Una serata particolare 2

Dopo molti anni di matrimonio avere una seratina intima è difficile: Sant’ ed io non andiamo fuori a cena molto spesso, ma quando decidiamo di farlo succede sempre qualcosa di molto speciale.
E anche sabato scorso quando siamo andati in un locale di Brera, per una cenetta sushi guardandoci negli occhi, il fato ha voluto che qualcosa di inaspettato suggellasse la serata.
Usciti dal ristorante ci siamo concessi un gelato e una passeggiata, proprio in via S.Marco, prima di tornare alla macchina e guidare verso casa.
Stavamo appunto camminando quando abbiamo sentito un boato fortissimo e poi tutte le luci della strada si sono spente in un colpo solo.
Sant’ (sempre troppo curioso dei fatti della strada quando lo vorrei totalmente coinvolto invece nella conversazione che cerco di costringerlo a fare) si è naturalmente domandato cosa fosse. Invece nel bel mezzo di una recriminazione familiare (era il nostro anniversario: quale momento migliore per rinfacciare tutto quello che non è andato bene in tot anni di matrimonio?) ho solo pensato:
“Sarà mica una bomba?”
Ma è durato un attimo, perchè subito abbiamo girato l’angolo e siamo entrati in auto, dove nella comodità e nella privacy dell’abitacolo ho potuto continuare imperterrita a triturargli le balle con i “perchè io” e “perchè tu”.
Un caso esemplare di slinding doors: se fossimo passati dalla stessa strada 1 minuto dopo e invece di voltare per trovare la nostra auto, avremmo tirato dritto in Via S. Marco, saremmo arrivati verso il numero 33 dove c’è stato il corto circuito. Potevamo passare sopra il tombino sbagliato e saltare per aria!
Magari proprio a metà di una frase in cui sostenevo di aver ragione 🙂

Topo Lino


L’altro giorno, per accontentare Emma, grande fan dei fumetti e lettrice di Topolino, siamo state al Museo del Fumetto per visitare la mostra commemorativa degli ottanta anni di Topolino.
Infatti Mickey Mouse è sbarcato in Italia nel lontano 1932 e quasi subito ci sono stati un po’ di problemi con l’acquisizione dei diritti. Nei primissimi tempi infatti, proprio perchè Walt Disney non era riuscito a mettersi d’accordo con gli editori italiani, a un certo punto abbiamo stampato una versione taroccata che si chiamava Topo Lino e aveva un muso bruttarello e molto appuntito.
Il topo non griffato però fortunatamente è durato poco e presto abbiamo potuto ripubblicare l’esemplare vero. E non ci siamo più fermati, Topolino ha avuto un successo travolgente: nella mostra l’amore dei piccoli lettori è testimoniato anche dalla pubblicazione delle numerose letterine che arrivavano in redazione. Tra le tante, una molto interessante scritta da Gina Lollobrigida bambina che aveva mandato anche i suoi disegni nella speranza di vederli pubblicati. Ma purtroppo nella risposta venivano gentilmente rigettati.
Però la futura diva, non si arresa, ha riscritto qualche anno dopo, accludendo anche una sua foto (mica scema) e qui nella risposta il redattore le faceva dei gran complimenti per quanto fosse cresciuta, di come fosse diventata carina…
Poi un’altro dettaglio che mi ha colpito (e fatto inorridire) è stata la promozione per il numero 500, per celebrarlo in allegato c’era una farfalla vera.
La povera farfalla aveva le ali vere e il corpicino di cartoncino!
Anch’io da bambina leggevo Topolino e anch’io scrivevo alla redazione, ho anche partecipato a un concorso tipo “inventa una filastrocca o manda la tua barzelletta” e credo di essere arrivata seconda o terza, ma la mia letterina non era esposta alla mostra, accidenti!
Comunque il Museo del Fumetto è uno spazio molto interessante, colorato e divertente: c’è anche una biblioteca dove si può incontrare il simpatico iper palestrato uomo Tigre.

Venere in metrò


Me l’ha prestato un’amica dicendo: “Assomiglia tuo romanzo, vedrai che ti piacerà”
Così è stato. Ho cominciato a leggere questo libro e a ridacchiare. Mi sono divertita perchè sono cinica e soprattutto perchè abito a Milano, quindi le storie della protagonista le posso capire, comprendere e anche giurare che forse sono esagerate ma solo un pochino. Se le protagoniste di Affari d’amore ad alcuni ottimisti sono sembrate forse inverosimili, (“Ma esistono davvero donne così?” mi ha chiesto qualche lettrice) quelle di questo romanzo di Giuseppe Culicchia sono anche peggio. Ma esistono. Infatti leggendo le avventure di Gaia, la protagonista, abbastanza superficiale da pensare solo alle griffe, al peso e ai soldi, ho visualizzato alcune conoscenti. La storia è ironica, volutamente iperbolica, ambientata in una Milano dal glamour di facciata, che nasconde tic, manie e soprattutto debolezze. Gaia è una socialite, va a tutte le feste, adora apparire nelle rubriche fashion dei femminili, ma in fondo è una donna semplice: infatti riflette sempre sulle stesse cose e l’autore per enfatizzare il suo mono-neurone che lavora, ha taglia-incollato sempre le medesime frasi del Gaia-pensiero nei vari capitoli del romanzo.
Comunque la storia mi ha catturato e per due-tre sere non vedevo l’ora di andare a letto, per potermi concedere la lettura del romanzo, ghignare e addormentarmi serena.
Non mi rattristavo anche se la parabola di Gaia è discendente, infatti da ricca e magra signora della Milano che conta, la nostra comincia a scivolare verso l’abisso. Viene cacciata dall’agenzia organizzatrice di eventi dove lavora, l’amante la molla, la figlia adolescente la odia, il marito sparisce e i soldi finiscono.
Un vero dramma, descritto però con geniale sarcasmo dall’autore. Riuscirà Gaia a rimanere a galla?
Non ve lo racconto per non rovinarvi la sorpresa.
Sono stata colpita invece dalla perfezione di tutti i luoghi milanesi citati, ci sono solo due piccoli errori. Un Suv in corso Buenos Aires si riesce a parcheggiare solo nella settimana di ferragosto, poi nel curriculum di Gaia è citato il liceo più arduo della città: è improponibile che la decerebrata protagonista e le sue amiche siano riuscite a frequentarlo. Per il resto è una storia milanese esemplare.

Agosto milanese

Non sono un tipo da ferie in agosto: da piccola i miei genitori mi portavano al mare in luglio e mi è rimasto l’imprinting.
Da bambina, figlia unica, in agosto tutti i miei amici erano via e mi annoiavo da matti, allora prendevo la bici e pedalavo per ore e ore nella ridente cittadina romagnola dove vivevo. Era tutta pianura e mi andava di lusso.
Crescendo sono poi andata a Londra dove agosto è un mese normale e non avevo problemi.
Venuta a vivere a Milano invece ho cominciato ad apprezzare la desertificazione agostana cittadina.
Tanto che nel mio primo agosto milanese ho anche trovato marito: amiche non care dicevano che mi avesse scelto solo perchè in giro in quel mese la concorrenza scarseggiava. Invece siamo ancora qui a raccontarcela.
Quando lavoravo alla RCS andavo in ferie in giugno e settembre e tutti i miei colleghi per questo mi volevano abbastanza bene. Quando le bambine erano bebè cercavo di portarle via due mesi dal caldo opprimente e mi spostavo in località amene pallosissime e non vedevo l’ora arrivasse settembre. Ora che sono cresciute, vanno in piscina, posso lavorare e godermi le stranezze della città che si svuota. Si incontrano al super, amici che ti salutano come se vedessero un UFO:
“Ciao, sei ancora qui? Ma allora possiamo vederci!”
Arrivano telefonate di gente che sta raschiando il fondo dell’agenda: “Non c’è più nessuno…non speravamo che voi…”
Poi girando in città (dove non c’è traffico e si parcheggia che è un piacere) si incontrano personaggi interessanti, oggi ad esempio ho visto una giovane madre che con un’aria orgogliosa spingeva una carozzina nell’ora più calda della giornata. Non ho saputo trattenermi e ho lanciato dentro alla navicella un’occhiata curiosa: c’erano tre gatti!

Hi guys!

E’ sempre aperto, a parte Natale e forse Pasqua.
Quindi ieri sera, domenica alle 19,30 quando Anita mi ha chiesto di andare, vedendo che non c’era fila siamo entrate.
Buio, musica a palla, profumo intossicante. Nel negozio di Abercrombie &Fitch è sempre notte.
Hi guys!”, ci ha apostrofato una commessa biondina con la mini-gonnina fiorata di ordinanza. Lo stile yankee è da contratto, poi dopo averci salutato ha continuato a parlare con il collega/modello/commesso:
“…sì, perchè minchia…però io…”

Siamo salite, abbiamo girato per le sale labirintiche. Abbiamo visto commessi obbligati a indossare i sandali infradito, (le uniche calzature che vende il negozio) anche ieri, giorno di bora a Trieste. Quelli sulla porta invece non si devono mettere la maglietta ma almeno ai piedi hanno le Converse.
Abbiamo guardato, ho preso in mano una felpa. Ho controllato il prezzo. Ho commentato: “Ah, però!”
Un commesso di fianco a me, ha sentito e mi ha risposto: “Ah, però, sì!”
L’ho guardato stupita, sorridendo. Forse era un dissidente, o forse uno che alle 19,45 ne aveva un po’ le scatole piene della griffe.
Emma dopo cinque minuti non ne poteva più e sbuffava. Anita invece era in fibrillazione. Siamo arrivate nella sala del salottino. Quella dove alla parete c’è una bacheca piena di fucili. Sembrava di stare a casa di Sarah Palin. Ma c’erano due poltrone vuote e così ci siamo stravaccate lì. Anita poteva frullare intorno e guardare tutto.
Era bello stare seduta lì, cercavo di non guardare i fucili che mi davano angoscia e concentrarmi invece sullo studio antropologico dei clienti. Molti adolescenti con genitori dalla faccia stravolta e scocciata, qualche bambino ipercinetico che correva, ragazzine ipereccitate che ridacchiavano e poi una gita di anziani (almeno dieci) quelli che di solito vanno sul pullman a vedere le pentole.

Le altre due poltrone del salottino erano occupate da un signore annoiato che smanettava con lo smartphone ed era parzialmente coperto di felpe e cardigan, di fronte aveva la figlia di circa 9 anni che saltellava e chiamava mamma. La suddetta è arrivata dopo un po’, ha buttato un altro cardigan sul marito, si è tolta quello che aveva addosso, ha smistato un po’ e alla fine ne ha indossato un altro che aveva in mano.
Poi ha cercato di attirare l’attenzione del suo sposo:
“Guarda ti piace? Come sto?”
“Mmmm…”, ha detto lui alzando a malavoglia lo sguardo dal telefono.
“Certo, non lo metto con questi jeans…”
“Mmmm…”
“Con i pantaloni blu e una canotta sotto”
Lui ha ripreso a guardare il telefono.
“Vabbè, li prendo tutti e due”
“Mmmmm…”
Poi si è alzato, con un’aria rassegnata e si è diretto verso la cassa.
Mentre la bambina, che aveva anche lei la sua pilina di felpe gli è saltata al collo, gridando:
“Dai papi paga che poi uscendo la facciamo la foto con il modello! La facciamo vero? Vero? Vero? Vero?”

Dal virtuale al reale

Era un po’ che ne parlavamo e finalmente ieri ce l’abbiamo fatta. Un’altra amica blogger che ho potuto conoscere dal vero. Agrimonia e la sua famiglia son venuti a Milano a trovarci.
Abbiamo scelto un territorio “neutro” dove trovarci per permettere ai ragazzi di socializzare meglio e magari anche di non annoiarsi da morire. Così ci siamo incontrati al Museo della scienza e della tecnologia, dove c’erano come al solito interessanti laboratori. I nostri hanno scelto robotica e uno sull’alimentazione dove si insegnava a fare il gelato.
La scelta è stata azzeccata perchè Prince, il figlio dodicenne di Agrimonia, e le mie si sono divertite. E noi tutti abbiamo passato un pomeriggio molto piacevole. Agrimonia e suo marito sono molto simpatici e alla mano. Non ci sono stati momenti di imbarazzo. Prince è intelligente, educato, bello e meno “legnoso” delle mie ragazze che si sono finalmente un po’ sbloccate con lui solo a fine giornata. Quando era ora di salutarci, per intenderci. Ma la vera star del pomeriggio è stata la Bimba meravigliosa di Agrimonia. Dieci mesi e ha passato tutto il pomeriggio sorridente a gorgheggiare e a farsi spupazzare da me e anche un po’ da Anita ed Emma. Neanche un capriccio, neanche un urletto. Così al naturale: senza ciuccio e senza pollicione in bocca. Felice e serena come un angioletto, al massimo si ciucciava un calzino, come dice Bart. Io, che adoro i Simpson, non osavo crederci: ho pensato che fosse proprio perfetta.
E i laboratori? Su quello di robotica non mi permetto di commentare vista la mia ignoranza abissale in tutto ciò che è scientifico-fisico-matematico-informatico. Ma ai ragazzi è piaciuto.
Sui gelati e l’alimentazione invece c’era un nutrizionista che partendo appunto dalla ricetta del gelato voleva incentivare nei bambini l’idea del mangiar sano. E a fine laboratorio c’era per questo la possibilità di far domande e chiedere spiegazioni. Peccato che tutto il tempo sia stato “rubato” da alcune mamme prevaricatrici che facevano domande tipo: ma se scongelo il gelato per darlo a mio figlio, poi posso rimetterlo in frigo? O è meglio il freezer? Cosa rischio? Potrei far star male mio figlio? E altri simpatici dubbi del genere: ma è meglio fior di latte o crema?
(sembrava di essere a una riunione di classe tanto i quesiti erano interessanti)
E così i bambini continuano a mangiar schifezze…fuori dal laboratorio c’era una sorta di “muro del pianto” una bacheca dove i ragazzini erano incoraggiati a mettere i loro post it con le riflessioni e i propositi sul mangiar sano in futuro.
Il più bello e realistico era questo: la cioccolata è buona e fa venire il buon umore!

P.S. L’unico lato negativo di questo museo, sempre interessante, è stata la grave mancanza di ascensori (solo uno) e passaggi in grado di agevolare chi ha un passeggino o è in carrozzella. Scale e gradini ovunque: Agrimonia e suo marito hanno un fatto un sacco di sollevamento pesi!

Griffe e dintorni

Il successo di Abercrombie and Fitch continua fra le ragazzine. Milanesi e non. Arrivano anche da lontano in pellegrinaggio per fare la fila e sbavare davanti ai commessi-modelli. L’età delle clienti si abbassa mentre il profitto del negozio aumenta. Il boom iniziale dell’apertura del negozio si è trasformato in un durevole rito di shopping.
L’altro pomeriggio passando ho notato due ragazzine decenni che correvano fuori dal negozio, trotterellando felici verso le mamme, esibendo in mano come trofeo la loro polaroid con il bellone discinto.
Una scena meno felice invece sul marciapiede di fronte, dove una quarttordicenne in lacrime discuteva con il padre, quarantenne, che non voleva sciropparsi un’ora e mezza di fila per consentire anche alla sua bambina di essere felice e farsi immortalare con il bel boscaiolo di turno all’entrata.

A casa mia però nel settore T-shirt non è che le cose vadano meglio.
Sant’ reduce da un viaggio negli USA ha portato come regalo a Emma una maglietta gialla dei Los Angeles Lakers con abbinata felpa tecnica, cappellino e polsini. Sant’ da ragazzo era una promessa del basket e recentemente Emma ha mostrato un certo interesse a questo sport e quindi viene largamente appoggiata dal papà.
Non amo il giallo e l’abbinamento con il viola mi disgusta.
Da anni cerco di femminilizzare un pochino Emma.
E soprattutto questa cavolo di felpa tecnica non ha la zip sul davanti.
Ha invece un cappuccio e un’apertura per far uscire la testa troppo stretta, ogni volta per toglierla ci vorrebbe un epiositomia.
Emma riesce a infilarsela da sola ma per svestirsi mi chiama perchè rimane invaribilmente incastrata nel collo della felpa. Con il naso mezzo fuori e mezzo dentro. Maledico i Los Angeles Lakers e anche Sant’.
Perchè io tiro da una parte ed Emma si lamenta: “No, così nooooo! Mi fai maleeeee!”
“Nooooo, di làààààà!”
“Più sùùùùùù! Più giùùùùù! Non dalle maniche!”
Un inferno. A volte ho anche pensato di andarmene e lasciarla incastrata lì dentro.
Poi la felpa è sì “tecnica” ma pesante, ingombrante e sotto il grembiule della scuola non ci sta. Emma si ingolfa e non riesce più a muovere le braccia.
Così stamattina quando ha detto “Mamma, mi metto la felpa” ho cominciato a borbottare come una pentola di fagioli e sono andata a truccarmi per non sbottare e dire troppe cattiverie. Però quando Sant’ mi si è avvicinato non ho potuto far a meno di commentare: “Questo regalo non è stato una grande idea!”
Sant’ ha attaccato come un serpente a sonagli. “Anche se le regalavi una felpa rosa di Mondo Barbie sarebbe stato uguale! Questa dei Lakers è una felpa bellissima ha solo il buco della testa un po’ troppo piccolo!”
“Mooooondo Barbie a chi?”, ho urlato mentre dalla rabbia mi infilavo il pennello dell’eye-liner nell’occhio.
“E poi a dieci anni dovrebbe vestirsi da sola…è colpa tua…non sa neppure legarsi bene le stringhe….sei troppo…troppo mammina!”

(Quando arriva la festa della mamma i papà sono sempre nervosi)

Dreaming Obama

Ieri siamo stati alla Triennale, uno dei miei luoghi preferiti in città, a vedere la bellissima mostra di Roy Lichtenstein . A me piace molto la pop art, che è allegra e divertente e facilmente assimilabile anche dai bambini. Lichtenstein poi con il suo stile fumettistico è piaciuto molto anche a Emma e Anita.
Poi abbiamo visto anche un’altra mostra Green Life sulle città sostenibili. Un’utopia di buoni propositi e sogni di vita in spazi urbani vivibili, in mezzo al verde anzichè alla puzza di smog che ci attanaglia. C’erano un sacco di piante, tanto per farmi sentire in colpa e poi alla fine un bel prato verticale dove abbiamo visto che una ragazza, forse una modella, bella, palliddissima, truccatissima e magrissima, si faceva fotografare. Così ci siamo fatte la foto anche noi. Spero sia di buon auspicio per rinverdire il mio pollice!


Stanotte invece ho sognato Obama.
Un mezzo incubo nella mia fase rem.
Eravamo in un bagno di un luogo pubblico. L’avevo già sognato altre volte, anche con Michelle e le figlie, quindi non ero particolarmente emozionata. Gli ho ribadito la mia stima, lui ha minimizzato e ha continuato a guardare in un cassetto che si trovava proprio sotto i lavandini.
Ravanava nel cassetto piuttosto concentrato. Poi nel bagno è entrata una signora con una divisa: era una sua assistente. Quando l’ha vista Obama ha tirato fuori l’intero cassetto dal mobile del bagno e l’ha passato alla solerte assistente. Ho allungato il collo e dato una sbirciatina: era pieno di blush, terre e fondotinta. In polvere, solidi e liquidi. Anti-age e a effetto seta. In varie tonalità. C’erano anche pennelli e spugnette.
Obama ha detto alla sua assistente: “Penso che questi possano andare”
Lei ha dato un’occhiata e ha annuito seria.
Obama mi ha fatto un sobrio cenno di saluto e si è avviato, seguito dalla sua fedele collaboratrice, verso l’uscita del bagno .
Sono rimasta in piedi vicino ai lavandini perplessa domandandomi se veramente fra il nostro Paese e gli Usa ci sia così tanta affinità.
Chiedendomi, con angoscia, se anche Obama sia schiavo del fard.

Pari opportunità

Due settimane fa, è stato aperto dopo parecchi mesi di attesa, il megastore milanese di Abercrombie & Fitch, il marchio americano casual che, da un po’ di anni, tutti gli italiani che andavano negli Usa, portavano a casa a carrellate.
Richiestissime soprattutto le t-shirt e le felpe.
Ultimamente è molto amato anche dai giovanissimi e l’opening milanese è stato un evento anche perchè il plus del negozio sono i commessi modelli seminudi. Il giorno magico dell’inaugurazione 5o metri e parecchie ore di coda di teen-ager agguerrite per entrare nel negozio e vedere i bellissimi.
La cosa mi aveva stupito ma credevo fosse la follia di un giorno.
Invece, oggi pomeriggio sono passata casualmente davanti al negozio e dopo quindici giorni l’atmosfera era ancora estremamente “calda”. Torrida, direi.
Almeno 30 metri di fila di ragazzine determinate e infoiatissime, le fortunate in cima alla fila urlavano e commentavano la bellezza di un giovane commesso, posto al maestoso ingresso del megastore, sorridente per contratto. Messo lì, poverino, per farsi ammirare come fosse allo zoo o al circo.
Con la camicia molto aperta. A torso nudo nonostante il freddo e la suina.
Chissà com’è preoccupata la sua mamma: infatti il nostro non sembrava di Seattle, pareva piuttosto uno di Cesano Boscone, qui nell’hinterland.
Il bello si faceva ammirare dalle ragazzine che urlavano eccitate l’equivalente teen di “faccela vede’-faccela tocca’!”
Insomma la stessa atmosfera di un lap-dance club, declinato al femminile, con clientela incontenibile sotto i sedici anni.
Forse la mattina la situazione dovrebbe essere più calma: le assatanate dovrebbero trovarsi a scuola, ma qualcuna forse bigia per dare un’occhiatina al ragazzo oggetto senza troppa fila.
Stiamo crescendo dei mostri ma mi è sembrato un vero esempio di pari opportunità.

Milano per le mamme

Guida Milano family friendly
Andare nello studio del commercialista che fornisce addirittura uno scaldabiberon ed è aperto negli orari più comodi per una mamma che lavora. Oppure di trovare una banca dove c’è un bagno con un fasciatoio o ancora un parrucchiere dove si guardano i dvd dei cartoni animati. Ma anche scoprire tutti i ristoranti dove i bambini sono i benvenuti e ci sono menù ad hoc per loro. I brunch più divertenti e tutti i negozi dove si può entrare con i più piccoli senza timore, perchè anzi ci sono giochi e passatempi anche per loro. Poi ci sono tutti gli atelier creativi, i centri sportivi, le scuole di lingua e i vari club delle mamme. Il tutto diviso per zone della città: un trucco fondamentale per rendere veramente utile ogni proposta. Perchè a Milano non è certo semplice muoversi con i bambini e quindi meglio, se è possibile, restare nell’orbita del proprio quartiere.
Per scoprire questi utili e imperdibili indirizzi c’è Guida alla Milano Family Friendly (Terre di mezzo), scritta da Carlotta Jesi, creatrice di Radiomamma.
Questo libricino esce oggi in libreria e provoca in me grande ammirazione perchè so, per diretta esperienza di lavoro, che non è affatto semplice scovare e soprattutto verificare tutti questi indirizzi.
Infatti spesso, molti locali vengono pubblicizzati frettolosamente come a misura di bambino, perchè va di moda e fa vendere, ma in realtà, non è vero.
Come ho già scritto, in vacanza in alcune città straniere, mi è capitato di comprare guide turistiche dedicate alle famiglie, e seguendo le indicazioni dell’autore ho spesso beccato molte fregature.