Comunicazione efficace


Sono tappata in casa con la febbre, il mal di gola e la tosse.
Sant’ mi ha guardato e commentato: “Come sei abbronzata di solito quelli che tossiscono come te sono bianchi!”
Gli ho lanciato un’occhiataccia e tra una tachipirina e l’altra ho ripensato alla mia vacanza (sono sicura di aver acchiappato un virus in aereo, luoghi malsani pieni di aria riciclata!) e al mio massimo momento di gloria comunicativa.
Di solito quando vado in vacanza cerco di parlare, se possibile, la lingua del luogo.
In Francia faccio le mie belle figuracce e in Inghilterra me la cavo abbastanza bene, ma in Grecia ero consapevole del mio handicap linguistico e, a parte l’aiuto di Anita che ha fatto un anno di greco antico al ginnasio e quindi mi aiutava a decifrare l’alfabeto e qualche parola, dovevo parlare in inglese.
In greco so solamente: kalispera-buongiorno, kalimera-buonasera, kalinichta-buonanotte, efharisto-grazie, parakalo-prego e tessera (che non so se si scrive così ma vuol dire quattro). Quindi ero un po’ frustrata nella comunicazione. Poi un giorno in spiaggia mi si sono sbloccati due neuroni arruginiti da tempo, mentre prendevo il sole mi è venuto in mente, così all’aimprovviso come si dice “Belli capelli”.
Ma certo! Orea Malia! Il famoso parrucchiere di Bologna che faceva tagli punk negli anni’80. E tutti si chiedevano: ma che caspita di nome è mai?
Entusiasta, ho condiviso la nuova parola con i miei cari che mi hanno guardato con compassione. Stolti.
Due giorni dopo, la moglie del figlio del proprietario del nostro albergo è andata dal parrucchiere. Taglio e colore.
La mia occasione. L’ho incrociata sulle scale e sorridendo con nonchalance ho buttato lì un grechissimo: “Orea malia!”
Secondo me nenache suo marito aveva notato nulla e così lei (a cui avevo sempre detto solo un timido kalinicta) stupitissima mi ha fatto un sorrisone. Mentre la mia famiglia è rimasta di stucco, invidiosa della mia fichissima interazione con i locali.

The way we were

Ieri finalmente sono riuscita a iscrivere Anita al liceo.
Erano necessari molti documenti e anche il certificato delle vaccinazioni. Per trovare quest’ultimo sono andata a spulciare in mezzo al file Anita, una cartella che risale alla notte dei tempi dove ho accumulato tutto ciò che la riguarda dalla nascita in poi.
Sono infatti saltati fuori memorabilia come la cartella di dimissione dall’ospedale quando è nata, appunti sulle poppate, il certificato di battesimo, la foto di classe del primo anno dell’asilo e su un foglietto scritto a biro la cosa che mi ha stupito di più: Tachipirina ogni quattro/sei ore
C’è stato un periodo nella mia vita in cui non sapevo il dosaggio del paracetamolo?
Incredibile!!!!!

Oggi partiamo per due settimane di meritata vacanza al mare. Se posso posto notizie, bye-bye!

Personaggi

Prima di archiviare definitivamente la mia felice oasi di fuga alle terme, mi sembra giusto fornire una breve descrizione dei personaggi che mi hanno fatto compagnia la scorsa settimana.
Il lato positivo di essere da soli in un hotel è il lusso di fare “carta da parati” osservare le persone che ci circondano in tutta calma, quasi senza essere visti. Insomma quasi una ricerca antropologica.
Ecco quindi chi mi ha colpito:
-giovane coppia con bambino piccolo in cui lui era chiaramente gay e lei si atteggiava come un cartone animato, enfatizzando ogni espressione e gesto. Particolarmente interessante quando sbaciucchiava lui davanti a tutti.
-famiglia composta da: mamma/suocera virago al comando, figlia uguale ma giovane (stessi capelli, stesso trucco), bebè in carozzina (che non si è mai visto ma qualcosa nella navicella doveva pur esserci), sorella quatrenne particolarmente rompiballe e rumorosa, marito giovane, sottomesso e completamente fuoriposto.
-coppia disfunzionale formata da lui 50-60 anni, con bretelle e riporto, poteva essere un giornalista, lei puttanone da catalogo con tacchi da frattura, lato B di dimensioni esagerate, inguainato sempre nelle stesse leggins. Grande armonia la prima sera, gelo assoluto la mattina dopo a colazione.
-simpatica coppia di rumorosi sessantenni allegri e rumorosi, amici di tutti. Lui diceva “lei era magra quando l’ho conosciuta quarant’anni fa”, e la moglie: “anche tu eri più bellino!”. Ridevano e mangiavano ancora innamorati.
-vecchietta dal look classico, capello bianco, cerchietto e rughe. Faceva trattamenti, andava dal parrucchiere (si sapeva perchè lo dichiarava a voce piuttosto alta), mangiava e beveva vino rosso tranquilla e felice. (La mia preferita)
-mamma di quattro figlie: dai 16 a 5 anni, tranquilla, in forma e anche serena. Forse un’extraterrestre.
-artista/cantante esotica che si è esibita una sera (ma io ero a letto e me la sono persa) con capelli corvini alla vita e un’accentuata somiglianza con Fiona di Shreck nella versione orchessa.

Detossinata?

Devo essere proprio piena di tossine, come ha chiaramente mostrato il pediluvio detossinante che mi sono concessa l’altro giorno…perchè anche stanotte ho avuto sogni agitati. Avevo in casa ben due copie di Illary Blasi e per liberarmene le ho gettate dal balcone. Si sono spiaccicate sul terreno sottostante ma nessuno è risalito a me.
Liberatomi di Illary, la casa mi si è invasa di bambini: bebè che gattovano, cinquenni che correvano, ottenni che saltavano. Li prendevo e li buttavo sul pianerottolo ma loro tornavano dentro dalla finestra. Era estenuante e infatti mi sono svegliata agitatissima.
Invece ero solissima nel mio letto, così con uno sgrunt di soddisfazione mi sono spalmata in diagonale sotto le coperte, occupando più spazio possibile.
Però non sono ancora del tutto detossinata/pacificata infatti ieri quando in piscina ho sentito gridare: “Mamma!” mi sono subito voltata. Hanno la voce tutte uguale queste bambine? O il mio cuoricino ha ancora troppe particelle di mammite?
A pranzo, per esempio, lancio sguardi teneri a una bebeina che dal seggiolone del tavolo di fronte si ingozza di passati di verdura e creme di riso.
Comunque non è che qui in beauty-farm la vita non sia esente da rischi e pericoli: stamattina in palestra mentre spingevo con vigore sui pedali dell’ellitica mi si è ingarbugliato il cordoncino con cui tengo al collo ipod nella maniglia della macchina, per liberarlo ho avuto un contraccolpo e per poco non mi strozzavo. Come Isadora Duncan con la sciarpa che le si è impigliata nella ruota della sua decapotabile e l’ha strangolata.
Però ho fatto colpo su due omarelli: uno è sposato e l’altro ha il borsetto.

P.S. Nuovo post di Silvia su Ringhiandoalmondo

Vacanze vendicative

Ho visto alla televisione inglese una trasmissione molto divertente e interessante, una sorta di reality in cui i figli, contattati da una troupe televisiva, sceglievano loro dove andare in vacanza con i genitori.
E naturalmente la facevano pagare con gli interessi a mamma e papà.
Nella puntata che ho guardato c’erano tre bambini, maschietti di 5, 8 e 10 anni, che decidevano di andare in Alaska.
Facevano loro i bagagli: per la mamma avevano buttato in valigia molte mutande tanga, canottiere e una maschera da vampiro. Per il papà era andata meglio. Poi ai genitori veniva comunicata la meta della vacanza e le regole a cui sottostare: i bambini decidevano le cose veramente isopportabili che di solito i genitori volevano fare ed erano severamente vietate. Tipo lo shopping per la mamma, le passeggiate per il papà, pranzi troppo lunghi al ristorante, obbligo di mangiare le verdure. I genitori dovevano giurare di non farle o proporle mai, pena sottostare a dei castighi. In quella puntata la mamma è andata a comprarsi un po’ di felpe e maglioni (per non congelare in tanga e canotta) ma secondo i bambini ha indugiato troppo.
Allora è stata punita. Ha dovuto sottostare a una prova di coraggio: guidare il fuoristrada guadando un fiume.
La poveretta urlava dalla paura ma poi è andata. E la troupe ha filmato tutto impietosamente.
Un’altra punizione è stata ballare la danza del ventre in hotel: sia per il papà che per la mamma.
Ovviamente era tutto predisposto per catturare più audience possibile e alla fine del viaggio i genitori erano sorridenti e anche se un po’ provati. Però questo esperimento vacanziero mi ha fatto riflettere: è logico che i nostri figli se fossero interpellati sarebbero prontissimi a dire quello che non vorrebbero più essere costretti a fare in vacanza: dalle cose più banali come aspettare di aver digerito prima di fare il bagno a non poter comprare tutti i gadget possibili. Prevedibile anche l’idea dei viaggi avventurosi, ma è l’idea della vendetta, dell’attuazione della legge del contrapasso che mi ha particolarmente colpito.
Mi vengono i brividi cervellandomi per capire cosa mi farebbero fare le mie figlie se prendessero potere: forse una settimana sulle montagne russe?
Pensione completa a “La casa della porchetta” in Islanda?
O mi obbligherebbero a guidare fra i tornanti del Pordoi?

Legoland finalmente!

Stavamo per rimandarlo anche stavolta, poi finalmente invece siamo riusciti a partire. Però invece del Legoland in Danimarca abbiamo deciso di andare a quello in Germania a Gunzburg. Di partire tutti e quattro e fare il viaggio in auto.

Odio viaggiare in macchina per cui il tragitto mi è sembrato piuttosto lungo e poi il maltempo e la pioggia non hanno aiutato. Però all’andata c’è stata una sosta divertente in Svizzera, sotto un’acquazzone incredibile siamo arrivati a Heidiland. Ne avevo letto un po’ di tempo fa, quando le bambine erano più piccole e avevo anche pensato di farci un giretto, la mitica (e finta) terra di Heidi mi pareva una meta interessante. Poi me l’ero dimenticata. Invece l’altro giorno ci siamo fermati a un autogrill proprio a casa di Heidi.

Un posto che mi è piaciuto perchè c’erano un sacco di cibi “sani”: panini integrali pieni di semi, yougurt ai frutti di boschi e muesli a go-go.

(C’erano anche le salsicce ma ho fatto finta di non vederle).

Ma la vera sorpresa  è stata all’uscita: appena varcata la soglia del locale è partita la musichetta di Heidi e sono anche apparse le caprette, lì sulla destra.

Pioveva a catinelle quindi le povere bestiole più che fare “ciao”, come da copione, sono rimaste rintanate sotto alla tettoia della loro casetta. Ma noi eravamo ugualmente estasiate.

Poi finalmente il giorno dopo siamo approdati alla mitica terra di Legoland.

Emma non stava nelle pelle dall’eccitazione e l’esperienza è stata all’altezza delle aspettative. E poi, botta di fortuna, abbiamo goduto anche di una giornata fantastica di sole.

Ci siamo stati per 7 ore e ne siamo usciti vivi. Perchè è molto meglio (e più intelligente) di Disneyland e di Gardaland. Meno adrenalico e più all’antica offre, soprattutto per chi ha bambini piccoli, servizi migliori degli altri parchi. La scelta del cibo nei ristoranti non è solo fast food, ci sono anche alternative che prevedono frutta e verdura. E poi i bagni…come sapete Emma ed io siamo grandi frequentatrici dei bagni pubblici. Qui a Legoland abbiamo sperimentato il “Famili”: una toilette per mamma con prole al seguito. Profuma di pasta fissan, ce n’era appunto un flacone a disposizione, poi salviettine profumate, fasciatoio pulitissimo con cintura per allacciare il bebè e tutto il resto in perfetto stato.

Sant’ mi ha datto che anche il bagno degli uomini era provvisto di fasciatoio e ha  incontrato un babbo premuroso in azione.

Fra le tante cose che le mie figlie hanno fatto nel parco c’è stato anche prendere la patente.

Emma ne aveva letto sul sito del parco e voleva assolutamente provarci. Anche se il corso era in tedesco. Comunque per la teoria ai bambini stranieri, le istruttrici fornivano un foglietto di traduzioni nella loro lingua. Poi c’era la parte pratica, la più divertente dove si faceva la vera prova di guida in un mini percorso che simulava alcune vie cittadine. I bambini tedeschi erano obbedienti e diligentissimi, a parte prendere qualche stradina contromano, stavano perfettamente allineati e seguivano le regole. Nessuno tentava di sorpassare sulla destra, parcheggiare in doppia fila o di prendere scorciatoie fra i giardini. Fossero stati un gruppo di ragazzini nostrani forse le cose non sarebbero andate così lisce. Comunque la patente alla fine l’hanno data a tutti (anche perchè i genitori avevano pagato 5 euro a bambino): una tesserina colorata e plastificata con tanto di foto che ha reso orgogliose le mie figlie.

Tra le cose più carine che ho visto c’è stata Miniland, la ricostruzione minuziosa di varie città, realizzata con i mattoncini Lego. Oltre alle città più importanti della Germania, c’era anche una meravigliosa Venezia. Molto realistica, peccato che il sonoro del plastico prevedesse, fra le gondole e i canali, delle canzoni napoletane!

Se a Disneyland capita di incontrare Pluto, Topolino o peggio qualche Principessa che si aggira nel parco, mentre a Gardaland c’è sempre il rischio di imbattersi in Prezzemolo, a Legoland girava invece un Elvis sui trampoli in bicicletta. Cantava “Blue suede shoes”, “Love me  tender”, “I’m lonesome tonight”. Il pubblico di mamme e nonne, stremate dai giri sulle montagne russe e sulle barchette, era in delirio.

A un certo punto fra un hit e l’altra, il nostro ha fatto outing e si è presentato:

“Non sono il vero Elvis. Sono Enrico, the king of latin-lovers”

E meno male che c’era Sant’ altrimenti avrei fatto una follia!

Les amies

Andando in vacanza all’estero c’è il problema degli eventuali amichetti che non parlano la stessa lingua.
Ce ne siamo sempre preoccupati poco perchè le mie figlie giocano tra loro.
Quest’anno Anita aveva un po’ meno voglia di dividere i passatempi piuttosto infantili di Emma, però tra un litigio e una minaccia più o meno ce la passavamo.
Un giorno però mentre Anita si esercitava a fare skimboard con la sua tavola di legno sul bagnasciuga, è stata “arpionata” da una bambina.
Anita da due anni fa francese a scuola, ma dopo un paio di convenevoli, aveva pensato di venirmi a chiamare per farle da interprete. La bambina si chiamava Morgane ed era una versione minuscola di Pippicalzelunghe. Quand’era in acqua pensavo fosse accucciata ma quando è uscita avevo realizzato che era veramente minuscola.
Avrà avuto al massimo sei anni. Però vivacissima. Volitiva. E con un gran vocione.
“Vous etez italiennes? Ah! ah! ah!”, anche con una gran risatona inquietante.
Era a capo di un gruppetto di bambini che parevano dimenticati dai genitori sul bagnasciuga.
Tra i quali i più intimi di Morgane sembravo essere un amichetto di un paio di anni più grande e la sorella di questo già verso i dodici. Ma il capo era lei.
Si è fatta prestare la tavola da Anita e detto alla sorella del suo compare di provare a fare anche lei una scivolata.
Questa ragazzina non l’aveva mai fatto e aveva dato una gran sederata. Morgane era piegata in due dalle risa.
Poi aveva preso la tavola e ha cominciato a sbattacchiarla ovunque. Rischiando di darla in testa ad altri bambini che erano in acqua vicino a lei.
Noi cominciavamo a essere preoccupate. Guardavo in giro in cerca di qualche genitore di riferimento ma non c’era nessuno che potesse rispondere al requisito.
“Ou est ta maman?”
Ovviamente si era data alla macchia, c’era solo apparentemente un nonna che forse era da qualche parte a farsi un pastis. Cercavamo di rifarci dare la tavola di skimboard ma la piccola diavolessa con le trecce non ne voleva sapere.
In quel momento era arrivata anche Emma con la sua nuovissima pistola ad acqua. Morgane allora aveva lasciato la tavola e preso la pistola ghignando. Emma ne aveva rotta un’altra il giorno precedente per cui era piuttosto gelosa del suo nuovo gioco.
“Mamma quella è matta, dille di ridarmela!”
“Mamma è colpa tua che vuoi parlare francese, cosa ci facciamo qui? Andiamo via!”
Non era così facile, Morgane si divertiva moltissimo. Continuava a gridare “Les filles! Les filles!”, a ridere e a tenere sotto sequestro la pistola di Emma che stava per mettersi a piangere dalla frustrazione.
Se a un bambino italiano o anche inglese avrei detto senza tanti giri di parole di ridarmela, in francese ero un po’ inibita. Certo, non potevo apostrofare la piccola peste con il “petite merde” che mi veniva dal cuore, ma friggevo perchè mi sentivo la sola responsabile del nostro fiasco nelle relazioni internazionali.
Così dopo vari tentativi dicendole: “Donne-le moi! Donne-le moi! C’est la mienne!” e cercando di tirargliela via senza successo, mi sono rivolta alla ragazzina più grande che con abile diplomazia, qualche parolaccia e molti spintoni è riuscita a riprenderle la pistola.
A quel punto volevamo squagliarcela e tornare all’ombrellone, ma Morgane ci correva dietro inseguendoci gridando: “Les italiannes! Les filles! Les filles!”.
Allora ho avuto un’idea geniale: dovevamo prendere il largo. Morgane dopotutto aveva i braccioli e probabilmente non ce l’avrebbe fatta a inseguirci fino alla Corsica.
Così è stato, ho annunciato che andavamo a nuotare. Morgane mi ha chiesto per quanto, ho detto mezz’ora e ci siamo allontanate (finalmente tutti i corsi di nuoto che ho fatto fare alle mie figlie hanno avuto un loro perchè).
Dopo poche bracciate però mi sono accorta che l’amichetto di Morgane mi si era attaccato a un fianco: un bambino affettuoso che voleva venire con noi ma non sapeva nuotare.
Forse pensava “meglio il mare aperto che giocare ancora con Morgane”.
Ero un po’ imbarazzata perchè volevo staccarlo ma non metterlo in pericolo, lui non aveva i braccioli.
Fortunatamente è arrivata subito sua sorella che se l’è attaccato lei al collo, ha bofonchiato qualcosa e l’ha riportato in zona bagnasciuga.
Abbiamo fatto un bagno lunghissimo ….perchè Morgane ha detto che doveva andare a casa presto quel pomeriggio…

Sado-spiaggia

Un altro raccontino delle nostre recenti vacanze al mare.

In spiaggia avevamo affittato i lettini e l’ombrellone in un bagno dominato da lei: la bagnina.
Una giovane donna molto carina, pochissimo abbronzata, sempre vestita di nero, con lunghi e bellissimi capelli corvini.
Occhi bistrati e qualche volta un cappello nero da cow-boy in paglia, tanto in stile St. Trop.
Lei era a capo di un gruppo di ragazzi che aprivano gli ombrelloni, spostavano i lettini, portavano le bibite, vendevano i gelati.
Appena arrivata ero contenta perchè ho pensato invece del solito bagnino-manzo abbronzatissimo e marpione vedevo finalmente la rivalsa femminile e femminista anche in spiaggia. Poi ho capito che invece purtroppo era una dittatura.
La donna capo per comandare non può ancora essere “normale”. Infatti lei era cattivissima.
Durissima sia con i suoi sottomessi ma non solo, perfida anche con il pubblico dei bagnanti. Che magari pallidi, ciccioni e seminudi le davano tanto sui nervi.
Non c’era bambinetto che potesse giocare a palla tra i lettini che non venisse redarguito, non c’era anziano che si potesse permettere una petanque nella striscia tra il bar e gli ombrelloni. Guai a correre, urlare, scavare una buca. Arrivava lei e con un sorriso da SS rimetteva tutti al loro posto.
E quelli della spiaggia libera a fianco se osavano oltrepassare il confine di un centimetro rischiavano di brutto.
Come minimo il sequestro della borsa frigo che si erano portati da casa.
Insomma in spiaggia apparentemente tutto filava liscio, ci si abbronzava tranquilli. Ma nessuno voleva immaginare cosa potesse celarsi nello sgabiozzo dove alla notte ero costuditi gli ombrelloni, forse i resti di qualche bagnanante dissedente e rumoroso.
Il nostro residence era proprio a due minuti dalla spiaggia, sulla stessa via: una sera mentre uscivamo a cena abbiamo incrociato la nostra bagnina che cambiata e docciata andava in paese a far danni. Profumatissima con un miniabito seconda pelle, accompagnata dal più carino dei suoi schiavi della spiaggia, barcollava su un sabot dal tacco 14 in metallo. Noi dietro, a una prudente distanza, eccitatissime per l’incontro imprevisto, ci davamo di gomito e ridacchiavamo. Abbiamo anche cercato di seguirla ma l’abbiamo persa quando è entrata nel primo bar.
(C’è stata troppo tempo e ci siamo scocciate di aspettarla appostate perchè avevamo fame). Forse è stato meglio così. Altrimenti avrei rischiato di non essere qui a raccontarlo.

Brrrccvlll?

C’era una casa molto carina senza soffitto, senza cucina….
Ora so che questa canzone è stata scritta tanti anni fa, con molta preveggenza, pensando a me.
Questo mi consola non poco, proprio grazie a questi versi cerco di placare l’ansia/ira/disperazione/giramento di maroni che ciclicamente mi assale.
Saranno due settimane senza cucina e saranno alla fine di agosto.
Dove sarò io? Di cosa nutrirò la mia famiglia?
Devo smettere di chiedermelo ossessivamente così magari spariranno le macchie rosse, dovute allo stress, che mi sono apparse sulla pelle trasformandomi in una versione umana della Pimpa.
Cercherò di essere più spirituale e cambiare decisamente argomento.
E scusate se ho latitato dal blog e dalla rete.

Torniamo all’eden delle vacanze.

Stiamo rimpacchettando per tornare a casa e, non so voi, ma da noi come sempre ci sono molte più cose di quando siamo partiti. Molte cose che vorrei lasciare inavvertitamente nella loro terra di origine.
Molti giornalini, qualche disegno su cartoncini di fortuna, un’imgombrante pistola d’acqua, una paletta enorme che non era da bambini piccoli (mia figlia ha dieci anni e voleva qualcosa di degno per la sua età) infatti sembrava una zappa, una tavola galleggiante, lanterne della presa della Bastiglia, candele profumate e non, ombrellini di carta da cocktail, sculture in cera di formaggio Babybel e molti inutili altri ammennicoli.
Cerco come sempre di dimenticare distrattamente molti oggetti, ma ora che le mie figlie sono grandi, conoscendo questa mia inclinazione, si sono fatte attente e mi tengono d’occhio.
Mi stanno intorno mentre impacchetto e sono sul chi vive. E’ un monitoraggio attento e costante.
Allora per ripicca mi fisso sui dettagli.
“Emma, cos’è questo gancio? E’ tuo?”
“Sì è mio. E’ un anello, non un gancio”
“Ti serve?”, chiedo dubbiosa.
“Sì”, risponde decisa.
“Per che cosa?”
“Per il brrcvll
“Come?'”
“Per fare un brcvvll
“Non ho capito, vieni più vicino a dirmelo”
Mi si mette di fianco e ripete: “Devo fare un bracccvvll“, è anche un po’ scocciata di avere una mamma così sorda.
“Un br cosa?”
“Un braccavolo“, confessa riluttante.
La guardo dritto negli occhi, la sua faccia tosta nel tentare di raggirarmi mi stupisce e mi diverte.

Sanculotti

Mi sono ripresa un po’ dal trauma della sciagura del post precedente e ora racconto qualche episodio vacanziero.
Anche quest’anno siamo andati in Francia, in Provenza.
E abbiamo festeggiato il 14 luglio la festa nazionale. Nella notte fra il 13 e il 14, nel 1789 il popolo ha cominciato la rivoluzione, con la presa della Bastiglia. La sera del 13 di quest’anno l’extra famiglia non si è fatta trovare impreparata.
L’anno scorso Emma era particolarmente delusa perchè non aveva “les lampions”, le lanterne di carta in colore pattriottico che invece tutti gli altri avevano nella festa in piazza. Quest’anno di buon’ora siamo andati all’ufficio del turismo locale e ci siamo muniti di lampions e poi quando è scattata l’ora X, via in corteo a fare la rivoluzione, a prendere la Bastiglia. Aprivano il corteo alcuni rivoluzionari a cavallo, poi c’erano quelli cattivi con le lance e poi noi popolo a piedi. I più agguerriti avevano comprato anche la cuffia rossa. Il prossimo anno la voglio anch’io.

Da filo francese quale sono ero contentissima, un po’ per l’idea della rivoluzione, un po’ perchè era bello imboscarsi così, noi unici italiani. L’entusiasmo era alle stelle, dai balconi tutti incitavano. Sant’ un po’ mi preoccupava perchè parlava italiano e avrebbe potuto farci scoprire.
Gli dicevo di star zitto o dire qualcosa in francese che sapeva come ad esempio abat jour o croissant.
Ma era molto indisciplinato e per farmi rabbia ha detto Catherine Deneuve.
A un certo punto ha anche chiesto ad alcuni ragazzi che ci inneggiavano dal terrazzo:
“Escusez-moi pour la Bastille?”
“Tout droit!” hanno gridato questi e non ci hanno sgamato.

Dopo un bel giro siamo arrivati nella piazza principale dove la sanculotta più esagitata, era la nostra capo-branco, è salita sul palco e ha incitato tutti a cantare l’inno rivoluzinario, che andava a palla dagli altoparlanti. Tutti gridavano morte al re e a tutti les aristos.
Poi il sindaco si è complimentato per la festa e l’entusiasmo e si sono aperte le danze.
Stranamente con un cha-cha, così poco patriottico.

Sopravvivere alle vacanze 2

Ci siamo perse perchè a una biforcazione del boschetto (maledetto) abbiamo preso una svolta sbagliata. Naturalmente non so quale perchè è buio pesto. Cerco comunque di non lasciar trapelare il panico perchè non voglio spaventare le bambine. Poi più che paura provo una gran rabbia. Vedo delle luci e sento delle voci, in fondo a questo sentiero c’è una casa. Un gruppo di persone sta cenando sul balcone. Mi avvicino e in francese spiego che ci siamo perse, più o meno dove dobbiamo andare e come si chiama l’albergo.
Vous prenez à droit, vous descendez …puis à gauche…
Ringrazio gentile ma scettica infatti dopo un po’ di droit e gauche non so più dove siamo di nuovo. Però siamo approdate in una strada sempre sterrata ma più larga, non è più la scorciatoia del boschetto. E’ una strada dove passano le auto dei fortunati che ne possiedono una per andare al ristorante sulla spiaggia. Passa una jeep e, oramai alla canna del gas senza più vergogna, la fermo. Famigliola francese. Papà, mamam et petit fille.
Rispiego la situazione. Lui mi dice che accompagna a casa loro poi torna a prenderci e ci porterà all’hotel. Non dobbiamo muoverci, torna subito. La moglie non è gelosa e io spero tanto che lui non sia Jack lo squartatore. (Ripensandoci adesso non lo rifarei ma in quella situazione ero proprio disperata)
Infatti pochi minuti dopo torna. Saliamo. Dice di sapere dove andare e procede spedito sulla salita. Dopo pochi metri intravedo in strada due signore italiane che avevo incontrato al bar dell’hotel. Alleluja!
Chiedo di farci scendere dicendo che avrei proseguito con loro.
Merci beaucoup monsieur” e lo salutiamo.
Botta di fortuna e andiamo a casa accodandoci alle italiane che abitavano in un bungolow meno inerpicato del nostro ma nello stesso hotel. Racconto concitata la nostra avventura, mi guardano strano e da quel giorno quelle signore mi hanno sempre evitato.
La mattina dopo mi sveglio pensando solo una cosa: “bancomat”. Devo trovarne uno perchè sono completamente al verde. Chiedo alla reception dove sia le distributeur d’argent.
La risposta è sconvolgente: “Portovecchio”
La bellissima, ridente e caratteristica cittadina della costa orientale della Corsica che si trova a 10-15 minuti d’auto.
Mi faccio chiamare un taxi, spendo 25 euro e conosco Francois il tassista. Bassetto, grigetto e loquacissimo.
All’inizio sono contenta perchè posso allenarmi in francese ma dopo un po’ comincia a inquietarmi.
Francois non è un tassista qualsiasi ma il proprietario di un servizio auto con conducente, mi spiega che a Portovecchio e in tutta la Corsica i taxi tradizionali scarseggiano, perchè tutti i turisti vengono con la propria auto e quindi non è un business redditizio. DIce che sono stata fortunata ad aver trovato lui libero quella mattina. Per impressionarmi racconta che uno dei suoi clienti è Jean Paul Belmondo e poi con sussiego mi dà il suo biglietto da visita perchè non si sa mai. Dice anche che gli piacerebbe vedere Milano… Le mie figlie stanno per vomitare sui sedili posteriori della sua bella auto a causa delle curve e dei tornanti, ma per un pelo non accade. Siamo arrivate: Francois ci lascia in periferia davanti a una filiale di BNP Paribas. Vorrebbe tanto aspettarci ma sfortunatamente ha un vip da prelevare a Bastia.
Vorrei prendere più contante possibile con la mia Visa, e fare anche un bancomat perchè non voglio spendere 25 euro di taxi un’altra volta per fare un prelievo. Con la Visa invece purtroppo non mi danno nulla. Provo di nuovo a un bancomat e mi bloccano la carta (ma lo scoprirò solo dopo al ritorno a casa). Poi andiamo a un supermercato e compriamo una torcia. Cerco disperatamente un taxi tradizionale ma non ce ne sono in giro, ci fermiamo in un bar a mangiare un pan bagnat poi fa talmente caldo che dopo un tot di “mamma ho caldo”, “mamma ho sete”, “mamma ho male ai piedi”, “mamma lei mi ha spinto” decido che purtroppo per tornare al bungolow sulla montagna non mi rimane altra scelta che telefonare a Francois. (continua …)
P.S. Lo so che Francois avrebbe la cediglia nella “c” ma non so come farla!

Sopravvivere alle vacanze

Anche le mamme più ottimiste e globetrotter lo sanno: andare in vacanza con i bambini piccoli è sempre una scommessa. Quindi è utilissimo il manuale di Carlotta Jesi, giornalista e creatrice del sito Radiomamma che ha scritto un realistico manuale di sopravvivenza per chi decide comunque di osare oltre l’appartamento al mare dei nonni. Bando alle illusioni: il libro non tenta di convincerci che partire con creature recalcitranti, piagnucolose e soprattutto non autosufficienti sia facile. Però può essere divertente e anche avventuroso, nel senso migliore del termine. Carlotta offre una guida pratica, con liste esaustive di cosa portare con sè e soprattutto cosa non dimenticare a casa. Poi ci sono le dritte comportamentali che sono la vera chicca del libro. Infatti le tragedie non accadano spesso perchè si è sbagliato a scegliere la meta ma perchè le mamme (e i papà) non si sono comportati in maniera strategica. Se i genitori sono i primi a soccombere alle situazioni a rischio è tassativo che i pargoli reagiscano al peggio.
Il libro fornisce anche alcuni esempi eclatanti su come comportarsi usando i vari mezzi di trasporto: dal pullman al traghetto e su come apparire mamme dai nervi saldi (anche se non è vero) ai gestori del bed&breakfast che vi permettono di usare la loro cucina. Poi ci sono itinerari di viaggio che sono proprio a misura di bambino e soprattutto di genitori intelligenti.

Peccato che questo manuale sia uscito solo ora e non quando le mie figlie erano piccole. Della mia propensione alla sciagura in vacanza avete già avuto l’ultimo aggiornamento proprio la scorsa settimana quando dovevamo andare a Legoland. Sui problemi di salute che invece sono sempre inesorabilmente sorti proprio e solo quando ero lontana da casa, potete farvene un’idea abbastanza precisa qui.
Quindi non mi rimane che raccontarvi l’ultima micidiale botta di jella vacanziera nella quale credo proprio di aver toccato il fondo.

Estate di quattro anni fa.
Sant’ per ragioni di lavoro ogni anno attorno a ferragosto deve passare una settimana negli Stati Uniti per lavoro. Ogni agosto mi sono inventata qualcosa per non rimanere sola a Milano con le bambine. Quest’anno la meta è la Corsica. Amici mi hanno detto che Santa Giulia è una zona bellissima con mare stupendo e incontaminato. Non me la sento di andare in auto quindi scelgo una soluzione comoda per mamma e bambine: albergo e viaggio in aereo. Primo grande errore: nessuno va in Corsica in aereo, sull’isola bisogna necessariamente avere l’auto. Ma all’agenzia non me lo dicono. Prenoto serenamente una proposta dal catalogo vacanze Columbus. Quando arriviamo a destinazione, scopro che l’hotel non è un hotel. E’ un insieme di casette arrampicate sulla collina, più o meno a strapiombo sul mare. C’è una reception, un chioschetto che sembra un trani per chi vive a Milano, che è aperto solo un paio d’ore al giorno e naturalmente quando arrivo è chiuso. Così le chiavi della mia casetta le devo chiedere alla ragazza del bar. Per arrivare al nostro alloggio c’è una salita ripidissima e lunghissima, abitiamo proprio all’estremità nord dell‘ hotel ideale per famiglie. Trascino il valigione sull’asfalto rovente rischiando il coccolone. Poi volto giù in un sentierino pericoloso e sono arrivata. Finalmente. Porcaccia della miseria.
Per rifarmi dello stress del viaggio, dopo aver disfatto i bagagli ridiscendo, 10 min di cammino, al bar per farmi una birretta.
La bevo e poi dico la storica frase: “Me la addebiti sulla camera”
La barista mi guarda e risponde seccamente: “Qui accettiamo solo contante e anzi deve darmi un’acconto di duecento euro di caparra per la camera”
Così scopro che oltre a non sembrare un hotel questo luogo non ha neppure il trattamento da hotel. Sono un insieme di casette, che in quest’anno i gestori hanno deciso astutamente di vendere come hotel attraverso il catalogo. Ma visto che sono in teoria le soluzioni abitative sono autosufficienti e hanno un cucinino con fornelli, frigo e lavatrice, vogliono la caparra temendo che qualcuno vandalizzi.
Sgancio i 200 euro e rimango al verde. Poi chiedo dove sia il ristorante per cui ho già pagato, nella prenotazione il servizio di cena. Il ristorante è sul mare. Vale a dire a 20 min di discesa in un boschetto di deliziosa macchia mediterranea.
Vorrei uccidere qualcuno. In primis quelli dell’agenzia viaggi. Peccato che sia sabato pomeriggio e non possa neanche raggiungerli telefonicamente. Da lunedì poi sono in vacanza. Faccio buon viso a cattiva sorte e dico alle bambine:
“Forza su facciamo una bella passeggiata e andiamo a scoprire il ristorante!”
Dopo un’interminabile scarpinata, scivolando su sandali non adatti al trekking, finalmente ci sediamo a tavola. Dopocena andiamo a dare un’occhiata alla spiaggia.
E’ vero quello che mi avevano detto: il mare è meraviglioso, il tramonto mozzafiato.
Anita ed Emma a piedi nudi cominciano a giocare. Comincia l’imbrunire, il sole va giù rapidamente ma non mi va di dire alle mie figlie di sbrigarsi. Hanno viaggiato tutto il giorno e sono state veramente brave, dopotutto hanno solo 6 e 9 anni. Mi intenerisco e le lascio giocare un po’. Oramai è buio quando riprendiamo la salita nel boschetto in direzione del nostro maledetto bungalow-casetta che si chiama l’Orchidée.
Dopo dieci minuti non si vede più una mazza. Non ho una pila: pensavo di andare in hotel non al campo scout. Non ho punti di riferimento, tutto sembra uguale, presto realizzo che ci siamo perse e per non farci prendere dal panico rispolvero la storia di Pollicino… (continua domani con altre nuove inedite disgrazie)

Si parte!


Per celebrare degnamente i dieci anni di Emma, ce l’abbiamo messa tutta: ho copiato l’idea da Natalia e ho fatto downshifting per addattarla alle mie capacità culinarie. Anita ha abbracciato l’idea, cospirando con me nella sorpresa e ricoprendo la Lego-torta di glassa.
Il risultato finale ha rialzato la mia autostima come cuoca, dopo i recenti flop di cui ben sapete.
Emma era felicissima, lei è ossessionata dai mattoncini Lego. Quando rimaniamo sole in una situazione un po’ intima, come nel lettone, le brillano gli occhi mentre mi chiede: “Mamma, di cosa parliamo? Di Lego?”
Quando ha visto la torta era troppo felice.
E domani per festeggiare io e lei ce ne andiamo a Legoland, a Billund in Danimarca.
Un weekend lungo nel mondo di Lego, sarò off-line, mi disintossicherò dalla rete e mi immergerò nei mattoncini.