Un Mammut pericoloso



Dopo il fiasco della festa di compleanno di Anita in cui abbiamo programmato una gita a Gardaland, quando il parco era ancora chiuso, ieri c’è stato il dovuto
follow-up.
Siamo tornati nel paradiso del divertimento per mantenere la promessa fatta. Tempo buono, poche file, entusiasmo alle stelle.
Prima avventura Fuga da Atlantide: barcone che navigava in mezzo alla mitica città sommersa (si fa per dire) qualche spruzzo e molte grida quando siamo scesi in picchiata dalle rapide in mezzo rovine di sapore vagamente Maia. Seconda tappa: il Mammut, nuova attrazione di questa stagione. Del gigantesco mammifero c’erano solo le zanne, siamo saliti su un trenino in stile montagne russe che non faceva presagire niente di troppo adrenalinico. E invece….siamo schizzati come razzi e abbiamo cominciato a frullare in stile centrifuga a 2000 giri. Ho chiuso gli occchi e forse non ho neanche urlato, volevo solo morire. Salite e discese del maledetto trenino erano ampliate da scatti del motore che non lasciavano tregua. Le mie figlie si divertivano come matte: urlavano e ridevano. Mio marito sopportava stoicamente, io sono scesa quasi estinta. Proprio come il Mammut, che dà il nome a questa attrazione ma veramente non compare. Appena ho rimesso piede sulla terraferma mi sono accasciata su una panchina semi-morta. Lo stomaco era nelle orecchie e stavo malissimo. Gli altri componenti della mia famiglia mi guardavano affranti: cercavo invano di reprimere i rantoli per non rovinare la giornata di festa.
Nell’agonia mi è venuto in mente un brandello del mio passato. Tanti, tanti anni fa ero una specie di Erode. Non sopportavo i bambini e giuravo di non volere figli. Uno degli aspetti che più diprezzavo di più dell’essere genitori erano proprio le gita ai parchi divertimenti che consideravo una maledizione obbligatoria una volta figliato. Poi il mio orologio biologico ha cominciato a cliccare e ho cambiato opinione sui bambini e sull’idea di riprodurmi. A quel punto ho tentato per un anno di rimanere incinta senza successo, tanto che un giorno, oramai alla frutta, mi sono detta, (anzi ho detto a un non ben identificato essere superiore): “Ok, se riesco ad avere un bambino giuro che andrò anche a Gardaland!”. E sono rimasta incinta. Ma per ben undici anni Gardaland l’ho sfangata (e anche Eurodisney). Quindi forse l’esperienza semi-letale sul Mammut roller-coster è stata come pagare gli interessi per una promessa mantenuta troppo in ritardo….

Sabato invace ho avuto un’esperienza molto più divertente: sono andata dall’estetista e discusso di creme miracolose, inventate cioè per uno scopo e scoperte come taumaturgiche in altri campi. Dalla Strictvectin anti smagliature riciclata alla grande come portentoso antirughe a una preparazione antiemorroidi che pare sia fantastica per far sparire le borse sotto gli occhi. Sembra che la usino soprattutto le donne dello spettacolo. Non stupisce, per avere successo in certi settori la faccia come il… è essenziale.

La mamma gemella e il bucato fotovoltaico


Ieri ho avuto un incubo e mi sono sognata di essere rincorsa da giganteschi gatti di polvere. Sono un po’ indietro con le pulizie domestiche, anche con il lavoro e con tutte le altre cose che vorrei fare. Avrei bisogno di una giornata di 57 ore. Forse per questo ieri mattina, a colazione, mi sono messa a urlare come una pazza per un futile motivo. Poi ovviamente mi sono vergognata con le bambine e per scusarmi ho raccontato che non ero io l’isterica che sbraitava, ma la mamma gemella. E loro hanno capito. La mamma-gemella infatti è stata negli anni passati la mia amica immaginaria, il capro espiatorio, quella che sgridava, perdeva la pazienza e si arrabbiava quando combinavano qualcosa di storto. Era il periodo in cui Emma citava Lavenga (non so da dove venisse il nome) come la colpevole di tutte le sue marachelle. “E’ stata Lavenga” mi diceva quando rovesciava il latte o rompeva qualcosa. Ogni tanto si guardava nello specchio dell’atrio davanti all’ascensore e diceva: “Oh no! Arriva Lavenga! Speriamo stia buona”. Così con Lavenga era giunta da noi anche la mamma-gemella: il mio dark-side, quella stressata. Di solito la mamma-gemella si palesava alla sera. Invece ieri mattina era già lì all’ora di colazione…se n’è andata solo quando ho letto un articolo veramente illuminante su uno studio che stanno conducendo alla Monash University dello Stato di Victoria in Australia. Questi ricercatori hanno trovato il modo di inserire nei tessuti dei nano cristalli al biossido di titanio nelle fibre naturali come la canapa, il cotone, la seta e la lana. Queste microparticelle permettono di evitare di fare il bucato: reagiscono in presenza dei raggi ultravioletti del sole e decompongono il materiale organico che forma le macchie. Due ore di esposizione pe le macchie di caffè e ben venti per quelle più ostinate come il vino rosso. E si continua a studiare perchè le particelle non sarebbero solo in grado di distruggere le macchie ma anche germi e batteri spezzandone la membrana cellulare. Allora in un prossimo futuro penso che dirò addio al fido prodottino Bio-smacchia, smetterò di caricare la lavatrice e adorerò il dio Sole.

Lavandaia e corista

Non so come riesco sempre a farmi coinvolgere in attività scuola-genitori anche se nel mio petto batte un cuore da eremita. Nella classe di Anita, quinta elementare, le maestre stanno organizzando una recita in dialetto milanese. Nel programma di geografia si studiano le regioni e poi c’è anche un concorso scolastico della provincia di Milano che riguarda i Martinitt, a cui partecipa l’intero istituto scolastico. Gli alunni fanno questa rappresentazione in stile Vecchia Milano, e c’era bisogno di cinque mamme travestite da lavandaie/coriste che cantassero, con i bambini, La bella lava al fosso. Cantare per me è una cosa contronatura, perchè sono proprio negata ma… le maestre hanno tanto insistito. Poi non sono brava a evitare di farmi accalappiare e le altre madri, più scaltre, si sono date alla macchia più velocemente di me. Così oggi sono stata convocata al casting delle povere lavandaie. Già posso vantare nel mio curriculum di mamma un’esperienza da performer nel primo anno della materna di Anita (a quell’età si è molto più disposti a rendersi ridicoli per amore dei propri pargoli), quando nella recita di Natale dei genitori avevo interpretato la parte dell’orsetto Bertie, patetico protagonista di una pantomina natalizia. Indossavo un costume di peluche beige veramente assurdo. Ma Anita aveva tre anni ed era orgogliosa di me. Quella volta anch’io avevo fatto come dichiara oggi Isabella Ferrari ai giornalisti. Per trovare il coraggio di interpretare la scena di sesso con Nanni Moretti in “Caos calmo” lei si è scolata una vodka, io per l’orsetto Bertie, un irish coffee. (Lo spettacolo era previsto per le tre del pomeriggio e mi sembrava più adatto). Sempre alla materna,il Natale successivo, sono stata anche nel cast di Rudolph dal naso rosso ma avevo una parte secondaria ed era molto meno imbarazzante.
Oggi sono arrivata a scuola abbastanza tranquilla: speravo che le maestre si accorgessero della mia incapacità canora e mi cacciassero dal coro. Invece alla prova delle mamme coriste eravamo solo in due (le altre candidate avevano ovviamente da fare) e quindi sfortunatamente sono stata arruolata senza ripensamenti. Spero di cantare in playback come le Spice ma non mi posso illudere: so che sarà ugualmente tremendo.

Mattine pericolose


Stamattina a casa mia si respirava un’atmosfera idilliaca: ci siamo scambiati bigliettini e cioccolatini a forma di cuore e giurati, tutti e quattro incrociati, amore eterno. Con la scusa di S.Valentino sono riuscita buttar giù dal letto le bambine con molto anticipo e a passare quei momenti pericolosi, meglio conosciuti come il meridano di Cogne (quella mezz’ora dalle otto alle otto e trenta in cui i nervi di ogni mamma sono particolarmente tesi) in grande armonia. Gli altri giorni è diverso: ci sono istanti in cui la tensione cresce e rende incadescenti anche le più tenere relazioni umane. Riuscire a prepararsi per andare a scuola in tempo utile e con il sorriso sulle labbra è un obiettivo ambizioso. Di solito il momento peggiore è quello della toeletta: Emma ha i capelli lunghi e ricci, genere Raperonzolo e pettinarla è sempre un incubo. Devo farle le trecce perchè a scuola ci sono i pidocchi, oramai stanziali come in ogni scuola che si rispetti, e per rendere il processo meno traumatico canto, anzi cantiamo: “Arriva un pescatore con l’amo e con le reti…” una vecchia canzone amata da Emma all’asilo che ormai è diventata una specie di sigla horror, perchè i nodi sono sempre tanti…Poi appena ho finito di pettinare/confortare Emma che nonostante il mio canto urla (o forse proprio per quello) arriva Anita che è in pre-adolescenza. Questo significa che perde ore a pettinarsi ed è particolarmente seccata della nostra co-presenza in bagno. Prende mollette, sbatte sportelli, cambia spazzola e sbuffa insulti alla sorella. E sottovoce anche a me, ma faccio finta di nulla. Quando finalmente anche i capelli di Anita, anche lei piuttosto “raperonzola”, sono domati, si esce. E’ sempre tardissimo e la nostra scuola è a cinque minuti d’auto da casa. Per arrivarci bisogna superare l’incrocio della morte, dove per effettuare una svolta sinistra si impiegano anche dieci minuti, perchè naturalmente anche tutti gli altri genitori schiumano odio e stress e non lasciano mai passare. Le mie figlie tacciono fino a questo incrocio e proprio nel momento in cui impreco contro gli altri automobilisti egoisti, le bambine tentano di istauraurare un’amabile conversazione su argomenti come i furetti da compagnia o le figurine di Dragon Ball. A questo punto si arricchiscono perchè in casa nostra vige la regola che per ogni parolaccia si sganciano 50 centesimi. E io non riesco proprio a trattenere il turpiloquio.

Colf c’est moi


Se sono sopravvissuta ai coriandoli posso cavarmela in qualsiasi situazione. Intendo a quei maledetti pallini di carta colorati che si sono infilati dappertutto in casa mia e sembravano riprodursi in ogni angolo, nonostante le mie ripetute e ostinate aspirapolverate. Ma ho mantenuto i nervi saldi. Sì, perchè dal luglio scorso, dopo anni e anni di collaboratrici domestiche, contributi e permessi di soggiorno e affini, ho deciso che la guerra a sporco e disordine avrei potuto combatterla anche da sola. Dopottutto erano oramai lontani gli anni bui delle bambine piccole: delle pappe sputate, del gattonare e delle piante sradicate. Una grossa conquista: fino a poco tempo fa ero terrorizzata da questa possibilità. Guardavo le ditate sul frigo e le incrostazioni sul piano cottura e pensavo che mai avrei potuto cancellarle veramente bene. Perchè ero rimasta al paleozoico: all’epoca di acqua e spugna. Ora invece ci sono prodottini che basta uno spruzzo e via! Ok, sono un po’ tossici e corrosivi anche per gli umani, la prima volta che ho provato zac! mi è sparito il French sull’unghia in un istante. Ma adesso metto i guanti e anniento lo sporco qua e là con la grazia di Mastro Lindo. Il problema è che non ne ho mai voglia e pospongo le pulizie con nonchalance. C’è sempre qualcosa di meglio da fare. La sindrome di Bree Van Der Kamp la più pignola delle Casalinghe Disperate non mi ha ancora contagiato. Bree una volta mentre faceva sesso con il marito si è fermata e ha pulito perchè lui aveva appoggiato un sandwich sul comodino, ripeno di formaggio che stava incrostando il mobile. Ma tenere in ordine la casa cambia, comunque, i rapporti con i propri familiari: rende tutto più ambiguo. Si comincia a spiare e a prevedere i loro movimenti per evitare che mettano in disordine e sporchino. A volte si sogna di trasformarli in statue come negli incantesimi di Jadis la strega bianca e cattiva delle Cronache di Narnia. Si prova un inspiegabile piacere quando si rimane in casa da sole. Ma ci sono anche soddisfazioni più profonde. Come scoprire di essere la reginetta dello stiro (le camicie di mio marito vanno direttamente al lavasecco). Stirare cose rettangolari o vestiti delle bambine mi rilassa e poi posso ascoltare nell’i-Pod i mei audiolibri in francese, in tutta serenità, ovviamente se non si impiglia l’auricolare nell’asse.

Nati troppo presto


Sono a metà del guado: ho già vissuto una bella fetta della mia carriera di mamma. Le mie bambine vanno alle elementari e sono piuttosto autonome. Vale a dire: nei pomeriggi che torniamo a casa da scuola, posso anche mettermi un po’ a lavorare al computer e loro vengono solo 5-6 volte in un’ora a chiedermi un foglio, una matita, farmi vedere un disegno, dirmi ho fame, ho sete, lei mi ha dato un pugno… Nonostante tutti gli anni di “mammmitudine” sulle spalle, quando leggo di neonati prematuri, faccio un salto indietro nel tempo e mi commuovo fino alle lacrime. A dire il vero piango anche in tutti i film dove mostrano una nascita, un parto. Mi si sono inumiditi gli occhi anche nel film “Molto incinta”, che era demenziale, divertente non certo toccante. Ora si sta discutendo tra i neonatologi l’opportunità di stipulare un documento nazionale che stabilisca a 23 settimane di gestazione la possibilità di rianimare, intubare e curare un neonato prematuro. Perchè per i piccoli nati prima di questa data sono troppe le difficoltà da superare per aspirare ad avere poi un’infanzia e una vita normale. Curarli rasenterebbe l’accanimento terapeutico. In Olanda esiste una una normativa che prevede “lo spartiacque” per la soppravvivenza a 25 settimane. I neonati nati prima di questa data non si rianimano. E’ una scelta drammatica, delicata e difficilissima. Quand’ero incinta di Anita la mia primogenita, ho rischiato anch’io di farla nascere troppo presto, alla ventinovesima settimana, alla fine del sesto mese. Sono stata una notte in sala travaglio con la flebo della vasosuprina per fermare le contrazioni e scongiurare la nascita. E’ andata bene. Dopo ho passato un mese immobile nel reparto di ostetricia contando i giorni che mancavano alla fatidica trentaquattresima settimana, quando finalmente i polmoni del feto funzionano. Anita è nata alla trentaseiesima settimana, pesava 3 chili e non ci sono
stati problemi. Ma quando vedo quei microbebé i ricordi si fanno fin troppo vividi.

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