Una serata particolare…


Sabato sera Sant’ ed io siamo andati fuori a cena.
Una serata a due: dopo che abbiamo attraversato momenti difficili doveva essere un toccasana e uno svago piacevole. Eravamo anche un po’ emozionati. Il ristorante l’ho scelto io: c’ero stata con una mia amica ed ero rimasta colpita dalla cucina particolarmente deliziosa. Infatti abbiamo mangiato molto bene, sorseggiato prosecco, chiacchierato e scherzato.
A fine serata siamo usciti da locale allegri e spensierati. Sotto la pioggia.
L’unico lato negativo…
Le nostre figlie erano state con i loro amici e quando ci siamo ritrovati tutti a casa: eravamo la versione saturday night della maledetta famiglia del Mulino Bianco.
Al momento di dormire Sant’ ed io ci siamo augurati la buonanotte promettendoci altre seratine simili. Peró tre minuti dopo aver spento la luce, il compagno della mia vita mi ha detto che sentiva un dolorino allo stomaco.
Ho commentato che mi dispiaceva e poi ho abbracciato con affetto il cuscino, convinta che presto si sarebbe sentito meglio. Ero stanca e volevo solo addormentarmi.
Dopo dieci minuti, Sant’ ha pensato di non aver digerito bene e deciso di andare in cucina farsi un the. Ho annuito girandomi fra le coperte.
Mezz’ora dopo ha cominciato a passeggiare su e giù per la camera sempre più inquieto.
Poi ha deciso che avrebbe portato fuori il cane per muoversi un po’.
Era passata mezzanotte, diluviava e il cane russava beato dopo aver già fatto la passeggiatina serale: ho cominciato a sospettare che qualcosa non andasse proprio bene.
Infatti poco piú tardi il suo malessere ê aumentato e vi risparmio i dettagli.
Alle 2 Sant’ era piegato in due e ululava abbracciato al water.
Il romanticismo della serata oramai si era decisamente perso.
Alle 2,30 sembrava dovesse partorire. Magari anche due gemelli.
Non essendo biologicamente possibile, sotto la pioggia battente, superando me stessa in una prova di guida acrobatica, mi sono messa la tuta sopra il pigiama e con la crema da notte in faccia, l’ho portato al Pronto Soccorso. E menomale che a quell’ora c’era poca gente.
Era una colica bastarda causata da un (già noto) calcolo alla cistifellea.
Sant’ ha urlato di dolore fino alle 4.30.
Pareva proprio in travaglio, anche l’antidolorifico in vena sembrava non fare effetto. A un certo punto, disperato, ha fatto anche la respirazione che aveva imparato quando era venuto con me ai corsi preparto.
Poi ieri mattina l’hanno operato e gli hanno tolto la cistifellea.
Ora sta “bene”.
La nostra seratina romantica è stata veramente indimenticabile!

La sfiga del Mago di Oz


E’ uno dei miei libri preferiti. Un capolavoro con diverse chiavi di lettura da interpretare a seconda dell’età di chi si fa catturare dalla storia. Il meraviglioso mago di Oz, scritto da Frank L.Baum è un classico per l’infanzia che ho letto varie volte con le mie figlie, abbiamo anche visto il film del’39 con Judy Garland, abbiamo comprato il CD con la colonna sonora, imparato a cantare Over the rainbow, il DVD del film più recente con i Muppets e una volta Carnevale ho comprato anche un rotolo di carta igienica che quando la srotolavi un carillon, nascosto all’interno, intonava appunto le note di Over the rainbow (giuro).
Tutto questo prologo per dire che quando è uscito Il grande e potente Oz, prequel della storia narrata nel romanzo, sono andata subito a vederlo.
E’ ironico, intelligente e realizzato con grandi mezzi. James Franco è un mago affascinante e cialtrone, le streghe sono molto belle, specialmente la perfida Rachel Weisz, mentre la bionda Michelle Williams è un po’ troppo patatona con le sue guance paffute. Gli effetti speciali grandiosi, ci sono fortunatamente poche battaglie (che trovo sempre noiosissime) e solo il personaggio della mielosa e lamentosa bambola di porcellana è insopportabile. Insomma dopo 130 minuti di visione, Emma ed io siamo uscite felici e soddisfatte.
Ignare che la sciagura fosse dietro l’angolo.
La pellicola era 3D e così, giudiziosa e risparmiosa, mi ero portata da casa gli occhialini, per non doverli ricomprare alla cassa. Invece in questo cinema gli occhialini erano diversi e gratuiti, forniti direttamente dalla maschera al momento di entrare in sala. La stessa maschera li prelevava all’uscita.
Quindi io uscendo dal cinema mi sono trovata nella tasca interna della borsa gli occhiali che avevo portato inutilmente. E allora cosa ho fatto? Li ho gettati nel bidone situato di fianco alle casse.
Perchè qui a casa, nel cassetto, ho altri 10 paia degli stessi identici occhiali di plastica.
Nella borsa però, nella stessa tasca avevo anche i miei Rayban da sole, con lenti da vista, e solo ieri mattina ho realizzato con orrore che insieme all’occhiale 3D da un euro ho buttato nel bidone i miei da almeno 200.
Quando me ne sono accorta avrei voluto spararmi.
Ho sempre temuto di non essere un genio, ma non avevo mai pensato di poter essere così demente!!!!
Ho chiamato subito il cinema e quando dopo vari tentativi mi hanno risposto, con grande suprema vergogna, ho raccontato l’accaduto. Spiegato con imbarazzo quale fosse il cestino dove li ho gettati e mi hanno detto che mi fanno sapere entro oggi.
Tengo le dita incrociate ma comincio a non essere più una fan del mago di Oz! Perchè ormai è associato per sempre all più grande cavolata (non voglio essere volgare) che abbia mai fatto.
Per conforto mi raccontate, per favore, se voi avete mai compiuto azioni così stupide?

Il parafulmine


Grazie a tutte quelle che mi hanno dato consigli su come affrontare i problemi di salute di Anita…non ho scritto prima perchè è un periodo strano, pesante in cui non riesco a gestire tutto quello che di solito è (abbastanza) sotto controllo. Forse sono stanca perchè è la fine dell’anno. Ma soprattutto mi sento come un parafulmine, cioè creata per addossarsi i problemi di tutti i membri della famiglia, cane compreso. E’ così per tutte naturalmente: la maternità è proprio la versione umana del parafulmine.
In queste settimane come non mai (stranamente perchè di solito capita quando i bambini sono piccoli), sento che la coperta è sempre troppo corta. Metto una pezza da una parte, risolvo una grana e se ne scopre un’altra. Sono sempre indietro migliaia di ore con tutte le cose che dovrei fare e questo mi fa sentire in colpa e inadeguata. Forse ho consumato tutte le riserve di pazienza che avevo in dotazione dalla nascita?
Oppure questo è l’aspetto domestico-realistico della profezia dei Maya?
Per farmi capire ecco due esempi eclatanti delle rottura di scatole che devo gestire in questi giorni: Lola, il mio cane, dopo quasi un anno di convivenza ha un attacco acuto di sindrome dell’abbandono e non posso lasciarla in casa da sola, altrimenti distrugge la casa. Mentre Anita pare abbia due, dico due, diversi codici fiscali, l’ho scoperto poco fa destreggiandomi fra impegnative varie nel tentativo di prenotare delle visite!

Una serata romantica

Quando i figli crescono si può uscire senza chiamare la babysitter.
Possono rimanere a casa da sole anche alla sera. E possono portare anche fuori il cane.
La scorsa settimana era l’anniversario del primo appuntamento fra me e Sant’.
In un picco di romanticismo, nella Milano vuota e bollente, abbiamo deciso di celebrare.
Cena? Cinemino? Prima cena e poi film?
Un scelta difficile, anche perchè i ristoranti erano quasi tutti chiusi.
Al cinema ripropongono i successi della scorsa stagione, ma una pellicola interessante l’avevamo individuata.
Allora abbiamo deciso di spezzare la “commemorazione”: quella sera film e appena il nostro ristorante preferito avrebbe riaperto, ci sarebbe stata anche la cena.
Quindi siamo usciti, abbiamo raggiunto il cinema in tempo record, eravamo forse gli unici in città quindi niente traffico e un’overdose di parcheggi gratis (sensazione inebriante). In anticipo abbiamo comprato i biglietti per un film che ci ingolosiva, quattro stellette nelle recensioni, abbiamo avuto anche il tempo di mangiarci un gelato al bar del cinema e finalmente è arrivata l’ora di entrare in sala.
Comodi comodi ci siamo spaparanzati nelle poltroncine, gustandoci i trailer e poi finalmente i titoli di testa del nostro giallo. Prima scena e vedo Sant’ che tira fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni.
Stavo per dirgli: “Ti sembra il momento di controllare la posta brutto pirla?”
(sono passati più di vent’anni dal primo incontro)
Ma le parole mi sono morte in gola perchè Sant’ dopo aver bofonchiato qualcosa nel telefono, mi ha preso per mano, dicendo: “Quelle deficienti…non ci posso credere!”
Sono stata trascinata fuori dalla sala prima di conoscere altri dettagli.
“Sono uscite con Lola e al ritorno hanno rotto la chiave nella toppa della serratura”
Sono seguite varie imprecazioni mentre tornavamo a prendere la macchina.
“Ma porca…come hanno fatto…a ferragosto…rimaniamo fuori tutta la notte..e come l’hanno girata quella chiave…alla caxxx l’hanno girata!”
Nella calda e lontana notte del nostro primo appuntamento, nella Milano deserta dei primi anni’90, non mi sarei mai immaginata che vent’anni dopo sarebbe andata così. Lo stesso uomo al mio fianco, le stesse strade deserte, la stessa calura, le stesse zanzare, gli stessi idioti che di notte passano con il rosso, ma anche una casa assieme con l’impossibilità di entrarci.
“E adesso come facciamo? Nel garage ho qualche attrezzo ma bisogna vedere come si è rotta…altrimenti dove lo trovo un fabbro a quest’ora?”
“C’è il papà di un compagno di scuola…ma non siamo tanto amici…magari sono al mare”
“Certo chi vuoi che ci sia la settimana di ferragosto? Poi questa volta devi essere dalla mia parte…perchè tu le difendi sempre!”
“Scusa adesso è colpa mia?”
Vent’anni e passa dopo, il fascino misterioso e intrigante del primo appuntamento si è stemperato. Le barriere sono cadute e le conversazioni sono diventate più dirette e personali.
Siamo riusciti a mandarci al diavolo e contraddirci almeno tre volte prima di parcheggiare sotto casa.
Abbiamo trovato le ragazze e Lola sul pianerottolo con gli occhi bassi. Anche il cane aveva capito che girava male. Abbiamo chiamato il fabbro d’emergenza. Ci è costato come una cena ma almeno, per l’anniversario, siamo tornati a dormire nel nostro nido d’amore.

E’ andata così…


La presentazione è andata bene, ho detto un sacco di stupiddaggini, ma ci siamo divertite molto.
Abbiamo riso parecchio. Alessandra Faiella e Carlotta Pistone di Mondo Rosa Shokking sono state fantastiche e le ringrazio molto.

Poi sono andata a cenare in un ristorante indiano con una mia amica, un locale che frequento da molti anni. Ho mangiato bene ma poi nel cuore della notte, mi sono svegliata con lo stomaco sottosopra. Colpa dei samosa? Delle frittelle pakori? Della tensione dello scrittore?
Non lo so, comunque mi sono ritrovata abbracciata al water a vomitare. Tutti dormivano meno Lola che mi fissava preoccupata con i suoi occhioni che sembravano chiedere:
“Ma che cappero hai mangiato?”
Dopo aver detto addio a samosa e pakori nel modo più brutale sono riuscita a dormire qualche oretta. Troppe comununque perchè alla mattina avrei dovuto svegliarmi presto per andare con Anita al suo liceo a vedere i quadri. Un progetto che avevamo da giorni e a cui pensavo con gioia.
Invece sono arrivata nell’androne del liceo con la faccia e l’energia di uno zombie. Mia figlia, bravissima, è stata promossa con la media dell’otto (quasi). E allora mi sono ringalluzzita e complimentata. Poi ho notato che l’anno scolastico appena trascorso non è stato duro solo per me, anche altri genitori del liceo probabilmente hanno subito parecchia tensione. La prova l’ho avuto osservando un signore, probabilmente un papà che era praticamente “steso” sui quadri (vi assicuro che non è facile considerato che sono in verticale) mentre commentava da solo i voti.
All’inizio pensavo fosse al telefono con l’auricolare, poi ho notato che invece parlava proprio da solo. Non era vecchio, non sembrava alticcio, dopato e neanche uno di quei personaggi strambi che si incontrano in giro. Un uomo normalissimo ma molto, molto coinvolto.
Prima era davanti ai risultati della sezione A, poi è passato alla B, poi alla C.
Emma ha detto: “Cavolo, ha un sacco di figli!”
Intanto era passato alla D, poi si è sdraiato sulla E e piano piano, coscenzioso e sempre in conversazione con sè stesso, l’ho lasciato che stava avvicinandosi alla H.
Il signor Invalsi, un preside nemico o un padre stressato che ama fare paragoni?

Questo fine settimana avrebbe dovuto essere di riposo e relax, peccato che, porcavacchissima e affini, la nostra colf abbia lasciato il rubinetto della pompa del balcone aperto e così il tubo di scarico ha collassato e allagato la nostra cantina e l’atrio del palazzo (e questa ultima notizia la dedico a Alle)!

P.S. Finalmente è disponibile l’ebook qui

Tranquillo sabato in famiglia

Ieri pomeriggio Anita doveva riscuotere il suo regalo di compleanno: un pomeriggio di shopping con me, mentre Emma doveva partecipare a una festa di Carnevale.
Sant’ ed io ci siamo divisi i compiti: lui portava Emma mentre andavo in centro per negozi con Anita.
La nostra prima tappa è stata, ahimè, Abercrombie&Fitch. Era il suo regalo di compleanno perciò non potevo certo negarglielo.
Sabato metà pomeriggio: ovviamente c’è la fila per entrare.
Dovevo fare anche un’altra piccola commissione in zona perciò, con grande acume, ho suggerito ad Anita di mettersi in fila mentre io l’avrei raggiunta al più presto.
Dieci minuti dopo, ero ancora nell’altro negozio quando mia figlia ha telefonato per avvisarmi che lei entrava.
“Arrivo”, le ho risposto garrula, felice di aver schivato l’umiliante attesa.
Mi sono precipitata subito davanti all’ingresso, ho saltato allegramente la fila e ho detto serena al bonazzo che stazionava davanti: “Entro per raggiungere mia figlia”
Lui mi ha guardato con sospetto: “Non se ne parla neanche, si metta in fila”
“Cooooosa?”
Probabilmente, nel suo passato, delle donne disperate per avere una felpa si sono finte madri di teen-agers. E questo ha lasciato il segno. Ora osava pensare che fosse il mio caso.
Stavo anche per aggiungere:
“Guarda bonazzo che se non mi fai entrare mia figlia non compra niente perchè i soldi li ho io”, ma fortunatamente non ce n’è stato bisogno.
Magnanime lui ha concesso: “Se sua figlia la viene a prendere può entrare”
Ho telefonato ad Anita. Non mi ha risposto.
Allora ho pensato allegramente di andarmene a fare un giro.
Poi lei però ha richiamato. E poco dopo è scesa a prendermi.
Per un soffio non è stata necessaria la prova del Dna.
“Digli che sono tua madre”
Mia figlia ha obbedito subito.
Il bonazzo ci ha creduto, sorriso e mi ha lasciato entrare.

Una volta dentro, mentre aspettavo che Anita uscisse dal camerino di prova, ho telefonato a Sant’ per sapere come andava la festa di Carnevale.
“Tutto bene?”
“No malissimo!”
La musica era a palla e quindi non ero sicura di aver capito bene.
“Male?”
“Ho appoggiato l’i-pad sul tetto della macchina per togliere i coriandoli dai capelli di Emma e poi sono partito e l’ho dimenticato lì!”
“Sul tetto?”
“Non farmi troppe domande, adesso devo andarlo a cercare”
Ha chiuso la comunicazione prima che possa fare domande o commenti.

Dopo pochi minuti risuona il mio cellulare, penso che sia Sant’ che voglia scusarsi del brusco trattamento di prima.
“La signora PucciPacci?”
La musica è sempre alta, ma mi sembra di aver sentito PucciPacci.
“????”
(PucciPacci è un nome di fantasia, lo utilizzo al posto del vezzeggiativo che Sant’ usa per chiamarmi. Quello vero non lo svelerò neanche sotto tortura)
“Sono della Polizia…abbiamo trovato un i-pad…”
“Ah sì! Deve essere quello di mio marito… l’ha appena perso”
“Abbiamo chiamato il suo numero perchè era fra i contatti…”
“Certo, grazie mille! Siete stati gentilissimi”, non aggiungo che non mi chiamo veramente PucciPacci e che non credevo che Sant’ mettesse in rubrica questo nomignolo.
Probabilmente il poliziotto lo sa e mi ha telefonato solo quando ha smesso di ridere con il suo collega.
“L’abbiamo trovato sulla strada x… deve esserci passata sopra un’auto o magari anche due…il vetro è rotto ma si accende…”

Brutti incontri

Oggi pomeriggio sono uscita a fare un po’ di shopping con Emma.

Erano le 17, volevamo andare al Coin in Piazza Cinque Giornate, e abbiamo preso una via laterale dietro la centralissima Piazza S.Babila. Siamo passate davanti al Conservatorio e all’angolo della grande chiesa che si trova nella stessa piazza, in una leggera discesa con scalettta di due gradini, c’era un tizio che si faceva una pera.

Emma non ha visto bene, però ha avvertito qualcosa la sensazione di qualcosa di brutto e infatti mi ha detto:

“Mamma andiamo via, veloci”

Eravamo solo noi in quel pezzo di strada e anche se il tossico non ci ha prestato molta attenzione è stato comunque molto spiacevole per cui ce la siamo data a gambe per tornare in una zona più illuminata.

Se nella Grande Milano si fanno questi incontri, a Cortina invece c’è Ken.

Non sto scherzando, copio e incollo dal surreale comunicato che ho ricevuto:

La notizia è ghiotta, sabato 18 dicembre sarà possibile “avvistare” Ken sulle piste di Cortina D’Ampezzo, nel suo impeccabile tuxedo.
Ken non scia solamente ad Aspen in Colorado o Park City nello Utah, ama infatti cimentarsi nelle piste più impegnative e conosce perfettamente anche le località più rinomate in Italia e in Europa. Se poi ci aggiungiamo che a Cortina ha da anni degli amici carissimi conosciuti proprio sulle piste da Sci, il gioco è fatto. Le prossima vacanze di Natale di Ken si svolgeranno a Cortina d’Ampezzo e le prime “piste” in neve freschissima le scenderà proprio il 18 dicembre in compagnia dei suoi amici e dei Maestri di sci della Scuola Sci di Cortina.

Il suo vero nome è Ken Carson, meglio conosciuto come Ken, proviene da Willows nel Wisconsin, per chi non lo sapesse è nato sotto il segno dei Pesci (11 marzo 1961) e il prossimo anno festeggia il suoi 50 anni.
La sua prima apparizione in calzoncini da bagno rossi, camicia rossa, asciugamano da spiaggia e sandali è stata nel 1961 alla American Toys Fair, altezza 12 pollici e capello rigorosamente “plasticato” (biondo o castano).  Si, 12 pollici,  è anche più giovane di 2 anni e 2 giorni rispetto a Barbie, la sua amica del cuore sin dalla loro prima apparizione in un tv commercial nel lontano 1961 sino al giorno di San Valentino del 2004, data delle loro separazione…
Ken ha avuto una vita molto attiva, Ken-tastica potremmo dire… è stato businessman, campione olimpionico, pilota, di recente attore di successo (come dimenticare la sua performance in Toy Story 3). Insomma, anche per Ken, come per Barbie, Life in plastic is fantastic…

Non sarà difficile localizzarlo, scende le piste da vero professionista, non per niente è istruttore di sci, ma soprattutto sarà il solo a sciare in smoking, quindi chi lo identifica sulle piste di Cortina dovrà tassativamente scattare una foto insieme a lui…

Il mio Voldermort

Qualcuno, che mi legge da un po’, saprà che nell’ultimo anno a casa mia sono successi vari “imprevisti”.
Una volta è crollato il lampadrio del bagno, un’altra il soffitto della cucina e poi c’è stato un tentativo (vero o presunto) di scasso in un appartamento del pianterreno.
Francamente ne ho abbastanza e vorrei vivere tranquilla. Farmi gli affari miei e non vedere muratori/imbianchini/fabbri/falegnami/piastrellisti/idraulici per un po’ di mesi.
Ieri sera sono scesa dalla macchina, stanca e in ritardo: con la spesa, Emma per mano e in testa il dubbio su cosa potessi inventarmi per cena. Ho visto il classico furgone da trasloco parcheggiato davanti al mio palazzo. Chi spostava mobili e vestiti era l’inquilino dell’appartamento che forse era stato svaligiato, ma anche no (non si mai capito se era più losco il fabbro o il suddetto inquilino).
Cavoli suoi: ho cercato di passare nell’atrio a testa bassa senza attirare l’attenzione.
Invece è mi andata male.
“Buonasera signora”, mi ha bloccato l’inquilino traslocante.
“Ser..” ho biascicato, fissando le borse della spesa e pronta per fuggire sulle scale.
“Mi scusi, lei ha la cantina qui…”
“Sì…”
“Può mostrarmela?”
“????”
“Per favore, le rubo solo un attimo”
Con la stessa espressione schifata di Mr.Bean quando gli rompono le scatole, sono entrata nel vano cantine e riluttante ho indicato con l’indice la mia.
“Bene! Come pensavo!”, ha detto il tipo soddisfatto. “Nella sua cantina ci sono delle mie cornici”
“Non credo proprio”, ho risposto mentre pensavo: “Questo è fuori”
“Ma lei non è la signora che ha ristrutturato l’appartamento due anni fa?”
“Sì, allora?”
“Allora lei ha le mie cornici, dovrebbe darmele perchè sono di un certo valore”
“Avranno tutto il valore che vuole ma se erano nella mia cantina quando ho comprato l’appartamento, cosa che non credo, mi avrebbero dato fastidio perchè lì dovevo mettere le mie cose”
“Ma il signor P. mi ha detto…”
Sentendo questo nome sono sbiancata, questo signor P. è come Voldermort per Harry Potter, la fonte di tutti i miei guai immobiliari. “Il tu sai chi” quello che non vorrei mai nominare perchè porta troppa jella. Il signor P è un vecchio signore rintronato, ex-proprietario di casa dell’appartamento sopra il mio, quello a causa del quale è caduto il lampadario che poteva farmi fuori e anche il soffitto della mia cucina. E poi mi ha provocato anche altri guai collaterali che non sto qui a dettagliare.
Un nome una garanzia di danni!
“Non ho comprato dal signor P!”, ho urlato e sono scappata in casa, lasciando di stucco il mio interlocutore.

Stavo per avere una crisi di nervi. Cosa aveva organizzato ancora quel vecchio svalvolato del signor P? Quella mina vagante sempre troppo vicina al mio spazio vitale? Potevo solo pensare il peggio.
Aveva fatto nascondere della droga o dei gioielli rubati nelle cornici di questo tipo che le viene a cercare solo due anni dopo? Perchè le sue cavolo di cornici non le teneva in casa?

Ho telefonato a Sant’ in preda al panico: “Ha nominato il signor P! Ancora lui! Chissà cosa ha combinato stavolta! Parlaci tu per favoreeeee!”

Quando Sant’ (mio eroe) è corso a casa ha incontrato il tizio che era ancora lì che traslocava e blaterava di cornici. E’ venuto fuori che il pericoloso signor P. prima che comprassi il mio appartamento (vuoto e con la cantina vuota) ha consigliato allegramente a questo inquilino di mettere le sue cornici in quella che sarebbe stata la mia cantina.

Come dire: nascondiamo i soldi nelle tasche degli altri.

Noi le cornici però non le abbiamo mai viste. Probabilmente la persona che ci ha venduto l’appartamento se ne è liberata. All’inquilino molesto non resta che rompere le scatole a lei o, spero, al signor P.

Intifada bergamasca

L’altro giorno stavo passando in auto nella zona di Bergamo.
Sant’ guidava ed ero al suo fianco con il finestrino aperto. C’era una curva e sopra un piccolo cavalcavia: un ponte che aveva una parte aperta con una ringhiera e poi una zona più riparata. Casualmente ho guardato su e ho visto un ragazzino, sugli undici-dodici anni. Aveva qualcosa di familiare: poteva essere il gemello di un ex compagno di scuola di Anita. Anche lui mi ha guardato e poi zac! mi ha tirato un bel sasso. Fortunatamente non aveva una buona mira, noi andavamo abbastanza piano e ha colpito il tetto della nostra auto anzichè la mia faccia.
L’ho scampata bella. Quella brutta canaglia non era l’ex compagno di Anita e perciò senz’altro non mi ha tirato il sasso per vendicarsi di una merenda non di suo gusto che gli ho dato quando una volta è venuto a casa mia.
Allora forse non gli piacevano i miei occhiali da sole.
Oppure gli dava sui nervi la mia faccia.
O era un bimbo che odiava i blog.
Forse era solo un piccolo demente annoiato che aveva dei degni amichetti dall’altra parte della ringhiera, nascosti nella zona riparata del cavalcavia. E sghignazzavano insieme a ogni macchina colpita.
Sant’ si è subito preoccupato del tetto dell’auto (quando ha visto/sentito che porconavo illesa), non ci siamo fermati e tornati indietro a inseguire il piccolo vandalo perchè stavamo entrando in autostrada e non era possibile.
Abbiamo quindi continuato a guidare verso casa, cogliendo l’occasione di raccontare alle ragazze un po’ di cronaca passata e le brutte storie dei sassi dal cavalcavia e delle loro stupide emulazioni.
Comunque per chi transita in quella zona …state all’occhio!

La stiamo perdendo…

Non ho più il fisico nè l’età per andare in giro a fare il fenomeno.
Stamattina mi sono svegliata con una stanchezza micidiale, indolenzita ovunque e con un male alla gola lancinante. Avevo pensato di avere una giornata per mettere a posto le cose in rete e purtroppo anche in casa.
Invece non riuscivo neanche a state in piedi.
Sono tornata a letto con i brividi. Ho le febbre a 38.5 secondo il mio termometro con Micky Mouse.
Ho preso la tachipirina. Sto sotto le coperte. Ma cerco di pensare positivo: l’autore postumo tira tantissimo.
(questo post l’ho fatto di nascosto mentre Sant’ ha portato le ragazze al parco giochi. Adesso metto il computer sotto il letto)

Ma allora è un complotto!!!

Non avevo ancora finito di raccontare le disgrazie della scorsa settimana che nuove sventure si sono palesate.
La povera Emma dopodomani dovrebbe andare alla mitica gita di fine anno, di due giorni due, e invece oggi si è svegliata con la febbre e il mal di gola. Totalmente “out of order”. La poverina ha passato la mattinata, inerme, spalmata su divano con un colorito cadaverico, in un mare di kleenex appallottolati e una gran tristezza negli occhi, alla faccia del sole splendente, dei 27° di temperatura esterna e del cinguettio forsennato dei passerotti felici che arrivava dal terrazzo.
Già è saltata la gita a Legoland, che “stiamo per” riprenotare, e il timore che sfumi anche l’evento socialmente più importante di questo anno scolastico, l’ha giustamente gettata in un mare di sconforto e io mi ci sono tuffata con lei.
Emma che non ha avuto un’influenza, una bronchitina, un accenno di suina, ma al contrario ha goduto di salute perfetta tutto l’inverno, perchè doveva ammalarsi proprio oggi? No, non ha corso e sudato venerdì. Non ha frequantato bambini malati. E’ proprio una gran botta di sfiga.
La brutta notizia è che a dieci anni pensi di averla sfangata, pensi che gli anni di piombo della tachipirina, dell’aereosol e del libenar siano lontani. E invece no.
madre tu partorirai con tanto dolore (è più o meno così) e continuerai ad aeternum a telefonare al pediatra la domenica”
Oggi pomeriggio poi Emma ha anche vomitato e le è presa la cozzite, non scherzo mi è stata letteralmente addosso come un adesivo. Certo non potevo scrollarla via e così per sfogarmi ho dovuto litigare con Sant’ che è dovuto andare a fare un giro in moto.

Rieccomi

E’ stata una settimana pesante, pesantissima ma era iniziata sotto i migliori auspici…
lunedì ho scritto l’ultimo post e avevo davanti a me una mattinata libera. Libera, ad esempio, di avere un tete à tete con l’aspirapolvere, di spostare finalmente nella scarpiera gli stivali con il pelo e mettere in pole position le ballerine.
Di bermi un caffè leggendo il giornale. Stavo per farlo quando è squillato il telefonino. La prima reazione è stata quella di non rispondere e salvare la mia pausa relax. Però era la scuola di Anita:
“Signora sua figlia sta male…ha trentasette e tre di febbre”
Se alla materna ti viene l’angoscia alle medie francamente te ne fregheresti. Potresti anche dire che hanno sbagliato numero.
“Signora la venga a prendere”
Sono andata, ho preso l’auto ho guidato un quarto d’ora e sono arrivata davanti alla scuola. C’era il sole e anche l’intervallo, i ragazzi “giocavano” nel giardino. Ho riconosciuto la classe di Anita, per fare prima non sono entrata dalla porta principale della scuola ma dalla portafinestra del giardino.
Entrando una ragazzina che mangiava una mela mi ha detto buongiorno.
L’ho guardata pensando “non è vero che gli adolescenti sono tutti maleducati, questa è carina e gentile e mangia sano. Non si ingozza di patatine e per questo non è chiattona”
Poi ho visto Anita, che sembrava stare benissimo, le ho chiesto se era pronta per andare.
Poi mi sono ricordata che mancava un dettaglio: “Non c’è la prof?”
“Sono io”
La ragazzina mangiatrice di mele era la prof di francese. Mi ha fatto firmare il registro e un po’ seccata mi ha detto:
“Per favore non uscite dalla finestra”
Ho buttato lì un “désolé” sperando di salvare la situzione, ma lei non ha sorriso.

Il resto della settimana è stata invece una totale débâcle! (Ma ve lo racconto un’altra volta)

Sopravvivere alle vacanze 2

Ci siamo perse perchè a una biforcazione del boschetto (maledetto) abbiamo preso una svolta sbagliata. Naturalmente non so quale perchè è buio pesto. Cerco comunque di non lasciar trapelare il panico perchè non voglio spaventare le bambine. Poi più che paura provo una gran rabbia. Vedo delle luci e sento delle voci, in fondo a questo sentiero c’è una casa. Un gruppo di persone sta cenando sul balcone. Mi avvicino e in francese spiego che ci siamo perse, più o meno dove dobbiamo andare e come si chiama l’albergo.
Vous prenez à droit, vous descendez …puis à gauche…
Ringrazio gentile ma scettica infatti dopo un po’ di droit e gauche non so più dove siamo di nuovo. Però siamo approdate in una strada sempre sterrata ma più larga, non è più la scorciatoia del boschetto. E’ una strada dove passano le auto dei fortunati che ne possiedono una per andare al ristorante sulla spiaggia. Passa una jeep e, oramai alla canna del gas senza più vergogna, la fermo. Famigliola francese. Papà, mamam et petit fille.
Rispiego la situazione. Lui mi dice che accompagna a casa loro poi torna a prenderci e ci porterà all’hotel. Non dobbiamo muoverci, torna subito. La moglie non è gelosa e io spero tanto che lui non sia Jack lo squartatore. (Ripensandoci adesso non lo rifarei ma in quella situazione ero proprio disperata)
Infatti pochi minuti dopo torna. Saliamo. Dice di sapere dove andare e procede spedito sulla salita. Dopo pochi metri intravedo in strada due signore italiane che avevo incontrato al bar dell’hotel. Alleluja!
Chiedo di farci scendere dicendo che avrei proseguito con loro.
Merci beaucoup monsieur” e lo salutiamo.
Botta di fortuna e andiamo a casa accodandoci alle italiane che abitavano in un bungolow meno inerpicato del nostro ma nello stesso hotel. Racconto concitata la nostra avventura, mi guardano strano e da quel giorno quelle signore mi hanno sempre evitato.
La mattina dopo mi sveglio pensando solo una cosa: “bancomat”. Devo trovarne uno perchè sono completamente al verde. Chiedo alla reception dove sia le distributeur d’argent.
La risposta è sconvolgente: “Portovecchio”
La bellissima, ridente e caratteristica cittadina della costa orientale della Corsica che si trova a 10-15 minuti d’auto.
Mi faccio chiamare un taxi, spendo 25 euro e conosco Francois il tassista. Bassetto, grigetto e loquacissimo.
All’inizio sono contenta perchè posso allenarmi in francese ma dopo un po’ comincia a inquietarmi.
Francois non è un tassista qualsiasi ma il proprietario di un servizio auto con conducente, mi spiega che a Portovecchio e in tutta la Corsica i taxi tradizionali scarseggiano, perchè tutti i turisti vengono con la propria auto e quindi non è un business redditizio. DIce che sono stata fortunata ad aver trovato lui libero quella mattina. Per impressionarmi racconta che uno dei suoi clienti è Jean Paul Belmondo e poi con sussiego mi dà il suo biglietto da visita perchè non si sa mai. Dice anche che gli piacerebbe vedere Milano… Le mie figlie stanno per vomitare sui sedili posteriori della sua bella auto a causa delle curve e dei tornanti, ma per un pelo non accade. Siamo arrivate: Francois ci lascia in periferia davanti a una filiale di BNP Paribas. Vorrebbe tanto aspettarci ma sfortunatamente ha un vip da prelevare a Bastia.
Vorrei prendere più contante possibile con la mia Visa, e fare anche un bancomat perchè non voglio spendere 25 euro di taxi un’altra volta per fare un prelievo. Con la Visa invece purtroppo non mi danno nulla. Provo di nuovo a un bancomat e mi bloccano la carta (ma lo scoprirò solo dopo al ritorno a casa). Poi andiamo a un supermercato e compriamo una torcia. Cerco disperatamente un taxi tradizionale ma non ce ne sono in giro, ci fermiamo in un bar a mangiare un pan bagnat poi fa talmente caldo che dopo un tot di “mamma ho caldo”, “mamma ho sete”, “mamma ho male ai piedi”, “mamma lei mi ha spinto” decido che purtroppo per tornare al bungolow sulla montagna non mi rimane altra scelta che telefonare a Francois. (continua …)
P.S. Lo so che Francois avrebbe la cediglia nella “c” ma non so come farla!

Sopravvivere alle vacanze

Anche le mamme più ottimiste e globetrotter lo sanno: andare in vacanza con i bambini piccoli è sempre una scommessa. Quindi è utilissimo il manuale di Carlotta Jesi, giornalista e creatrice del sito Radiomamma che ha scritto un realistico manuale di sopravvivenza per chi decide comunque di osare oltre l’appartamento al mare dei nonni. Bando alle illusioni: il libro non tenta di convincerci che partire con creature recalcitranti, piagnucolose e soprattutto non autosufficienti sia facile. Però può essere divertente e anche avventuroso, nel senso migliore del termine. Carlotta offre una guida pratica, con liste esaustive di cosa portare con sè e soprattutto cosa non dimenticare a casa. Poi ci sono le dritte comportamentali che sono la vera chicca del libro. Infatti le tragedie non accadano spesso perchè si è sbagliato a scegliere la meta ma perchè le mamme (e i papà) non si sono comportati in maniera strategica. Se i genitori sono i primi a soccombere alle situazioni a rischio è tassativo che i pargoli reagiscano al peggio.
Il libro fornisce anche alcuni esempi eclatanti su come comportarsi usando i vari mezzi di trasporto: dal pullman al traghetto e su come apparire mamme dai nervi saldi (anche se non è vero) ai gestori del bed&breakfast che vi permettono di usare la loro cucina. Poi ci sono itinerari di viaggio che sono proprio a misura di bambino e soprattutto di genitori intelligenti.

Peccato che questo manuale sia uscito solo ora e non quando le mie figlie erano piccole. Della mia propensione alla sciagura in vacanza avete già avuto l’ultimo aggiornamento proprio la scorsa settimana quando dovevamo andare a Legoland. Sui problemi di salute che invece sono sempre inesorabilmente sorti proprio e solo quando ero lontana da casa, potete farvene un’idea abbastanza precisa qui.
Quindi non mi rimane che raccontarvi l’ultima micidiale botta di jella vacanziera nella quale credo proprio di aver toccato il fondo.

Estate di quattro anni fa.
Sant’ per ragioni di lavoro ogni anno attorno a ferragosto deve passare una settimana negli Stati Uniti per lavoro. Ogni agosto mi sono inventata qualcosa per non rimanere sola a Milano con le bambine. Quest’anno la meta è la Corsica. Amici mi hanno detto che Santa Giulia è una zona bellissima con mare stupendo e incontaminato. Non me la sento di andare in auto quindi scelgo una soluzione comoda per mamma e bambine: albergo e viaggio in aereo. Primo grande errore: nessuno va in Corsica in aereo, sull’isola bisogna necessariamente avere l’auto. Ma all’agenzia non me lo dicono. Prenoto serenamente una proposta dal catalogo vacanze Columbus. Quando arriviamo a destinazione, scopro che l’hotel non è un hotel. E’ un insieme di casette arrampicate sulla collina, più o meno a strapiombo sul mare. C’è una reception, un chioschetto che sembra un trani per chi vive a Milano, che è aperto solo un paio d’ore al giorno e naturalmente quando arrivo è chiuso. Così le chiavi della mia casetta le devo chiedere alla ragazza del bar. Per arrivare al nostro alloggio c’è una salita ripidissima e lunghissima, abitiamo proprio all’estremità nord dell‘ hotel ideale per famiglie. Trascino il valigione sull’asfalto rovente rischiando il coccolone. Poi volto giù in un sentierino pericoloso e sono arrivata. Finalmente. Porcaccia della miseria.
Per rifarmi dello stress del viaggio, dopo aver disfatto i bagagli ridiscendo, 10 min di cammino, al bar per farmi una birretta.
La bevo e poi dico la storica frase: “Me la addebiti sulla camera”
La barista mi guarda e risponde seccamente: “Qui accettiamo solo contante e anzi deve darmi un’acconto di duecento euro di caparra per la camera”
Così scopro che oltre a non sembrare un hotel questo luogo non ha neppure il trattamento da hotel. Sono un insieme di casette, che in quest’anno i gestori hanno deciso astutamente di vendere come hotel attraverso il catalogo. Ma visto che sono in teoria le soluzioni abitative sono autosufficienti e hanno un cucinino con fornelli, frigo e lavatrice, vogliono la caparra temendo che qualcuno vandalizzi.
Sgancio i 200 euro e rimango al verde. Poi chiedo dove sia il ristorante per cui ho già pagato, nella prenotazione il servizio di cena. Il ristorante è sul mare. Vale a dire a 20 min di discesa in un boschetto di deliziosa macchia mediterranea.
Vorrei uccidere qualcuno. In primis quelli dell’agenzia viaggi. Peccato che sia sabato pomeriggio e non possa neanche raggiungerli telefonicamente. Da lunedì poi sono in vacanza. Faccio buon viso a cattiva sorte e dico alle bambine:
“Forza su facciamo una bella passeggiata e andiamo a scoprire il ristorante!”
Dopo un’interminabile scarpinata, scivolando su sandali non adatti al trekking, finalmente ci sediamo a tavola. Dopocena andiamo a dare un’occhiata alla spiaggia.
E’ vero quello che mi avevano detto: il mare è meraviglioso, il tramonto mozzafiato.
Anita ed Emma a piedi nudi cominciano a giocare. Comincia l’imbrunire, il sole va giù rapidamente ma non mi va di dire alle mie figlie di sbrigarsi. Hanno viaggiato tutto il giorno e sono state veramente brave, dopotutto hanno solo 6 e 9 anni. Mi intenerisco e le lascio giocare un po’. Oramai è buio quando riprendiamo la salita nel boschetto in direzione del nostro maledetto bungalow-casetta che si chiama l’Orchidée.
Dopo dieci minuti non si vede più una mazza. Non ho una pila: pensavo di andare in hotel non al campo scout. Non ho punti di riferimento, tutto sembra uguale, presto realizzo che ci siamo perse e per non farci prendere dal panico rispolvero la storia di Pollicino… (continua domani con altre nuove inedite disgrazie)

Maledetto vulcano

Un regalo di compleanno troppo bello per essere vero.
Infatti chi mi legge da un po’ sa che quando si tratta di vacanze ho una sfiga micidiale. Dovevo andare in Scozia, proprio quando c’era il (falso) allarme suina, a New York il giorno dopo la nevicata del secolo e stamattina partire per la Danimarca proprio quando la nube nera sprigionata dall’eruzione vulcanica partita dall’Islanda ha interrotto tutto il traffico aereo in nord Europa. Stamattina mi è arrivata infatti una email di cancellazione della Ryan Air e fortunatamente collegata a una procedura di rimborso. Abbiamo telefonato al Legoland hotel e cancellato la prenotazione anche lì. Non abbiamo bruciato neanche un eurino o meglio una corona danese. Ma per la povera Emma è stato un trauma. Si è comportata molto bene, era triste ma non ha fatto scene. Le abbiamo promesso che questo viaggio si rifarà magari il mese prossimo. Stamattina ha comunque voluto, per la prima volta in vita sua, leggere la notizia sulle pagine di Repubblica (fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, deve aver pensato) e ha trovato conferma della storia che non trovavo le parole per dirle.

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