Giovedi del libro: La scrittrice cucinava qui


Eccomi qui all’appuntamento con la rubrica sui libri. Quello di questa settimana mi ha veramente entusiasmato. Bellissimo, originale e raffinato. La scrittrice cucinava qui, di Stefania Aphel Barzini, autrice di saggi, libri di cucina e del romanzo L’ingrediente perduto.
In questo momento di febbre per il food, in cui prosperano i canali tv ad hoc, i libri di ricette a 360°, gli chef sono star e poi alla fine siamo tutti più grassi e i NAS scoprono sempre più sofisticazioni, il libro della Barzini è una perla rara. Perchè parla di cibo e letteratura con uno stile misurato e affascinante. Racconta particolari biografici inediti, romantici e succosi di dieci grandi scrittrici: da Virginia Wolf a Simone De Beauvoir, da Agatha Christie a Elsa Morante, passando per Colette e Karen Blixen. La vita e le opere di queste autrici e altre illustri colleghe sono raccontate attraverso il cibo, attraverso le loro passioni e idiosincrasie.
Il rapporto con il cibo la dice lunga sul nostro stato d’animo, può essere quasi una cartina di tornasole sulle nostre emozioni e inibizioni. E poi per le donne il modo di cucinare di stare ai fornelli è sinonimo di condivisione, di amore, di accudimento.
Come scriveva Colette e viene riportato dalla Barzini nel libro:

”la vera cucina è fatta da chi assaggia, assapora, sogna un istante, aggiunge un filo d’olio e un pizzico di di sale, da chi pesa senza bilancia, misura il tempo senza orologio, sorveglia l’arrosto solo con gli occhi dell’anima e mescola gli ingredienti secondo ispirazione, come una strega benigna. In altre parole la cucina è fatta dalle donne.”
E le autrici famose, le donne mitiche, raccontate in questo libro hanno tutte un rapporto particolare con il cibo, per alcune, come Virginia Wolf e Karen Blixen, è conflittuale, per altre è pura passione e golosità: Agatha Christie non poteva vivere senza la panna montata, il suo comfort food per eccellenza. Alcune erano brave cuoche, altre risucivano a malapena a scodellare un ovetto fritto. Ma l’amore per il cibo ritorna nei loro libri, nelle descrizioni di pranzi e cene, come metafora dei sentimenti. La scrittura di Stefania Barzini è appassionante e coinvolgente, le sue ricerche sono state meticolose: leggendo sembra veramente di fare un salto nel tempo ed poter sedere a tavola con queste grandi donne che, a volte, attraverso il cibo curavano anche le loro fragilità più segrete.

P.S. E poi in fondo al libro in una piccola appendice ci sono alcune ricette storiche, quelle del cuore delle protagoniste del libro. La torta di zucca e mandorle di Colette, il pane al mais di Harriet Beecher Stowe, il gelato al mandarino di Elsa Morante, la marmellate di mele e limoni di Virginia Woolf, il branzino-Picasso di Gertrude Stein e via così con l’acquolina in bocca!

No more piggy world

Per combattere “la desertificazione valoriale” della nostra società- come dice Bagnasco- ho deciso di aderire all’iniziativa di un gruppo di food blogger (seguite il link del banner per saperne di più e partecipare) che chiede ai simpatizzanti di esporre nel proprio blog o condividere su FB l’immagine e fornire una ricetta a base di carne di maiale.
Sono vegetariana, non cucino carne e come cuoca faccio pena ma ho deciso di proporvi una mousse di prosciutto cotto. (E’ il mio massimo)

Si prende un etto di prosciutto cotto, meglio se fetta unica ma va bene anche quello del pacchetto. Un panetto e mezzo di formaggio Philadelphia, quello di taglia standard, e una ventina di palline di pepe rosa. Si mette tutto nel mixer e voilà la mousse e pronta. Sulle dose del formaggio e del pepe rosa potrei anche sbagliarmi leggermente, basta assaggiare e aggiustare.
Dopo si può mettere in una terrina e farà la sua “porca” figura!

Chef si nasce?

Da un po’ di tempo Emma vuole dilettarsi a cucinare. Forse la sua sensibilità culinaria è un dono che ha ereditato dal papà. Prende la cosa molto sul serio e qualche sera fa aveva insistito per preparare lei la cena. Pensavamo fosse un po’ troppo impegnativo.
“Grazie, ma non devi lavorare troppo”
“Abbiamo poca fame”
“Fa caldo, stiamo leggeri…”
Dopo cinque minuti di convenevoli abbiamo trovato un accordo. Avrebbe preparato una pasta al tonno, veloce ed estiva.
Emma era in cucina, si è messa il grembiule e ha allineato ingredienti e utensili.
Noi tre sul divano, in finto relax, pronti a scattare se prendeva fuoco uno strofinaccio. E invece è stata bravissima, io le ho aperto la scatoletta del tonno, il papà le ha acceso i fornelli, Anita l’ha aiutata a scolare i fusilli. Il risultato spettacolare: una pasta buona, cotta a puntino a condita al punto giusto. Le abbiamo fatto un sacco di complimenti e lei è stata molto contenta.
La sera dopo non sapevo cosa fare a cena, Sant’ non aveva grandi idee, il frigo era quasi vuoto e così ci siamo guardati e abbiamo avuto la stessa intuizione:
“Emma ci rifai quella buonissima pasta al tonno?”
E lei felice ha replicato il capolavoro, nel pacchetto c’era anche previsto l’allestimento della tavola e sparecchiare.
Sì, era sfruttamento di minore ma è stato molto comodo.
Ieri sera non potevamo papparci le terza pasta al tonno di fila e allora ho cominciato a chiedere a Emma se avesse qualche idea per la cena.
“Voglio fare una torta al cioccolato: ho una ricetta della banda bassotti”
“Mmmm… e di primo?”
“Pasta al ton…”
A quel punto avevo già tirato fuori il suo libro di ricette del momento “In cucina con mukka Emma” (indovinate perchè le piace?) e gliel’ho aperto evitando per precauzione le pagine sui pop-corn e i marshmallow.
Sfogliando ha trovato “pomodori prigionieri” e si è entusiasmata.

Praticamente dei vol au vent con pomodorini. Non essendo pasta al tonno, non ho potuto andare a leggermi una rivista sul divano come una madre disgraziata ma sono rimasta in cucina a fare da aiuto cuoca passiva.
La pasta sfoglia era già pronta e l’ha tagliata a dischi con un bicchiere. Nella ricetta diceva di metterli in forno con dei fagioli secchi sopra per non creare bolle.
I fagioli naturalmente non li avevamo e allora abbiamo spezzettato delle carote. Infatti sono venuti un po’ sbilenchi, ma con i pomodori sopra non si notava troppo. Ho acceso e spento il forno, poi il fornello per saltare i pomodorini spezzettati in padella. Ho tirato fuori gli stampini dal forno caldo per evitare che Emma si bruciasse un dito, infatti mi sono scottata io.
Però alla fine il risultato è stato grandioso. Le è piaciuto molto aggiungere le erbe provenzali (il timo della ricetta non l’avevamo) e tagliare il pecorino a listelle per metterlo sopra.
Poi al momento di gustarli lei e Anita hanno fatto un sacco di storie, perchè erano “troppo pomodorosi” così alla fine abbiamo fatto la foto e poi ce li siamo pappati tutti io e Sant’.
Stasera non so se ordinare quelli o la pasta al tonno.
Anita cucina solo muffin o cupcakes perchè sono belli da vedere.

Tris di flop

Concludo con questa ultima triste storia la trilogia delle mie disavventure culinarie.
Dopo la sciagura del crumble e la disgrazia dell’hummus eccovi l’incidente della terrina di verdure.
Tanto è l’accanimento del destino contro di me quando sperimento in cucina che ho pensato che potrei aprire un blog per documentare i miei insuccessi. Potrebbe fare tendenza. Un capolavoro trash. Sarebbe l’esatto contrario di tanti eleganti food blog che ci sono in giro. Potrei anche postare le foto degli obbrobri che creo, ma forse sarebbero immagini troppo crude e deprimenti.

Un paio di settimane fa ho visto su un giornale un’accattivante ricetta: verdurine grigliate e sovrapposte come una raffinata lasagnetta. Nella foto le verdure erano belle, colorate e allegre, la preparazione era catalogata come facile, le calorie solo 230 a porzione. Ancora ricordo con nostalgia uno sformatino tricolore, genere un po’ mousse che avevo mangiato a Londra negli anni ’90, una roba buonissima, la mia madaleine di Proust, una delizia che non sono più riuscita a ritrovare e mai a preparare. Il mio cuore vegetariano quindi davanti alla ricetta del giornale ha avuto un palpito. Perciò ho strappato la pagina con determinazione e il giorno dopo sono andata, piena di entusiasmo, al super a comprare 1 peperone giallo, 1 rosso, 2 melazane, 3 zucchine, 1 pomodoro occhio di bue e un mazzetto di basilico.
Il contenitore rettangolare da plumcake, richiesto dalla ricetta, l’avevo, gli albumi e il grana pure.
Poi per dieci giorni mi sono sentita in colpa, aprendo il frigorifero e vedendo i due peperoni e la melanzana. Allora li ho spostati in un ripiano più basso, in una posizione un po’ nascosta così non stavo male pensando di non aver il tempo di preparare la favolosa terrina.
Venerdì nel tardo pomeriggio mi sono decisa.
Oramai i peperoni erano quasi fuori tempo massimo, la melanzana si stava pericolosamente ammorbidendo e le zucchine erano diventate un po’ tristi. Mentre per il basilico purtroppo era già troppo tardi…
Nella preparazione della ricetta c’era scritto 35 minuti… più il riposo. Ho scoperto subito che in realtà per fare le cose bene, cioè secondo le indicazioni, ci voleva un tempo lunghissimo: grigliare i peperoni nel forno mezz’ora, poi lasciarli raffreddare, poi togliere la pelle e i semi…grigliare le altre verdure…intanto dovevo anche preprare la cena…
Avevo la cucina piena di diversi piatti di verdure: melanzane sul davanzale, peperoni vicino alla tv, pomodori sul micronde e zucchine sul frigo. Alla fine ho messo in forno la terrina alle dieci di sera. E certo non potevo star sveglia fino alle due, aspettando che si raffreddasse per metterla in frigo. Così ha passato la notte fuori, non so se sia stato questo a rovinarla. Il giorno dopo, a pranzo quando ho rovesciato lo stampo e ho tirato fuori la terrina, non era alta come nella foto. Era bassa e aveva un colore malato, sembrava vomito compatto. Incredibilmente il profumo era abbastanza buono ma la mia creazione purtroppo era incontinente, da sotto, aveva perdite d’acqua rossastra.
Forse era la vendetta del pomodoro.
La mia terrina così brutta che ne ho assaggiato, controvoglia per non sentirmi troppo vigliacca, solo un triangolino: molloso e un po’ viscido.
Poi le ho sussurrato un lungo e doloroso addio mentre, con una lacrima e immensa tristezza, la lasciavo scivolare nel pattume, contenitore dell’umido.

Dis-comfort food

L’altro giorno ho fatto il panbanana: era la prima volta ed era veramente delizioso. Così buono che la mattina seguente me lo sono finito tutto da sola. Mentre lo gustavo pensavo che le banane sono un frutto proprio buono. In famiglia Sant’ e le ragazze sono delle appassionate mangiatrici di banane, mentre io sono sempre stata un po’ freddina con questo frutto.
Ripensandoci me ne chiedevo la ragione. Poi un ricordo mi ha fulminato e il Freud che è in me mi ha illuminato…
Quando ero piccola andavo a trovare mia nonna a La Spezia. Mia nonna non era una persona normale, era sempre piuttosto burbera e arrabbiata. Sembrava anche che i bambini non le piacessero troppo.
Un giorno mia nonna ed io stavamo andando all’outlet della banana, dove vendevano le banane a pezzi. Forse perchè a quei tempi c’era meno benessere, forse perchè le banane arrivavano con le navi, a La Spezia c’era questo strano negozio di fruttivendolo, dove si potevano comprare banane a prezzi competitivi, perchè non erano l’intero frutto ma solo pezzi di banana. Probabilmente quelli che si erano salvati nel trasporto. Funzionava così: le parti nere, ammaccate, venivano buttate e rimanevano le altre, quelle integre da vendere.
Mentre ci avvicinavamo al negozio, mia nonna mi dice:
“Vedi quel bell’appartamento lassù?”, indicando le persiane delle finestre dell’ultimo piano dell’edificio dove si trovava anche l’outlet delle banane.
“Quell’appartamento non lo vuole più nessuno, perchè l’anno scorso c’è stato un omicidio. Il marito ha fatto fuori la moglie e il suo amico. Li ha proprio fatti a pezzi”
“A pezzi?”
“Si, sì, proprio a pezzi. Come le banane”, probabilmente la sfortunata similitudine è stata fatta da mia nonna per rendere il concetto più assimilabile e infatti è riuscita perfettamente nello scopo.
Avrò avuto 4-5 anni e mi sono rifiutata di andare a comprare le banane quel giorno.
E da allora sono sempre stata un po’ restia a ingozzarmi di banane. Ma mi sono appassionata alla cronaca nera.

Abbasso il martedì

Il martedì per me è il giorno più difficile della settimana.
Avrei in lista altri argomenti da scrivere nei post, ma oggi è stata una giornata così del cavolo che devo sfogarmi.
Il martedì è brutto perchè ho poco tempo, le mie figlie escono da scuola presto e tutto si accavalla, o meglio si accartoccia. Vorrei usare il verbo si asfiga, ma purtroppo non esiste.
Sono un po’ stanca e sempre di corsa. Una prova? Oggi, mentre guidavo ho telefonato a una mia amica e dopo 5 minuti di conversazione lei mi ha rivelato che non era l’amica con cui pensavo di parlare, ma completamente un’altra persona. Però entrambe hanno il nome che inizia con la stessa lettera. Perciò nella rubrica del mio cellulare i loro nomi sono vicini e ho pigiato il tasto sbagliato. Menomale che ho detto stupidate passe-partout e non mi sono completamente sputtanata. Mi sono solo vergognata quando lei mi ha detto: “Scusa ma non sono…”

Stasera, per un colpo di vita, avevo deciso di ri-provare a preparare l’hummus che facevo già anni fa ma era più o meno immangiabile. Prima di Natale ho letto questo post e mi sono ripromessa di tentare nuovamente.
La cara Tanaka mi ha anche fornito una spiegazione per la ricetta, aggiungendo “Se ci riesco io, tutti possono farcela”.
Putroppo si sbagliava. Avevo comprato i ceci, li ho passati al minipimer (e sono schizzati ovunque ma ho pulito), ho aggiunto l’olio d’oliva e il limone. Ho mixato, ho assaggiato. Non sapeva di hummus, era un po’ secco. Allora ho avuto un’idea: aggiungere lo yougurt. Avevo quello naturale, Muller-fai l’amore con il sapore. E’ stato un brutto rapporto completo, perchè ora il mio hummus è dolce. (Cosa mettono in quello yougurt????).
Il mio hummus sembra salato ma è dolce. Un ibrido, un ermafrodita, un ossimoro: dolce ma salato. Non agrodolce. Adesso è ancora di là sulla tavola. Non voglio più vederlo. Sono venuta qui a scrivere per sfuggire all’incombenza di doverlo buttare.
Vorrei che sparisse da solo.