Senza Freud

Un urlo squarcia il silenzio della notte:
“Nooooo! Emma noooo! Non puoi farlo!”
Il grido arriva dalla camera delle mie figlie.
“Nooo! Scendi di lì! Nooo! Mammaaaaaa! Mammaaaaa!”
E’ la voce di Anita, risveglio notturno, anni tredici e mezzo. I probelmi di sonno dovrebbero finire attorno ai tre anni. Fuori tempo massimo. Faccio finta di niente e aspetto.
Tattica vincente, segue silenzio. Anzi si sente un leggero brontolio di Emma che dorme vicino a lei.
Immagino che sia: “Che cavolo avevi da urlare?”
La mia primogenita ogni tanto parla nel sonno, ma prima d’ora aveva gridato così forte.
A colazione indaghiamo: “Anita stanotte hai urlato fortissimo…”
“Chi io?”
“Sì, non ti ricordi cosa avevi sognato?”
“No” e mangia una gocciola.
RIpetiamo quello che abbiamo sentito. E finalmente lei ricorda. Intinge un’altra gocciola nel latte e comincia a raccontare: “Ah sì…ero con Emma vicino a un silos e lei voleva arrampicarsi ma era pericoloso. Le dicevo di non farlo ma lei correrva su. Saliva, saliva per la scaletta laterale e alla fine è arrivata in altissimo. C’era una piattaforma proprio in cima e lei è arrivata in cima e si sporgeva. Intanto ti chiamavo ma tu eri al telefono e non mi davi retta…”
“Ero al telefono?”
“Sì, eri al telefono con Emily

(Non ci vuole Freud per capire il recondito messaggio sulla madre assente)