Una mamma rom

L’altro giorno ho letto un post dove si parlava di rom e del disagio che si prova nel vederli usare i loro bambini come esche per suscitare pena e incrementare la chance di avere qualche soldo in elemosina.
Mi sono ricordata di un incontro fatto molti anni fa, nove per l’esattezza, in tempi non sospetti. Allora l’esasperazione contro gli zingari mi pare che fosse meno forte.

Ero ricoverata all’ospedale Macedonio Melloni di Milano, perchè tra Anita ed Emma ho avuto un aborto spontaneo. La camera era a sei letti e uno di questi era occupato da una ragazza rom. Era bella e giovane: capelli lunghi, occhi neri, orecchini. Aderiva perfettamente all’immagine della zingara che si potrebbe vedere in una fiction. Era aprile e lei era arrivata vestita solamente con una lunga tunichetta marrone chiusa con un corda in vita.
Io ero disperata ma anche annoiata. Le altre ricoverate, anche loro nella mia stessa condizione e in attesa di un raschiamento, cercavano di fare buon viso a cattiva sorte e la loro conversazione era mesta e piena di luoghi comuni. Così per curiosità antropologica e per distrarmi ho deciso di tentare un aproccio con la rom.
Lei si è subito dimostrata disponibile e così ho potuto infierire con le domande sulla sua vita.
Mi ha raccontato che era madre di una bambina di 18 mesi, Pamela (in onore di Pamela Anderson, che piaceva tanto al marito) che aspettava il secondo e aveva avuto delle perdite, perciò era finita in ospedale. Ma le avevano fatto un’ecografia e tutto sembrava andare per il meglio.
Sperava tanto che fosse un maschio e l’avrebbe chiamato Kevin (come Costner che piaceva tanto a lei).
Adesso si chiamerebbero probabilmente Zac e Britney. Ma non bisogna essere necessarimente rom per sceglierre dei nomi del cavolo.
Mi aveva anche spiegato che la tunichetta marrone, che su di lei era veramente arrapante, era in realtà un voto a S.Antonio, doveva vestirsi come lui in un remake del saio per due mesi, per ringraziarlo del fatto che suo marito aveva avuto un incidente ma si era miracolosamente salvato. Anzi quando l’infermiera, rivolgendosi a lei come se fosse deficiente, le aveva proposto una camicia da notte si era piuttosto seccata perchè aveva paura che il voto perdesse di valore.
Io avevo cercato di rassicurarla parlando di un caso di forza maggiore. Mi aveva guardato perplessa ma poi si era convnta.
Un altro cruccio che aveva era il lobo dell’orecchio destro, completamente strappato. Per colpa dei pesanti pendenti che le aveva regalato la suocera per il matrimonio.
Poi si era corretta spiegandomi che non era stato un vero matriminio. Aveva incontrato il “marito” a una festa di rom nelle Marche, dove viveva lei, poi erano fuggiti insieme a Milano ed erano andati a vivere con i genitori di lui.
Parlava con entusiamo della figlia Pamela, le piaceva fare la mamma, l’unica volta che aveva avuto un problema era stato quando la bambina si era ammalata. Lei doveva darle le medicine, ma essendo analfabeta non aveva poturo leggere le istruzioni e così aveva sbagliato le dosi e la piccola era finita al Pronto Soccorso.
Parlando della sua vita, nominava un sacco di cugini e parenti, tutti con tantissimi problemi di salute. Donne in gravidanza con la toxoplasmosi, bambini nati con malformazioni, gente menomata da incidenti in macchina. Questi racconti per me erano quasi terapeutici. Non è bello ammetterlo, ma il mio aborto sembrava quasi una passeggiata.

Un pomeriggio sono arrivate delle cugine a trovarla: nonostante l’amicizia il mio primo automatico impulso è stato quello di chiudere a chiave l’armadietto con i miei effetti personali. Poi mi sono “ripresa” e non l’ho fatto.
Le parenti della mia nuova amica mi hanno lanciato uno sguardo diffidente e poi mi hanno bellamente ignorato.
L’ultima mattina prima di essere dimessa, l’ho convinta a venire con me al bar dell’ospedale a bere un capuccino. Io avevo perso il mio bambino/a lei invece sarebbe tornata a casa con il pancione che poteva crescere, l’ho salutata e baciata augurandole buona fortuna. E spero l’abbia avuta.