L’amore è eterno finchè non risponde

Uno dei libri più pubblicizzati dell’estate (addirittura un’intera pagina su La Lettura!).
E’ il debutto letterario, molto chick-lit, di un avvocato divorzista napoletana che ha scelto come protagonista della sua storia la trentenenne single Olivia Marni, che fa il suo stesso lavoro. Così racconta l’amore ai tempi dei social dal punto di vista di chi sulle disgrazie sentimentali altrui ci campa.
L’angolazione giuridica, spietata e realistica, è senz’altro la parte più originale e interessante del romanzo.
Mi sono divertita a capire cosa pensano veramente gli avvocati quando arrivano i clienti, disperati, incattiviti e desiderosi di vendetta: i Lasciati. Oppure gli altri, frettolosi e molto più simpatici: i Lascianti (quelli che hanno già in ballo un’altra storia d’amore).
Ho fatto giurisprudenza, e scelto di non esercitare la professione forense, leggendo queste pagine ho cercato di capire cosa mi sia persa (oltre al guadagno) ed è stato molto istruttivo.
All’inizio del romanzo Ester Viola è fulminante nello smentire le finzioni patinate degli sceneggiatori delle serie televisive legal americane che descrivono sempre il mondo degli avvocati come emozionante, sexy e avventuroso. In realtà pare che la vita fra aule di tribunale, codici e colleghi invidiosi sia molto più monotona e polverosa.
Poi però, continuando nella lettura, il dipanarsi della storia con molta enfasi sull’analisi delle dinamiche sentimentali governata dai social è noiosa e già vista/letta/scritta.
La vita della protagonista single è un copione un po’ trito: vestiti e scarpe firmate rovinate da un acquazzone (Sex & the city era a New York, qui siamo a Napoli ma quando ti vesti bene c’è sempre una bomba d’acqua), il frigo vuoto, le amiche di supporto, i maschi fedifraghi e tutti i riferimenti ai film cult sui sentimenti.
La scrittura è ironica: a volte con successo, altre in maniera un po’ pesante e pretenziosa. Abbondano le massime sui sentimenti, lo schema e la psicologia delle relazioni. L’autrice è piuttosto cinica e quindi simpatica. Ma l’overdose di trascrizioni di whatsapp ed email fra i personaggi fa nascere un dubbio: è tutta freschezza oppure un escamotage per allungare le pagine del libro?

Booksound: giovani lettori ascoltano

In Italia si legge poco, anzi sempre di meno.
Non riporto statistiche per non deprimerci!
Quindi è essenziale agire per non soccombere, per cambiare la situazione.
E la mossa più strategica per rivoluzionare queste brutte, vergognose, abitudini da non lettori è puntare sul futuro.
Sulle giovani generazioni, allevare lettori e lettrici fin da piccoli. Insegnare loro a entrare nel mondo meraviglioso dei libri, ad aprezzarli, a farsi incantare, ad ascoltare e condividere le emozioni e la gioia che una storia può regalare.
Per questo è nato Booksound, un’inziativa dedicata agli studenti dagli 8 ai 18 anni, che punta sulla voce per far scoprire ai giovani il piacere della lettura e della condivisione. Se prendere un libro e immergersi fra le sue pagine a un adolescente può sembrare una pericolosa mossa di isolamento, da sfigati senza amici, allora Booksound è nata per contraddire questo timore. Per provare che leggere è proprio il contrario. Per conquistare giovani non lettori e trasformarli in appassionati di libri puntando invece sulla condivisione, sul coinvolgimento. Infatti con Booksound leggere diventa un’attività da fare con i coetanei. Perché si legge insieme a voce alta. E’ un’idea gratuita proposta alle scuole per liberare la voce dei ragazzi e trasformarla in una risorsa straordinaria.
Nel 2016 più di duemila ragazzi in tutt’Italia, grazie ai volontari LaAV
(rete di lettori ad alta voce) images
si sono divertiti con i libri Marcos y Marcos, sperimentando prima la forza della loro voce durante i laboratori in classe (Booksound lab). E dopo, scatenandosi in tanti piccoli spettacoli di lettura e happening al di fuori della scuola: negli auditorium, in libreria, per le strade e in diversi festival: i Booksound live. Ragazzi che leggevano e ragazzi che ascoltavano.
Hanno anche partecipato al premio BookSound Story, realizzando dei bellissimi video sul tema “leggere ad alta voce” e il risultato si è visto al raduno nazionale lo scorso 23 maggio ad Arezzo (il BookSound Fest), in compagnia di tanti ospiti, autori e personaggi amati dai ragazzi, tra cui il rapper Shade.
Il risultato è stato importantissimo: sono nati dei nuovi lettori, giovani e appassionati.
Così anche nel 2016/2017 BookSound risuonerà nelle scuole e anche in altri eventi. Lunga vita alla lettura!
Se volete partecipare e condividere, le iscrizioni sono aperte e gratuite fino ad esaurimento disponibilità.

Pinna Morsicata

Pinna Morsicata è un delfino giovane. Scavezzacollo e avventuroso, insofferente alle regole del suo Clan, saltava sulle onde a perdifiato. Dopo un incontro un po’ troppo ravvicinato con uno squalo si era anche fatto morsicare la pinna. E andava in giro orgoglioso della sua cicatrice di guerra. Ribelle e sfrontato come tutti i mammiferi adolescenti.

Poi è successo qualcosa di grave e Pinna Morsicata è cambiato molto “ha perso la gioia e quando un delfino perde la gioia perde tutto”, infatti ha cominciato a lasciarsi trasportare passivamente dal mare e dalle onde. Senza rotta e senza scopo. Depresso nella vastità del blu, con brutti pensieri che viravano verso gli abissi. Finchè non si è imbattuto per caso in Spigolo, uno strano pesce simile a una valigia ma anche un po’ a una busta della spesa.

Spigolo si accolla a Pinna nel girovagare per il mare, perchè ha un problema alle pinne caudali. Infatti se per qualche motivo smette un attimo di nuotare, non sta a galla, precipita in basso e quindi chiede sempre a Pinna Morsicata di aiutarlo o meglio “di nasarlo un po’ su”. Una delle tante espressioni divertenti e acute di questo romanzo delizioso, dove ci sono pesci che “ti stanno sulle pinne“, “situazioni di alga”, tensioni da “squamarsi dalla paura” , e per andare veloci si mettono “giù i testoni e code a manetta” e via così. Perchè l’autore è Cristiano Cavina brillante narratore di Casola Valsenio, paesino nei pressi di Imola. Nei suoi romanzi precedenti più o meno autobiografici usava incisive espressioni del dialetto romagnolo mentre qui si è inventato una sorta di “pescese”.

Con Pinna Morsicata debutta come scrittore per ragazzi e questo libro conferma il suo indiscutibile talento. Infatti la storia di questo delfino si trasforma presto in un romanzo di formazione, dove oltre all’avventura vengono affrontati temi importanti e difficili, l’amicizia, la tristezza, la solitudine, con una scrittura sempre fluida, coinvolgente e ironica.

Pinna Morsicata e Spigolo diventano inseparabili e affrontano insieme inevitabili ostacoli e pericoli del mare, descritti da Cavina con dialoghi fulminanti e uno stile metaforico incisivo e mai banale. A rendere poi il libro più prezioso e bello ci sono le originali illustrazioni tricromatiche di Laura Fanelli, in azzurro bianco e giallo, delicate, fresche e allegramente marine.

P.S. Sono una grandissima fan di Cavina ho adorato tutti i suoi romanzi e amato in particolare questo.

Purity

Ho amato e apprezzato molto i precedenti romanzi di Jonhatan Franzen, quindi nella mia recente vacanza, ho affrontato le oltre 500 pagine di Purity, la sua opera più recente, con grandi aspettative.  Ogni sera non vedevo l’ora di concedermi il relax della lettura, mi sono immersa nel mondo inventato da Franzen con grande partecipazione e proprio per questo voglio condividere con voi qualche riflessione un po’ critica.

Questo autore è stato spesso osannato, definito come l’ultimo creatore del “grande romanzo americano”, colui che sa delineare attraverso il suo stile fluido, acuto e coivolgente un ritratto vivido e onesto dell’odierna società statunitense.

Forse proprio a causa di questa grandissima responsabilità, in Purity, Franzen ha spaziato forse un po’ troppo. Ha infilato nel suo plot un’overdose di ingredienti, un mix di realtà molto attuali, disseminate in diversi continenti, per tornare a tuffarsi poi nella più tipica sensibilità made in USA. L’abilità indiscussa di Franzen è quella di saper descrivere con onesta e cinismo la psicologia sempre contorta dei legami famigliari. Purtroppo anche da questa storia si evince che la colpevole di tutto é quasi sempre la madre. Tutte le madri, per negligenza, egoismo o sciatteria, fanno danni intercontinentali!

Questo mi ha fatto molto riflettere, penso che il caro Franzen  abbia un po’ esagerato per esigenze romanzesche, ma comunque che un fondo di verità esista. Inutile negarlo.

Franzen forse ha un Edipo irrisolto con sua madre e infatti anche la storia di Purity, ventiquattrenne californiana che si fa chiamare Pip, perché si vergogna del nome scelto dalla terribile genitrice, inizia ovviamente con il conflitto fra la ragazza e la madre.

Pip è bella, giovane, molto precaria e insicura perchè ha un grosso debito universitario da saldare e la madre, eccentrica, vegana e possessiva (ed ex bella donna) non vuole assolutamente svelare chi sia il padre della ragazza.

Ma la ragazza che la sfanga a malapena, vivendo con altri squatter in una casa occupata, incontra una bellissima e misteriosa donna tedesca che fa parte del gruppo Occupy. (Occupy cosa? Franzen non lo specifica…ma è importante usare il concetto di questo movimento cosi alla moda)

Questa donna cerca di convincere Pip a fare uno stage in Bolivia alla corte di un certo Andrea Wolf, anche lui tedesco e anche lui bellissimo. Un personaggio molto carismatico che é una sorta di Julian Assange, un altro castiga-governi che con il suo progetto, (uguale  a wikealeaks), mette in rete tutti i segreti più vergognosi dei potenti del mondo. La giovane e bella Pip (un po’ una delusione che tutti siano così fichi in questa storia, anche i protagonisti cinquantenni erano comunque fichissimi 20-30 anni prima!) accetta. E la trama prende un avvio più profondo e tortuoso, con descrizioni che spaziano nella Berlino est del dopoguerra fino al 1989 al crollo del muro, per arrivare a Denver, dove c’è una simpatica coppia di giornalisti investigativi.

La scrittura di Franzen si dipana in mille rivoli, regalando a chi legge una marea di dettagli (a volte un po’ rindondanti sfuggiti a un editing rigoroso). Non voglio spoilerare ma verso la fine del libro, dopo aver indugiato così tanto in problematiche accessorie (spiega addirittura come non convenga farsi tagliare le cuticole dall’estetista durante un manicure perché ricrescono più numerose!!!), Franzen prende la rincorsa e risolve tutte le tematiche dei protagonisti un po’ troppo facilmente e in fretta.

(Forse aveva sforato la data di consegna del manoscritto)

 

Nella giungla di Park Avenue

Madri che appena sentono le contrazioni del travaglio corrono dal parrucchiere a farsi la piega, poi manicure e pedicure. E se ci fosse ancora tempo, prima che la testa del pargolo spunti fuori, magari anche una bella ceretta inguinale. Donne preferibilmente bionde, assolutamente esili, decisamente ricche, sposate con uomini di potere. Mogli trofeo che vivono nella tribù più ricca del pianeta, nell’Upper East Side a Manhattan. Quelle che popolano i palazzi di lusso sul lato più orientale di Central Park.

Le manie, regole, segreti e idiosincrasie di queste donne sono stati raccontati in varie occasioni. Recentamente dalla serie Umbreakable Kimmy Schhmidt (ora su Netflix) dove si illustra con esilarante ironia “il dramma” di una mamma divorziata di Park Avenue. E qualche anno fa anche da Blue Jasmine per il quale Cate Blanchett, anche lei trophy wife dell’Upper East Side in disgrazia assuefatta allo Xanax, si è aggiudicata anche l’Oscar.
Quindi dettagli sulla vita di queste signore si conoscevano, ma nessuno le aveva mai studiate e raccontate con metodo antropologico. Entrando in mezzo a loro, mimetizzandosi e adattandosi al loro habitat.

L’infiltrata speciale è stata Wednesday Martin, giornalista laureata in antropologia a Yale, che si è “sposata bene” e trasferita con marito e prole proprio nel quartiere più ricco di New York. E dalla sua esperienza è nato un libro divertente e interessante in cui racconta con lo stesso metodo con cui Jane Goodall studia i primati, gli schemi di coabitazione e soppravivenza tra le madri che vivono nella zona più esclusiva di New York, dove è difficilissimo farsi accettare.
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Bisogna abitare all’indirizzo giusto, fare almeno tre figli (quattro ancora meglio), per dimostrare di poterli mantenere alla grande. Lottare per iscriverli nelle materne più prestigiose (dove è quasi impossibile essere ammessi). Nutrirsi di centrifughe, vestirsi solo di abiti e accessori firmatissimi, farsi di botox, ammazzarsi di ginnastica e migrare tutti negli stessi luoghi (gli Hamptons e Aspen) per le vacanze.
Vendere l’anima al Dio Denaro e sperare di sopravvivere. Quello che mi ha colpito nel reportage dell’autrice è scoprire che le signore di Manhattan, così sprezzanti e algide, siano in realtà fragilissime e succubi.

Esiste infatti una rigida separazione fra gli uomini e le donne, anche negli eventi sociali, le femmine stanno fra loro e i maschi pure. L’interazione non è vista di buon occhio e gli estenuanti sacrifici delle donne per preservare bellezza, status e gioventù sono finalizzati a un unico scopo: evitare di essere rimpiazzate con un modello più giovane e rampante.
Per loro la maternità è uno status symbol e per la serenità dei figli, l’autrice sottolinea che è un comportamento comune a tutti i primati, sono agguerrite e pronte a tutto: anche a scendere così in basso da procurarsi un falso certificato di invalidità per saltare le file a Disneyland!

Ma i loro figli, sono convinta, che vorrebbero tanto avere un infanzia meno patinata e più normale. Quando sono stata a New York tre anni fa, passando in Park Avenue dopo essere stati al Met, abbiamo visto un banchetto (davanti uno dei condo di superlusso) con due ragazzini, sui 10-12 anni, vendere un bicchiere di limonata, come fanno tutti i piccoli americani per guadagnare qualche spicciolo.
Questi bambini erano molto carini ed eleganti, i loro bicchieri di carta per la limonata erano costosi così anche i fazzoletti di carta e la loro caraffa (che rinfrescava anche), chiaramente di design. Per 50cents veramente un affare.
Così ci siamo comprati un paio di limonate da rampolli di Park Avenue. Sono stati gentilissimi e felici di aumentare il capitale di famiglia.
Probabilmente dietro un albero dell’ingresso c’era mimetizzata una tata che aveva l’ordine di sorvegliarli.

Mamma, ho l’ansia

L’ansia è (purtroppo) di moda e sembra anche abbastanza contagiosa. Prima era prerogativa degli adulti, mentre ora si sta diffondendo anche fra gli adolescenti. Per questo motivo Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, ha deciso di scrivere un manuale per aiutare i genitori a gestire la propria e quella dei figli.

Cominciando a leggere il libro ho subito voluto sondare il terreno con le mie ragazze e ho chiesto se i loro compagni di scuola parlassero di ansia. Me l’hanno confermato: tutti ansiosissmi i sedicenni e anche i dicianovenni.

Forse il termine ultimamente è un po’ abusato, come conferma la dottoressa Andreoli, anche i malesseri psicologici seguono un trend. Qualche anno fa in testa alla classifica c’erano i DCA, disturbi comportamento alimentare, adesso invece si parla di più di ansia e di panico.

E le statistiche lo cofermano: secondo uno studio del 2014 compiuto dall’Unità Operativa Stella Maris di Pisa, il 30% dei maschi accusa sintomi ansiogeni e il 54% delle ragazze.

L’ansia non deve essere demonizzata a priori, perchè nasce con una valenza positiva: è quel meccanismo di difesa che dall’alba dei tempi ci ha permesso di evolvere, di avvertire la paura del pericolo, di azionare i nostri meccanismi di sopravvivenza con la modalità attacco-fuga. I segnali che ci invia il nostro corpo in un attacco di ansia sono importanti e positivi: respiro più veloce (per ossigenare il sangue) e cuore che batte più velocemente (per portare più sangue ai muscoli) e quindi sfuggire al pericolo.

Questo processo, perfetto per gli uomini primitivi che dovevano darsela a gambe davanti alle fiere che volevano papparseli, si ritrova tutt’oggi anche nei casi in cui l’ansia (e il panico) siano dovuti magari più prosaicamente alla previsione di un’interrogazione di fisica. In questo caso anche se l’adolescente vorrebbe fuggire come facevano gli antenati preistorici (fuori dalla classe, lontanissimo dai prof) deve imparare a gestire l’ansia in maniera più consona all’epoca in cui viviamo.

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L’autrice di questo libro, ci spiega che per sconfiggere l’ansia il primo passo è  essere in grado di conviverci. Non pensare che provarla sia sbagliato, non vergognarsi e soprattutto non negarla. Quindi è bene fronteggiarla e riconoscerla, perchè:

L’ansia è l’espressione di ciò che dentro di noi sentiamo come vitale, importante, addirittura necessario, o urgente. 

A conferma di ciò, nel suo libro Stefania Andreoli porta una serie di esempi clinici, raccontati con stile molto fluido e coinvolgente. E svela alcune verità: le madri dei figli ansiosi si colpevolizzano mentre i padri tendono a minimizzare e a scegliere sempre la via del pragmatismo.

Le ragioni dell’ansia adolescenziale sono quelle classiche, ovviamente modulate sui nuovi comportamenti. Ma il grande malinteso del nostro tempo, quello forse più dannoso di tutti, è che nella nostra società non è più ammissibile “stare male”: tutti devono essere belli, contenti e realizzati (come testimoniano tutte le foto postate compulsivamente sui social).

Il diritto alla serenità è diventato un dovere, quindi se non si è felici… che ansia!

A un passo dalle stelle

Diciotto giorni a piedi con lo zaino sulle spalle come unico bagaglio. Diciotto giorni di cammino sulla via Francigena, su un tratto dell’itinerario medievale dei pellegrini che partiva da Canterbury per arrivare a Roma.
Non è esattamente la vacanza ideale di un adolescente.
Anzi, è proprio il contrario di quello che sogna. Più che uno svago sembrerebbe una punizione. Ma in A un passo dalle stelle, il romanzo di formazione scritto da Daniela Palumbo, la protagonista, la sedicenne Giorgia lo affronta (suo malgrado) su insistenza dei genitori, con la promessa che se il progetto risulterà troppo pesante potrà sempre gettare la spugna e fermarsi senza concludere il cammino. Ma questa esperienza si rivelerà un’incredibile scoperta. Aiuterà la ragazzina inquieta ad ascoltare se stessa, a maturare.
A fare pace con i suoi dubbi e insicurezze. image003
Assieme a Giorgia e ai suoi genitori a camminare, accompagnati da due guide, ci saranno altre famiglie, ragazzi e genitori che per follia o per passione hanno intrapreso la stessa avventura. Fra loro si instaurerà un legame speciale, una complicità che è possibile solo nel silenzio e nell’ascolto. Nella condivisione di un’esperienza così atipica ai nostri giorni.
Daniela Palumbo coinvolge il lettore con una scrittura fluida e vivace, racconta con delicatezza e ironia le emozioni degli adolescenti. Il ritmo della storia è scandito in capitoli che sono le tappe dell’itinerario del tratto di Francigena affrontato (tra alti e bassi) dai protagonisti. E leggendo viene quasi voglia di mettersi alla prova: se il cammnino è una terapia per placare adolescenti ribelli in fondo può far bene a tutti, può rivelarsi una panacea per ritrovare la nostra essenza.

Le sorelle Brontë backstage

Ieri, 21 aprile, cadeva il duecentesimo anniversario della nascita di Charlotte Brontë e tra le tante celebrazioni ho visto un documentario alla BBC particolarmente intrigante che mi ha fato scoprire alcuni aspetti della vita dell’autrice di Jane Eyre e delle sorelle Emily e Anne.

Tanto è stato scritto sulla loro vita a Haworth, paese nell’ovest Yorkshire, nella casa di famiglia (oggi trasformata in museo) la canonica  con giardino e cimitero annesso dove vivevano perchè il padre era parroco.

Innumerevoli dettagli sono stati raccontati sulla mestizia della loro vita famigliare, la madre era morta e anche le prime due figlie, e il padre preferiva ritirarsi nelle sue faccende piuttosto che trascorrere molto tempo con i quattro figli rimasti: le tre sorelle e il fratello Branwell. I ragazzi per non soffrire troppo si rifugiavano in un mondo fantastico da loro inventato, si chiamava Glass Town e aveva un plot fantasy molto complesso. Ricco di intrighi, tradimenti, magia, amore e morte. Una sorta di Game of Thrones ante litteram.

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Sono stati rinvenuti dei microscopici libretti scritti fitti fitti creati dove i ragazzi Brontë raccontavano e illustravano (il fratello era il disegnatore) le storie che inventavano.

In uno di questi intrighi c’è anche il prototipo del personaggio di Edward Rochester, l’amore di Jane Eyre, si trattava del Duca di Zamorna, frutto della fantasia di una precocissima Charlotte che già a 13 anni, nel 1829, lo descriveva in una vicenda intitolata Two Romantic Tales. Una storia ambientata nel nord d’Africa, dove Zamorna era il protagonista ambiguo, intrigante e irresistibile.

A quei tempi non c’era wattpad ma Zamorna è l’avo (griffato) dei belli tenebrosi e pericolosi che oggi spopolano nella classifica dei best-seller.

La fantasia di Charlotte è stata la sua salvezza, ciò che l’ha aiutata a sognare e sopravvivere in una realtà durissima. Infatti nell’Ighilterra vittoriana, in piena rivoluzione industriale, a Haworth, la mortalità infantile, sotto i 6 anni, era del 40% e il via-vai del cimitero davanti a casa contava 24 sepolture al giorno.

Non è andata così bene al fratello Branwell che (probabilmente per problemi sentimentali) divenne alcolista, facendo capire alle sorelle che dovevano industriarsi loro per sbarcare il lunario, mentre lui collassava ubriaco sul pavimento della cucina.

Così Anne trovò un lavoro da governante, (che divenne l’ispirazione per il suo Agnes Grey) e fu licenziata quando la signora per cui lavorava scoprì che aveva legato alla sedia i bambini per farli stare buoni.

Emily invece rimase a badare alla casa di Howarth, era bravissima nelle faccende domestiche e aveva un trucco per sfogare le sue frustrazioni. Sparava nella brughiera con la pistola del padre. Il reverendo Patrick infatti teneva un’arma come difesa e l’unica figlia a cui aveva insegnato a usarla era Emily, così lei ne approffitava.

Charlotte fu l’unica che viaggiò: andò a Bruxelles per imparare il francese e si innamorò di Monsieur Héger, il suo professore, che sfortunatamente era già sposato. Ma questo amore infelice servì da canovaccio per la trama de Il professore, il romanzo che scrisse nell’inverno del 1846 quando tornò nello Yorkshire.

In quel periodo il progetto delle Brontë sisters divenne quello di guadagnare con la scrittura. Insieme, sedute allo stesso tavolo Anne scrisse Agnes Grey, Emily produsse Cime tempestose e Charlotte, appunto Il professore (con io narrante maschile e una gran voglia di rivincita, nella finzione letterario infatti era Monsieur Héger che si innamorava di lei).

Terminati i manoscritti Charlotte li spedì a varie case editrici londinesi. Quelli delle sorelle furono accettati per la pubblicazione, mentre Il professore fu rigettato.

Ma Charlotte non si perse d’animo e ci riprovò l’anno successivo con Jane Eyre firmato con lo pseudonimo maschile Currer Belle il resto è storia della letteratura.

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P.S. Quando nel 1855 Charlotte sposò Arthur Bell Nichols, il nuovo curato di Haworth, il padre della scrittrice, reverendo Patrick, contrario al matrimonio, si rifiutò di accompagnarla all’altare.

 

Quando andiamo a casa?

Mariti che, dopo quaranta e passa anni di matrimonio, nell’oblio della malattia, chiedono insistentemente alla moglie di “mettersi insieme”, anziani che scappano di casa e si perdono nei boschi, persone che hanno un vocabolario oramai ridotto a due sole parole. E una madre che, in piedi sulla soglia della sua cucina, chiede insistentemente al figlio quando si tornerà a casa.

Dalla domanda, surreale e commovente, è mutuato il titolo di questo libro  che affronta il drammatico tema dell’Alzheimer: dal punto di vista  dei malati, delle loro famiglie, inframmezzando storie di vita a notizie scientifiche e fotografando la situazione italiana e anche quella europea. (ad Amsterdam un centro specializzato è stato denominato Dementia Village!)

Nel nostro Paese sono un milione le persone che soffrono di demenza e l’Alzheimer, la forma più diffusa, colpisce almeno il 60% dei malati, con settantamila nuovi casi all’anno. La vita si allunga sempre di più e le malattie degenerative aumentano, ma la rete di assistenza è molto carente, il mondo della politica e l’opinione pubblica tendono a ignorare le problematiche di questa patologia e i malati restano soprattutto a carico delle famiglie.

Michele Farina, in questo libro, tributo affettuoso e toccante a sua madre (vittima di un Alzheimer precoce) racconta episodi molto personali e sa farlo con impagabile leggerezza. Riesce ad esplorare il doloroso pianeta dell’Alzheimer, attraverso incontri con i malati e le loro famiglie, raccontando i disagi ma anche gli aspetti più imprevisti e teneri della trasformazione che subiscono le persone affette da questo tipo di demenza.

Riporta schegge di vita familiare dove figli devono trasformarsi in padri e madri dei loro genitori ammalati, anziani che sono capaci di relazionarsi con bambolotti meglio che con la propria moglie. Malati che stanno meglio solo se vanno a ballare o seguono una partita di rugby. Il grande merito di questo libro è di liberare dai sensi di colpa, vergogna  e/o di inadeguatezza di chi convive con un malato di Alzheimer. Leggendo queste testimonianze ci si convince che qualsiasi “stranezza” sia lecita per far star meglio un ammalato, perchè è senz’altro frutto di amore.

 

Anche Francesco le diceva

Ultimamente mi è capitato di stupirmi sentendo in giro per la città elegantissime signore, le tipiche milanesi, tutta raffinatezza e understatement, parlare al telefono usando espressioni che una volta sarebbero state definite “da carrettiere” e in tempi più recenti semplicemente “da camionista”.
Ho pensato: “Ah però, che lady!”
Poi ho fatto un esame di coscienza, c’era poco da gridare allo scandalo, le parolacce le dico anch’io.
Quando scrivo cerco di non usarle, però è capitato, soprattutto nei romanzi dove cercavo di evitarle, o sostituirle, che alla fine capitolassi, decidendo di metterle.
Voglia di trasgressione?
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Senz’altro no, solo questione di valutazione: in quel momento, l’imprecazione, la parolaccia, era essenziale perchè donava più autenticità al dialogo, lo arricchiva di emotività.
Quindi quando ho letto Anche Francesco le diceva , saggio scritto da Natale Fioretto, docente di lingua italiana all’università per stranieri di Perugia, ho tirato un sospiro di sollievo.
Sulle parolacce avevo avuto la giusta intuizione.
Questo libretto infatti con acume e ironia offre un’introspezione storico-sociologica al nostro, dilagante, turpiloquio. Analizzando senza giudicare. La prima grande e sorprendente notizia, da cui è mutuato il titolo, è che anche S.Francesco, sì proprio lui, il poverello di Assisi, quando ci voleva tirava un bel porcone.
Beh, non proprio così, però nel capitolo ventinovesimo dei Fioretti, per salvare Frate Ruffino dal maligno, gli consigliò di dire una bella schifezza. E continuando a leggere si impara che anche Martin Lutero usava il concetto di defecazione senza troppi eufemismi.

Il turpiloquio si fa veicolo dell’emotività dell’emittente di un messaggio e di conseguenza l’intensità della scurrilità è proporzionale alle passioni messe in gioco

Come si fa a non essere d’accordo?
Natale Fioretto va avanti a spiegare e chiarisce cosa succede nel nostro sistema nervoso quando si impreca: il ritmo cardiaco aumenta e il corpo reagisce con uno stimolo a resistere. E uno studio dell’università inglese dello Staffordshire, Keele of Newcastle under Lyme ha addirittura stabilito che la risposta emotiva provocata da una paroloaccia eccita l’aggressività per poi trasformarla in resistenza. Un vaffa quando ci vuole è salutare.
E’ un processo liberatorio scientificamente provato!

Un incantevole aprile

L’estate scorsa a Londra questo libro era in classifica come bestseller e ovviamente in bella mostra in tutte le migliori librerie. Fedele al credo: “quello che vende nel mercato anglossassone arriverà da noi fra un anno”, mi sono incuriosita.

Ho dato un’occhiata e afferrato una copia, per leggere la quarta di copertina.

La storia di quattro donne londinesi che affittano, tramite un annuncio, una dimora in Italia, a Portofino. Per un mese solo, un fantastico mese di aprile che cambierà la loro vita…

Rosicona come sono verso i bestseller, ho subito pensato:

“Seeeee, certo…sarà la solita storia sdolcinata piena di fiori e di mare. Poi scometto che salterà fuori anche the Italian stallion, il solito giardiniere tosto, per un tocco erotico che fa vendere di più!”

E ho messo giù il libro senza indagare oltre.

L’invidia è una brutta bestia e mi ha fatto perdere l’occasione di leggere qualche mese prima questo bellissimo romanzo. Infatti, un paio di settimane fa, una mia amica inglese, per caso, mi ha riproposto il libro, prestandomene un copia.

Ho accettato senza raccontarle i miei vecchi acidi retropensieri e ho cominciato a leggere. Sono rimasta stregata da subito, scoprendo che Un incantevole aprile, era stato pubblicato per la prima volta nel 1922 e divenuto subito un bestseller. (Fenomeno letterario di valore che ha fatto, quindi, il botto in classifica anche l’anno scorso!)

E che l’autrice, Elizabeth Von Armin (cugina di Katherine Mansfield) era una donna incredibile, moderna ed emancipata, ben oltre un secolo fa. I suoi libri ne riflettono la personalità: la vicenda del romanzo è raccontata con ironia sottile, raffinatezza e quasi un tocco di magia. Quella della scrittura che, con leggerezza, riesce a convincere e coinvolgere.

Il romanzo racconta, come diceva il retro copertina, il viaggio in Italia di quattro donne londinesi, si concedono un mese di vacanza per allontanarsi dalla loro quotidianità, ma finiranno per scoprire se stesse e conquistare una nuova consapevolezza. La storia è ambientata negli anni’20 ma riflessioni e digressioni sugli stati d’animo, le emozioni, l’amore sono acute, brillanti e più che mai attuali.

Questo libro in Italia è stato pubblicato molti anni fa, ma è ancora disponibile anche in formato ebook e poi qui ho scoperto l’audiolibro che è possibile scaricare e ascoltare gratuitamente. Lo consiglio a tutte, per iniziare un aprile che se non sarà incantato, potrà senz’altro diventare più piacevole!

Intanto mi vado a leggere tutti gli altri romanzi di questa prolifica e brillante autrice.

P.S. E no, nella storia il giardiniere non è un Italian stallion, ma un signore tranquillo che si chiama Giuseppe ed è felicemente accasato!

Terapia di coppia per amanti

L’idea geniale alla base di questo romanzo è racchiusa già nel titolo: Modesto e Viviana stanno insieme “clandestinamente” da tre anni, ma cominciano ad avvertire un po’ di problemi e allora decidono (decide lei, ovviamente) di andare dallo psicologo. Di solito la terapia di coppia è riservata ai protagonisti dei matrimoni in crisi e questa scelta alternativa è spumeggiante di aspettative, peccato poi che il risultato nelle pagine del libro non sia all’altezza delle premesse.
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La trama infatti non riesce a coinvolgere più di tanto, specialmente all’inizio i due amanti risultano un po’ banali. La scrittura di Diego De Silva è colloquiale, ironica e divertente. A tratti anche troppo, sembra voler essere simpatico a tutti i costi, attraverso le battute del “lui” della coppia. Si tratta di un musicista, dal nome che è tutto un programma, Modesto Fracasso, grande affabulatore, sempre pronto ad autoassolversi e non prendersi troppo sul serio. Ma lei, Viviana ne è pazzamente innamorata, però come “tutte le donne”, si fa un sacco di elucubrazioni mentali e risulta anche una “control freak” da manuale. Il romanzo è scritto a due voci, (poi diventeranno tre perchè si intromette anche lo psicanalista) ma le parti più incisive sono quelle di Modesto, in cui De Silva dà il meglio di sè, mentre il parere femminile rimane sempre un po’ intriso di luoghi comuni sugli atteggiamenti femminili più tipici. Il personaggio di Viviana, casalinga di lusso con figlio problematico, è bidimensionale, poco simpatico, non riesce ad appassionare, mentre Modesto è descritto meglio.
La storia a tratti fa sorridere, ma alla lunga annoia anche un po’.
Riusciranno i due amanti a vivere felici e contenti? O saranno costretti a soffrire?
Arrivati alle ultime pagine l’indifferenza per la loro sorte, purtroppo, sommerge chi legge.

Le Diffettose a teatro

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La storia di una gravidanza desiderata e sognata ma difficile ad attuarsi. La confessione, sincera e coinvolgente, di una donna che si sente difettosa perchè non riesce a procreare: quella cosa facile che fanno tutte e che anzi per molto tempo nella vita fertile di una donna si cerca di evitare.
Fare un figlio dovrebbe essere la cosa più naturale e romantica che ci sia, invece si trasforma in un calvario di cure ormonali, rapporti a comando e soste in ospedale per la fivet. Ma anche amicizia con le altre “difettose”, testarde compagne di sventura.
Questa è la trama de Le Difettose , il romanzo di Eleonora Mazzoni, uscito qualche tempo fa. Lo scorso anno c’è stata la trasposizione teatrale, che ha debuttato al Festival della Mente di Sarzana e cominciato la sua tournée nei teatri italiani.
Adesso lo spettacolo arriva a Milano, la prossima settimana, dal 4 al 7 febbraio, al Teatro Sala Fontana sarà possibile assistere al monologo della bravissima Emanuela Grimalda (farà 7 personaggi diversi, maschi e femmine, di svariate età).
Questo spettacolo è collocato all’interno di una rassegna al femminile, “Pro-creazioni”, che ha come tema la maternità. Parte del ricavato dello spettacolo andrà all’associazione DO&MA, impegnata nell’accoglienza di donne con bambini, in gravidanza o vittime di violenza e dotata di un consultorio, un nido e vari alloggi.

Letteratura al femminile made in Africa

La lotta contro la discriminazione verso le donne passa anche per sentieri impervi e imprevisti, come per esempio lanciare una casa editrice che pubblica esclusivamente romanzi rosa in un paese difficile come la Nigeria. Questa è la missione di Ankara Press, una nuovissima casa editrice nata proprio per diffondere letteratura femminile romantica nei paesi africani. L’obiettivo di questa avventura è non solo quello di far sognare le lettrici con storie d’amore intriganti e coinvolgenti, ma anche di sovvertire i luoghi comuni e gli stereotipi africani più tradizionali e radicati nel rapporto di coppia.
Leggendo sul sito della casa editrice lo scopo della loro attività, si intuisce la novità e il coraggio di questa iniziativa. Infatti nella ricerca di nuove autrici, che scrivano in inglese, si specifica che i manoscritti che si possono inviare, con speranza di pubblicazione, devono ovviamente avere una trama che segua il classico plot del romanzo rosa ma con interessanti novità: il protagonista maschile, per esempio, non deve essere il solito figaccione, ricco sfondato e fascinoso, naturalmente deve essere piacente ma può fare anche un lavoro umile, come il falegname, il tassista, l’elettricista.
E lei, l’eroina della storia, deve essere una donna di carattere, pronta all’amore ma non a mettere sotto i piedi carriera e ambizioni.
Insomma non il solito zerbino insicuro dei nostri recenti bestseller.
Il romance quindi come cammino verso l’autostima e l’indipendenza. E tutti i protagonisti devono essere di colore e le storie ambientati nelle grandi città africane.
Mi sembra notevole in un continente dove la gran parte delle donne è sottomessa, esiste il fenomeno delle spose bambine, vige ancora la poligamia e l’infibulazione.
Auguro tutto il successo possibile ad Ankara Press, tra l’altro sul loro sito, si può trovare anche un regalo romantico per S.Valentino: un’ebook di storie d’amore africane, da scaricare come PDF o da ascoltare come file audio.

Carol: il libro e il film

Con grandissime aspettative sono andata a vedere Carol, il film di Todd Hanyes tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1952. Purtroppo anche stavolta il film, rispetto al libro si è rivelato una delusione. Nonostante il talento indiscusso di Cate Blanchett (che adoro), la perfetta ricostruzione del periodo, l’estrema raffinatezza dei costumi, degli interni, la perfezione della colonna sonora, il coinvolgimento dello spettatore non decolla.
Anche se questa pellicola è candidata a ben 6 primi Oscar.
Fotogramma dopo fotogramma, ho sperato ardentemente che sullo schermo accadesse qualcosa che mi facesse palpitare, stare con il fiato sospeso, commuovere, ma non è successo nulla.
Calma piatta.
Sembrava di sfogliare una copia (vintage e un po’ trasgressiva) di Vogue.

Una stupenda Cate Blanchett (forse con un po’ troppo rossetto color passione) incontra in un grande magazzino newyorkese una giovane e graziosa commessa, dallo sguardo ampio e stupefatto, (Rooney Mara) e zac! E’ colpo di fulmine!
Peccato che nella pellicola manchi tutta lo spessore psicologico dei personaggi che, fortunatamente, si trova nelle pagine del romanzo della Highsmisth.
La giovane commessa Thérèse non è una ragazza ingenua e confusa ai limiti della vacuità, (con amici hipster, tutti uguali, che non vengono caratterizzati più di tanto) come appare sullo schermo. E la femme fatale Carol, labbra di fuoco e visone extralarge, non è quella predatrice pedofila che fa pensare: “Uh ssignur! Adesso se la mangia in un boccone!”
No, c’è altro. Molto altro, peccato che nel film non si capisca.
Perchè nel film è tutto affrettato: la commessa vende un trenino a Carol, poi le manda a casa i guanti che ha dimenticato sul bancone. Carol per ringraziarla la invita a pranzo e da lì è un autostrada verso la fiamma della passione.
On the road insieme, dormono in motel: sembrano madre e figlia e fa un po’ senso. Poi Carol vorrebbe divorziare, senza perdere l’affidamento della figlia, ma la sua preoccupazione/disperazione si stempera nell’incremento esponenziale dei Martini Dry che si scola, mentre la povera e sedotta Thérèse spalanca sempre di più gli occhi.
Però poi non le va neanche così male: da commessa di giocattoli, diventa photo-editor al New York Times (gli amici hipster sono serviti a qualcosa!)
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Il romanzo fortunatamente è tutta un’altra cosa: intenso, appassionato, profondo e soprattutto provocatorio. La Highsmisth confessò di averlo scritto in seguito a un episodio biografico: anche lei, a inizio carriera, aveva fatto, nel periodo natalizio, la commessa in un grande store newyorkese nel settore giocattoli. E aveva incontrato una bellissima, misteriosa e affascinante signora bionda. Ne era rimasta così colpita da scriverne subito, la sera stessa appena tornata a casa dal lavoro.
Da lì è nato il romanzo, una storia di amore gay, che fece scandalo.
Infatti nel 1950 il primo editore dell’autrice rifiutò il manoscritto. Ma Patricia Highsmith non si perse d’animo, cambiò editore e due anni dopo riuscì a farlo pubblicare, firmandosi però con uno pseudonimo.
Una vigliaccheria giustificata se inquadrata nei tempi del perbenismo anni’50.
Il titolo del romanzo era più neutrale: The Price of Salt, e solo l’anno successivo, quando fu stampato nell’edizione economica, a dispetto dei benpensanti, divenne un best-seller. E l’autrice in un’intervista dichiarò di aver ricevuto per anni le missive dei lettori che la ringraziavano per aver raccontato, con coraggio, la storia di un amore potente e “diverso” dai canoni tradizionali.

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