Lady WC

Mentre tutti gli altri milanesi hanno fatto il ponte noi siamo rimasti qui ed è andata così:
Sabato: centro commerciale per un po’ di shopping. Mi sentivo veramente in forma, come non capita spesso: capelli a posto, truccata, vestitino di lana nuovo, tacchi. Un’extramamma proprio caruccia. E invece…
A un certo punto, verso fine pomeriggio, le mie figlie dovevano andare in bagno. Le ho accompagnate: entravano in due bagni diversi, mi sono piazzata fra le due porte e ho detto: “Non chiudete, sto qui io a dire che è occupato”
In quel momento è arrivata anche un’altra giovane signora che mi ha detto:
“Già che è lì può farlo anche per me?”
Non me la sono sentita di fare l’offesa e ho detto un laconico: “Ok”
Nel frattempo è entrata un altra donna, ha visto me, ha guardato le porte chiuse e ligia al dovere le ho detto:
“Sono tutti occupati”
La giovane signora è uscita e mi ha annunciato: “Che schifo era tutto sporco!”
La seconda donna è entrata ma è uscita quasi subito, dicendomi arrabbiata:
“Non c’è la carta!”
A questo punto anche le mie figlie sono uscite e finalmente la mia avventura da LadyWC è finita prima che mi arrivassero altre lamentele o richieste.
Essere scambiati per qualcun altro è una cosa che succede, ecco qualche esempio dal passato:

Una volta nel giardino lussureggiante e tropicale di un albergo di Mauritius a Sant’ una signora (italiana credo) gli ha chiesto se poteva portarle velocemente le valigie nel bungalow.

Tantissimi anni fa quando ero appena arrivata a Milano, vivevo in un monolocale di un palazzo, dove nel siminterrato c’era “Shanghai sauna e massaggi”, che altro non era che un italianissimo bordello. Il gestore/pappone era un signore che spesso stava davanti alla porta ad aspettare le aspiranti massagiatrici. Si chiamava Antonio (un giorno infatti ne era arrivata una mentre passavo e lui si era presentato).
Un pomeriggio, mentre andavo a buttare il pattume, il locale dell’immondizia confinava con il lupanare, ho incrociato un socio in affari del gestore che mi ha apostrofato dicendomi: “C’è Antonio?”
Non me la sono sentita di rispondergli, scandalizzata, che non facevo massaggi perchè non aveva una bella faccia e mi faceva anche un po’ paura. Così con una vocetta da geisha ho detto un timido: “Non lo so!”

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Domenica: Sant’ ed io siamo andati al cinema a veder A serious man, l’ultimo divertentissimo film dei fratelli Coen, era la seconda proiezione e nella sala gremita c’erano anche due genitori con la carozzina e una bebeina di 5 mesi. Che ogni tanto faceva ghe-ghe . Ma si può?
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Lunedì: la mostra di Edward Hopper a Palazzo Reale. E’ uno dei miei pittori preferiti, quindi ero molto felice di andare a vederla. Doveva esserci anche un’attività didattica che si è rivelata poco eccitante, la cosa più divertente è stata la possibilità di fotografarsi in uno dei suoi quadri, il celebre The Morning Sun.
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acc…abbiamo sbagliato l’inclinazione della schiena!

Involuzione?

Dopo una serie di post un po’ scemi, stamattina mi applico: dedico questa riflessione a Silvietta.

Una delle sfide più importanti nell’educare delle figlie femmine è far loro capire cosa significa essere delle ragazze nella società odierna. Insegnare loro il valore e il rispetto della loro condizione femminile e per farlo è necessario naturalmente fare dei passi indietro, raccontare come fossero le cose un po’ di tempo fa. Quali conquiste sono state fatte e come vedere la situazione in prospettiva.
Fino a poco tempo fa, facevo la rassegna stampa di tutti gli articoli sugli animali che trovavo sui giornali e li passavo ad Anita. Adesso ritaglio quelli che raccontano di donne toste.
Come ho già scritto, in questo periodo stiamo traghettando dai film per bambini alle commedie.
Una settimana fa siamo andate a vedere la nuova versione di Fame, che è piaciuta molto. Allora la mia amica Lisa, anche lei madre di due ragazzine, mi ha passato due dvd da guardare insieme: la prima versione di Fame e Grease.
Sul primo Fame, girato nell’81, Anita ha commentato che i protagonisti sembravano “un po’ sporchi, trasandati e pelosi”. Le ho spiegato che era lo spirito dei tempi.
Negli anni’ 70 c’era stata una grande rivoluzione di costume. Volutamente anche nei film si proponevano immagini più anticonformiste, naturali e di rottura, rispetto a quelle un po’ finte e patinate delle commedie degli anni’ 50 e ’60. Poi ho raccontato delle conquiste fenminili, dei contraccettivi, della libertà di costume, del divorzio, dell’aborto.
L’altra sera abbiamo guardato Grease, nella scena iniziale c’è il mitico duetto Summer Nights, fra Sandy e Danny. Nei contenuti speciali c’era anche la versione karaoke e allora ci siamo anche lette bene i testi: lei è romantica, confidandosi con le sue amiche, lui sbruffone, racconta a suoi compari di un’avventura ben più erotica della realtà.
Qui è partito un altro “spiegone”: ho rivelato a mia figlia un evergreen del rapporto uomo-donna. Le ragazze, di solito, si confidano con le amiche e raccontano episodi intimi, la verità. I maschi, quando parlano fra loro, fanno come i pescatori: esagerano. Poi di solito, non parlano di emozioni.
Perchè non è da uomini. Grease è degli anni’50, però i nuovi maschi in questi comportamenti sono uguali a quelli del film con la banana impomatata.
Colpa della società? Colpa delle loro mamme, dei loro papà? Del loro Premier?
Non mi resta altro che citare la bella intervista di Panz, in cui sostiene che ora c’è un’involuzione di costume. Non è per niente bello.

Questo secondo video lo utilizzerò quando dovrò invece spiegare “certe cose” a Emma!

I no che servono a crescere

Anche stamattina su France 2 parlavano di video divertenti, quello che hanno mostrato non l’ho trovato ma cercando, cercando, sono incappata in questo. Gira in rete da tempo ma forse qualcuna di voi non l’ha visto. Mi sembra divertente e racchiude tanti principi educativi e problemi pedagogici: il cibo sano, come porre dei limiti, concedere una certa autonomia…
Ottimo per sdrammatizzare la giornata in cui la povera Anitina nelle mani del dentista si farà togliere la seconda gemma del dente del giudizio. E poi per una settimana avrà il guancione e potrà mangiare solo baby food!
Sono un po’ preoccupata ma farò finta di nulla (no, il video però non gliel’ho faccio vedere!).

Nel posto sbagliato

Leggendo questo post mi sono ricordata che anch’io tanti anni fa, avevo sbagliato spogliatoio…

Emma aveva due anni e Anita cinque, quell’estate avevamo affittato una casa sul Lago Maggiore, tra Stresa e Baveno.  Non era un momento facile della mia vita. Mio padre era malato terminale e in famiglia lo sapevo solo io. Era luglio, Sant’ lavorava a Milano e veniva nei week end. Non avevo la baby sitter. Il tempo era pessimo, pioveva sempre. Con due bambine piccole la situazione era poco allegra: acqua nel lago e acqua dal cielo. Avevo appena tolto, con insuccesso, il pannolone a Emma e non facevo altro che lavare mutande, pantaloncini e calzini.

In questa stupenda cornice vacanziera avevo preso una decisione epocale per salvaguardare la mia sanità mentale: iscriverci  per un mese alla piscina di un grande albergo di Baveno. Veramente le piscine erano due: una coperta e una scoperta nel prato antistante il lago, utilizzabile solo nei rari giorni di sole.

A me attizzava molto quella coperta: sfiancavo le bambine con corsi di acquaticità fai-da-te e alla sera ronfavano che era un piacere. Poi c’erano i teli da bagno puliti dell’albergo da usare a volontà. Quelli non li dovevo lavare io e mi facevano veramente impazzire di gioia.  Avvolgevo Emma in due-tre teli con grande libidine. Proprio qui, in questo disordine mentale, ho cominciato a usare lo spogliatoio degli uomini, senza saperlo.  Entravo e tiravo fuori tutto dalla borsa, gridavo qualcosa alle bambine, passavo merende e biberon, mica avevo il tempo di guardare il loghino sull’ingresso! Di solito non c’era mai nessuno, però un giorno c’era un signore che mi guardava strano.

“Che vuole questo?”, ho pensato. Immaginavo che lo spogliatoio fosse misto, non certo di essere dove non dovevo.

“Anitaaaaaaaa!”

“Emma nooooo!”

“Finitelaaa!”

“Porc….!”

Eravamo così invadenti con i nostri braccioli, i vestiti, le mutande pisciate e i cracker appicicati alle ciabatte di gomma  che quel signore ha solo cercato di vestirsi più in fretta possibile e andarsene.

Solo il tristissimo ultimo giorno di abbonamento, a fine mese, per caso ho guardato cosa c’era scritto sulla porta della spogliatoio e ho capito che il mio stato di rimbambimento era molto più avanzato di quanto sospettassi.

Il maialino Babe ma anche…

L’altro giorno ho letto questo post e sono rimasta particolarmente colpita. Ho riflettuto su questo brutto “problema” e mi è tornata alla mente un’esperienza di un po’ di anni fa, tredici per l’esatezza, (è accaduto nell’estate in cui poi sono rimasta incinta di Anita). Ero indecisa se parlarne oppure no. Alla fine ho pensato di raccontarla, non per sdrammatizzare ciò che ha scritto Emily, ma perchè certi animali che si nascondono ovunque vanno stanati e sbeffeggiati.

Ancora non c’erano i DVD con la possibilità di vedere i film in lingua originale, perciò a Milano le rassegne di film in inglese erano particolarmente frequentate. Quel giorno, in un cinema del centro proiettavano Babe maialino coraggioso: ero andata a vederlo con una collega anglofona come me. Era la proiezione delle 18. In sala molte donne: probabilmente insegnanti di lingua, traduttrici, studentesse. A fianco a me si siede un signore piuttosto distinto sui quaranta. Non ci faccio caso, il cinema è abbastanza pieno.
Comincia il film, tenero, allegro e divertente. A un certo punto con la coda dell’occhio vedo che il mio vicino di posto armeggia con la valigetta ventiquattro ore: la tira su, la mette sulle ginocchia, li rimette già. Cavoli suoi, penso. Continuo a seguire le avventure di Babe.
Più tardi avverto un po’ di tramestio. La valigetta viene aperta poi richiusa. Il tramestio continua…non ci posso credere!
Il mio vicino di posto intratteneva sè stesso in modo improprio (non uso il verbo più idoneo altrimenti Google mi spedisce qui tutti i maniaci). Mi sono alzata e sono andata ad avvisare il bigliettatio. Siamo tornati in sala, il bigliettatio è andato anche a cercarlo in bagno, ma nessuna traccia. Il “distinto” signore con la valigetta se l’era data a gambe.
A quei tempi non avevo figli ed ero meno angosciata da certi atteggiamenti. Ho solo pensato che quel viscidone doveva avere la mente bacata: era un feticista delle prof di inglese o un amante morboso della vita in fattoria. Schifoso comunque.

Passatempi

Emma ha trovato il libro della sua vita Il manuale dell’avventura, un preziossimo vademecum per i piccoli viaggiatori. Ci sono consigli su come allestire un rIfugio nel bosco, curarsi un colpo di sole, la puntura di una vespa o il contatto con una medusa ma anche come soppravvivere al cibo straniero (diverso dalla pasta al sugo), o decidere cosa mettere in valigia. Gliel’ho regalato ieri e oramai vive in simbiosi con il libro. Così ieri sera, mentre Emma provava a costruire in camera una capanna per i suoi pupazzi, Anita ed io abbiamo guardato il dvd del film La classe, che è uscito lo scorso anno e ha vinto anche il primo premio a Cannes. La storia, in stile documentario, di una terza media difficile in un quartiere della periferia parigina, pieno di ragazzi immigrati di etnie diverse. Le è piaciuto molto, si è incuriosita nel vedere i ragionamenti dei professori nei consigli di classe, una visione “dall’altra parte della barricata” per lei molto strana e interessante.
Si è fatta coinvolgere dalle vicende degli alunni e quando le ho dato la buona notte, mi ha chiesto con un po’ di apprensione:
“Mamma, dici che quel ragazzo che è stato espulso, poi sarà rimandato veramente in Africa, dal padre arrabbiato?”
“No, non ti preoccupare, era solo un film…”
“Sì, però allora…forse…dici che faranno anche il due? Così sappiamo come andrà a finire?”
“Anita, tesoro, non è mica Timon e Pumba…non è Disney”
Le ha dato un bacio pensando: “Forse è troppo presto per i documentari a sfondo sociale”
E ho capito quanto è difficile equilibrare, nei ragazzi che crescono, scorci di vita vera nelle dosi giuste: senza il rischio di angosciarli o al contrario far credere che sia tutto facile e spumeggiante come in Hannah Montana.

Giochi da auto

Siamo tornati.
La mia lavatrice è diventata bulimica, il cesto della roba sporca erutta come un vulcano giapponese. Le borse sono state svuotate quasi del tutto.
Alcune cose utili sparite tra i bagagli e riappariranno chissà quando.
Cerco di non preoccuparmi e pensare positivo.
Ad esempio, un aspetto che si è molto evoluto negli anni, nei lunghi viaggi in auto con le bambine, è stato l‘entertainment, vale a dire come contrastare allegramente “il quanto manca” continuo e implacabile.
Abbiamo ora infatti un bel menù di giochi da fare in auto. Il primo, il più atavico: “vedo con il mio piccolo occhietto” che era nato da una mia traduzione di “I spy with my little eye”. Chi è “sotto” sceglie un oggetto e gli altri lo devono indovinare. Unico indizio la lettera iniziale del nome della cosa.
Quando le ragazze erano piccole ed Emma non conosceva l’alfabeto, voleva comunque giocare e diceva sempre “ponte”. Forse perchè in autostrada ci sono molti ponti e cavalcavia.
Noi facevamo finta di nulla e quando lei diceva: “Vedo qualcosa che inizia con….ponte!”, stavamo al gioco con un: “Brava Emma, questo era proprio difficile da indovinare!”
Lei era contenta e non diceva “ho fame/sete/vomito, mi scappa la cacca/pipi” per almeno venti minuti.
Poi c’è stato il periodo di “albero!” e anche lì la stessa pantomina.
A quei tempi, Anita si incaponiva per scegliere oggetti all’interno dell’auto. Una noia mortale. Quando, nelle domande consentite dal gioco, chiedevamo:
“Di che colore?”
La risposta era sempre: “Grigetto”
“Grande o piccolo?”
“Piccolo”
Dopo mezz’ora, si scopriva che era la levetta per alzare/abbassare i sedili o quella per far partire i tergicristalli. Sono stati anni duri e alcune volte mi sono rifiutata di continuare a giocare.
Poi, abbiamo instaurato la regola “vedo con il mio piccolo occhietto…fuori dall’auto” e le cose sono andate molto meglio.
Emma ha ancora una pericolosa inclinazione verso la truffa e spesso cambia l’oggetto in gioco, ma il più delle volte viene smascherata e dopo un breve lite, la situazione si ricompone e il gioco può proseguire.
Da circa tre anni abbiamo lanciato un nuovo imperdibile passatempo da viaggio: “Pensa una persona”
La persona può essere bambino o adulto, unica regola tutti devono conoscerla. Chi indovina, dopo aver fatto mille domande, pensa a sua volta la prossima persona. Dopo il successo di questo nuovo gioco, ci siamo avventurati in “Pensa un personaggio”. Qui ci sono due categorie: cartoni o attori. Il personaggio deve essere stato protagonista o co-protagonista di un film o cartone che noi abbiamo visto.
Di solito Sant’ pensa alla Sirenetta e io a Hugh Grant (perchè abbiamo visto con le ragazze un paio delle sue commedie). Ma altre volte, quando ho voluto essere veramente bastarda, ho pensato anche a La-La dei Teletubbies e nessuno se la ricordava. Allora si può dire: “Vi arrendete?” e si ha una gran soddisfazione. Una variante è “Pensa un Simpson”, ma siamo tutti talmente preparati che non c’è più molto gusto. Ultimissima di quest’anno (con l’avanzare dell’età si diventa cinici) è: “Pensa un rompiballe”, anche questo può essere bambino o un adulto. La scelta, come ben sapete, è amplissima.
E il gioco sempre più eccitante!

Gran finale


Per celebrare la fine delle vacanze abbiamo deciso di passare una giornata ad Aqualand, un parco acquatico della zona. Immaginatevi Disneyland dove sono tutti in mutande: stessa bolgia, stesse code per accedere ai vari divertimenti, ma come se si indossassero quei famosi occhialini che negli anni ’50, gli imbonitori cercavano di vendere dicendo che indossandoli si vedevano le donne nude.
La piscina più grande, quella dove ogni quarto d’ora si producevano le onde per la gioia dei bagnanti che ondeggiavano, saltavano contenti e vicini come olive in salamoia, era piena come il Gange nei giorni di preghiera. Nonostante questo le ragazze erano al settimo cielo.
La tipologia delle attrazioni variava a seconda dell’età e dell’acrobaticità, c’era un bel giro rafting su gommone che si lanciava giù da uno scivolone a picco su una piscina.
Sant’ si è proposto per accompagnarle: 50 minuti dopo, 45 di fila e 3 di discesa e 2 di andata e ritorno dall’attrazione è tornato dicendomi piano:
“Promettimi che non andremo più in nessun posto che finsica con “land”. Disneyland, Gardaland, xxxland…anche su England dovremo parlarne!”
Anche questa volta l’angolo più bello e meno caotico era quello “-10”, l’area destinata ai bambini con meno di dieci anni, niente code e spruzzo libero.
Oltre ai giochi più da piccoli, c’erano dei bellissimi scivoli, alti come quelli da luna park che attiravano molto anche Anita che però si era già fatta beccare, fischiare ed espellere dalla bagnina. Ma ci abbiamo riprovato: valeva la pena, niente coda e tanto divertimento.
Alla fine degli scivoloni c’era una piscina dove stazionavano urlanti e festanti alcuni genitori. Anch’io mi sono mimetizzata fra loro, così quando Anita arrivava, le facevo da scudo umano, per non farsi scorgere dalla bagnina. Poi siamo diventate più scaltre: Anita arrivava e gattonava fino alla fine della piscinetta, così non si notava la sua altezza. Ma nelle ultime scivolate la mia primogenità fuori età era diventata così scaltra che non a vedevo più neppure io, solo alla fine ho scorto due occhi, tipo alligatore che fuoriuscivano furtivi e guardinghi, a pelo d’acqua fra braccioli e costumini colorati stampati Winnie Pooh.

Taroccata


A cinque anni avevo solo un desiderio: possedere una Barbie.
Anzi avrei voluto anche avere una sorella, ma visto che quella non arrivava, pensavo che la Barbie potesse anche fare doppio uso.
Dopo moltissima insistenza finalmente ho avuto l’ok dai miei genitori per comprare l’oggetto del mio desiderio. In famiglia non c’erano molti soldi e perciò quando il negoziante anzichè la Barbie ci ha proposto Tammy, sottomarca copiata ma a un prezzo molto minore, i miei genitori mi hanno fatto capire che dovevo fare poche storie e prenderla.
“E i 100 vestiti? Me li date?”, ho chiesto sperando almeno che la fregatura potesse arginarsi con il mega-guardaroba tanto pubblicizzato in tv.
“Ti attacchi! I 100 vestiti li devi comprare, mica sono gratis!” è stata la risposta impietosa del negoziante.
Da allora ho imparato a diffidare di marketing e pubblicità. Mi sono messa a piangere e allora i miei sono stati costretti a comprarmi almeno un completino del vasto guardaroba Barbesco. Fortunatamente Tammy aveva la stessa taglia di Barbie (i taroccatori già allora la sapevano lunga) e così siamo andati a casa semi-felici. Negli anni ho imparato ad amare Tammy a farle io stessa dei vestiti, a piantarle uno spillo con un fiocco di velluto nero per pettinarla come la mia maestra elementare alla recita scolastica. Ma anche il piercing nei capezzoli (chissà perchè, dovevo avere uno sguardo nelle mode future) e naturalmente le avevo anche staccato la testa e il dito mignolo della mano destra, tanto per vedere che effetto facesse.
Poi nonostante gli innumerevoli traslochi, Tammy è sempre rimasta con me e quando Anita aveva tre anni gliel’ho proposta.
“Che brutta!”, ha detto e l’ha rifiutata.
Devo ammettere che ora la pelle del viso di Tammy è un po’ bluastra e i capelli sono stopposi, ma comunque non mi sono persa d’animo e un po’ di anni dopo l’ho riproposta a Emma. Non l’ha degnata di uno sguardo. Tammy allora è tornata buona-buona nell’armadio, ma un po’ di giorni fa quando Emma ha ricominciato a volere cucire, cercando della stoffa l’ha trovata.
“E questa cos’è?”
“La mia bambola..ti ricordi che te l’avevo fatta vedere?”
“No, mamma. Perchè l’hai sempre tenuta nascosta?”
Ho smesso di discutere e ho aspettato che lo spirito vintage conquistasse Emma. Così è stato. Infatti Emma ha fatto insieme ad Anita il vestito blu che ora indossa Tammy. Per essere una taroccata, sono contenta, la mia bambola ha avuto la sua bella carriera!

Venerdì 17

La data doveva farmi intuire che oggi sarebbe stato meglio rimanere a casa. Ho sfidato il fato.
Subito di prima mattina avevo un appuntamento da un medico. La visita va bene. Però devo pagarla in contanti. Allora faccio un bancomat, chiedendo il mio massimo giornaliero, perchè pago la commissione e quindi penso che sia conveniente fare così. Poi ho faccio gli altri miei giri complimentandomi con me stessa perchè in una zona assolutamente imparcheggiabile della città scopro un parcheggio sopra un supermercato Pam. Di solito sono gratis ma, mi informo, in questo la prima ora era gratis se si fanno almeno 15 euro di spesa, le altre costano 3 euro. Bei ladri, penso. Ma poi mollo la mia auto con uno spensierato e irresponsabile spirito pedonale.
Dopo un po’ di spese, è ora di riprendere l’auto per tornare a casa e andare a scuola a prendere le ragazze. Guardo nel portafogli e capisco che sono passate 3 ore e mezzo da quando ho parcheggiato e io ho solo 6 euro e mezzo. Quindi non posso riprendermi la macchina perchè le mezz’ore a Milano, città del business, si contano intere. Cerco di fare un bancomat con la Visa, non mi ricordo il Pin perchè non la uso mai, ma spero in bene e improvviso. Lo sportello sembra essere “consenziente”: mi chiede tutte le informazioni e solo quando digito l’ammontare, devo ammettere che visto che me li dava ho un po’ esagerato nella richiesta, mi risponde:
“Ciccia bubù, codice errato, attaccati!”
Capisco di essere nella cacca. Vado al Pam, compro un po’ di roba velocemente, perchè oramai era tardi e avrei dovuto già essere in viaggio verso casa per arrivare a scuola in tempo.
Non posso prendere un bus o la metropolitana, perchè non ci sono mezzi che arrivano a casa mia.
Non posso chiedere l’elemosina perchè perderei troppo tempo.
Non conosco nessuno che vive in quella zona.
Per rimanere nella legalità, non prendo in considerazione nè la prostituzione nè lo scippo.
Sì, ho telefonato a una mamma amica per allertarla di prendere Emma.
Ma mezz’ora dopo avevo un altro appuntamento da un medico con Anita.
Allora spiego la mia triste situazione al cassiere del Pam. Rifà i conti e ha convenuto con me che sono nei guai e mi mancano due euro e mezzo. Gli racconto che dovevo andare a prendere le figlie a scuola. Se ne frega, dice che non posso pagare il parcheggio con il bancomat come la spesa perchè sono due società diverse. La “società” del parcheggio è solo un tipo rumeno che non parla neanche tanto bene l’italiano. La mia ultima speranza: vado da lui spiegandogli la mia crisi, sono pronta a offrirgli in cambio della libertà di riprendermi l’auto, una confezione di Lego Speed Racer, con pista incorporata, che avevo comprato come regalo di compleanno di un amichetto di Emma. Oppure se non ha figli, può optare per una bottiglia di olio di oliva toscano che ho appena comprato al super. E che dire dei Chocopos, magari per colazione?
Mi guarda freddamente e consiglia di andare a ravanare dentro la macchina in cerca di soldi. Trovo solo un euro. Torno da lui affranta. Allora prende il numero di targa e mi fa promettere di tornare domani a portargli quell’euro e mezzo che mancava. Altrimenti affiggeranno il mio Wanted su tutti i parking della città.
Come è finita la giornata? Mi sono messa a fare le crepes, che di solito mi vengono benissimo e le ragazze dicono: “mamma dovresti aprire un chiosco”.
Oggi la pastella si è tutta raggrumata e attaccata alla piastra.
Ho dovuto buttare tutto. Però prima mi sono scottata un dito.

Manie compulsive

Sabato sera avevamo una voglia pazza di andare al cinema. Ci siamo concessi una pizza ed era troppo triste tornare a casa. Allora abbiamo rischiato: oramai saturi di cartoni animati, abbiamo mirato in alto. Siamo grandissimi fan della Pantera Rosa, ma il nuovo divertentissimo film l’avevamo già visto una settimana fa e allora non ci rimaneva altro che tentare I love shopping

(I libri della Kinsella mi hanno divertito e speravo la trasposizione cinematografica non fosse stata contaminata con contenuti Xrated).
Siamo stati fortunati: la pellicola è esilarante, un mix dei primi due romanzi con aggiunte comiche che fanno veramente ghignare. Parolacce solo 1. Brutti esempi zero. Il mondo Barbie viene bellamente sbeffeggiato. Insomma adatto anche a bambine dagli otto anni in su. Poi ci sono delle perle di saggezza da tossica dello shopping in cui mi sono, mio malgrado, ritrovata. Come quando la protagonista ammette di aver comprato un accessorio completamente inutile perchè la commessa le faceva pena. O quando, ancora, compra perchè si era dimenticata di aver già quell’indumento nell’armadio. Brutti segni. Anch’io ho avuto il mio momento shopolic, con una perversione dedicata all’acquisto compulsivo (e superfluo) di abbigliamento infantile.
Comprare per i propri figli appaga e fa sentire meno in colpa. Ci si illude di non essere egoisti. Mi sono riempita l’armadio di vestitini garruli e leziosi. Ho svuotato il portafoglio.
Anita da piccola aveva un guardaroba vasto e inutile. Speravo di riciclarlo con Emma ma non ci sono riuscita. La mia secondogenita per il rosa e i vestiti ha la stessa reazione di un toro alla corrida quando vede rosso…ho regalato tanto alle mie amiche e ho imparato la lezione.
Ma come dice la Kinsella, attraverso la sua protagonista, quella sensazione inebriante e onnipotente dello shopping selvaggio è peggio di una droga: la disintossicazione è lenta e difficile. Purtroppo per consolazione non ci si può gettare a capofitto in un’altra assuefazione…purtroppo non ci si può strafogare di dolci…intontire nell’alcol…annientare in palestra…l’unica cosa sana è essere on-line 24oresu24!

Accouchement

Ho appena scritto un’intervista in francese a un esperto di apprendimento linguistico del Quebeq. E’ stato facile come un parto. Giel’ho mandata via e-mail, speriamo non mi risponda insultandomi. Mi sono anche scusata perchè nella mia tastiera non ci sono tutti gli accenti. Capirà che il mio apprendimento linguistico non è ancora finito. Ho ancora molta strada da fare. Ma mi sono impegnata. Adoro il francese e sono anni che lo studio. Vado in vacanza in tutti i paesi francofoni, leggo i libri in lingua originale, ma mi manca l’amica francese con cui conversare…L’inglese lo so benissimo perchè abitavo a Londra, ma il francese no e mi fa una gran rabbia. Mentre “francesizzavo” pensavo alle traduttrici e le interpreti le stimavo, ammiravo, lodavo mentalmente.
Quando a Insieme hanno detto: “Chi intervista l’esperto linguista canadese?”
“Ioooooo!”, ho alzato la mano come una vera secchiona.
Però poi ho dovuto tirare fuori il vocabolario e la grammaire…Non è come intervistare un’attrice, che ti inventi qualsiasi cosa. Sandrine Bonnaire, al telefono, mi aveva anche detto che aveva la figlia con l’influenza… Devo ammetterlo, nonstante non sia religiosa, il mio sogno è sempre stata la Pentecoste: una bella fiammella sulla testa e impari tutte le lingue!
Comunque sempre per lodare le traduttrici, attraverso Paola, una di loro, ho saputo che il piccolo russo Nikolaj, “il bambino senza il pisello”-come lo chiama Mammamsterdam- dopo l’operazione in Germania, sta bene. E forse troverà anche una famiglia addottiva pronta ad accoglierlo e dargli tutto l’amore che merita.

Shakespeare e funghi

Oggi pomeriggio per i compiti di scienze mi sono sciroppata il rifacimento di un bel testo sui funghi con Emma. Ho imparato tante cose, per esempio uno scoop: i funghi non sono vegetali (perchè non fanno la fotosintesi echecavolo!).
Lavorare sui testi con Emma è durissima: chiede aiuto ma poi si impunta e discute su ogni parola, virgola e preposizione. E’ orgogliosa e testarda. Io mi trasformo, per reazione, nella maestrina dalla penna rossa e blu. Alla mattina invece ho impersonato l’insegnante di inglese. Alle 11 con Anita siamo andate al Piccolo Teatro a vedere un opera di Shakeaspeare (giusta reazione a Beverly Hills Chihuahua) pensata per i ragazzini delle medie. “Romeo and Juliet are dead” uno spettacolo meraviglioso in inglese/shakesperiano e in italiano inventato da una compagnia scozzese un po’ alternativa che riprende i classici e li reimpasta in chiave molto attuale. Sul palco tre ragazzi bravissimi: Romeo, Giulietta e Mercuzio, narratore e gran mattatore della vicenda.
Il pubblico tutto di ragazzini con genitori volenterosi al seguito. La prima scena una pizza micidiale con Romeo e Giulietta morti/moribondi vestiti in costume che declamano in inglese del’500. Anita mi guarda perplessa, invece poi arriva Mercuzio in felpa e jeans che spiega tutto in italiano, è bravissimo divertente e coinvolgente. Anche Giulietta e Romeo si risvegliano, si vestono come i teenager di oggi e ripercorrono all’incontrario la loro sfigatisssima storia d’amore. Per capire dove hanno sbagliato. Romeo a essere sinceri, più che un eroe romantico sembra un hooligan e ha un accento scozzese quasi imbarazzante. Giulietta invece è bionda ed eterea e molto più credibile. Mercuzio una specie di Raul Bova, però capace a recitare.
Hanno tenuto la scena per 70 minuti facendo ridere e piangere grandi e piccoli.
Giulietta pare avesse solo 14 anni all’epoca della vicenda. Nel ‘500 le adolescenti non si filmavano con il cellulare, non chattavano e non facevano le cubiste, ma già combinavano grandiosi pasticci.

Accanimento terapeutico?

Dodici anni fa oggi sono finita in ospedale incinta di Anita, rischiando di farla nascere troppo presto. Ne ho parlato già nel primo post e non vorrei ripetermi. Non vorrei però neppure che questa data portasse jella (tiè, tiè). Infatti oggi devo accompagnare la piccola Anita, alta 1,63 del peso di 44 chiletti, a fare un piccolo intervento.
Deve togliere la “perla”, o “il seme”, insomma quella roba lì, del dente del giudizio. Il molarone è ancora lì all’interno della gengiva ma il dentista dice che dobbiamo toglierli (entrambi gli ottavi inferiori-nel loro gergo tecnico) perchè poi non ci sarebbe posto nella perfezione dell’arcata inferiore della bocca anitesca.
Questa perfezione stiamo tentando di raggiungerla da circa sette anni. Non sto scherzando o esagerando.
Quando Anita era un frugoletto di quattro anni, le è stato diagnosticato il morso inverso e da allora è stato tutto un susseguirsi di bite, apparecchio mobile, apparecchio fisso (che è doloroso), controlli mensili dall’ortodontista, sedute dalla logopedista. E adesso questi due piccoli interventi. Tutta questa iattatura pare sia congenita perchè la povera Anitina il cuccio l’ha ciucciato solo per tre mesi e poi è partita con il pollicione ma a due anni e mezzo ha smesso. Nel frattempo la mia ingorda ortodontista ha addocchaito anche Emma che invece ha il morso crociato (ci vuole un po’ di fantasia, no?) e anche lei però solo da due anni ha l’apparecchio, mobile da mettere solo la sera. L’anno scorso siamo state introdotte elle amorevoli cure della gnatologa (posturologa delle arcate dentarie) che ha trovato un nuovo bellissimo apaprecchio anche per Emma. Anche con lei sono stata dalla logopedista, ovviamente sempre negli orari più scomodi perchè queste professioniste hanno un’agenda strapiena, ma ho mollato il colpo dopo alcuni mesi perchè veramente non ce la facevo più.
Il mio dentista ama le macchine veloci, nel suo studio c’è un bel poster della sua Porsche, il Sant’uomo dice che gliela abbiamo comprata noi!

Falsa partenza

Oggi doveva ripartire tutto. Scuola e lavoro.
Era tutto pronto: testo “Lo spirito di Natale” scritto, lucido del Partenone disegnato, tabelline ripassate, Jingle Bell in francese memorizzato. Zaini ri-riempiti. Poi al tg delle 19 hanno detto:
“Domani le scuole FORSE saranno chiuse”.
Ed è scoppiato il finimondo. Danze tribali di Anita ed Emma in cucina per propiziarsi il dio della neve, scongiurarlo di essere generoso e far venir giù più roba possibile e impedire quindi l’accesso a scuola.
Ma anche telefonate concitate: su due fronti. Dalle medie per Anita che oggi doveva addirittura andare in gita al Museo Africano (più agibile forse quello Esquimese) nei pressi di Bergamo. E dalla mia collega delegata per la classe di Emma che era già stata contattata da madri ansiose che volevano sapere.
Così fra una patata nel forno e la tragica scoperta che non avevo gli ingredienti per marinare il pesce, ho chiamato la vicepreside, ho guardato sul sito della scuola, ho aspettato di essere illuminata.
La suspence è durata fino alle 22 quando finalmente è arrivata la sentenza.
“Scuole aperte: personale docente vai-a-sapere!”
La catena di S.Antonio degli sms alla classe doveva comunque avere un tono più assertivo altrimenti avrebbe scatenato reazioni incontrollate e incontrollabili. Ho spiegato, ho spedito e alle 22.30 ho spento il cellulare. Ma ho dormito male sognando presidi e pupazzi di neve.
Stamattina siamo sommersi dalla neve, la città è bloccata. Le preghiere delle mie figlie sono state esaudite.

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