Colf c’est moi


Se sono sopravvissuta ai coriandoli posso cavarmela in qualsiasi situazione. Intendo a quei maledetti pallini di carta colorati che si sono infilati dappertutto in casa mia e sembravano riprodursi in ogni angolo, nonostante le mie ripetute e ostinate aspirapolverate. Ma ho mantenuto i nervi saldi. Sì, perchè dal luglio scorso, dopo anni e anni di collaboratrici domestiche, contributi e permessi di soggiorno e affini, ho deciso che la guerra a sporco e disordine avrei potuto combatterla anche da sola. Dopottutto erano oramai lontani gli anni bui delle bambine piccole: delle pappe sputate, del gattonare e delle piante sradicate. Una grossa conquista: fino a poco tempo fa ero terrorizzata da questa possibilità. Guardavo le ditate sul frigo e le incrostazioni sul piano cottura e pensavo che mai avrei potuto cancellarle veramente bene. Perchè ero rimasta al paleozoico: all’epoca di acqua e spugna. Ora invece ci sono prodottini che basta uno spruzzo e via! Ok, sono un po’ tossici e corrosivi anche per gli umani, la prima volta che ho provato zac! mi è sparito il French sull’unghia in un istante. Ma adesso metto i guanti e anniento lo sporco qua e là con la grazia di Mastro Lindo. Il problema è che non ne ho mai voglia e pospongo le pulizie con nonchalance. C’è sempre qualcosa di meglio da fare. La sindrome di Bree Van Der Kamp la più pignola delle Casalinghe Disperate non mi ha ancora contagiato. Bree una volta mentre faceva sesso con il marito si è fermata e ha pulito perchè lui aveva appoggiato un sandwich sul comodino, ripeno di formaggio che stava incrostando il mobile. Ma tenere in ordine la casa cambia, comunque, i rapporti con i propri familiari: rende tutto più ambiguo. Si comincia a spiare e a prevedere i loro movimenti per evitare che mettano in disordine e sporchino. A volte si sogna di trasformarli in statue come negli incantesimi di Jadis la strega bianca e cattiva delle Cronache di Narnia. Si prova un inspiegabile piacere quando si rimane in casa da sole. Ma ci sono anche soddisfazioni più profonde. Come scoprire di essere la reginetta dello stiro (le camicie di mio marito vanno direttamente al lavasecco). Stirare cose rettangolari o vestiti delle bambine mi rilassa e poi posso ascoltare nell’i-Pod i mei audiolibri in francese, in tutta serenità, ovviamente se non si impiglia l’auricolare nell’asse.

Italians do it better


E’ sempre un po’ squallido parafrasare Madonna, ma questa volta il titolo è perfetto per il tema affrontato. La scorsa settimana scadevano le iscrizioni alle scuole medie e fortunatamente Anita è stata accettata nella scuola che preferivamo. C’era un po’ suspance perchè in quell’istituto arrivano molte richieste e non sempre tutti gli alunni possono essere accontentati. Ma quest’anno a noi è andata bene: siamo dentro. Una mia amica inglese, che conosco da una vita, cioè da quando abitavo a Londra, mi racconta invece che la sua bambina, stessa età di Anita deve anche lei cambiare scuola, ma in Inghilterra la situazione è molto più complessa. A undici anni si entra nella scuola che fa da medie e liceo, dura sette anni e dopo si va al college. E’ ovviamente una scelta importante e responsabile ma dai racconti della mia amica anche piuttosto angosciante. Premetto di non condividere le basi del sistema scolastico inglese: scuole pubbliche e ghettizzanti per i meno abbienti, dove si parla con un accento common o cockney che poi rimane come marchio per tutta la vita e dove le classi sono miste. Scuole private più o meno d’elite e costose dove si parla in modo posh, cioè come la regina o gli attori della Royal Shakespeare Accademy, dove gli istituti sono divisi per sesso. Scuole rigorosamente per maschi o solo per ragazzine. Vivere gli anni dell’adolescenza senza il contatto diretto con i coetanei dell’altro sesso è senz’altro deleterio e antiquato. Per essere ammessi negli istituti da strafighi/e però non basta pagare bisogna anche fare esami di ammissione. Scritti e orali, a undici anni tutto il mese di gennaio è dedicato a queste prove del fuoco. Maia, la figlia della mia amica, ha passato lo scritto della seconda scuola scelta e adesso deve fare l’orale della terza, della prima non ha ancora avuto i risultati ma intanto sta affrontando bene i test della quarta scuola nella sua lista di preferenze. Roba da inorridire. Perchè in fondo l’unica cosa che mi piace delle secondary schools sono le uniformi. Però anche qui non si scherza: anche le mollette per capelli, gli elastici e le strisce sono ammesse solo ed esclusivamente se sono in tinta con i colori ufficiali della scuola. Insomma almeno “alle medie” gli italiani sembra siano meglio.

La maledizione del calendario dell’Avvento


Una delle tante calamità natalizie che mi affliggono riguarda il calendario dell’avvento: quattro anni fa ho regalato alle mie bambine un delizioso calendario dell’Avvento con ventiquattro tasche da riempire. Vale a dire: ogni giorno dovevo mettere dentro due regalini per non deluderle. Essendo fermamente contraria all’abuso di caramelle, cioccolatini e chupa vari (già paghiamo profumatamente l’ortodontista per due apparecchi e vorrei evitare altre cure&carie) ho cominciato a riempire le maledette taschine con piccoli doni perfettamente inutili: gomme per cancellare profumate, trottoline, adesivi, pupazzetti, figurine, mollettine e mille altre stupidate. Il budget doveva essere un euro a regalo ma quasi sempre ho sforato. Sono arrivata a Natale con la casa piena di minuscole inutilità, lasciate in giro ovunque e la sensazione di aver buttato un sacco di soldi. Così mi sono ripromessa di far sparire il calendario. L’anno scorso sono riuscita a dimenticarlo fino a S.Ambrogio, quest’anno l’avevo nascosto bene in fondo a un armadio (non riesco a buttarlo nel cassonetto senza sentirmi in colpa) e poi verso il 10 di dicembre Anita mi ha detto, guardandomi teneramente: “Sai mamma la cosa che mi piace veramente del Natale è il calendario dell’Avvento”. Così mi sono sentita una cacca e ho rispolverato l’acchiapparegali. Con una precisazione. Qualche volta ci sarà un regalo bello e altre una cosa piccolina tipo cioccolatini (sono stati ampiamente rivalutati). Adesso la situazione è anche peggiorata. Alla mattina scrivo in fretta due bigliettini, tipo caccia al tesoro, “troverai il tuo regalo sul tavolo, della cucina, sul divano, ecc…” perchè il regalo bello/utile misura più di un centimetro e mezzo e quindi non sta nella taschina. Poi spero che una della bambine non rubi il biglietto dell’altra per farle uno scherzo. Tengo le dita incrociate perchè il fiocco rosso in un borsellino di Hello Kitty non sia considerato più bello dell’altro con il fiocco rosa e non ci scappi la rissa natalizia. L’Avvento non mi è mai sembrato tanto lungo!
Dal buonismo consumistico a quello più vero e ammirevole: l’altro giorno ho letto la storia di una donna, forte e coraggiosa, che mi ha molto colpito. Si chiama Robin Lim, è americana ma ha sangue tedesco, irlandese, cinese e filippino. E’ una specie di Madre Teresa delle ostetriche, ha sviluppato una sua filosofia della nascita. Ora lavora a Bali dove ha fondato una sua organizzazione http://robinlimsupport.org e aiuta le donne indonesiane a partorire nel modo più naturale possibile. Si è stabilita ad Aceh, località sconvolta dallo tsunami e ha scoperto perchè tantissime donne del luogo morivano di emorragia post-partum. Dipendeva dalla loro alimentazione, mangiavano soprattutto riso geneticamente modificato e privo di valori nutrizionali, che impediva al loro sangue di coagularsi. Robin Lim ha insegnato alle donne, anche alle più povere, come mangiare in gravidanza e ha salvato molte vite.

Nati troppo presto


Sono a metà del guado: ho già vissuto una bella fetta della mia carriera di mamma. Le mie bambine vanno alle elementari e sono piuttosto autonome. Vale a dire: nei pomeriggi che torniamo a casa da scuola, posso anche mettermi un po’ a lavorare al computer e loro vengono solo 5-6 volte in un’ora a chiedermi un foglio, una matita, farmi vedere un disegno, dirmi ho fame, ho sete, lei mi ha dato un pugno… Nonostante tutti gli anni di “mammmitudine” sulle spalle, quando leggo di neonati prematuri, faccio un salto indietro nel tempo e mi commuovo fino alle lacrime. A dire il vero piango anche in tutti i film dove mostrano una nascita, un parto. Mi si sono inumiditi gli occhi anche nel film “Molto incinta”, che era demenziale, divertente non certo toccante. Ora si sta discutendo tra i neonatologi l’opportunità di stipulare un documento nazionale che stabilisca a 23 settimane di gestazione la possibilità di rianimare, intubare e curare un neonato prematuro. Perchè per i piccoli nati prima di questa data sono troppe le difficoltà da superare per aspirare ad avere poi un’infanzia e una vita normale. Curarli rasenterebbe l’accanimento terapeutico. In Olanda esiste una una normativa che prevede “lo spartiacque” per la soppravvivenza a 25 settimane. I neonati nati prima di questa data non si rianimano. E’ una scelta drammatica, delicata e difficilissima. Quand’ero incinta di Anita la mia primogenita, ho rischiato anch’io di farla nascere troppo presto, alla ventinovesima settimana, alla fine del sesto mese. Sono stata una notte in sala travaglio con la flebo della vasosuprina per fermare le contrazioni e scongiurare la nascita. E’ andata bene. Dopo ho passato un mese immobile nel reparto di ostetricia contando i giorni che mancavano alla fatidica trentaquattresima settimana, quando finalmente i polmoni del feto funzionano. Anita è nata alla trentaseiesima settimana, pesava 3 chili e non ci sono
stati problemi. Ma quando vedo quei microbebé i ricordi si fanno fin troppo vividi.

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