A un passo dalle stelle

Diciotto giorni a piedi con lo zaino sulle spalle come unico bagaglio. Diciotto giorni di cammino sulla via Francigena, su un tratto dell’itinerario medievale dei pellegrini che partiva da Canterbury per arrivare a Roma.
Non è esattamente la vacanza ideale di un adolescente.
Anzi, è proprio il contrario di quello che sogna. Più che uno svago sembrerebbe una punizione. Ma in A un passo dalle stelle, il romanzo di formazione scritto da Daniela Palumbo, la protagonista, la sedicenne Giorgia lo affronta (suo malgrado) su insistenza dei genitori, con la promessa che se il progetto risulterà troppo pesante potrà sempre gettare la spugna e fermarsi senza concludere il cammino. Ma questa esperienza si rivelerà un’incredibile scoperta. Aiuterà la ragazzina inquieta ad ascoltare se stessa, a maturare.
A fare pace con i suoi dubbi e insicurezze. image003
Assieme a Giorgia e ai suoi genitori a camminare, accompagnati da due guide, ci saranno altre famiglie, ragazzi e genitori che per follia o per passione hanno intrapreso la stessa avventura. Fra loro si instaurerà un legame speciale, una complicità che è possibile solo nel silenzio e nell’ascolto. Nella condivisione di un’esperienza così atipica ai nostri giorni.
Daniela Palumbo coinvolge il lettore con una scrittura fluida e vivace, racconta con delicatezza e ironia le emozioni degli adolescenti. Il ritmo della storia è scandito in capitoli che sono le tappe dell’itinerario del tratto di Francigena affrontato (tra alti e bassi) dai protagonisti. E leggendo viene quasi voglia di mettersi alla prova: se il cammnino è una terapia per placare adolescenti ribelli in fondo può far bene a tutti, può rivelarsi una panacea per ritrovare la nostra essenza.

Le sorelle Brontë backstage

Ieri, 21 aprile, cadeva il duecentesimo anniversario della nascita di Charlotte Brontë e tra le tante celebrazioni ho visto un documentario alla BBC particolarmente intrigante che mi ha fato scoprire alcuni aspetti della vita dell’autrice di Jane Eyre e delle sorelle Emily e Anne.

Tanto è stato scritto sulla loro vita a Haworth, paese nell’ovest Yorkshire, nella casa di famiglia (oggi trasformata in museo) la canonica  con giardino e cimitero annesso dove vivevano perchè il padre era parroco.

Innumerevoli dettagli sono stati raccontati sulla mestizia della loro vita famigliare, la madre era morta e anche le prime due figlie, e il padre preferiva ritirarsi nelle sue faccende piuttosto che trascorrere molto tempo con i quattro figli rimasti: le tre sorelle e il fratello Branwell. I ragazzi per non soffrire troppo si rifugiavano in un mondo fantastico da loro inventato, si chiamava Glass Town e aveva un plot fantasy molto complesso. Ricco di intrighi, tradimenti, magia, amore e morte. Una sorta di Game of Thrones ante litteram.

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Sono stati rinvenuti dei microscopici libretti scritti fitti fitti creati dove i ragazzi Brontë raccontavano e illustravano (il fratello era il disegnatore) le storie che inventavano.

In uno di questi intrighi c’è anche il prototipo del personaggio di Edward Rochester, l’amore di Jane Eyre, si trattava del Duca di Zamorna, frutto della fantasia di una precocissima Charlotte che già a 13 anni, nel 1829, lo descriveva in una vicenda intitolata Two Romantic Tales. Una storia ambientata nel nord d’Africa, dove Zamorna era il protagonista ambiguo, intrigante e irresistibile.

A quei tempi non c’era wattpad ma Zamorna è l’avo (griffato) dei belli tenebrosi e pericolosi che oggi spopolano nella classifica dei best-seller.

La fantasia di Charlotte è stata la sua salvezza, ciò che l’ha aiutata a sognare e sopravvivere in una realtà durissima. Infatti nell’Ighilterra vittoriana, in piena rivoluzione industriale, a Haworth, la mortalità infantile, sotto i 6 anni, era del 40% e il via-vai del cimitero davanti a casa contava 24 sepolture al giorno.

Non è andata così bene al fratello Branwell che (probabilmente per problemi sentimentali) divenne alcolista, facendo capire alle sorelle che dovevano industriarsi loro per sbarcare il lunario, mentre lui collassava ubriaco sul pavimento della cucina.

Così Anne trovò un lavoro da governante, (che divenne l’ispirazione per il suo Agnes Grey) e fu licenziata quando la signora per cui lavorava scoprì che aveva legato alla sedia i bambini per farli stare buoni.

Emily invece rimase a badare alla casa di Howarth, era bravissima nelle faccende domestiche e aveva un trucco per sfogare le sue frustrazioni. Sparava nella brughiera con la pistola del padre. Il reverendo Patrick infatti teneva un’arma come difesa e l’unica figlia a cui aveva insegnato a usarla era Emily, così lei ne approffitava.

Charlotte fu l’unica che viaggiò: andò a Bruxelles per imparare il francese e si innamorò di Monsieur Héger, il suo professore, che sfortunatamente era già sposato. Ma questo amore infelice servì da canovaccio per la trama de Il professore, il romanzo che scrisse nell’inverno del 1846 quando tornò nello Yorkshire.

In quel periodo il progetto delle Brontë sisters divenne quello di guadagnare con la scrittura. Insieme, sedute allo stesso tavolo Anne scrisse Agnes Grey, Emily produsse Cime tempestose e Charlotte, appunto Il professore (con io narrante maschile e una gran voglia di rivincita, nella finzione letterario infatti era Monsieur Héger che si innamorava di lei).

Terminati i manoscritti Charlotte li spedì a varie case editrici londinesi. Quelli delle sorelle furono accettati per la pubblicazione, mentre Il professore fu rigettato.

Ma Charlotte non si perse d’animo e ci riprovò l’anno successivo con Jane Eyre firmato con lo pseudonimo maschile Currer Belle il resto è storia della letteratura.

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P.S. Quando nel 1855 Charlotte sposò Arthur Bell Nichols, il nuovo curato di Haworth, il padre della scrittrice, reverendo Patrick, contrario al matrimonio, si rifiutò di accompagnarla all’altare.

 

Quando andiamo a casa?

Mariti che, dopo quaranta e passa anni di matrimonio, nell’oblio della malattia, chiedono insistentemente alla moglie di “mettersi insieme”, anziani che scappano di casa e si perdono nei boschi, persone che hanno un vocabolario oramai ridotto a due sole parole. E una madre che, in piedi sulla soglia della sua cucina, chiede insistentemente al figlio quando si tornerà a casa.

Dalla domanda, surreale e commovente, è mutuato il titolo di questo libro  che affronta il drammatico tema dell’Alzheimer: dal punto di vista  dei malati, delle loro famiglie, inframmezzando storie di vita a notizie scientifiche e fotografando la situazione italiana e anche quella europea. (ad Amsterdam un centro specializzato è stato denominato Dementia Village!)

Nel nostro Paese sono un milione le persone che soffrono di demenza e l’Alzheimer, la forma più diffusa, colpisce almeno il 60% dei malati, con settantamila nuovi casi all’anno. La vita si allunga sempre di più e le malattie degenerative aumentano, ma la rete di assistenza è molto carente, il mondo della politica e l’opinione pubblica tendono a ignorare le problematiche di questa patologia e i malati restano soprattutto a carico delle famiglie.

Michele Farina, in questo libro, tributo affettuoso e toccante a sua madre (vittima di un Alzheimer precoce) racconta episodi molto personali e sa farlo con impagabile leggerezza. Riesce ad esplorare il doloroso pianeta dell’Alzheimer, attraverso incontri con i malati e le loro famiglie, raccontando i disagi ma anche gli aspetti più imprevisti e teneri della trasformazione che subiscono le persone affette da questo tipo di demenza.

Riporta schegge di vita familiare dove figli devono trasformarsi in padri e madri dei loro genitori ammalati, anziani che sono capaci di relazionarsi con bambolotti meglio che con la propria moglie. Malati che stanno meglio solo se vanno a ballare o seguono una partita di rugby. Il grande merito di questo libro è di liberare dai sensi di colpa, vergogna  e/o di inadeguatezza di chi convive con un malato di Alzheimer. Leggendo queste testimonianze ci si convince che qualsiasi “stranezza” sia lecita per far star meglio un ammalato, perchè è senz’altro frutto di amore.

 

Anche Francesco le diceva

Ultimamente mi è capitato di stupirmi sentendo in giro per la città elegantissime signore, le tipiche milanesi, tutta raffinatezza e understatement, parlare al telefono usando espressioni che una volta sarebbero state definite “da carrettiere” e in tempi più recenti semplicemente “da camionista”.
Ho pensato: “Ah però, che lady!”
Poi ho fatto un esame di coscienza, c’era poco da gridare allo scandalo, le parolacce le dico anch’io.
Quando scrivo cerco di non usarle, però è capitato, soprattutto nei romanzi dove cercavo di evitarle, o sostituirle, che alla fine capitolassi, decidendo di metterle.
Voglia di trasgressione?
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Senz’altro no, solo questione di valutazione: in quel momento, l’imprecazione, la parolaccia, era essenziale perchè donava più autenticità al dialogo, lo arricchiva di emotività.
Quindi quando ho letto Anche Francesco le diceva , saggio scritto da Natale Fioretto, docente di lingua italiana all’università per stranieri di Perugia, ho tirato un sospiro di sollievo.
Sulle parolacce avevo avuto la giusta intuizione.
Questo libretto infatti con acume e ironia offre un’introspezione storico-sociologica al nostro, dilagante, turpiloquio. Analizzando senza giudicare. La prima grande e sorprendente notizia, da cui è mutuato il titolo, è che anche S.Francesco, sì proprio lui, il poverello di Assisi, quando ci voleva tirava un bel porcone.
Beh, non proprio così, però nel capitolo ventinovesimo dei Fioretti, per salvare Frate Ruffino dal maligno, gli consigliò di dire una bella schifezza. E continuando a leggere si impara che anche Martin Lutero usava il concetto di defecazione senza troppi eufemismi.

Il turpiloquio si fa veicolo dell’emotività dell’emittente di un messaggio e di conseguenza l’intensità della scurrilità è proporzionale alle passioni messe in gioco

Come si fa a non essere d’accordo?
Natale Fioretto va avanti a spiegare e chiarisce cosa succede nel nostro sistema nervoso quando si impreca: il ritmo cardiaco aumenta e il corpo reagisce con uno stimolo a resistere. E uno studio dell’università inglese dello Staffordshire, Keele of Newcastle under Lyme ha addirittura stabilito che la risposta emotiva provocata da una paroloaccia eccita l’aggressività per poi trasformarla in resistenza. Un vaffa quando ci vuole è salutare.
E’ un processo liberatorio scientificamente provato!

Un incantevole aprile

L’estate scorsa a Londra questo libro era in classifica come bestseller e ovviamente in bella mostra in tutte le migliori librerie. Fedele al credo: “quello che vende nel mercato anglossassone arriverà da noi fra un anno”, mi sono incuriosita.

Ho dato un’occhiata e afferrato una copia, per leggere la quarta di copertina.

La storia di quattro donne londinesi che affittano, tramite un annuncio, una dimora in Italia, a Portofino. Per un mese solo, un fantastico mese di aprile che cambierà la loro vita…

Rosicona come sono verso i bestseller, ho subito pensato:

“Seeeee, certo…sarà la solita storia sdolcinata piena di fiori e di mare. Poi scometto che salterà fuori anche the Italian stallion, il solito giardiniere tosto, per un tocco erotico che fa vendere di più!”

E ho messo giù il libro senza indagare oltre.

L’invidia è una brutta bestia e mi ha fatto perdere l’occasione di leggere qualche mese prima questo bellissimo romanzo. Infatti, un paio di settimane fa, una mia amica inglese, per caso, mi ha riproposto il libro, prestandomene un copia.

Ho accettato senza raccontarle i miei vecchi acidi retropensieri e ho cominciato a leggere. Sono rimasta stregata da subito, scoprendo che Un incantevole aprile, era stato pubblicato per la prima volta nel 1922 e divenuto subito un bestseller. (Fenomeno letterario di valore che ha fatto, quindi, il botto in classifica anche l’anno scorso!)

E che l’autrice, Elizabeth Von Armin (cugina di Katherine Mansfield) era una donna incredibile, moderna ed emancipata, ben oltre un secolo fa. I suoi libri ne riflettono la personalità: la vicenda del romanzo è raccontata con ironia sottile, raffinatezza e quasi un tocco di magia. Quella della scrittura che, con leggerezza, riesce a convincere e coinvolgere.

Il romanzo racconta, come diceva il retro copertina, il viaggio in Italia di quattro donne londinesi, si concedono un mese di vacanza per allontanarsi dalla loro quotidianità, ma finiranno per scoprire se stesse e conquistare una nuova consapevolezza. La storia è ambientata negli anni’20 ma riflessioni e digressioni sugli stati d’animo, le emozioni, l’amore sono acute, brillanti e più che mai attuali.

Questo libro in Italia è stato pubblicato molti anni fa, ma è ancora disponibile anche in formato ebook e poi qui ho scoperto l’audiolibro che è possibile scaricare e ascoltare gratuitamente. Lo consiglio a tutte, per iniziare un aprile che se non sarà incantato, potrà senz’altro diventare più piacevole!

Intanto mi vado a leggere tutti gli altri romanzi di questa prolifica e brillante autrice.

P.S. E no, nella storia il giardiniere non è un Italian stallion, ma un signore tranquillo che si chiama Giuseppe ed è felicemente accasato!

Terapia di coppia per amanti

L’idea geniale alla base di questo romanzo è racchiusa già nel titolo: Modesto e Viviana stanno insieme “clandestinamente” da tre anni, ma cominciano ad avvertire un po’ di problemi e allora decidono (decide lei, ovviamente) di andare dallo psicologo. Di solito la terapia di coppia è riservata ai protagonisti dei matrimoni in crisi e questa scelta alternativa è spumeggiante di aspettative, peccato poi che il risultato nelle pagine del libro non sia all’altezza delle premesse.
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La trama infatti non riesce a coinvolgere più di tanto, specialmente all’inizio i due amanti risultano un po’ banali. La scrittura di Diego De Silva è colloquiale, ironica e divertente. A tratti anche troppo, sembra voler essere simpatico a tutti i costi, attraverso le battute del “lui” della coppia. Si tratta di un musicista, dal nome che è tutto un programma, Modesto Fracasso, grande affabulatore, sempre pronto ad autoassolversi e non prendersi troppo sul serio. Ma lei, Viviana ne è pazzamente innamorata, però come “tutte le donne”, si fa un sacco di elucubrazioni mentali e risulta anche una “control freak” da manuale. Il romanzo è scritto a due voci, (poi diventeranno tre perchè si intromette anche lo psicanalista) ma le parti più incisive sono quelle di Modesto, in cui De Silva dà il meglio di sè, mentre il parere femminile rimane sempre un po’ intriso di luoghi comuni sugli atteggiamenti femminili più tipici. Il personaggio di Viviana, casalinga di lusso con figlio problematico, è bidimensionale, poco simpatico, non riesce ad appassionare, mentre Modesto è descritto meglio.
La storia a tratti fa sorridere, ma alla lunga annoia anche un po’.
Riusciranno i due amanti a vivere felici e contenti? O saranno costretti a soffrire?
Arrivati alle ultime pagine l’indifferenza per la loro sorte, purtroppo, sommerge chi legge.

Le Diffettose a teatro

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La storia di una gravidanza desiderata e sognata ma difficile ad attuarsi. La confessione, sincera e coinvolgente, di una donna che si sente difettosa perchè non riesce a procreare: quella cosa facile che fanno tutte e che anzi per molto tempo nella vita fertile di una donna si cerca di evitare.
Fare un figlio dovrebbe essere la cosa più naturale e romantica che ci sia, invece si trasforma in un calvario di cure ormonali, rapporti a comando e soste in ospedale per la fivet. Ma anche amicizia con le altre “difettose”, testarde compagne di sventura.
Questa è la trama de Le Difettose , il romanzo di Eleonora Mazzoni, uscito qualche tempo fa. Lo scorso anno c’è stata la trasposizione teatrale, che ha debuttato al Festival della Mente di Sarzana e cominciato la sua tournée nei teatri italiani.
Adesso lo spettacolo arriva a Milano, la prossima settimana, dal 4 al 7 febbraio, al Teatro Sala Fontana sarà possibile assistere al monologo della bravissima Emanuela Grimalda (farà 7 personaggi diversi, maschi e femmine, di svariate età).
Questo spettacolo è collocato all’interno di una rassegna al femminile, “Pro-creazioni”, che ha come tema la maternità. Parte del ricavato dello spettacolo andrà all’associazione DO&MA, impegnata nell’accoglienza di donne con bambini, in gravidanza o vittime di violenza e dotata di un consultorio, un nido e vari alloggi.

Letteratura al femminile made in Africa

La lotta contro la discriminazione verso le donne passa anche per sentieri impervi e imprevisti, come per esempio lanciare una casa editrice che pubblica esclusivamente romanzi rosa in un paese difficile come la Nigeria. Questa è la missione di Ankara Press, una nuovissima casa editrice nata proprio per diffondere letteratura femminile romantica nei paesi africani. L’obiettivo di questa avventura è non solo quello di far sognare le lettrici con storie d’amore intriganti e coinvolgenti, ma anche di sovvertire i luoghi comuni e gli stereotipi africani più tradizionali e radicati nel rapporto di coppia.
Leggendo sul sito della casa editrice lo scopo della loro attività, si intuisce la novità e il coraggio di questa iniziativa. Infatti nella ricerca di nuove autrici, che scrivano in inglese, si specifica che i manoscritti che si possono inviare, con speranza di pubblicazione, devono ovviamente avere una trama che segua il classico plot del romanzo rosa ma con interessanti novità: il protagonista maschile, per esempio, non deve essere il solito figaccione, ricco sfondato e fascinoso, naturalmente deve essere piacente ma può fare anche un lavoro umile, come il falegname, il tassista, l’elettricista.
E lei, l’eroina della storia, deve essere una donna di carattere, pronta all’amore ma non a mettere sotto i piedi carriera e ambizioni.
Insomma non il solito zerbino insicuro dei nostri recenti bestseller.
Il romance quindi come cammino verso l’autostima e l’indipendenza. E tutti i protagonisti devono essere di colore e le storie ambientati nelle grandi città africane.
Mi sembra notevole in un continente dove la gran parte delle donne è sottomessa, esiste il fenomeno delle spose bambine, vige ancora la poligamia e l’infibulazione.
Auguro tutto il successo possibile ad Ankara Press, tra l’altro sul loro sito, si può trovare anche un regalo romantico per S.Valentino: un’ebook di storie d’amore africane, da scaricare come PDF o da ascoltare come file audio.

Carol: il libro e il film

Con grandissime aspettative sono andata a vedere Carol, il film di Todd Hanyes tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel lontano 1952. Purtroppo anche stavolta il film, rispetto al libro si è rivelato una delusione. Nonostante il talento indiscusso di Cate Blanchett (che adoro), la perfetta ricostruzione del periodo, l’estrema raffinatezza dei costumi, degli interni, la perfezione della colonna sonora, il coinvolgimento dello spettatore non decolla.
Anche se questa pellicola è candidata a ben 6 primi Oscar.
Fotogramma dopo fotogramma, ho sperato ardentemente che sullo schermo accadesse qualcosa che mi facesse palpitare, stare con il fiato sospeso, commuovere, ma non è successo nulla.
Calma piatta.
Sembrava di sfogliare una copia (vintage e un po’ trasgressiva) di Vogue.

Una stupenda Cate Blanchett (forse con un po’ troppo rossetto color passione) incontra in un grande magazzino newyorkese una giovane e graziosa commessa, dallo sguardo ampio e stupefatto, (Rooney Mara) e zac! E’ colpo di fulmine!
Peccato che nella pellicola manchi tutta lo spessore psicologico dei personaggi che, fortunatamente, si trova nelle pagine del romanzo della Highsmisth.
La giovane commessa Thérèse non è una ragazza ingenua e confusa ai limiti della vacuità, (con amici hipster, tutti uguali, che non vengono caratterizzati più di tanto) come appare sullo schermo. E la femme fatale Carol, labbra di fuoco e visone extralarge, non è quella predatrice pedofila che fa pensare: “Uh ssignur! Adesso se la mangia in un boccone!”
No, c’è altro. Molto altro, peccato che nel film non si capisca.
Perchè nel film è tutto affrettato: la commessa vende un trenino a Carol, poi le manda a casa i guanti che ha dimenticato sul bancone. Carol per ringraziarla la invita a pranzo e da lì è un autostrada verso la fiamma della passione.
On the road insieme, dormono in motel: sembrano madre e figlia e fa un po’ senso. Poi Carol vorrebbe divorziare, senza perdere l’affidamento della figlia, ma la sua preoccupazione/disperazione si stempera nell’incremento esponenziale dei Martini Dry che si scola, mentre la povera e sedotta Thérèse spalanca sempre di più gli occhi.
Però poi non le va neanche così male: da commessa di giocattoli, diventa photo-editor al New York Times (gli amici hipster sono serviti a qualcosa!)
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Il romanzo fortunatamente è tutta un’altra cosa: intenso, appassionato, profondo e soprattutto provocatorio. La Highsmisth confessò di averlo scritto in seguito a un episodio biografico: anche lei, a inizio carriera, aveva fatto, nel periodo natalizio, la commessa in un grande store newyorkese nel settore giocattoli. E aveva incontrato una bellissima, misteriosa e affascinante signora bionda. Ne era rimasta così colpita da scriverne subito, la sera stessa appena tornata a casa dal lavoro.
Da lì è nato il romanzo, una storia di amore gay, che fece scandalo.
Infatti nel 1950 il primo editore dell’autrice rifiutò il manoscritto. Ma Patricia Highsmith non si perse d’animo, cambiò editore e due anni dopo riuscì a farlo pubblicare, firmandosi però con uno pseudonimo.
Una vigliaccheria giustificata se inquadrata nei tempi del perbenismo anni’50.
Il titolo del romanzo era più neutrale: The Price of Salt, e solo l’anno successivo, quando fu stampato nell’edizione economica, a dispetto dei benpensanti, divenne un best-seller. E l’autrice in un’intervista dichiarò di aver ricevuto per anni le missive dei lettori che la ringraziavano per aver raccontato, con coraggio, la storia di un amore potente e “diverso” dai canoni tradizionali.

Gli ipocriti

Vivere in maniera falsa, per salvare le apparenze, per non farsi domande, per darsi un tono. Semplicemente per vigliaccheria. E’ quello che racconta il bel romanzo di Eleonora Mazzoni
Manu ha quindici anni e mezzo e vive a Bologna, in una famiglia benestante ed estremamente cattolica, fa infatti parte del Movimento, un gruppo religioso molto coivolgente ma anche piuttosto intransigente. Alla ragazzina le regole di questa comunità vanno un po’ strette, ma cerca di seguirle al meglio anche per non deludere i genitori, specialmente il padre che è un personaggio carismatico dell’organizzazione religiosa. Ma i compromessi di Manu vanno a farsi friggere il giorno che, per caso, trova nel cassetto del padre una confezione di preservativi. Sconvolta dalla scoperta, da figlia devota e credulona, si trasforma in una piccola detective e scopre la doppia vita del padre: piena di ipocrisia e di quello che lui stesso definirebbe “peccato”.
Tutte le sue certezze crollano mentre squarcia la verità del mondo dei grandi, quelli che predicano bene ma razzolano male. I codardi che raccontano un sacco di bugie per salvare la faccia, quelli sempre pronti a giudicare ma mai a mettersi in gioco.
Manu affronta questo viaggio nella realtà della vita con le emozioni e le passioni della sua giovane età, soffrendo e crescendo, come in un romanzo di formazione.
La scrittura di Eleonore Mazzoni è potente e coinvolgente mentre affronta un tema delicato e fin troppo presente nella nostra società dove troppo spesso l’ipocrisa domina sovrana e ben pochi hanno il coraggio di ammetterlo.

La vincitrice è….

Ammettiamo che questo giveaway non è stato proprio un successo, comunque è andata bene per Daniela!!! Le arriverà il mio libretto natalizio e spero tanto che le piaccia 🙂
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Ieri sera invece sono stata alla Biblioteca di Segrate per una presentazione, è stato molto bello, grazie all’organizzazione di Roberto Spoldi, direttore della biblioteca, Gianluca Poldi, assessore alla cultura e ricerca ed Enza Orlando, presidentessa dell’onlus D come Donna. Abbiamo chiacchierato, discusso e brindato. Mancava solo il vecchio Boito!

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Alla biblioteca di Segrate con Gianluca Poldi, Roberto Spoldi e Enza Orlando

Buon Compleanno extra….

…era il 15 dicembre 2007, un buio e freddo pomeriggio di dicembre e non avevo niente da fare… 🙂
Così mi sono detta: “Dai, scriviamo due xxxxx in rete!”
Sono passati otto anni e non ho ancora smesso.
Sono stati anni lunghi, belli ma anche pesanti.
Otto anni di vita vera, con i suoi alti e bassi.
Il blog ha avuto giorni luminosissimi, ha navigato nelle acque turbolente del mommy blogging ma è stato anche in coma, in rehab e ha rischiato di morire.
Ora, da un po’ di mesi, l’ho rianimato. E’ rinato e sono molto contenta.
In questi lunghissimi anni in rete ho conosciuto tanta gente, virtuale e vera.
Ho incontrato seo strategists, web experts, story telling consultants a palate…
Sono stata fortunata a trovare attraverso il blog anche delle lettrici che si sono rivelatate delle amiche vere. Ringrazio tutte quelle che mi leggono e seguono da tanto.
E prima di metterci tutti a piangere commossi, per festeggiare faccio un piccolo giveaway del mio libretto di Natale. Per vincerne una copia, entro il 21 dicembre, lunedì prossimo, potete lasciare un commentino qui sotto e condividere su FB, twitter, blog, googleplus, dal parrucchiere, al super, nel parcheggio della scuola…insomma dove volete…
Ci siamo capite, perché in fondo siamo tutte seo strategist 😉

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La vigilia di Natale

Avevo promesso che quest’anno sarei stata meno respingente verso le festività natalizie, ho già in mente altri post a tema (dove vanno a finire le letterine di Babbo Natale, le stelle natalizie, menù delle feste, ecc. ecc.), oggi invece vi racconto della mia storia di Natale che è uscita ieri e fa parte di una piccola collana di auguri letterari che ogni anno, abbina un autore classico a un contemporaneo.
Questi libretti si possono acquistare negli store online, in cartaceo o ebook, e anche nelle librerie più grandi come Mondadori e Feltrinelli.
Ho scritto un racconto ambientato a Milano la sera della vigilia di Natale, una storia che fa pendant con la novella natalizia di Camillo Boito, esponente della Scapigliatura a fine Ottocento e famoso per il racconto Senso da cui poi è stato tratto il film di Luchino Visconti.
Camillo cinico e negativo, secondo i dettami della sua corrente letteraria, mi è simpatico ma non so se lui (dall’al di là) sia contento di essere in coppia con me. Speriamo. Per non deluderlo anch’io ho cercato di essere un po’ cinica e disillusa: la storia di Piero, bamboccione suo malgrado mi sembra realistica e attuale.
Ve ne lascio un piccolo assaggio:

“Arrivederci e Buon Natale”
La commessa lo salutò senza sorridere. Senza guardarlo negli occhi, buttando in maniera sbrigativa le monete del resto nel piattino di fianco alla cassa.
Era passato l’orario di chiusura, la ragazza era stanca e molto probabilmente anche lei, al lavoro dalla mattina presto, odiava la confusione, lo shopping e l’allegria posticcia delle feste. Piero in risposta mugugnò qualcosa di incomprensibile. Uscì dal negozio proprio mentre la commessa lo seguiva per chiudere la porta d’ingresso della pasticceria. Una volta in strada, Piero fu investito dal freddo pungente della serata e per ripararsi tirò su il bavero del giubbotto. Per scaldarsi cominciò a camminare in fretta. Si lasciò velocemente alle spalle via Speronari e voltò in via Torino.
Aveva speso quasi venti euro per uno stupido panettone e doveva anche essere contento. Doveva essere contento perché erano le otto di sera della vigilia di Natale e, quasi fuori tempo massimo, era riuscito a comprare il pandolce a sua madre. Perché lei, anche se erano quarant’anni che abitava a Milano, a Natale sentiva tornare prepotentemente a galla la sua origine ligure. Perciò non si accontentava di un panettone qualsiasi, di quelli che per sette euro trovi al supermercato. No, voleva il pandolce. E voleva proprio il migliore, quello doc, firmato, del negozio in centro. Un capriccio per avere la prova che Piero tenesse a lei. Che le volesse sempre bene e soprattutto le facesse fare bella figura quando, l’indomani, al pranzo di Natale, si sarebbe presentata con il pandolce a casa della zia Marisa.

Questa è un’intervista in cui parlo del libro e questo il booktrailer:

Anna di Niccolò Ammaniti

Mi piace molto come scrive Niccolò Ammaniti, ho avuto anche occasione di dirglielo e ho letto tutti i suoi romanzi. Insomma una fan entusiasta e diligente.
Quindi mi sono procurata il suo ultimo romanzo piena di curiosità e aspettative.
La storia è quella di una ragazzina, l’Anna del titolo, che in seguito a un contagiossimo virus che ha ucciso tutti gli adulti in Europa, rimane da sola con il fratellino minore e lotta per la soppravvivenza in una Sicilia arida e desolata. La malattia mortale, denominata “la rossa” stermina senza scampo tutti. E arriva anche ai ragazzini appena raggiungono la soglia della pubertà.
Quindi in questo universo distopico la povera Anna, per sfangarla, deve rubare cibo e medicine, difendersi dalle bande degli altri bambini aggressivi e assatanati, dagli animali selvatici, dai cani impazziti e fare anche da mamma al fratellino che è anche molto capriccioso. Insomma una sfiga pazzesca, descritta in tutti i dettagli più cruenti: sangue, cadaveri, scheletri e parti del corpo (elencate minuziosamente nei vari segmenti), con un overdose di escrementi, scarafaggi, topi, vermi e quant’altro possa fare ribrezzo.
Ammaniti ha sempre avuto una fantasiosa, e ai tempi ironica, vena pulp molto sviluppata, ma in questa storia esagera. E diventa respingente. Quando ad esempio la strenua Anna deve combattere con un cane gigantesco e addestrato all’aggressività, i dettagli della lotta sono decisamente disturbanti. Poi il cane diventerà amico della ragazzina e lei come lo ribattezzerà? Coccolone!
La scelta, così banale, di questo nome è veramente il punto più basso del romanzo.
A fare da contraltare ci sono, per fortuna, le descrizioni dei personaggi adulti da vivi (prima che la sciagura della pandemia li colpisse) e questi sono descritti nello stile più algido, acuto e divertente tipico del talento di Ammaniti.
Ma purtroppo non bastano a salvare il libro.
Peccato.

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