Più Potter che Ginsberg

Harry Potter sei e Harry Potter ritornerai!
Non si scappa: Daniel Radcliffe rimane inchiodato, prigioniero dell’incantesimo Potter, nel ruolo che l’ha reso celebre e milionario. Non basta un personaggio provocatorio come Allen Ginsberg in Giovani Ribelli, il film sugli albori della beat-generation per scrollarsi di dosso il maghetto. Pubblicizzatissimo questo Potter-Ginsberg è stato una grossa delusione: con una recitazione piatta e monocorde. Peccato perchè il suo ruolo nel film lasciava spazio a una diversa profondità espressiva.
Ma tant’è: otto Harry Potter non sono brustolini.


La storia, ispirata a fatti realmente avvenuti, si svolge a New York nel 1944, quando Allen Ginsberg con una borsa di studio accede alla prestigiosa Columbia University nel West Village (luogo ai tempi peccaminosissimo).
La prima scena del film è forse quella in cui Daniel Radcliffe dà il meglio di sè: prende una scopa per pulire il pavimento e ascoltando un motivo swing alla radio mima un ballo. Se avesse inforcato la ramazza per il Quiddich forse sarebbe stato meglio. Invece va all’università dove rimane stregato da un compagno di corso, il bellissimo Lucian Carr, ricco, biondo e trasgressivo. Con poco talento nella scrittura ma fascino da vendere. Infatti tra droghe, alcool, fumo e jazz tutti perdono la testa per lui. A contenderselo ci sono oltre a Ginsberg, Jack Kerouac e l’amante ufficiale del ragazzo, un certo David Kammerer disposto a tutto pur di continuare a spupazzarselo. Poi c’è anche William Burroughs che però è più interessato a sballare con l’acido lisergico anzichè trovare l’estasi nella passione amorosa. Per tutto il film i ragazzi declamano versi, combattono la metrica nella poesia e con la loro ribellione cercano di sovvertire il bacchettonismo dell’establishment.
Nella realtà sono stati importantissimi nella storia della letteratura, ma questo film sembra il lato oscuro, la versione hard de L’attimo fuggente. La scena clou in cui Harry-Daniel-Allen Ginsberg sperimenta l’amore con un altro biondo rimorchiato al bar è imbarazzante: pare di spiare dal buco della serratura del dormitorio di Hogwarts.

P.S. E poi a me sono sempre stati più simpatici Ron e Hermione!

Il film su Lady Diana

Ho visto La storia segreta di Lady D. il film che ripercorre gli ultimi anni di vita della Principessa e che, ahimè, ha avuto pessime recensioni. In effetti la pellicola è piuttosto lenta, Naomi Watts che interpreta il ruolo della protagonista a volte proprio non assomiglia a Diana, perchè è troppo bella. Solo nelle scene delle apparizioni pubbliche, quelle che si sono viste migliaia di volte sui giornali, la Watts riesce a trasformarsi in un clone della Principessa, ricalcando perfettamente quello sguardo tipico da sotto in su, con il mento abbassato e gli occhioni pieni di mascara, spalancati.
E soprattutto nella prima parte del film Lady Diana sembra ritardata.
Un po’ cretina, la sorella scema di Marylin Monroe.
Però superato lo choc inziale della prima parte, in cui Diana è prigioniera, confinata nel lusso della sua residenza d’esilio, guardata a vista dal funzionario-cane da guardia degli Windsor, si passa a un po’ d’azione e il film cattura di più.
L’azione di Diana è quella di cercare di sedurre un chirurgo pakistano incontrato per caso in ospedale.
L’oggetto del desiderio fisicamente lascia un po’ perplessi (a me piaceva molto di più il maggiore Hewitt, quello che si vociferava fosse il vero padre di Harry), più che un sex-symbol sembra un orsacchiotto!
Però lei aveva un gran bisogno di tenerezza e perciò va bene. Poi è un uomo intelligente, un ottimo chirurgo con un’unica pecca: fa assistere Diana a un’operazione sanguignolenta a cuore aperto. Ho chiuso gli occhi perchè mi faceva troppo impressione e ho ricordato una mia collega di quando lavoravo ad Amica, che aveva un amico chirurgo plastico e mi raccontava che lui ogni tanto la faceva assistere alle liposuzioni.
Dopo quella confidenza avevo evitato per quanto possibile di frequentarla. Mi faceva paura!


Comunque per la povera Diana, come sappiamo, la storia con il chirurgo non va a buon fine. Così lei si riduce a farlo ingelosire con Dodi Al Fayed, (rappresentato nella pellicola come il re dei truzzi) allertando i paparazzi. E ha una gran sfiga. Tutti sappiamo come purtroppo è andata a finire, ma in ogni caso l’ultima scena del film una lacrimuccia la fa versare.

(Fossi stata in lei sarei rimasta imboscata nella brughiera scozzese con Hewitt)

Bling Ring: belli, giovani e vuoti

La cosa più importante è il marchio, il brand, la firma, altrimenti sei uno sfigato.
Non importa cosa pensi ma come ti vesti.
Così puoi fare parte del gruppo ed essere vincente.
E’ la legge, contagiosa e vuota, degli adolescenti.
Una legge che vale un po’ dovunque ma in alcuni luoghi diventa cruciale.
Ad esempio a Los Angeles, a Beverly Hills, dove il tutto è amplificato perchè è il posto dove i sogni si avverano e basta un attimo per diventare una star.
O almeno emulare il loro stile di vita.
Questo è il succo di Bling Ring, l’ultimo film di Sofia Coppola, dove una banda di teen-agers, più o meno ricchi, più o meno cretini e più o meno annoiati, per dare un senso alla loro esistenza si introducono nelle ville dei loro divi preferiti per svaligiarne il guardaroba. Monitorando i movimenti delle star attraverso i social network, capiscono quando entrare in azione. Fra i derubati ci sono Lindsay Lohan, Megan Fox, Orlando Bloom, Paris Hilton e qualche altro.
E’ una storia vera, Sofia Coppola ha preso ispirazione da un fatto di cronaca.
Anzi, nella realtà Paris Hilton, essendo stata presa di mira più volte, per evitare ulteriori danni, lasciava addirittura la chiave del suo portone sotto lo zerbino!
Bling Ring descrive la vita e la filosofia di questi ragazzi senza prendere posizione, senza dare un giudizio definito, una condanna precisa. Si limita a darne una fotografia impietosa.
Per questo il film ha diviso i critici, alcuni, delusi, hanno accusato il film di essere vuoto tanto quanto i suoi protagonisti.
E ha deluso anche parte del pubblico degli adolescenti (mi sono documentata attraverso le amicizie delle mie figlie), perchè avrebbe preferito magari un lieto fine (in fondo i protagonisti sembravano veramente fichi e potevano anche meritare di scamparla!)
Invece alla fine vengono smascherati e messi qualche mese in prigione.
Trionfo della giustizia? Non proprio, piuttosto ulteriore prova della superficialità del nostro tempo.
E qui si legge il giudizio negativo inapellabile della regista mentre descrive le reazioni dei suoi protagonisti: vuoti ma furbi. In fondo sono quasi contenti di essere stati scoperti: così possono conquistare il loro pezzetto di celebrità.
Tutto fa brodo per far parlare finalmente di sè.
Emblematico il personaggio di Emma Watson che incarna proprio bene la pochezza di certi “famosi da reality”.
Con cinismo gira la disavventura giudiziaria a sua favore, per diventare un’eroina trash.
A me il film è piaciuto e ha fatto anche riflettere.
Con tristezza, pensando che la vicenda raccontata è enfatizzata ma purtroppo non è solo una storia di adolescenti made in Hollywood, quelli nostrani, nutriti a pane e velinismo, non sono poi così diversi!

A volte resuscitano

Ero anche un po’ emozionata nell’aprire di nuovo il blog, intimidiata perchè non ho scritto qui da così tanto tempo.
E’ successo perchè mi sono autoisolata, sfruttando le vacanze per scrivere, scrivere, scrivere e finire la prima parte del mio nuovo romanzo. Sono andata un po’ lunga e perciò sparita per più tempo del previsto.
La prima cosa che voglio condividere è l’ultima sòla he ho preso andando al cinema.
Eccola qua:

Premiato con il Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia, Sacro GRA di bello ha solo il titolo. Il resto è fuffa.
Fuffa pesante perchè la pellicola dura un’ora e mezzo mentre bastavano quindici minuti per esprimere quello che viene lentissimamente mostrato.
Ma come spesso succede la critica ufficiale è omertosa a riguardo e preferisce tirare il pacco al grande pubblico.
Ignara di tutto e felice di vedere una primizia cinematografica che arrivava fresca-fresca da Venezia, ed era addirittura stata premiata, sabato sera sono andata a vedere il film nel cinema più “intellettuale” di Milano e il pubblico era selezionatissimo: dai trentacinque in su, tutti impegnati, intelligenti, radical chic. Gente che forse non sa neanche chi sia Checco Zalone e neanche Ficarra e quell’altro di cui non ricordo il nome. Quindi parterre molto ben disposto ad accogliere il capolavoro.

GRA sta per Grande Raccordo Anulare: il film “racconta”, nella forma di documentario, la vita di chi vive a margine di questa tangenziale e, con una facile metafora, anche a margine della società.
Zoomata d’autore sulle persone sfortunate, emarginate e spesso fulminate che vivono in situazioni precarie.
Il pescatore di anguille che naviga il Tevere con il suo barcone, il volontario della Croce Rossa, le vecchie prostitute, il conte decaduto che affitta la villa kitsch come set per i fotoromanzi, lo studioso pazzo che adora le palme. Gli spettatori nella prima mezz’ora del film stavano attenti a ogni sfumatura perchè pensavano che anche i dettagli fossero importanti per capire meglio. Per interpretare eventuali future, sottili, perspicaci sfumature.
Illusi. Ottimisti. Ingenui e fiduciosi nelle recensioni dei quotidiani.
Ma dopo un’ora di film anche i più allegri, anche i più profondi, i più cinefili avevano perso ogni speranza.
Non c’era niente, non c’era storia, solo lunghissime inquadrature. Ingorghi, neve, traffico, incidenti.
Mentre le uniche battute del film erano quelle che mettevano in evidenza l’ignoranza degli interpreti (ripeto: gli sfortunati, gli emarginati, gli stranieri, gli svalvolati). Si poteva sorridere su chi usava il condizionale anzichè il congiuntivo, su chi non capiva l’italiano, su chi non sapeva l’inglese, su chi la dava via per sbarcare il lunario.
Politicamente scorretto per essere radical chic!
Dopo un’ora di film in sala, pienissima, molti tossivano, sbadigliavano, bisbigliavano. Qualcuno ha anche fatto versi meno chic. Ma nessuno ha osato alzarsi e andarsene forse perchè eravamo pigiati come sardine e sarebbe stato scomodo e faticoso guadagnare l’uscita. (Io sono rimasta fino all’ultimo fotogramma proprio per questo motivo).
Ma quando finalmente la tortura è terminata e sono apparsi i titoli di coda, nessuno si è trattenuto più.
Nell’ingorgo verso l’uscita si sono sentiti commenti coloriti. Epiteti irripetibili.
Anche da persone all’apparenza molto distinte ed eleganti.

Quando meno te lo aspetti


Lei è ricca e un po’ annoiata ha una gran voglia di innamorarsi in maniera romantica, come nelle fiabe. Incontra lui, musicista e povero. Si amano follemente per un po’, infischiandosene di tutto il contorno della loro vita.
Ma le cose presto si ingarbugliano perchè il loro contorno è molto pieno: di genitori, di bambini, di gente invidiosa, di amori non corrisposti, di famiglie allargate, di coincidenze strane, di paure ancestrali.
In questa commedia deliziosa sono infatti affrontati un sacco di temi, tutti con intelligenza e leggerezza.
L’ironia sulla difficoltà dell’essere genitori: da quando i bambini sono piccoli (impagabile la scena in cui un gigantesco palloncino a forma pesce Nemo fluttua indisturbato nel soggiorno mentre una coppia litiga) a quando crescono e rimangono comunque figli da gestire. Poi si parla molto di amore: quello appassionato ma anche quello più stantio delle coppie collaudate. E ancora la paura di invecchiare e anche quella di comunicare le proprie insicurezze agli altri.
Gli attori sono bravissimi ma non assurdamente belli come se fossero in un film americano.
Simpatici ma non pesantemente volgari come se fossero in una commedia italiana.
Insomma mi è piaciuto moltissimo e per una volta il trailer non mente promettendo faville che poi risultano essere le uniche scene simpatiche del film.
L’unica cosa “strana” di questa pellicola è che il protagonista maschile assomiglia un po’ troppo fisicamente a Bersani ma fortunatamente è molto più taciturno.

La sfiga del Mago di Oz


E’ uno dei miei libri preferiti. Un capolavoro con diverse chiavi di lettura da interpretare a seconda dell’età di chi si fa catturare dalla storia. Il meraviglioso mago di Oz, scritto da Frank L.Baum è un classico per l’infanzia che ho letto varie volte con le mie figlie, abbiamo anche visto il film del’39 con Judy Garland, abbiamo comprato il CD con la colonna sonora, imparato a cantare Over the rainbow, il DVD del film più recente con i Muppets e una volta Carnevale ho comprato anche un rotolo di carta igienica che quando la srotolavi un carillon, nascosto all’interno, intonava appunto le note di Over the rainbow (giuro).
Tutto questo prologo per dire che quando è uscito Il grande e potente Oz, prequel della storia narrata nel romanzo, sono andata subito a vederlo.
E’ ironico, intelligente e realizzato con grandi mezzi. James Franco è un mago affascinante e cialtrone, le streghe sono molto belle, specialmente la perfida Rachel Weisz, mentre la bionda Michelle Williams è un po’ troppo patatona con le sue guance paffute. Gli effetti speciali grandiosi, ci sono fortunatamente poche battaglie (che trovo sempre noiosissime) e solo il personaggio della mielosa e lamentosa bambola di porcellana è insopportabile. Insomma dopo 130 minuti di visione, Emma ed io siamo uscite felici e soddisfatte.
Ignare che la sciagura fosse dietro l’angolo.
La pellicola era 3D e così, giudiziosa e risparmiosa, mi ero portata da casa gli occhialini, per non doverli ricomprare alla cassa. Invece in questo cinema gli occhialini erano diversi e gratuiti, forniti direttamente dalla maschera al momento di entrare in sala. La stessa maschera li prelevava all’uscita.
Quindi io uscendo dal cinema mi sono trovata nella tasca interna della borsa gli occhiali che avevo portato inutilmente. E allora cosa ho fatto? Li ho gettati nel bidone situato di fianco alle casse.
Perchè qui a casa, nel cassetto, ho altri 10 paia degli stessi identici occhiali di plastica.
Nella borsa però, nella stessa tasca avevo anche i miei Rayban da sole, con lenti da vista, e solo ieri mattina ho realizzato con orrore che insieme all’occhiale 3D da un euro ho buttato nel bidone i miei da almeno 200.
Quando me ne sono accorta avrei voluto spararmi.
Ho sempre temuto di non essere un genio, ma non avevo mai pensato di poter essere così demente!!!!
Ho chiamato subito il cinema e quando dopo vari tentativi mi hanno risposto, con grande suprema vergogna, ho raccontato l’accaduto. Spiegato con imbarazzo quale fosse il cestino dove li ho gettati e mi hanno detto che mi fanno sapere entro oggi.
Tengo le dita incrociate ma comincio a non essere più una fan del mago di Oz! Perchè ormai è associato per sempre all più grande cavolata (non voglio essere volgare) che abbia mai fatto.
Per conforto mi raccontate, per favore, se voi avete mai compiuto azioni così stupide?

Una Karenina annacquata


Con le migliori intenzioni e il cuore traboccante di romanticismo, sono andata a vedere Anna Karenina, il kolossal tratto dal famoso romanzo di Tolstoj e nonostante il cast stellare, la ricchezza dell’ambientazione, dei costumi (premiati anche con l’Oscar) l’ho trovato molto patinato e poco appassionante.
L’amore travolgente fra Anna e il Conte Vronsky, in questo film, era coinvolgente come un servizio di moda su Vogue.
Non mi ha trasmesso nessuna emozione, se non un leggero fastidio pensando al costo stratosferico di tanto sfarzo.
Anna è interpretata da Keira Knightley, bellissima, con gli occhi infuocati ma con il collo e il mento sempre troppo tesi in qualsiasi scena di passione ed emozione.
Lui, l’oggetto del desiderio, il mitico conte Vronsky, è stata una grande delusione perchè più che un russo dal sangue caliente sembrava un extra dei Village People.
Grande errore di casting!

(direi quello biondo con il caschetto)

E per lui Anna lasciava il marito che era interpretato da Jude Law. Ok, era invecchiato e imbruttito ma sotto il cerone rimaneva sempre lui! Nessuna donna, neanche la più decerebrata, lascerebbe Jude Law per uno dei Village People!
Poi il doppiaggio lasciava molto a desiderare. In una scena in cui Jude-Karenin sgrida la moglie perchè alle corse dei cavalli si era troppo appassionata per le sorti di Vronsky, facendo scandalo davanti a tutti, lei sconvolta e arrabbiata, risponde: “Ma cosa dici? Ma non capisci?” e ha l’accento uguale uguale, con un pizzico di romanesco, alle voci femminili di Willowoosh e allora ho riso parecchio.

Una delle poche cose eccitanti del film è stata l’apparizione di Michelle Dockery, Lady Mary in Downton Abbey. Diceva solo due battute ma sono stata contenta di vederla.
Mentre il crescendo di passione e tormento di Anna, durante le due ore e dieci minuti di film, invece di commuovere è diventato sempre più simile a un capriccioso isterismo.
Alla fine quando si è lanciata sotto il treno, devo ammettere, è stata quasi una liberazione.

La bugia delle stelline


Fino a qualche tempo fa, ero ingenua: mi fidavo delle recensioni dei film sui quotidiani, contavo le stelline e sceglievo con serenità la pellicola da vedere. Ultimamente però ho avuto anche troppe conferme che queste benedette stelline vengono assegnate con criteri che hanno pochissimo a che vedere con il valore e la piacevolezza del film. I critici raramente stroncano un film dove il protagonista/il regista/ la casa di produzione sono importanti, ultima conferma di questa triste tendenza è stato A Royal Weekend che racconta la storia della visita nell’estate 1939, dei monarchi inglesi, Re Giorgio VI e la moglie Elisabeth nella casa di campagna del Presidente Roosevelt.
Obiettivo della visita avere la promessa che gli USA aiuteranno l’Inghilterra nel secondo conflitto che sta per scoppiare in Europa.
Re Giorgio, papà dell’attuale sovrana Queen Elizabeth, era balbuziente e il meraviglioso film dello scorso anno Il discorso del Re ci aveva magistralmente raccontato la sua storia. Perciò oltre alle stelline in abbondanza, per pubblicizzare A Royal Weekend hanno scritto addirittura che si trattava della continuazione ideale del film che l’anno scorso ha vinto l’Oscar. Credo che al critico cinematografico, autore di questa affermazione, sia cresciuto il naso a dismisura, come succede ai bugiardi, infatti A Royal Weekend è tutto tranne che un capolavoro. Anzi è veramente deludente, nonostante la bravura di Bill Murray che interpreta in Presidente e la simpatia delle gag, nell’intimità della loro cameretta, delle coppia dei reali inglesi. A parte questi momenti ironici il resto è noia. Noia condita anche da un po’ di insofferenza e fastidio: Mr. President (come più o meno tutti i grandi uomini politici di potere) era un donnaiolo, seppure in sedia a rotelle, gli piace molto farsi trastullare nei prati fioriti attorno alla sua regale magione.
Fra le fortunate dell’harem del Presidente c’è la protagonista femminile del film, cugina di quarto grado con poca personalità.
Una tardona che lo ama, soffre dei tradimenti, ma è sempre disponibile quando lui ne ha voglia. Bel modello femminile del piffero!
Sono uscita dal cinema pensando con rimpianto agli anni’90 e a Monica Lewinsky che almeno ha fatto scatenare il putiferio.

Movie time: Il matrimonio che vorrei


Meryl Streep mi piace molto, l’ho scoperta tardi, nel senso che mi sono appassionata al suo talento solo negli ultimi anni e mi sono riproposta già da tempo di vedere i suoi primi film, come La scelta di Sophie che, ai tempi, mi ero persa. Quindi quando ho sentito parlare di questo film mi sono organizzata per vederlo.
La storia è quella di una coppia di lunga data, dopo 31 anni di matrimonio Meryl Streep e suo marito, interpretato da Tommy Lee Jones (qui per niente fico come appariva invece in Men in black), un ragioniere un po’ frustrato che trovava sollievo e serenità nella routine. Quel monotono e ripetitivo tran-tran domestico che, quasi sempre, uccide lentamente complicità e passione fra i coniugi. Ma regala anche tranquillità perchè non prevede cambiamenti.
Sono andata a vedere il film con Sant’ e avevamo litigato già sulla strada verso il cinema (segno del destino? O effetto collaterale della scelta della pellicola?). Così entrati in sala, immusonita, mi sono seduta sulla poltroncina, tutta obliqua e rigida, per evitare di non sfiorare, neppure con il gomito, Sant’. In questa posizione ero molto vicina a una simpatica e chiacchierona coppia di signore di mezza età che commentava ad alta voce ogni scena, con buon senso tutto al femminile.
Nel film Meryl era infelice perchè il marito non la faceva più sentire amata, desiderata, quando lei gli parlava sembrava non ascoltarla, ecc, ecc. Lui invece, con la simpatica sensibilità maschile, stava bene e quando lei si lamentava pensa che fosse solo una questione di malumore. Magari anche provocato da cause ormonali.
E le signore di fianco a me, gliene hanno dette di tutti i colori!
Meryl peró non voleva rassegnarsi e decideva di tentare il tutto per tutto per scuotere il marito e salvare il matrimonio. Ovviamente reagendo all’americana: all’insaputa di lui aveva prenotato un settimana di terapia di coppia, addirittura fuori città. Il marito prima ha imprecato e si è ribellato all’idea, ma poi ha acconsentito. Cosí i due sono andati a farsi analizzare dallo strizzacervelli matrimoniale.
E qui la pellicola diventava più maliziosa perchè si analizzavano soprattutto i problemi sessuali. Anche le fantasie, alla faccia delle 50 sfumature!
Le mie vicine di posto erano in un brodo di giuggiole, eccitatissime, non stavano mai zitte.
Quando poi sembrava che tra Meryl e Tommy Lee stava per succedere qualcosa di veramente hot, hanno urlato: “Questo capita solo nei film!”
Adesso che vi ho incuriosito, mi fermo qui con la trama: non vorrei rovinarvi la visione.
A me il film è piaciuto, tanto che quando siamo usciti dal cinema ho fatto anche la pace con Sant’!

Viva Biancaneve

Ieri l’altro quando sono andata al cinema con gli amici di Emma abbiamo visto Biancaneve.
Mi è piaciuto molto. Bella la scenografia, stupendi i costumi e incisivi i dialoghi, rimasti miracolosamente tali anche nel doppiaggio. Julia Roberts nella parte della matrigna è cinica e simpatica. Se da piccola leggendo la favola mi identificavo con Biancaneve, ora passati molti anni, condivido molto di più le problematiche della matrigna. Quando le creme anti-age non danno più i risultati promessi, è inutile illudersi, non rimane che la magia. Del bisturi, del botulino e in questo caso del perfido incantesimo. La povera matrigna nei momenti no, quando si guarda allo specchio si deprime anche perchè sembra Sarah Jessica Parker (scavando un po’ il viso di Julia Roberts e aumentando le occhiaie il risultato è quello).
Poi è attualissima la governance del regno fatato, uguale identica a quella dei nostri politici: aumentare le tasse e raccontare fandonie per raccogliere fondi destinati al loro personalissimo benessere. I nani sono un po’ mascalzoni suscitano comunque più empatia di quelli da giardino della Disney, il principe è un un bel manzo un po’ tardo come tutti gli aristocratici, mentre Biancaneve è carina e ribelle. La interpreta Lily Collins, ventiduenne figlia di Phil, però dalle sopracciglia, sembrerebbe invece figlia di Elio delle Storie Tese. Non sono la sola ad averlo notato, infatti in rete ci sono vari forum e anche una pagina FB dove si discute sull’opportunità di farle fare la ceretta (purtroppo non è un problema che si possa risolvere con le sole pinzette!).
Però verso l’epilogo, anche Lily è imbellita: si è fatta la frangetta e assomiglia ad Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Il regista è indiano e, come potete vedere dal video, ci ha regalato questa bellissima e divertente scena in puro stile Bollywood. Adesso mi compro anche il singolo perchè mi mette di buon’umore!

Lego life

Aver la casa piena di mattoncini, andare in pellegrinaggio a Legoland , essere fra i maggiori clienti della Lego (a cui abbiamo sacrificato ahimè molto del nostro budget familiare), festeggiare il compleanno con una torta rettangolare, non è stato certo casuale.
Ora finalmente “la grande passione” di Emma ha avuto il suo naturale sbocco. La mia secondogenita ha prodotto il suo primo “corto”.
Da fan delle storie poliziesche, lettrice accanita delle avventure della Banda Bassotti e soprattutto una che se ne frega di tutto ciò che il mercato giudica femminile, il plot del suo debutto cinematografico racconta di un bandito che fugge di prigione e fa subito un’altra rapina.

Per l’editing ha avuto il (più o meno gentile) supporto della sorella maggiore.

Al cinema

L’altra sera siamo stati a vedere Diario di una schiappa, film che dopo aver letto tutti i libri, aspettavamo con ansia.
Come succede quasi sempre nei best-seller (è l’invidia che mi fa parlare) l’autore tira a capitalizzare il più possibile. Dopo il primo divertentissimo libro, c’è stato il secondo, il terzo, il quarto da usare come diario, il quinto un po’ sui genersis sull’estate, il making off del film e un altro volume che è uscito solo negli USA. E come sempre più si allunga la minestra, più si deteriora la qualità della storia.
Comunque, il film è molto divertente ma non regala le stesse emozioni del libro, infatti se su carta Greg, il protagonista, è impacciato e simpatico, nella pellicola risulta presuntuoso e anche un po’ odioso. Le sfighe che gli capitano sembrano sempre ben meritate e lo spettatore si trova a parteggiare per tutti i suoi nemici. O almeno a trovare più accattivanti i personaggi di contorno dell’eroe della storia. Strano ma vero.
In più il fatto che il film sia doppiato malissimo non aiuta.
La prossima settimana uscirà il 2 (anche questa scelta di far uscire 2 pellicole a una settimana di distanza in agosto è piuttosto eccentrica) e vedremo se il nostro Greg è diventato meno irritante.

P.S. Ieri sera siamo stati a vedere la seconda puntata della serie, (solo noi e altri tre spettatori in sala) questa volta il film era veramente divertente e il personaggio di Greg attirava simpatia. Stesso cast del primo ma regista diverso. Hanno fatto bene a cambiarlo!

Merda d’artista?

Due sere fa Sant’ e io siamo stati al cinema a vedere Tree of life il film che è stato premiato all’ultimo festival di Cannes.
Avevo molta voglia di vederlo anche se avevo letto che al cinema Lumiere di Bologna era stato proiettato per dieci giorni al contrario, il secondo tempo e poi il primo, e nessuno se ne era accorto.
Insomma un film enigmatico. Poi ho letto questo post. Sono andata quindi consapevole che si trattasse di un film difficile., ma per una che non ha mai visto cinepanettoni (piuttosto la morte), che si è sciroppata per anni film coreani, ungheresi, cileni e iraniani la sfida sembrava appetibile.
Eco come è andata…
Il messaggio del regista: voi siete un puntino nell’universo ogni vostra emozione/gioia/dolore è solo una caccola nell’evoluzione del mondo.
Ha ragione ma non è il caso di infierire.
E invece lui ha infierito di brutto. In una famiglia americana dove un Brat Pitt, parecchio imbolsito, era un papà severissimo. Ci sono tre figli maschi, a diciannove anni ne muore uno.
Dolore, disperazione e sensi di colpa. La mamma è pallida e boccheggia troppo spesso.
E avanti e indietro con i flash back, con i primi piani sulle fronde degli alberi, con immagini da documentario sull’evoluzione. Per mezz’ora, solo nel primo tempo, immagini bellissime e lunghissime di tsunami, feti, vulcani, alba boreale, e anche piccoli dinosauri.
Le bestiole preistoriche sono apparse a circa quaranta minuti dall’inizio, eravamo già provatissimi.
Sant’ mi ha detto sottovoce guardando il piccolo Apatosaurus che muoveva i primi passi:
“Questo fa una brutta fine”
“Avrebbe dovuto farla il regista”, ho risposto perchè ero già incattivita dalla noia.
Allora Sant’, felice, ha colto la palla al balzo: “Andiamo via”
Eravamo nel cinema parrocchiale di zona e temevo che le porte si riaprissero solo alla fine del primo tempo.
“Non credo che possiamo, deve essere chiuso”
“Sfondiamo?”
“Aspettiamo ancora un po’ dai, magari migliora”
Speranza vana, sullo schermo sono continuate ad apparire immagini a random, un po’ Piero Angela un po’ vita domestica anni ’50. Tanti alberi ripresi dal basso. Le guancione di Brad Pitt sempre più inquietanti. Sean Penn con occhiaie profonde.
“Vado a vedere se si riesce a uscire, poi ti vengo a chiamare”
“Ok, tengo le dita incrociate”
“Vieni, è aperto!”
“Freedoooom!”
Siamo corsi fuori sollevati e altre due coppie sconosciute ci hanno imitato.

Ieri ho parlato con una mia amica che è risucita a resistere fino alla fine (suo marito si è addormentato quasi subito e perciò ha retto tutto il film). Mi ha raccontato che il secondo tempo era uguale al primo. Abbiamo convenuto che il regista (filosofo) è un gran presuntuoso e il film può classificarsi sotto questa voce.

Intrattenimento

Oggi pomeriggio Emma ed io siamo andate al cinema a vedere il terzo film tratto da Le Cronache di Narnia. Dopo aver visto con delusione il secondo episodio della saga, non mi aspettavo niente di divertente.

Ma bisogna pur passarli in qualche modo questi pomeriggi vacanzieri!
E non sono la sola a pensarla così.

Infatti oggi al cinema me l’ha confermato una signora, una nonna che si era inavvertitamente seduta nel nostro posto in sala. Dopo varie trattative sono riuscita a farla spostare di una poltrona, senza minare minimamente la sua disponibilità nei miei confronti. Infatti ha dato tutta la colpa dell’errore di posto a suo marito, il nonno, seduto a tre poltrone di distanza. Tra lei e lui, c’erano due nipotine che già inforcavano gli occhialoni 3D e si abbuffavano di popcorn.

Quando anch’io mi sono finalmente seduta questa nonna mi ha infatti mi ha confidato sospirando:

“Ieri il museo, oggi il cinema: sono lunghe queste vacanze. Ce le hanno portati qui e dobbiamo intrattenerle”

Io fissavo i suoi stivaletti texani, così poco nonneschi e annuivo.

“Loro stanno a Brescia e quando è vacanza tocca a noi…”

“Ehhhh…”, gli stivaletti mi affascinavano.

“Beh, la prossima volta è a Pasqua!”

Poi si è illuminata: “Ah no, a Pasqua vanno al mare!”

Allora, da vera bastarda ho chiesto: “E Carnevale?”

Lei mi ha guardato stravolta e forse ha fatto un “gasp” ma nella sala è cominciato il film e non ne sono proprio sicura.

A proposito il film era carino: il principe Caspian ha veramente un ottimo taglio di capelli, che cade bene anche in battaglia. Lucy (che a Narnia diventa regina)  è cresciuta ed è un po’ cessa ma simpatica, il fratello Edmond (altro re di Narnia) assomiglia a Mr. Bean da ragazzo. Ma nell’insieme la storia è godibile, consigliabile però prima un bel ripasso del Narnia way of life perchè altrimenti sembrano tutti i protagonisti sembrano un po’ suonati. Noi un po’ di anni fa ce l’eravamo sciroppate quasi tutte queste Cronache e quindi siamo arrivate preparate e pronte ad apprezzare anche il vocione carismatico del leone Aslam.

Tempo libero

Abbiamo visto Raperonzolo un film divertentissimo che consiglio a tutti. E’ in testa alla classifica dei film più visti e se lo merita. Fa anche riflettere un po’ quando la mamma consiglia/proibisce alla figlia dove andare, cosa fare. Mamma strega? Mamma possessiva? Ho chiesto alle mie ragazze se ero così anch’io: “No, tu hai capelli diversi!”, mi hanno risposto.

Abbiamo visto anche l’ennesimo film di Harry Potter: è veramente orrendo. All’inizio non avevo neanche capito che Voldemort fosse lui, credevo che quel tipo senza il naso fosse solo un grande ustionato. Buio, noioso e soporifero. Mi sono addormentata un paio di volte. Quando sono riuscita a stare sveglia ho notato che tutti i protagonisti cresciuti sono diventati proprio brutti. Ron, poveretto, è il peggio. In compenso questo film ha risvolti horror che lo rendono inadatto ai bambini fino ai 10 anni.

Bellissima invece una pellicola che ho visto in DVD Notte folle a Manhattan la storia di una coppia sposata con figli che per movimentare un po’ la loro noiosa routine decide di concedersi una seratina speciale per uscire a cena e poi ne capitano di tutti i colori. E vi giuro c’è molto in cui immedesimarsi e da ridere anche se non si vive nei pressi di Manhattan…

P.S. Siamo “diversamente vacanzieri”, come ha detto una mia amica, e quindi domani partiamo per qualche giorno per festeggiare il compleanno di Sant’.

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