di un bar a bere caffè.
(cosa fanno gli italiani? Parlano forte, gesticolano e bevono caffè! Il regista avrebbe potuto mettere sul palcoscenico un bel piatto di spaghetti, mi avrebbe fatto soffrire di meno!)
Mentre Juliet si struggeva per Romeo, sono precipitata in una terribile crisi di astinenza, deliravo pensando: “Da quando avevo 14 anni non c’è mai stata una giornata in cui non ho bevuto un caffè, perchè proprio oggi devo smettere?”
Gli attori erano tutti bravissimi, Lily-Juliet deliziosa ma mancava Richard Madden (era caduto e si era fatto male a una gamba) perciò rimpiazzato da Freddie Fox.
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A fine spettacolo, mentre tutti erano in piedi ad applaudire pensavo solo una cosa: “Caffè! Caffè! Caffè! Sto arrivando!”
Invece Emma aveva un programma ben diverso: dovevamo piazzarci davanti alla porta del backstage ad aspettare gli attori per chiedere un autografo. Aveva fatto un ritratto di Lily James, che ammirava dai tempi in cui interpretava Lady Rose in Dontown Abbey , e voleva farselo autografare. E così ci siamo messe in fila in mezzo agli altri fan.
E abbiamo aspettato. Aspettato. Aspettato. Aspettato. E aspettato.
Aspettato ancora. E ancora.
Gli attori se la sono presa molto comoda, anzi (bastardi egoisti) hanno fatto anche un piccolo party per bere un po’ insieme visto che era venerdì sera. Li vedevamo ridere e scherzare sulla terrazza del teatro che poteva scorgersi dal punto dove noi poveri fan sfigati aspettavamo. C’era un sacco di gente, di cui molti psicologicamente instabili.
Erano tutti eccitatissimi.
La ragazza che aveva preparato uno scrapbook da donare a Lily James con una serie di lettere, una per ogni giorno del calendario dello spettacolo. Degli omarini anziani che stravedevano (ancora) per Marisa Berenson , itgirl degli anni’70 che interpretava la madre di Juliet. E naturalmente la folla di italiane che attendeva adorante Richard Madden senza sapere che fosse stato sostituito.
Poi c’ero io che pensavo “Caffè! Caffè! Caffè!”, anche se oramai era notte, ero nervosissima ma cercavo di dissimulare perché non volevo essere una cattiva madre.
Cercavo di autoconsolarmi ricordando che esistono genitori che dovevano soffrire molto più di me, mi sentivo molto vicina alle madri delle belibers e directioners, le fan di Justin Bieber e degli One Direction, e ringraziavo il cielo di non essere una di loro.
Tra la folla in attesa ogni quanto d’ora arrivava un padre romano, chaperon di un paio di fan sfegatate di Madden, a chiedere gentilmente quanto stimavano ci fosse ancora da aspettare.
Il pover’uomo veniva regolarmente sfanculato dalle adolescenti.
“Vado al pub qui di fianco a bere”, ha annunciato, stremato, a un certo punto. Allora l’ho guardato con interesse. Why not?
E se fossi andata a ubriacarmi con lui? Poteva la birra farmi dimenticare il caffè? Molto probabilmente sì. La tentazione era forte, ma lo strenuo papà era proprio brutto…
Così sono rimasta, imprecando segretamente dentro di me contro gli attori.
Fino a quando non è apparsa Marisa Berenson, ancora straordinariamente gnocca a dispetto dell’età.
Poi sono usciti tutti e buon’ultima l’adorabile Lily James, che ha firmato l’autografo e apprezzato molto il disegno di Emma.
Siamo tornate a casa contente ed è un mese che bevo solo 2 caffè al giorno.
(prima del rehab erano 4!)

Mamma, ho l’ansia

L’ansia è (purtroppo) di moda e sembra anche abbastanza contagiosa. Prima era prerogativa degli adulti, mentre ora si sta diffondendo anche fra gli adolescenti. Per questo motivo Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, ha deciso di scrivere un manuale per aiutare i genitori a gestire la propria e quella dei figli.

Cominciando a leggere il libro ho subito voluto sondare il terreno con le mie ragazze e ho chiesto se i loro compagni di scuola parlassero di ansia. Me l’hanno confermato: tutti ansiosissmi i sedicenni e anche i dicianovenni.

Forse il termine ultimamente è un po’ abusato, come conferma la dottoressa Andreoli, anche i malesseri psicologici seguono un trend. Qualche anno fa in testa alla classifica c’erano i DCA, disturbi comportamento alimentare, adesso invece si parla di più di ansia e di panico.

E le statistiche lo cofermano: secondo uno studio del 2014 compiuto dall’Unità Operativa Stella Maris di Pisa, il 30% dei maschi accusa sintomi ansiogeni e il 54% delle ragazze.

L’ansia non deve essere demonizzata a priori, perchè nasce con una valenza positiva: è quel meccanismo di difesa che dall’alba dei tempi ci ha permesso di evolvere, di avvertire la paura del pericolo, di azionare i nostri meccanismi di sopravvivenza con la modalità attacco-fuga. I segnali che ci invia il nostro corpo in un attacco di ansia sono importanti e positivi: respiro più veloce (per ossigenare il sangue) e cuore che batte più velocemente (per portare più sangue ai muscoli) e quindi sfuggire al pericolo.

Questo processo, perfetto per gli uomini primitivi che dovevano darsela a gambe davanti alle fiere che volevano papparseli, si ritrova tutt’oggi anche nei casi in cui l’ansia (e il panico) siano dovuti magari più prosaicamente alla previsione di un’interrogazione di fisica. In questo caso anche se l’adolescente vorrebbe fuggire come facevano gli antenati preistorici (fuori dalla classe, lontanissimo dai prof) deve imparare a gestire l’ansia in maniera più consona all’epoca in cui viviamo.

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L’autrice di questo libro, ci spiega che per sconfiggere l’ansia il primo passo è  essere in grado di conviverci. Non pensare che provarla sia sbagliato, non vergognarsi e soprattutto non negarla. Quindi è bene fronteggiarla e riconoscerla, perchè:

L’ansia è l’espressione di ciò che dentro di noi sentiamo come vitale, importante, addirittura necessario, o urgente. 

A conferma di ciò, nel suo libro Stefania Andreoli porta una serie di esempi clinici, raccontati con stile molto fluido e coinvolgente. E svela alcune verità: le madri dei figli ansiosi si colpevolizzano mentre i padri tendono a minimizzare e a scegliere sempre la via del pragmatismo.

Le ragioni dell’ansia adolescenziale sono quelle classiche, ovviamente modulate sui nuovi comportamenti. Ma il grande malinteso del nostro tempo, quello forse più dannoso di tutti, è che nella nostra società non è più ammissibile “stare male”: tutti devono essere belli, contenti e realizzati (come testimoniano tutte le foto postate compulsivamente sui social).

Il diritto alla serenità è diventato un dovere, quindi se non si è felici… che ansia!

A un passo dalle stelle

Diciotto giorni a piedi con lo zaino sulle spalle come unico bagaglio. Diciotto giorni di cammino sulla via Francigena, su un tratto dell’itinerario medievale dei pellegrini che partiva da Canterbury per arrivare a Roma.
Non è esattamente la vacanza ideale di un adolescente.
Anzi, è proprio il contrario di quello che sogna. Più che uno svago sembrerebbe una punizione. Ma in A un passo dalle stelle, il romanzo di formazione scritto da Daniela Palumbo, la protagonista, la sedicenne Giorgia lo affronta (suo malgrado) su insistenza dei genitori, con la promessa che se il progetto risulterà troppo pesante potrà sempre gettare la spugna e fermarsi senza concludere il cammino. Ma questa esperienza si rivelerà un’incredibile scoperta. Aiuterà la ragazzina inquieta ad ascoltare se stessa, a maturare.
A fare pace con i suoi dubbi e insicurezze. image003
Assieme a Giorgia e ai suoi genitori a camminare, accompagnati da due guide, ci saranno altre famiglie, ragazzi e genitori che per follia o per passione hanno intrapreso la stessa avventura. Fra loro si instaurerà un legame speciale, una complicità che è possibile solo nel silenzio e nell’ascolto. Nella condivisione di un’esperienza così atipica ai nostri giorni.
Daniela Palumbo coinvolge il lettore con una scrittura fluida e vivace, racconta con delicatezza e ironia le emozioni degli adolescenti. Il ritmo della storia è scandito in capitoli che sono le tappe dell’itinerario del tratto di Francigena affrontato (tra alti e bassi) dai protagonisti. E leggendo viene quasi voglia di mettersi alla prova: se il cammnino è una terapia per placare adolescenti ribelli in fondo può far bene a tutti, può rivelarsi una panacea per ritrovare la nostra essenza.

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