Reportage

Ieri sera i genitori arrivavano alla spicciolata e mi lasciavano i pargoli dicendo:
“Ma sei sicura?”
“Ma che brava!”
“Ma che coraggio!”
“A che ora lo ritiro?”
E se ne andavano spensierati.


Io sorridente offrivo ai piccoli ospiti “Acqua morta con vermi ghiacciati”, “Succo di ratto” e “Sangue di pipistrello”.

Il menù mostruoso è stato apprezzato da tutti: nessuno ha potuto resistere ai sandwich malefici o alle zucchette infestate, la torta teschio poi è stato un trionfo.
I problemi sono arrivati quando abbiamo deciso di uscire a fare “dolcetto o scherzetto”: i piccoli indemoniati…… oooops, invitati erano divisi in due gruppi: gli undicenni e quelli di otto anni. Tra loro si odiavano.
Pioveva ed era buio pesto: atmosfera perfetta per una bella bronchite.
Appena fuori sono sgattaiolati urlando i piccoli di qua, i grandi di là. Io con l’ombrello ferma sul ciglio della strada ho rischiato anche una multa per adescamento secondo la recente riforma Carfagna.
Ma non era questo il problema: dopo poco la simmetria di squadra si è guastata. Le case da visitare erano tutte villette basse e quindi il piano era: un gruppo ai numeri dispari e gli altri ai pari. La sottoscritta sul marciapiede. Dopo pochi assalti l’eccitazione era alle stelle.
C’era chi urlava al citofono per farsi aprire: “Sono un terroristaaaaa!” “Sono Saddam Hussein!”
Chi attraversava la strada al buio correndo e urlando, chi cercava di rubare il bottino agli altri, chi brandiva un’ascia della morte in plastica e attaccava briga con un altro gruppo di bambini travestiti e ancora chi si impanava di farina come una “sogliola à la meuniere”.

A me è venuto in mente il libro di Corinne Maier “40 Buone ragioni per non avere figli” e ho pensato di scrivere all’autrice per suggerirle la 41ma.

Ma prima ho affrontato il gruppo dei facinorosi grandi e con aria minacciosa, più cattiva della Gelmini, ho usato quella che oggi si chiama “comunicazione efficace”:
“Se non la smettete di comportarvi così, lo dico alle vostre madri che vi fanno un mazzo tanto!”
Siamo tornati a casa e abbiamo guardato un DVD sgranocchiando i dolciumi. I piccoli, ringalluzziti perchè non erano stati sgridati, hanno rubato gran parte del malloppo dei grandi.

Allouin


Sono una donna che ama il rischio: domani sera organizzo una cena mostruosa a casa mia con una decina di bambini invitati.
L’ultima esperienza risale a circa un anno e mezzo fa, quando ho fatto una festicciola di compleanno per Anita: tutte femmine, pizza e DVD. Pensavo di avere la situazione sotto controllo. Invece c’era una bambina a cui non piaceva il film e come una scheggia impazzita urlava e correva in ogni dove, nel simpatico gioco “proviamo a prenderci”, contagiando anche le altre piccole ospiti.
Per non strangolarle ho dovuto chiudermi in cucina e farmi diversi goccetti, in modo da presentarmi poi alle piccole invitate con stampato in viso quel sorriso liquido e alcolico da brava mamma americana.
Ma domani sera non sarà così, sono ottimista. I ragazzi arriveranno travestiti da mostruosità varie, mangeranno dita di strega, cimitero di panini, biscotti ragno, torta teschio e berranno sangue di pipistrello con vermi ghiacciati. La cuoca è Anita.
Il Sant’uomo non lo sa ancora ma deve intagliare la zucca. per trasfrormarla in Jack O’Lantern.
Poi tutti fuori a fare dolcetto o scherzetto. Nel mio quartiere ci si conosce tutti e quindi dovrebbe essere a prova di rischio. Io comunque seguirò a debita distanza come un piedipiatti clandestino.
Vorrei travestirmi da Sarah Palin ma è troppo tardi per comprare il costume su internet, Gelmini è troppo banale e allora ho deciso per Vladimir Luxuria, con il quale se non mi stiro i capelli ho già, purtroppo, una certa somiglianza naturale.

Uomo barbuto sempre piaciuto



Grazie al Sant’uomo ho conosciuto Richard Stallman, guru dell’information tecnology, ex docente del MIT, fondatore della Free Software Foundation, inventore di parte del sistema operativo Unix, di Gnu e altre cose che ignoro, ma danno il brivido agli informatici.
RMS, come è conosciuto nel giro, è un uomo combattivo, provocatorio e polemico.
Questo mi piace molto, difende la proprietà intellettuale ed è contro, ad esempio, al fatto che il materiale dei blog sia tutto “globalizzato” su Google o su gli altri server.
In un giorno di black-out può disperdersi tutto il materiale nel cyber spazio e addio a pensieri e riflessioni. (In molti casi forse potrebbe essere un bene…)
Comunque per difenderci che fare? Installare un server domestico dove custodire tutto? Per Mr.Stallman, è facile, come per molte mamme blogger fare una crostata, ma per quasi tutti gli altri un tantino impossibile.
Nel sito di RMS, attivista dei diritti umani e paldino delle libertà civili, c’è una bella lista di cose e persone da boicottare, perchè non rispettano i diritti degli altri. Nel mio piccolo sono d’accordo soprattutto sul boicottaggio ai libri di Henry Potter. Joanna K. Rowling è come sempre gelosissima e malmostosa sulla sua opera e sul suo copyright. Nel 2005 aveva scoperto che in Canada in alcuni grandi magazzini “Il Principe Mezzosangue” era stato distribuito in anticipo sui tempi del mega lancio mondiale, per cielo, per terra e per mare del romanzo, e quindi con la sua fortissima squadra legale, aveva fatto in modo che la Corte Suprema della British Columbia emanasse un decreto per cui il romanzo si potesse comprare ma non leggere. Assurdo e pazzesco. E Richard Stallman giustamente si è indiavolato e l’ha messa al bando per sempre.
Ultimamente JKR invece si è arrabbiata con gli indiani perchè a Bollywood è uscito un film intitolato Hari Puttar e anche lì ha scatenato i mastini legali e ha fatto causa. Proprio lei che per scrivere le sue storie ha copiato a piene mani da tutti gli scrittori inglesi che l’hanno preceduta, primo fra tutti Tolkien.

Fortunatamente a casa nostra oramai del maghetto ce ne freghiamo.
C’è solo un particolare che continua a intrigare le ragazze, sopratttutto Emma.
Al primo film ho fatto l’errore di dire: “Una mia amica di Londra era la fidanzata di Hagrid”
Questo ha suscitato più scandalo e paura di qualsiasi Voldermort, dissennatore o basilisco.
“Non è vero! Come ha fatto?” ha chiesto Anita stravolta dallo stupore.
“Come fai a saperlo? Sei sicura?”, ha incalzato Emma.
La mia amica Liz (sì, sì, è più vecchia di me) mi aveva raccontato che quando era giovanissima era uscita con Robbie Coltrane, allora aspirante attore. Erano tempi non sospetti, Hagrid non era ancora nato e neppure Henry Potter. Quando ho visto il nome nei credit del primo film ho svelato il flirt alle bambine. Forse per tirarmela un po’, ingenuamente ignara del tormentone che avrei causato.
“Ma Hagrid-Hagrid? Proprio Hagrid?, insiste Emma. “Ma non le faceva paura?”
“Era già così? Quanto tempo è durato il fidanzamento?” si informa Anita.
“Ma lo baciava?”
“Ahhhh! che schifo!”
“Ma non c’era un altro da scegliere?”
“Ma era più magro?”
“Ma aveva la barba?”
“E i capelli? Com’erano i capelli?”
“Sono usciti solo una sera, va bene?”
“No, mamma adesso deve dirci la verità…devi raccontarci tutto…”
Questo va avanti dal primo film di Henry Potter… di libri ne abbiamo comprati solo due ma a metà del primo ci siamo stufate, perchè si parlava troppo poco di Hagrid.

Ulrike e i pinguini


Ieri ho letto con preoccupazione la storia dei pinguini di Magellano che sarebbero dovuti approdare sulle coste delll’Argentina per nidificare e riprodursi invece, a causa dell’inquinamento che provoca il cambiamento climatico, sono finiti vicino a Rio de Janeiro. Poveri pinguini! Rischiano l’estinzione, se cannano così le loro destinazioni.
Nel mio piccolo ieri ho avuto più o meno la stessa esperienza e ho rischiato anch’io l’estinzione…
Alla mattina mi sono alzata tutta piena di energia, solo una gran tosse, ma niente più sintomi influenzali. Così fra frizzi e lazzi ho svegliato le bambine:
“Sorpresa, sorpresona! Oggi vi porto al Trinity Skate park!”
“Anche se è lontanissimo da casa, lo troveremo!”
Entusiasmo alle stelle:
“Grazie mamma sei troppo buona!”
“Eh lo so, sono supermom. Ma anche voi siete così buone che lo meritate!”
In una melassa di complimenti e carinerie vicendevoli dopo pranzo siamo partite.
Il Trinity Skate park è il paradiso degli skaters a Milano, un luogo mitico per skaters wanna-be come le mie bambine. Questa meta magica ha un solo neo: è lontanissima da casa nostra. Ma ieri mi sentivo piena di voglia di esplorare anche i meandri più reconditi dell’hinterland milanese. Mi ero stampata la mappetta che c’è sul sito del Trinity e via!
Non ho il navigatore gps. Odio i navigatori per una questione molto personale.
Tanti anni fa (diciamo sette) mio marito, che invece adora tutto quello che inizia con “tecno” e finisce per “logia”, aveva una BMW con uno dei primi navigatori con un’insopportabile voce femminile dal forte accento “tetesco” che ho subito detestato e soppranomminato Ulrike.
Odiavo Ulrike perchè per dare le sue stupide indicazioni interrompeva continuamente le mie conversazioni in auto. Mio marito come tutti i maschi è piuttosto “monotasking” quindi se guida è poco propenso alle chiacchiere e se doveva ascoltare qualcuno in macchina preferiva Ulrike a me!
Dopo Ulrike, negli anni, ci sono stati altri navigatori, altre donne, altre voci, altri tom-tom ma il mio astio si è conservato intatto. “Dura e pura” ho sempre evitato di mettere il navigatore nella mia auto. Al massimo mi stampo una google-map.
Sono rigida come quelli che dicono: “non ho il telefonino” o “non uso il computer”.
Ma ieri quella vacca di Ulrike ha avuto la sua rivincita.
Per arrivare al Trinity ci voleva circa un’ora da casa mia. Dopo due, ero ancora lì che svoltavo per circonvallazioni, infilavo sensi unici a capocchia, perdevo il buonumore. Le mappette che mi ero stampate dicevano “se arrivi di lì vai di là …ampio parcheggio”.
Guidare nella zona del Trinity per me era come essere a Torino, Bari, Brasilia, Mexico City. Quasiasi cavolo di città con una bella periferia industriale labirintica. Non avevo la più pallida idea di dove fossimo. In quella parte della città non ci sono mai stata.
A un certo punto, allo stremo delle forze, dell’ottimismo e della pazienza, mi sono trovata quasi in tangenziale e per evitare di entrarvi ho fatto una manovra azzardata, da estinzione delle specie. Allora ho gettato e spugna e ho fatto mea culpa con le bambine.
“La mamma è un’idiota, voi meritereste ben altro…scusatemi! Non riesco a trovare questo cavolo di Trinity!”
Avrebbero potuto infierire, ricattarmi, deridermi. Ma non l’hanno fatto. Sono state clementi.
Anita ha detto: “Mamma calmati, respira!”
Emma: “Possiamo anche tornare a casa, non preoccuparti!”
Allora commossa da tanta comprensione le ho portate allo skate shop (indirizzo noto) e ho regalato loro due minirampe da fingerskate (gli skate da usare con le dita) da costruire. Ho stilato anche un bonus universale: “gita ovunque/qualsiasi giorno/qualsiasi ora anche fuori città ma solo in zona est-nord-est di Milano”.

Orsetti maledetti


Ieri ero molto emozionata dall’idea di sperimentare la spesa al super con il lettore ottico fai-da-te. La settimana scorsa avevo incrociato un’amica all’Esselunga davanti al frigo del latte con in mano questa strana macchinetta. Prendeva la bottiglia di latte, faceva clic con aria da esperta e poi la riponeva soddisfatta in una delle due borse aperte e agganciate al carrello. Strategicamente una sacca per la roba da frigo e l’altra per tutto il resto. La mia amica si muoveva leggiadra e sicura fra le corsie. Davanti alla mia muta ammirazione mi ha spiegato che a fine spesa si passa davanti alla cassiera, si consegna l’aggeggio, si paga e via!
Spesa in tempo record. Non bisogna neppure tirar fuori tutti gli acquisti e risistemarli poi nei sacchetti. Il telepass del super. Niente coda, anche perchè ci sono tra casse abilitate ai clienti con il lettore ottico. Niente perdite di tempo. Io donna del web 2.0, non potevo non copiarla.
Quindi ieri registro la mia tessera Fidaty per questo strabiliante servizio, prendo un lettore ottico, borse tattiche e parto carica di ottimismo.
Comincio con l’uva sfusa: clicco sul codice a barre ma il mio lettore sembra morto. Schiaccio tutti i pulsanti per sentire un clic, niente. Cerco di non scoraggiarmi e faccio comunque il pieno di frutta: il mio lettore continua a non obbedire. Inizio a sentire un po’ di ansia.
Davanti al frigo del latte fortunatamente si fanno sempre incontri fulminanti. Questa volta c’è un signore con il badge Esselunga e la camicia. A quelli con il badge Esselunga e il grembiule avevo già chiesto aiuto ma era stato inutile. Questo signore invece, con fare autorevole, mi spiega che il lettore ottico va tenuto a una certa distanza dal codice a barre, che non si pigiano tutti i tasti a caso, ecc. Finalmente riesco e sono indipendente, Clic qui e clic là, ho quasi finito la spesa quando mi ricordo la missione più importante della mia spesa. Gli orsetti!
Sono delegata di classe e la maestra di matematica ha chiesto di avere 30 orsetti di gomma a bambino per 35 alunni. Deve usarli per fare le divisioni. La rappresentante dell’altra classe mi aveva comunicato che all’Esselunga c’erano le buste con gli orsetti, lei ne aveva prese 37 io dovevo acquistarne 38. Peccato, non vedo nessun orsetto tra gli scaffali.
Chiedo e mi dicono di guardare fra le buste di caramelle vicino alle casse. Arraffo 7 pacchetti di orsetti, ricoperti di zucchero pensando con un po’ di preoccupazione ai denti di mia figlia, vado alla cassa e domando dove posso trovare altri orsetti. E’ la cassa vip per i clienti con il lettore ottico, non c’è nessuno. La cassiera mi indica il covo degli orsetti, aggiungendo gentilmente che posso lasciare lì il carrello.
Forse pensa che io debba prendere ancora una sola busta di orsetti. In fondo alla corsia 4, agguanto i pacchetti di orsetti e cerco di tornare velocemente alla cassa.
Abbracciare 30 sacchettini scivolosi non è facile. Anzi è quasi impossibile. Mi cadono tutti per terra, li prendo e mi riscivolano. Non riesco a tenerli. Sono inginocchiata per terra in mezzo alla corsia, vittima dell’ammutinamento degli orsetti. Scivolano dal mio abbraccio e ricadono per terra. Passa una signora e ride.
Per giustificarmi le urlo: “Sono delegata di classe…”
Lei va via pensando che sia pazza. Decido di infilare una decina di sacchetti di orsetti nella mia borsa, anche se rischio di essere accusata di taccheggio. Passa una cassiera e mi guarda sospettosa. “Li devo comprare per la maestra di matematica…”, mi giustifico.
Ma lei non ride neppure. Finalmente riesco ad alzarmi con tutti i pacchetti tra le braccia e la borsa aperta dove spuntano gli altri.
Arrivo alla cassa dove c’è il mio carrello bloccato davanti a 5 clienti vip muniti di lettore ottico. Sono inviperiti perchè stanno perdendo tempo. Un signore cattivo con gli occhiali dice:
“Era ora…”
Rovescio gli orsetti che ho fra le braccia sul piano della cassa e tiro fuori il più velocemente possibile gli altri sacchettini dalla borsa.
“Scusatemi sono delegata di classe… gli orsetti per le divisioni… li ha chiesti la maestra…devono essere 38…mi può dire se ci sono tutti?”
La cassiera si riprende il lettore ottico e risponde gelida: “Guardi nello scontrino”

Il principe e la pedana

E’ tempo di outing. Ieri ho confessato che mi piace la musica di Carla Bruni, ora un’altra ammissione clamorosa senza vergogna: sono una fan del Principe Carlo. Ho sempre preferito lui a quella pallosa/lamentosa Principessa Diana. Oggi paginone centrale di La Repubblica che riprende la celebrazione che fa il trimestrale dell’Economist per fargli gli auguri al suo prossimo sessantesimo compleanno. Povero Prince Charles, all’età della pensione, non ha ancora incominciato il suo vero lavoro: fare il re. Queen Elisabeth sta benissimo e lui aspetta. Mi piace Carlo perchè è ecologista, ok va a caccia alla volpe, ma lo perdono. Deve farlo per obbligo di famiglia. Poi magari lui sta nelle retrovie. Oggi, leggendo, ho saputo che da ragazzino quando era alla boarding school, in collegio come tutti i rampolli bene, ogni notte lo menavano perchè era principe. Vittima del bullismo…già anticipava le tendenze. Ma lo benedico soprattutto per i suoi biscotti Duchy Originals, fiore all’occhiello della sua produzione di prodotti biologici, tutti frutto della omonima azienda agricola. Certo è stato criticato perchè tutti i suoi prodotti costano il triplo degli altri… Adesso i biscotti si trovano anche in Italia e proprio ieri me ne sono sparata un mezzo pacchetto a merenda. Fortunatamente posso condividere questa passione con Anita e glieli propongo, con un certa enfasi:
“Vuoi un biscotto del principe Carlo?”
All’inizio lei smorzava il mio aristocratico entusiasmo:”Di chi?”
Le ho mostrato la foto. Ha commentato: “Ma che brutto!” però sgranocchia i biscotti contenta.

Ieri sera ho provato Wii-fit, la pedana della console Nintendo che si trasforma in un personal trainer virtuale, regalo per il mio compleanno di figlie e marito. Erano già un paio di giorni che me l’avevano portata a casa, ma a fine giornata ero sempre così stanca che non riuscivo neppure a pensare di fronteggiare un po’ di movimento.
Anita, che ha avuto la Wii base da Babbo Natale e si diverte un sacco a giocare a tennis, fa baseball, pugilato e golf, però moriva dalla voglia di aprire e testare il mio regalo.
Così dopocena, in un impeto di amore materno, sono salita sul malefico Nintendo arnese.
Da tempo immemorabile mi ammazzo fra nuoto, yoga e palestra, perciò mi sentivo molto reginetta del fitness, scafatissima nei confronti di wii-fit. E invece…
Salgo aulla pedana, confesso senza barare data di nascita e altezza. Poi devo cercare il mio baricentro e iniziano i problemi. Gli esercizi sul baricentro non li azzecco e la pedana dà il verdetto: dimostro 70 anni nella sua scala fitness e come se non bastasse mi dice che peso un chilo e mezzo in più della mattina. Mi ha pesato a tradimento!
Non avrei dovuto montare su quel pezzo di plastica!
Io che salgo sulla bilancia solo con il giusto allineamento di pianeti, alla mattina a digiuno!
Anita ha visto che la mia espressione killer e ha cercato di consolarmi dicendo:
“Non ti preoccupare nel golf, a me ha dato 29 anni!”
Sempre meglio di 70, penso invidiosa, ma cerco di controllarmi per dare il buon esempio. Ed evitare che Anita diventi anoressica perchè ha mamma paranoica del peso. Proseguo a denti stretti il dialogo virtuale con l’orrida pedana. Devo scegliere il tipo di allenamento e gli obiettivi da raggiungere. Sfido wii-fit: yoga e 3 chili in meno in una settimana. Ovviamente mission impossible. Pedanone mi fa la predica e dice che perdere peso troppo in fretta fa recuperare tutto in un attimo. Allora scendo, schifata, senza “salvare” la mia scheda; mica ho bisogno di registrare che mi ha detto che sono vecchia e cicciona! Anita è contenta perchè adesso tocca lei provare a fare jogging sul posto.

Sole, mare e tabelline

Ieri su La Repubblica un doppio paginone su uno dei temi più caldi dell’estate delle famiglie: i troppi compiti delle vacanze che si abbattono sulle spallucce dei nostri bambini. Ci sono i genitori che si ribellano alla mole di lavoro assegnata ai loro figli e maledicono gli insegnanti e altri che invece pensano che sia giusto sgobbare su libri e quaderni anche in estate.
In me convivono con schizzofrenia entrambi gli schieramenti: due figlie e due attegiamenti opposti. Anita a settembre andrà alle medie e quindi in teoria non ha compiti, mi ha però chiesto di acquistare un libro “di raccordo” e se lo gestisce in autonomia. Ha avuto insegnanti che hanno sempre dato pochi compiti e li ha sempre fatti senza il mio intervento. Emma, al contrario ha insegnanti piuttosto sadiche su questo tema e un’indole opposta alla sua diligente sorella maggiore. Va bene a scuola ma tira a svicolare di brutto. Più che di un supervisor ha bisogno di un agente di Guantanamo che la minacci e ricatti senza pietà, per inchiodarla ai suoi doveri scolastici. Proprio in questi giorni, sotto fucili puntati, sta tentando di scalare la montagna di problemi matematici (39) che ha lasciato a germogliare nel suo zaino fino a 3 giorni fa. Poi l’aspettano le 90 operazioni in colonna, le comprensioni di testo, mezzo libro di inglese, il manuale di grammatica da completare e le schede di storia e geografia da colorare. E le tabelline chi se le ricorda più? Il 23 partiremo per il mare e la prima settimana di settembre c’è da frequentare un camp al maneggio. Quindi siamo seriamente nei guai.
Adesso vado a colorare due schede, ma devo stare attenta a non calcare troppo con il pastello “altrimenti è troppo da mamma e le maestre se ne accorgono”.

Un Mammut pericoloso



Dopo il fiasco della festa di compleanno di Anita in cui abbiamo programmato una gita a Gardaland, quando il parco era ancora chiuso, ieri c’è stato il dovuto
follow-up.
Siamo tornati nel paradiso del divertimento per mantenere la promessa fatta. Tempo buono, poche file, entusiasmo alle stelle.
Prima avventura Fuga da Atlantide: barcone che navigava in mezzo alla mitica città sommersa (si fa per dire) qualche spruzzo e molte grida quando siamo scesi in picchiata dalle rapide in mezzo rovine di sapore vagamente Maia. Seconda tappa: il Mammut, nuova attrazione di questa stagione. Del gigantesco mammifero c’erano solo le zanne, siamo saliti su un trenino in stile montagne russe che non faceva presagire niente di troppo adrenalinico. E invece….siamo schizzati come razzi e abbiamo cominciato a frullare in stile centrifuga a 2000 giri. Ho chiuso gli occchi e forse non ho neanche urlato, volevo solo morire. Salite e discese del maledetto trenino erano ampliate da scatti del motore che non lasciavano tregua. Le mie figlie si divertivano come matte: urlavano e ridevano. Mio marito sopportava stoicamente, io sono scesa quasi estinta. Proprio come il Mammut, che dà il nome a questa attrazione ma veramente non compare. Appena ho rimesso piede sulla terraferma mi sono accasciata su una panchina semi-morta. Lo stomaco era nelle orecchie e stavo malissimo. Gli altri componenti della mia famiglia mi guardavano affranti: cercavo invano di reprimere i rantoli per non rovinare la giornata di festa.
Nell’agonia mi è venuto in mente un brandello del mio passato. Tanti, tanti anni fa ero una specie di Erode. Non sopportavo i bambini e giuravo di non volere figli. Uno degli aspetti che più diprezzavo di più dell’essere genitori erano proprio le gita ai parchi divertimenti che consideravo una maledizione obbligatoria una volta figliato. Poi il mio orologio biologico ha cominciato a cliccare e ho cambiato opinione sui bambini e sull’idea di riprodurmi. A quel punto ho tentato per un anno di rimanere incinta senza successo, tanto che un giorno, oramai alla frutta, mi sono detta, (anzi ho detto a un non ben identificato essere superiore): “Ok, se riesco ad avere un bambino giuro che andrò anche a Gardaland!”. E sono rimasta incinta. Ma per ben undici anni Gardaland l’ho sfangata (e anche Eurodisney). Quindi forse l’esperienza semi-letale sul Mammut roller-coster è stata come pagare gli interessi per una promessa mantenuta troppo in ritardo….

Sabato invace ho avuto un’esperienza molto più divertente: sono andata dall’estetista e discusso di creme miracolose, inventate cioè per uno scopo e scoperte come taumaturgiche in altri campi. Dalla Strictvectin anti smagliature riciclata alla grande come portentoso antirughe a una preparazione antiemorroidi che pare sia fantastica per far sparire le borse sotto gli occhi. Sembra che la usino soprattutto le donne dello spettacolo. Non stupisce, per avere successo in certi settori la faccia come il… è essenziale.

La mamma gemella e il bucato fotovoltaico


Ieri ho avuto un incubo e mi sono sognata di essere rincorsa da giganteschi gatti di polvere. Sono un po’ indietro con le pulizie domestiche, anche con il lavoro e con tutte le altre cose che vorrei fare. Avrei bisogno di una giornata di 57 ore. Forse per questo ieri mattina, a colazione, mi sono messa a urlare come una pazza per un futile motivo. Poi ovviamente mi sono vergognata con le bambine e per scusarmi ho raccontato che non ero io l’isterica che sbraitava, ma la mamma gemella. E loro hanno capito. La mamma-gemella infatti è stata negli anni passati la mia amica immaginaria, il capro espiatorio, quella che sgridava, perdeva la pazienza e si arrabbiava quando combinavano qualcosa di storto. Era il periodo in cui Emma citava Lavenga (non so da dove venisse il nome) come la colpevole di tutte le sue marachelle. “E’ stata Lavenga” mi diceva quando rovesciava il latte o rompeva qualcosa. Ogni tanto si guardava nello specchio dell’atrio davanti all’ascensore e diceva: “Oh no! Arriva Lavenga! Speriamo stia buona”. Così con Lavenga era giunta da noi anche la mamma-gemella: il mio dark-side, quella stressata. Di solito la mamma-gemella si palesava alla sera. Invece ieri mattina era già lì all’ora di colazione…se n’è andata solo quando ho letto un articolo veramente illuminante su uno studio che stanno conducendo alla Monash University dello Stato di Victoria in Australia. Questi ricercatori hanno trovato il modo di inserire nei tessuti dei nano cristalli al biossido di titanio nelle fibre naturali come la canapa, il cotone, la seta e la lana. Queste microparticelle permettono di evitare di fare il bucato: reagiscono in presenza dei raggi ultravioletti del sole e decompongono il materiale organico che forma le macchie. Due ore di esposizione pe le macchie di caffè e ben venti per quelle più ostinate come il vino rosso. E si continua a studiare perchè le particelle non sarebbero solo in grado di distruggere le macchie ma anche germi e batteri spezzandone la membrana cellulare. Allora in un prossimo futuro penso che dirò addio al fido prodottino Bio-smacchia, smetterò di caricare la lavatrice e adorerò il dio Sole.

Un sogno irrealizzabile

I have a dream. Una cosa molto modesta confrontata con quello di Martin Luther King, che comunque rimane per me a livello di sogno e sembra avere pochissime possibilità di avverararsi. La mia ambizione sarebbe quella di non uscire sempre carica come un mulo e poter ostentare borse piccole, carine e inutili. Lo so che adesso vanno di moda super-bag capienti, piene di borchie, cinturini, frange, tasche che costano un occhio della testa e in teoria potrebbero aiutarmi a trasportare la casa. Ma non me ne frega nulla: voglio una borsa piccola dove non ci stia nulla. Tutto è iniziato quando ero incinta di Anita ed è stata lanciata la borsa Baguette di Fendi non è che mi piacesse molto (troppo rigida e a volte anche in colori irritanti) ma era piccola e quindi impossibile e super-desiderabile per una neomamma. Un oggetto proibito e tanto agognato. Ho capito presto che per me non c’era più scampo: le borse dovevano essere enormi, per contenere pannoloni, salviette umidificate, cambio, biberon ecc. Mi sono subito rifiutata di usare quelle tristi borse in stoffa en-pendant con la carrozzina (si vedono mamme provate che le usano anche quando il pargolo ha già tre anni, perchè sono troppo stanche anche solo per pensare a un’alternativa) e ho optato per uno zainetto. Scelta incauta perchè lo zainetto non era abbastanza capiente e quindi veniva abbinato a un’anonima borsa di plastica, di solito nascosta sotto la carozzina o il passeggino. Poi il tempo è passato ed è arrivato il pericolosissimo momento della banana: frutto all’apparenza innocuo e comodo da portare con sè per la merenda, nutriente e ricca di potassio, ma molto infido. Infatti mettevo una banana gialla e soda in borsa ma dopo poco più di un’ora ritrovavo un vegetale marrone e spiaccicato sul fondo. Poi c’erano i biberon d’acqua che si stappavano e allagavano e altri simili incidenti. Poi è nata Emma e tutto è ricominciato da capo, anzi è raddoppiato e peggiorato, perchè oltre al survival kit da bebé dovevo trasportare con me l’essenziale per l’intrattenimento di Anita (libri, pennarelli, pupazzetti, crackers e affini), che non era per niente contenta di dividere mamma e borsa con un piccolo alieno urlante. A volte guardo le foto delle mamme vip, in posa con figli e borse firmate e costosissime mi chiedo se dietro al sorriso stereotipato di Gwyneth Paltrow si nasconda la preoccupazione di trovare la banana adesiva e appiccicosa sul fondo della sua preziossima Balenciaga. Potrebbe anche essere probabile perchè lei è molto green e macrobiotica e darà senz’altro ai figli merende di frutta. Ma non credo che rischi: penso che le provviste per i cuccioli le trasporti la tata rimasta fuori foto. Adesso le bambine sono grandi e in teoria il mio sogno potrebbe trasformarsi in realtà, ma penso sia il karma di ogni madre quello di avere sempre una marea di cose da trasportare. La bottiglietta d’acqua perchè Emma ha sempre sete e non possiamo sempre fermarci in ogni bar, magari uno snack perchè non si sa mai, un libro perchè Anita legge sempre, un po’ di Geomag perchè Emma lo lascia sempre ovunque. E poi elastici, mollettine, disegni, kleenex usati, cioccolata scartata e spray contro il mal di gola. Devo ammettere di aver acquistato recentemente un paio di borse piccole, molto graziose, che pensavo di usare quando esco da sola. Non è mai successo: soldi buttati. Perchè anche le più incaute sanno che cambiare borsa è una delle attività più pericolose del mondo femminile. Metà delle cose essenziali spariscono misteriosamente. Meglio non sfidare la sorte… mi tengo il sogno sospeso ancora per un po’.

Grandi amori da piccoli


Alla materna un bambino piange perchè nella fila per andare in bagno non è vicino alla sua fidanzatina. Lei lo consola dicendogli: “Non fare così, quando saremo sposati staremo sempre insieme”. Poi quando la maestra, che ha ascoltato tutto, le chiede se fanno sul serio, la bambina risponde che no, in fondo, sono solo amici. Forse è vero, non è che a tre anni e mezzo si è così cinici per fingere una relazione che non esiste. Siamo noi adulti che imponiamo ai bambini schemi mentali e definizioni. Noi che definiamo fidanzatini due bambini di sesso diverso che provano simpatia e giocano insieme, questo è quello che sostiene la psicologa Paola Scalari. Ma se tra i più piccoli siamo noi a invadere la sfera del privato con le nostre proiezioni fra i più grandi, quelli di 10-11 anni, già emozioni e sentimenti per il sesso opposto si manifestano autonomamente. S. Valentino ha lasciato sul campo morti feriti: pupazzetti regalati a innamorati troppo freddi, appuntamenti al parco giochi che si trasformano in crudeli bidoni, sorelle burlone che scrivono messaggi d’amore ai fratelli maggiori solo per ridere alla loro spalle. Poi ci sono anche le compagne di scuola che raccontano bugie e fanno strategie che non hanno nulla da invidiare ai personaggi de Le relazioni pericolose , per i ragazzini S.Valentino è un’occasione di palesare il loro amore, il giorno in cui è permesso fare outing. Sono coraggiosi ma se il messaggio non viene accolto come sperato, rimangono male e rischiano di cominciare a congelare le loro emozioni. E magari iniziare a navigare in rete, digitando nei motori di ricerca parole di vegetali come “patate” e “piselli”, sperando di trovare qualche imamgine forte. La versione hard 2.0 dei nostri tempi quando si sghignazzava nel cercare le parolacce nel dizionario.

Lavandaia e corista

Non so come riesco sempre a farmi coinvolgere in attività scuola-genitori anche se nel mio petto batte un cuore da eremita. Nella classe di Anita, quinta elementare, le maestre stanno organizzando una recita in dialetto milanese. Nel programma di geografia si studiano le regioni e poi c’è anche un concorso scolastico della provincia di Milano che riguarda i Martinitt, a cui partecipa l’intero istituto scolastico. Gli alunni fanno questa rappresentazione in stile Vecchia Milano, e c’era bisogno di cinque mamme travestite da lavandaie/coriste che cantassero, con i bambini, La bella lava al fosso. Cantare per me è una cosa contronatura, perchè sono proprio negata ma… le maestre hanno tanto insistito. Poi non sono brava a evitare di farmi accalappiare e le altre madri, più scaltre, si sono date alla macchia più velocemente di me. Così oggi sono stata convocata al casting delle povere lavandaie. Già posso vantare nel mio curriculum di mamma un’esperienza da performer nel primo anno della materna di Anita (a quell’età si è molto più disposti a rendersi ridicoli per amore dei propri pargoli), quando nella recita di Natale dei genitori avevo interpretato la parte dell’orsetto Bertie, patetico protagonista di una pantomina natalizia. Indossavo un costume di peluche beige veramente assurdo. Ma Anita aveva tre anni ed era orgogliosa di me. Quella volta anch’io avevo fatto come dichiara oggi Isabella Ferrari ai giornalisti. Per trovare il coraggio di interpretare la scena di sesso con Nanni Moretti in “Caos calmo” lei si è scolata una vodka, io per l’orsetto Bertie, un irish coffee. (Lo spettacolo era previsto per le tre del pomeriggio e mi sembrava più adatto). Sempre alla materna,il Natale successivo, sono stata anche nel cast di Rudolph dal naso rosso ma avevo una parte secondaria ed era molto meno imbarazzante.
Oggi sono arrivata a scuola abbastanza tranquilla: speravo che le maestre si accorgessero della mia incapacità canora e mi cacciassero dal coro. Invece alla prova delle mamme coriste eravamo solo in due (le altre candidate avevano ovviamente da fare) e quindi sfortunatamente sono stata arruolata senza ripensamenti. Spero di cantare in playback come le Spice ma non mi posso illudere: so che sarà ugualmente tremendo.

Mattine pericolose


Stamattina a casa mia si respirava un’atmosfera idilliaca: ci siamo scambiati bigliettini e cioccolatini a forma di cuore e giurati, tutti e quattro incrociati, amore eterno. Con la scusa di S.Valentino sono riuscita buttar giù dal letto le bambine con molto anticipo e a passare quei momenti pericolosi, meglio conosciuti come il meridano di Cogne (quella mezz’ora dalle otto alle otto e trenta in cui i nervi di ogni mamma sono particolarmente tesi) in grande armonia. Gli altri giorni è diverso: ci sono istanti in cui la tensione cresce e rende incadescenti anche le più tenere relazioni umane. Riuscire a prepararsi per andare a scuola in tempo utile e con il sorriso sulle labbra è un obiettivo ambizioso. Di solito il momento peggiore è quello della toeletta: Emma ha i capelli lunghi e ricci, genere Raperonzolo e pettinarla è sempre un incubo. Devo farle le trecce perchè a scuola ci sono i pidocchi, oramai stanziali come in ogni scuola che si rispetti, e per rendere il processo meno traumatico canto, anzi cantiamo: “Arriva un pescatore con l’amo e con le reti…” una vecchia canzone amata da Emma all’asilo che ormai è diventata una specie di sigla horror, perchè i nodi sono sempre tanti…Poi appena ho finito di pettinare/confortare Emma che nonostante il mio canto urla (o forse proprio per quello) arriva Anita che è in pre-adolescenza. Questo significa che perde ore a pettinarsi ed è particolarmente seccata della nostra co-presenza in bagno. Prende mollette, sbatte sportelli, cambia spazzola e sbuffa insulti alla sorella. E sottovoce anche a me, ma faccio finta di nulla. Quando finalmente anche i capelli di Anita, anche lei piuttosto “raperonzola”, sono domati, si esce. E’ sempre tardissimo e la nostra scuola è a cinque minuti d’auto da casa. Per arrivarci bisogna superare l’incrocio della morte, dove per effettuare una svolta sinistra si impiegano anche dieci minuti, perchè naturalmente anche tutti gli altri genitori schiumano odio e stress e non lasciano mai passare. Le mie figlie tacciono fino a questo incrocio e proprio nel momento in cui impreco contro gli altri automobilisti egoisti, le bambine tentano di istauraurare un’amabile conversazione su argomenti come i furetti da compagnia o le figurine di Dragon Ball. A questo punto si arricchiscono perchè in casa nostra vige la regola che per ogni parolaccia si sganciano 50 centesimi. E io non riesco proprio a trattenere il turpiloquio.

Colf c’est moi


Se sono sopravvissuta ai coriandoli posso cavarmela in qualsiasi situazione. Intendo a quei maledetti pallini di carta colorati che si sono infilati dappertutto in casa mia e sembravano riprodursi in ogni angolo, nonostante le mie ripetute e ostinate aspirapolverate. Ma ho mantenuto i nervi saldi. Sì, perchè dal luglio scorso, dopo anni e anni di collaboratrici domestiche, contributi e permessi di soggiorno e affini, ho deciso che la guerra a sporco e disordine avrei potuto combatterla anche da sola. Dopottutto erano oramai lontani gli anni bui delle bambine piccole: delle pappe sputate, del gattonare e delle piante sradicate. Una grossa conquista: fino a poco tempo fa ero terrorizzata da questa possibilità. Guardavo le ditate sul frigo e le incrostazioni sul piano cottura e pensavo che mai avrei potuto cancellarle veramente bene. Perchè ero rimasta al paleozoico: all’epoca di acqua e spugna. Ora invece ci sono prodottini che basta uno spruzzo e via! Ok, sono un po’ tossici e corrosivi anche per gli umani, la prima volta che ho provato zac! mi è sparito il French sull’unghia in un istante. Ma adesso metto i guanti e anniento lo sporco qua e là con la grazia di Mastro Lindo. Il problema è che non ne ho mai voglia e pospongo le pulizie con nonchalance. C’è sempre qualcosa di meglio da fare. La sindrome di Bree Van Der Kamp la più pignola delle Casalinghe Disperate non mi ha ancora contagiato. Bree una volta mentre faceva sesso con il marito si è fermata e ha pulito perchè lui aveva appoggiato un sandwich sul comodino, ripeno di formaggio che stava incrostando il mobile. Ma tenere in ordine la casa cambia, comunque, i rapporti con i propri familiari: rende tutto più ambiguo. Si comincia a spiare e a prevedere i loro movimenti per evitare che mettano in disordine e sporchino. A volte si sogna di trasformarli in statue come negli incantesimi di Jadis la strega bianca e cattiva delle Cronache di Narnia. Si prova un inspiegabile piacere quando si rimane in casa da sole. Ma ci sono anche soddisfazioni più profonde. Come scoprire di essere la reginetta dello stiro (le camicie di mio marito vanno direttamente al lavasecco). Stirare cose rettangolari o vestiti delle bambine mi rilassa e poi posso ascoltare nell’i-Pod i mei audiolibri in francese, in tutta serenità, ovviamente se non si impiglia l’auricolare nell’asse.

Italians do it better


E’ sempre un po’ squallido parafrasare Madonna, ma questa volta il titolo è perfetto per il tema affrontato. La scorsa settimana scadevano le iscrizioni alle scuole medie e fortunatamente Anita è stata accettata nella scuola che preferivamo. C’era un po’ suspance perchè in quell’istituto arrivano molte richieste e non sempre tutti gli alunni possono essere accontentati. Ma quest’anno a noi è andata bene: siamo dentro. Una mia amica inglese, che conosco da una vita, cioè da quando abitavo a Londra, mi racconta invece che la sua bambina, stessa età di Anita deve anche lei cambiare scuola, ma in Inghilterra la situazione è molto più complessa. A undici anni si entra nella scuola che fa da medie e liceo, dura sette anni e dopo si va al college. E’ ovviamente una scelta importante e responsabile ma dai racconti della mia amica anche piuttosto angosciante. Premetto di non condividere le basi del sistema scolastico inglese: scuole pubbliche e ghettizzanti per i meno abbienti, dove si parla con un accento common o cockney che poi rimane come marchio per tutta la vita e dove le classi sono miste. Scuole private più o meno d’elite e costose dove si parla in modo posh, cioè come la regina o gli attori della Royal Shakespeare Accademy, dove gli istituti sono divisi per sesso. Scuole rigorosamente per maschi o solo per ragazzine. Vivere gli anni dell’adolescenza senza il contatto diretto con i coetanei dell’altro sesso è senz’altro deleterio e antiquato. Per essere ammessi negli istituti da strafighi/e però non basta pagare bisogna anche fare esami di ammissione. Scritti e orali, a undici anni tutto il mese di gennaio è dedicato a queste prove del fuoco. Maia, la figlia della mia amica, ha passato lo scritto della seconda scuola scelta e adesso deve fare l’orale della terza, della prima non ha ancora avuto i risultati ma intanto sta affrontando bene i test della quarta scuola nella sua lista di preferenze. Roba da inorridire. Perchè in fondo l’unica cosa che mi piace delle secondary schools sono le uniformi. Però anche qui non si scherza: anche le mollette per capelli, gli elastici e le strisce sono ammesse solo ed esclusivamente se sono in tinta con i colori ufficiali della scuola. Insomma almeno “alle medie” gli italiani sembra siano meglio.

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