La sfiga del Mago di Oz


E’ uno dei miei libri preferiti. Un capolavoro con diverse chiavi di lettura da interpretare a seconda dell’età di chi si fa catturare dalla storia. Il meraviglioso mago di Oz, scritto da Frank L.Baum è un classico per l’infanzia che ho letto varie volte con le mie figlie, abbiamo anche visto il film del’39 con Judy Garland, abbiamo comprato il CD con la colonna sonora, imparato a cantare Over the rainbow, il DVD del film più recente con i Muppets e una volta Carnevale ho comprato anche un rotolo di carta igienica che quando la srotolavi un carillon, nascosto all’interno, intonava appunto le note di Over the rainbow (giuro).
Tutto questo prologo per dire che quando è uscito Il grande e potente Oz, prequel della storia narrata nel romanzo, sono andata subito a vederlo.
E’ ironico, intelligente e realizzato con grandi mezzi. James Franco è un mago affascinante e cialtrone, le streghe sono molto belle, specialmente la perfida Rachel Weisz, mentre la bionda Michelle Williams è un po’ troppo patatona con le sue guance paffute. Gli effetti speciali grandiosi, ci sono fortunatamente poche battaglie (che trovo sempre noiosissime) e solo il personaggio della mielosa e lamentosa bambola di porcellana è insopportabile. Insomma dopo 130 minuti di visione, Emma ed io siamo uscite felici e soddisfatte.
Ignare che la sciagura fosse dietro l’angolo.
La pellicola era 3D e così, giudiziosa e risparmiosa, mi ero portata da casa gli occhialini, per non doverli ricomprare alla cassa. Invece in questo cinema gli occhialini erano diversi e gratuiti, forniti direttamente dalla maschera al momento di entrare in sala. La stessa maschera li prelevava all’uscita.
Quindi io uscendo dal cinema mi sono trovata nella tasca interna della borsa gli occhiali che avevo portato inutilmente. E allora cosa ho fatto? Li ho gettati nel bidone situato di fianco alle casse.
Perchè qui a casa, nel cassetto, ho altri 10 paia degli stessi identici occhiali di plastica.
Nella borsa però, nella stessa tasca avevo anche i miei Rayban da sole, con lenti da vista, e solo ieri mattina ho realizzato con orrore che insieme all’occhiale 3D da un euro ho buttato nel bidone i miei da almeno 200.
Quando me ne sono accorta avrei voluto spararmi.
Ho sempre temuto di non essere un genio, ma non avevo mai pensato di poter essere così demente!!!!
Ho chiamato subito il cinema e quando dopo vari tentativi mi hanno risposto, con grande suprema vergogna, ho raccontato l’accaduto. Spiegato con imbarazzo quale fosse il cestino dove li ho gettati e mi hanno detto che mi fanno sapere entro oggi.
Tengo le dita incrociate ma comincio a non essere più una fan del mago di Oz! Perchè ormai è associato per sempre all più grande cavolata (non voglio essere volgare) che abbia mai fatto.
Per conforto mi raccontate, per favore, se voi avete mai compiuto azioni così stupide?

Quanto costa l’aldilà!

Ieri stavo lavorando tranquilla e serena quando mi arriva una telefonata.
Imprevista. Surreale. Macabra. Dolorosa. Sconvolgente.
“Qui è il cimitero. Lei ha fatto una pratica nel 2001”
“Una pratica? Veramente è morto mio padre”
“Appunto adesso dobbiamo fare un’esumazione”
“Un’esumazione???”, cado dalle nuvole. Pensavo che si esumassero solo i cadaveri diciamo “sospetti”. Tipo Renatino boss della banda della Magliana che è stato seppellito, nella basilica di Santa Apollinare a Roma e ci si chiede ancora perchè. Oppure qualcun altro vittima di un crimine, da esumare per capire qualcosa di più sulla morte violenta…ma il mio povero papà non potrebbe riposare in pace?
La morte non è per sempre?
Pare di no.
“Lo esumiamo, poi vediamo se è decomposto…poi magari l’ossario…”
Deglutisco.
“Oss…ossario?”
“Guardi, deve scegliere. Probabilmente è già decomposto…però ci sono due opzioni a 2 anni o a 5 anni…invece là sarebbero 99 anni…”
Sembra una svendita.
“Poi il prezzo cambia a seconda delle file”
Come l’ombrellone in spiaggia.
“La prima fila è sugli 800 euro”
Gasp!
“Lei ha una tomba di famiglia?”
No, sono sfigata. Non ci ho mai pensato.
“Altrimenti per la cremazione, poi deve decidere dove mettere le ceneri…che tipo di cassettina…o se le vuole disperdere”
Come nei film. I più fichi usano l’oceano o un monte se hanno magari nonni apache.
“E’ sicura che non vuole assistere? Sarà senz’altro decomposto, ma non si può mai dire però”
Brivido.
“Posso rivolgermi a un’agenzia di pompe funebri?”
“Certo ma faccia presto però”
Alla fine, mi sono infomata. E’ quasi normale ricevere una telefonata così. Non è più come una volta, riposa in pace, è solo un modo di dire. Dopo un po’ di anni anche i morti devono sloggiare e il trasferimento costa, costa caro, aspetto il preventivo ma saranno più di mille euro.
A prescindere dalla crisi il business del caro estinto va fortissimo.

L’ingorgo infernale

“Ciao ragazze, esco un attimo a fare la spesa. Torno fra un’ora, fate i compiti, portate fuori Lola… eccetera…eccetera”
E sono partita in auto serena sotto la pioggia.
Ho fatto la spesa coscienziosamente e anche di buon umore perchè ho ricevuto una simpatica telefonata e alle 18, con il bagagliaio pieno sono ripartita verso casa.
La pioggia aveva aumentato d’intensità e anche il traffico non scherzava. Ma confidente ho preso la solita scorciatoia, una strada secondaria che faccio almeno una volta al giorno per andare a prendere Emma da scuola, però dopo 500 metri mi sono fermata. La strada era tutta bloccata, non si procedeva nemmeno a passo d’uomo. Acqua a catinelle, tergicristalli a manetta, automobilisti esasperati e incarogniti, dopo mezz’ora ero avanzata solo di una decina di metri. Mentre di solito il tragitto casa-super è di quindici minuti. Ho chiamato casa per spiegare il ritardo, sono andata su twitter, su facebook, ho scaricato la posta, ho acceso e spento la radio, fatto due telefonate, e soprattutto ho cominciato ad avere crampi alla pianta del piede sinistro su e giù dalla frizione. L’acqua si stava trasformando in nevischio, le facce degli altri automobilisti sempre più cattive, le pozzanghere come laghi, la strada buia e lucida, con i fumi di scarico che facevano uno strano effetto horror. E’ passata un’altra ora, ho richiamto casa, sono tornata su twitter, instagram, facebook, ho ascoltato ancora un po’ la radio ma i tg mi davano sui nervi. Ho spento, ho porconato, ancora twitter, facebook, ho cominciato ad avere paura di dover andare in bagno.
Dopo un’ora e mezzo ho pensato di mollare l’auto e andare a casa a piedi sotto la pioggia. Ma avevo due borse colme di spesa e nel contempo il frigo vuoto.
Sono aumentati i crampi al piede e ho anche litigato, a gesti, con un tizio che voleva superarmi sulla destra. Dallo stress ho ricominciato a pensare che forse dopo avrei dovuto proprio andare in bagno. Meglio facebook, la posta, instagram. Che palle.
Ho richiamato casa, dato indicazioni per la cena.
“Ma dobbiamo fare i compiti…”
“Ok…tanto non so nemmeno se riuscirò a tornare…”
Intanto avevo fatto 500 metri, un record.
Dopo due, dico due lunghissime ore di coda, alle 19.57 esatte, sono arrivata finalmente sotto casa.
Il motivo dell’ingorgo?
La pioggia e i lavori in corso che però erano in un’altra strada.

P.S. Da quando c’è Pisapia, vivere a Milano, è “bello” come quando c’era la Moratti.

Medici in prima linea (al bar)

Da un po’ di tempo Anita non sta benissimo. Forse ha la pressione troppo bassa. Vi risparmio i dettagli e vi dico solo che stamattina andiamo a fare gli esami del sangue all’ospedale S.Raffaele, che è abbastanza vicino a casa mia. Spero di non trovare troppa ressa invece nonostante la scelta dell’ora tattica, rimaniamo in sala d’attesa, a digiuno, per circa un’ora e mezzo. Poi finalmente il prelievo e la successiva, tanto agognata, colazione in uno dei bar del tunnel, una specie di shopping centre, costruito per raggiungere l’ospedale.
Proprio lì, a un certo punto dopo aver sbocconcellato un muffin, Anita comincia a impallidire, a sentirsi debole e praticamente sta per svenire. Considerato che è più grande di me e non posso certo sorreggerla o prenderla in braccio, uno dei baristi premurosamente mi porta una sedia, dove la faccio sedere mentre beve acqua zuccherata. Tutto ciò accade a fianco del bancone del bar, perchè certo Anita non riesce a camminare e a spostarsi.
Nello stesso istante, mentre me la faccio addosso per la preoccupazione, arrivano due medici, di verde vestiti, a bersi il caffè. Proprio a 10cm da mia figlia accasciata.
Mentre altri avventori del bar, ci guardano con preoccupati, i due dottori invece non fanno una piega. Continuano a chiacchierare e ridacchiare tra loro. Certo, non possono non vedere la ragazza dalle labbra sbiancate e il colorito cadaverico, ma decidono di sbattersene allegramente. Di ignorare tutto e non chiedere se, per caso, ci fosse bisogno di un consiglio. E il giuramento di Ippocrate?

di prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni ….

Questi due se ne sono fregati di Ippocrate, Asclepio, Igea, Panacea e tutta la brigata dei medici dell’antica Grecia! Bravi!

Pensare che proprio Anita mi ha appena raccontato che ieri, in centro a Milano, aveva soccorso e aiutato a rialzarsi, una signora sconosciuta che davanti ai suoi occhi era caduta in bici vicino alle rotaie del tram.
Se un certo senso civico ce l’ha anche un adolescente, perchè due ospedalieri sono così insensibili?
Certo, erano in pausa caffè ma se stramazza un umano di fianco alla tazzina, non soccorrerlo perchè fuori orario è una cosa plausibile?
Comunque, dopo due bicchieri di acqua e zucchero mia figlia sta meglio, riprende colore e poi può anche alzarsi.
Così ringrazio i baristi, lascio una mancia, maledico quei medici egoisti e torniamo a casa.

Milano bollente 2

Oggi in città erano 38° e sono andata dal parrucchiere perchè domani vado a Creta per una decina di giorni e, come si dice, “volevo essere a posto”.
Ore 13, esco dal negozio, carina e ben pettinata, tacchi e vestitino.
Strada deserta, calore da togliere il fiato. I tacchi affondano nell’asfalto che si fonde. Sto per entrare nella mia macchina, quando dall’altra parte della strada (dove appunto non passava nessuno) una tizia mi chiama:
“Per favore, mi aiuti che ho la batteria a terra! Può parcheggiare vicino a me così attacco i cavi?”
L’altro giorno anche Sant’ è rimasto a piedi con la moto per un problema di batteria e non è stato piacevole, per cui mi sono sentita altruista e ho accettato di aiutare la tizia in panne.
Non era da sola, con lei c’era un uomo con una maglietta da fornaio e questo mi ha rassicurato, ho vagamente pensato: “Se è la moglie del fornaio va bene…non è una che mi vuole raggirare”
Così ho cercato di parcheggiare cove voleva lei, però ho cominciato subito a rompere:
“Un po’ più qui, un po’ più lì, un po’ più avanti, un po’ più indietro…”
Quando sono arrivata, finalmente, dove piaceva a lei, ho notato che non era sola con il “fornaio”, c’era anche un altra coppia più giovane. Poi ho dato un’occhiatina alla sua auto. La fiancata sinistra era tutta ammaccata e lo specchietto retrovisore, non c’era più, era solo un mozzicone di plastica nera. Forse non aveva solo un problema di batteria.
Ho guardato meglio anche lei: i capelli erano come i miei prima della costosa seduta dal parrucchiere, però quella cannottiera un po’ troppo slabbrata e poi si è voltata e dai jeans le è uscito uno sbuffo di tanga. Come se si fosse messa le mutande di un’altra, tre taglie più grandi e un pezzo di pizzo marrone le sventolava sopra le chiappe fuori dai jeans. Ho cominciato a chiedermi cosa ci facessi lì e soprattutto a sudare.
Intanto il “fornaio” non riusciva ad aprire il mio cofano e allora ha chiesto di aiutarlo. Ho notato che non era per niente un “fornaio” della zona (tra l’altro chiuso da settimane) solo uno con una maglietta bianca, anche un po’ sporchina da vicino.
“Come si apre il cofano?”
“Non lo so, fermi qualcuno più esperto di cofani” e cercavo di mettere in moto e andarmene.
“No, aspetti…mi scusi” e zac!prima che potessi fermarlo, mi ha aperto la portiera e vicino alle mie gambe ha trovato il pulsante per aprirlo.
Paralizzata sul sedile, avevo oramai la borsa stretta al petto come la moglie di Fantozzi e pensavo di essere stata veramente scema ad abboccare.
Mi venivano in mente tutte le email paranoiche, che mi girava un’amica:
non fermarti mai se qualcuno ti chiede aiuto perchè ha forato una gomma…ti vogliono rapinare…se ti racconta che suo figlio nel seggiolino sta male, non è un figlio, è un bambolotto…e ti vogliono rapinare…se ti scontrano…ti vogliono rapinare…
Avevo sempre più caldo, mi sentivo sempre più cretina e guardandomi intorno vedevo che in giro non c’era proprio nessuno altro. Solo la coppia giovane, loro complici?
Intanto tizia dalla mutanda abbondante aveva i cavi in mano e stava per attaccarli. Dopo sarei stata loro prigioniera? Volevano me o la mia auto? Cominciavo a farneticare e rischiavo anche di svenire dal caldo.
Proprio allora “il fornaio” ha chiuso il cofano con un’espressione esasperata:
“Non troviamo la batteria!”
Forse qualcuno dal cielo l’aveva fatta sparire? Non ho voluto indagare, ho solo detto:
“Allora vado!”e sono sgommata via con un sudato sospirone di sollievo.

I fantasmi nell’armadio

Sono sempre stata piuttosto realistica e poco incline ad apprezzare e credere alle presenze sovrannaturali, ma sto per cambiare idea. In casa le cose spariscono: è normale. Si cerca un oggetto che è sempre stato nello stesso posto e puf! non c’è più. Ovviamente quando serve. Allora gli approcci sono diversi: imprecazioni, attribuzione di colpa a chi ci sta intorno (con gradi di gentilezza variabile), preghierine (da piccola mia madre mi aveva insegnato di votarmi a Sant’Antonio, a suo parere meglio degli uffici smarriti), rituali vari, investigazioni para scientifiche. Insomma ognuno ha il suo metodo più o meno infallibile. Fino a poco fa anch’io mi barcamenavo così. Certe cose sparivano, altre le trovavo. Ultimamente però la situazione è peggiorata.
In teoria sarei abbastanza ordinata, in pratica vivo di buoni propositi e procrastino le cose da mettere a posto. Comunque ho dei fiori all’occhiello, degli angoli della casa dove i miei oggetti sono orgogliosamente archiviati e riposti. L’eccellenza in questo caso è rappresentata dalla scarpiera. Un anno fa c’è stata l’inaugurazione: nel ripostiglio ho messo una ventina di scatole semitrasparenti dell’Ikea dove ho coricato amorosamente le mie calzature. Un lavoretto scientifico e raffinato. Nonostante questo ordine teutonico, sono spariti un paio di sandali blu. I miei preferiti naturalmente.
Li ho cercati per giorni, ho aperto e chiuso tutto, scatole, cassetti e guardato anche tra gli stivali. Niente.
Quando mi sono decisa a piangerli come dispersi sono riapparsi improvvisamente nella prima scatola sullo scaffale. Sono stata felice ma anche perplessa.
In casa hanno condiviso la mia gioia commentando: “Mamma, sei proprio rimba!”
Opinione convalidata da un’altra sospetta sparizione, questa volta dall’armadio: i miei jeans bianchi corti a metà polpaccio. Bellissimi, leggeri, ovviamente i miei preferiti. Imperdibili jeans-bilancia quelli che mi dicono se si sono accumulati cuscinetti. Quelli che se sgarro non entrano. Volatilizzati. Ho guardato ovunque, anche tra le cose delle mie figlie, di Sant’ (non si sa mai!). Ho trovato tutti i pantaloni degli ultimi dieci anni: leggins, pinocchietti, a sigaretta, cargo, a zampa, bermuda. C’erano tutti, meno quelli che volevo.
C’è un fantasma con il 37 di scarpe e la 28 nei jeans. E adesso posso rimpimzarmi di tutte le schifezze tanto i jeans-bilancia non li ho più!

Hillary? No, grazie


In prima pagina del Corriere di oggi c’è la notizia dell’incontro di Hillary Clinton, attuale Segretario di Stato Americano con la leader birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace. Un meeting storico che si spera possa alleggerire la tensione in Birmania. Non mi addentro nel commentare politicamente l’incontro, ma vorrei invece parlare di Hillary Clinton che in un altro articolo “di spalla” secondo Tina Brown, direttone di Newsweek e del quotidiano on line Daily Beast, viene definita paladina delle donne e dei loro diritti. Per avvalorare il suo parere cita un programma strategico, di 4 anni, redatto dal Dipartimento di Stato della Clinton in cui le donne e i loro diritti sono nominate 133 volte in 220 pagine. Cito testualmente le parole della Brown:
“Secondo la Clinton se si consente alle donne di svolgere un ruolo politico e culturale rilevante nella società, tutti ne traggono benefici, inclusi gli uomini e i bambini”.
Sono d’accordo al 100% con questa affermazione ma non mi fido della Clinton come paladina dei diritti delle donne.
Così come non mi fidavo di Condoleeza Rice come esempio dei diritti degli afroamericani.
La Clinton non mi sembra neanche tanto una donna, è un mostro di ambizione di sesso femminile che per avere il potere si comporta come un uomo.
Hillary Clinton la sua reputazione femminista se l’è giocata quando non ha divorziato, per convenienza ovviamente, da Bill Clinton, allora Presidente, se la intendeva con Monica Lewinsky nella Stanza Ovale.
Queste mogli che perdonano e rimangano a fianco dei mariti potenti, e maiali, per interesse mi disgustano profondamente.
OK, è un atteggiamento molto anglosassone. Cultura diversa, loro sono più repressi.
Da noi non succede: perchè o non è mai vero o non è mai peccato.
Però, ripensandoci, alla fine la nostra Veronica è stata meglio della Clinton.
Quindi ottimo se grazie alla nuova Hillary ci saranno miglioramenti a livello globale per la vita delle donne, ma a santificarla come eroina delle donne proprio non ci riesco.

Granchio nelle mutande ma anche…(Halloween story)

Ieri sono stata dal dermatologo per accompagnare Anita e mentre ero lì ne ho approfittato per chiedere alla dottoressa di dare anche un’occhiata a un “brufolo” lampeggiante e persistente che da un mese mi deturpava nelle vicinanze delle ascelle.
Pensavo che lo guardasse e mi consigliasse di mangiare meno cioccolata e invece, dopo un attenta osservazione, la diagnosi è stata:
“Questa è la puntura di un ragno”
“????”
“Può essere successo sul balcone…ricorda di aver sentito qualcosa?”
“Veramente no”
“Può anche essere successo a letto”
Vabbè che ormai è Halloween ma non volevo che la dottoressa pensasse che ho le ragnatele in casa, perciò sono rimasta silenziosa.
Ma lei mi ha incoraggiato: “La riconosco perchè è successo anche a mio marito mentre dormiva”
Poi mi ha medicato, messo la pomata antibiotica e chiesto se ricordassi di aver accusato sintomi strani:
“Febbre? Mal di testa?”
Allora mi è venuto in mente di aver avuto, proprio quattro settimane fa, una notte agitata con emicrania fortissima e senso di nausea. Pensavo fosse un’indigestione e invece doveva essere stato il risultato dell’intossicazione dovuta morso del ragno velenoso.
Poi ho cominciato a sentire una certa solidarietà con la vecchia Cleopatra, lei con l’aspide e io con il ragno.
Due donne scomode che a qualcuno faceva/fa comodo fare sparire.
Chi mi aveva messo il ragno nel letto?
Emma che è stanca di sentirsi ripetere: “devi fare i compiti”?
Anita alla quale ho rifiutato di comprare un altro paio di jeans?
O Sant’che è stanco di sentirsi ripetere “che palle il motociclismo”?
Sono tornata a casa e ho raccontato a Sant’ l’accaduto.
Lui ha replicato: “Ti sarà entrato nel reggiseno in palestra”
“Sì certo, come il granchio nelle mutande!”
(Sant’ ama abbastanza i ragni perchè cacciano le zanzare, che lui odia, quindi in casa di solito li lascia vivere)
Poi sono andata in camera, ho spostato il letto, ho aspirapolverato in tutti i pertugi del letto Fluo (che il ragno si un optional per gli sposi non novelli?) e più tardi mi sono coricata. Stavo quasi per prendere il mio libro per leggere, quando l’ho visto: un aracnide nero e peloso con un corpo di circa due centimetri è partito in diagonale da dietro al letto fin sul muro di fianco.
Mi sono alzata e l’ho stritolato, à la guerre comme à la guerre, alla faccia de La tela di Carlotta anche se è un buon libro.
Poi ho chiesto aiuto, abbiamo rispostato e ispezionato dietro al letto, senza trovare nessuna traccia interessante.
Era stato lui? Ho googlato “quanto vivono i ragni?” e ho scoperto che possono arrivare anche a uno o due anni.
Quindi poteva benissimo essere stato “lui”, il bastardo che mi ha morso, quattro settimane fa!
Più tardi mi sono addormentata e naturalmente ho avuto un incubo tremendo: ho sognato che era tornato con tanti amici!

Il favoloso mondo della delegata

Evvai! Freedom!
Siamo arrivati all’ultima settimana di scuola, da un mese abbiamo messo le tacchette sul calendario e le barriamo come i carcerati.
Emma finisce le elementari e Anita le medie, il tempo è volato e blah…blah…sembrava ieri…i figli crescono…le mamme…botox?
Comunque sono poco romantica a nostalgica perchè queste ultime 2-3 settimane scolastiche sono state un incubo. Non per i voti, le verifiche, la paura degli esami. Non per questi motivi, ma per le pubbliche relazioni forzate. Per l’interazione con le delegate di classe.
Due feste di classe di addio, regali? Brunch? Happy hour? Agriturismo? Regali sì, regali no? Letterina di commiato? Foto con grembiulino? Senza grembiulino? Facciamo un sondaggio? Filastrocchina di addio? Chi porta le bibite?
Un inferno di email con “replay to all” per qualsiasi stupidata, la posta ingorgata e i maroni trucidati.
Sì, perchè più i figli sono piccoli più le madri sono simpatiche, al nido, alla materna la magia della maternità raddolcisce e unisce. Mentre più i ragazzi crescono, più le madri si affrontano a muso duro. E sfogano le loro frustrazioni sulle altre madri. E il mestiere della delegata di classe è l’apoteosi di tutto ciò.
Alcune anime assolutamente naif, si candidano perchè pensano che sarà un servizio per la comunità, ma ben presto scoprono il lato oscuro di questo sporco mestiere. Presto capiscono che devono sganciarsi al più presto, pena l’esaurimento nervoso. Alcune ce la fanno, altre no. Passare lo scettro della delegata è come la Pepatencia, una cosa non sempre facile. (Personalmente ho impiegato ben tre anni scolastici)
Poi ci sono quelle che invece nel ruolo ci sguazzano e qui abbiamo sostanzialmente tre tipologie:
-la kapò, quella che si sfoga a comandare e diffonde assurde email militaresche.
-la lecchina, quella che gode ad avere rapporti completi e prolungati con le insegnanti.
-l’astuta, che ha un figlio/a disastroso e pensa di metterci una pezza spalmando i suoi problemi personali di educazione e contenimento del pargolo su tutta la classe.
Sono troppo cattiva? O avete anche voi incontrato gente simile?

P.S. Ho appena scoperto che SavetheMom fa un giveaway del mio libro, nel caso vogliate approfondire la tematica delegate di classe, (ho un po’ la fissa sull’argomento) c’è un capitolo che ne parla!
Quindi potete tentare la fortuna 🙂

Il significato dei nomi

La scorsa settimana era il mio onomastico, anche se veramente ho due nomi e così approfitto e li festeggio entrambi. Alla mattina, a colazione con le ragazze disquisivamo sul significato dei nomi.
Anita googlava e rispondeva subito:
“Emma-valorosa in battaglia”
“Anita-favorita da Dio”
“Patrizia- di nobile stirpe”
“Clotilde-illustre in battaglia”
“Però che noia con tutte queste battaglie”, ho commentato.
“Proviamo qualche altro nome”, ha suggerito Emma.
“Alessandra-colei che difende e protegge”
“Cristina-di religione cristiana”
“Francesca-donna libera”
“Già questo mi piace di più, è più moderno senza tante guerre e religione”
“Sono definizioni vecchie, dovrebbero essere rinnovate”
“E’ vero, adesso andrebbero bene frasi come: Pinco Palla-abile nello shopping”
“Oppure: Tizia-grintosa nei saldi”

(o ancora Piripacchia-veloce nel darla via. Ma l’ho solo pensato e fortunatamente non l’ho detto)

Allocca

Non ci ero mai cascata. Sono sempre stata piuttosto scaltra, smart, incontaminata dalle lusinghe degli imbonitori di strada. Tra un “no grazie”, “ce lo già”, “non mi serve”, conoscevo mille sinonimi del classico “non compriamo niente” e quindi sono sempre riuscita a dribblare brillantemente ogni venditore. Ho negato di usare internet, di avere la tv e anche di parlare italiano. Insomma inattacabile.
Fino all’altro giorno, quando ho capitolato come un’allocca.
Ero in una stazione, stavo andando al mio binario. Un tipo sui 35 mi ha fermato, chiedendomi quale fosse l’ultimo libro che avevo letto. Avevo appena pranzato con un’amica, avevamo parlato proprio di letteratura. E così…
….la sventurata rispose
come la Monaca di Monza, (ero in centro a Milano ma vabbè) ho dato così inizio alla mia sciagura.
“Quanti libri legge? Quanti ne compra all’anno?”
“”20-25”, mi sono vantata stupidamente.
Con questa risposta occhi del mio interlocutore, si sono subito inzuppati di luce– come scriverebbe Silvia Avallone- luce con un bel riflesso verde-dollaro.
Aveva intuito di aver trovato il pollo.
Mi ha detto di essere di Euroclub-Mondolibri e gentilmente mi ha spinto verso il suo micidiale banchetto.
Aveva tirato fuori la brochurina e incominciato a parlare di card, vantaggi, sconti, offerte premium. Di libri che potevo acquistare con lo sconto del 20%, del 30%, del 40%, ecc…ecc.
Anche una decerebrata a questo punto avrebbe dovuto sentire puzza di bruciato. Io invece no, cominciavo a pensare che facevo tardi per il treno ma credevo ancora che questo simpatico tipo stesse facendo un sondaggio.
L’ho solo interrotto per dire che avevo fretta e allora lui ha tirato fuori il modulino, mi ha chiesto il nome, l’indirizzo e bla bla bla…
E’ incredibile ma alla fine ho anche firmato per tagliar corto.
Me ne sono corsa via, per non perdere il treno, con la brochurina, la card dello sconto e altri depliant.
Appena seduta sul treno mi si è ricollegato il cervello: ho ricordato improvvisamente che Euroclub era proprio il nome che una mia babysitter tanti anni fa mi aveva menzionato. Il nome di un incubo: di un tunnel senza uscita.
Ho letto le condizioni sotto la modulo che avevo firmato: mi ero impegnato di comprare 2 libri al mese scelti dal loro catalogo (pieno soprattutto di schifezze super commerciali, altrimenti avrei dovuto acquistare comunque due volumi scelti da loro ovviamente erano quelli dai prezzi più esosi, tipo un volume patinato sul giardinaggio e via così…una vera truffa)
Mi sono sentita mancare.
Sono stata assalita da una profonda vergogna. Non mi sono mai sentita così profondamente stupida.
Fortunatamente tra le condizioni ce n’era anche una salvavita: entro dieci giorni con una raccomandata si poteva recedere dal contratto. Avrei fatto così. Ma la vergogna e il senso di disagio comunque non mi lasciavano.
Mi sono mangiata anche due cioccolatini ma non avevano sapore (solo calorie).
Sapevo cosa potevo fare per alleviare questa spiacevole sensazione: condividere con qualcuno.
A casa l’ho raccontato subito ad Anita, che mi ha sgridato: “Ma mamma! Non si firma niente per strada!”
Non bastava sentirmi redarguire dalla mia primogenita per espiare. Dovevo andare fino in fondo.
E confessare tutto a Sant’.
(…continua)

Assertiviamoci

Ieri sera ho chiamato la babysitter poi sono uscita con lei e ho lasciato Sant’ a casa con le ragazze. O anche le ragazze a casa con Sant’. Comunque, siamo uscite e ci siamo divertite.
La nostra destinazione era la presentazione dell’ultimo libro di Alessandra Faiella, un manuale che insegna ad assere assertivi, a farsi rispettare e non farsi prevaricare. In questo simpatico mondo in cui tutti cercano di fregarci, imparare a reagire e interagire nel modo migliore in tutte le situazioni a rischio (praticamente sempre: dalla famiglia al lavoro passando per il parco giochi e il supermercato) non è cosa da poco.
C’è chi per non farsi mettere i piedi sulla testa dal prossimo reagisce con aggressività, chi invece diventa zerbino e chi si macera nei sensi di colpa.
Mentre l’assertivo invece è estremamente fico: risponde a tono, senza lasciare una scia d’odio, soprattutto senza pensare che avrebbe potuto fare meglio.
Non è affatto facile.
Nella presentazione, divertentissima perchè la Faiella è una comica (oltre che una veggente e infatti ha scritto anche questo libro in tempi non sospetti) e aveva come spalla una collega sono stati fatti parecchi esempi illuminanti e anche un test per misurare il grado di assertività.
Nel rispondere ho un po’ barato e sembravo quasi normale, ma so che propendo per il genere zerbino fuori casa e aggressivo nell’idillio della coppia.
Poi un altro mio problema è che tendo a fuggire invece di affrontare una situazione in cui dovrei dire “no” con assertività, cerco di sparire e non farmi trovare per eliminare i problema.
Insomma ho mooooolto da migliorare. E voi?

P.S. Per chi vive a Milano c’è anche un’altra notizia interessante: al Teatro la scala della Vita che si trova all’interno della Macedonio Melloni, c’è Crisi di riso, una rassegna di spettacoli comici che si tiene ogni due giovedì del mese fino alla fine di maggio. Questa iniziativa sostiene l’associazione onlus Il sipario dei bambini che aiuta i piccoli dell’ospedale.
Tanti anni fa ho partorito proprio in questo ospedale, ho avuto molta sfiga, sono stata ricoverata per tanto tempo. Ho rischiato di dover mettere Anita nella loro patologia neonatale, invece del classico gioiello quando c’è stato un happy ending, con neonata nata sana e abbastanza pacioccona, ho devoluto a questo reparto. (Anche se adesso quando mi fa arrabbiare mi chiedo se per caso non fosse stato meglio beccarmi un paio di orecchini!)
Comunque, questo flash-back un po’ patetico per sottolineare che questa iniziativa mi sta particolarmente a cuore.
E può darsi che quando andrò agli spettacoli invece di ridere mi verrà anche un po’ da piangere per la commozione.

Curriculum

L’ispirazione per questo post mi è venuta leggendo recentemente il romanzo Stupore e tremori di Amélie Nothomb che racconta la sua giovanile e tragicomica esperienza lavorativa presso una multinazionale giapponese a Tokio.
Provenendo da una famiglia modesta, con la quale ho sempre avuto rapporti non propio idilliaci, sin dalla tenera età di sedici anni ho cercato di rendermi indipedente lavorando.

-Vivevo in Romagna e le prime esperienze sono state quelle di bracciante agricola: fragole, pesche e uva. Sembra la ricetta di una macedonia ma era un lavoro durissimo, ben pagato ma da fare per un paio di settimane al massimo perchè altrimenti schiattava. Tutto bene a parte un po’ di orticaria sugli avambracci dovuta alla peluria delle pesche gialle.

-A diciotto anni il salto di qualità: inserviente in una colonia di Pinarella di Cervia. Sono andata con un’amica, per tre settimane. Pulivamo i bagni, le camerate e scodellavamo i pasti. Però eravamo contente perchè alla sera finito il turno andavamo a ballare per tutta la notte e nessuno poteva controllarci.
I bambini erano pestiferi e spesso ci stupivano facendoci trovare intere pagnotte infilate nei water. Poi nella camerata ce n’erano due con problemi di enuresi notturna, noi non sapevamo neanche cosa fosse, ci infastidiva solamente trovare il letto bagnato. Così abbiamo smesso di rifarlo a quei due. Questo ci ha marchiate per sempre.
L’anno dopo abbiamo rifatto la domanda per tornare a lavorare e ci è stato risposto che eravamo sulla lista nera delle inservienti, non saremmo mai più state assunte a pulire in nessuna colonia.

-Quando mi sono iscritta a Giurisprudenza, ho cominciato a cercare lavori attinenti ai miei studi. E così ho ottenuto quello che oggi si chiamerebbe “stage” (però retribuito): tre mesi in Pretura come assistente dell’ufficiale giudiziario. Lavoravo in ufficio solo al mattino ed ero quasi sempre da sola. Una pacchia. Peccato che un brutto giorno mi abbiano dato da fare un conto, un rendiconto, una somma di spese. Dovevo fare un’addizione lunghissima con una calcolatrice. Ho pensato ingenuamente: “Che sarà mai? Mica la devo fare a mano, ho finito il liceo scientifico, ho copiato la prova di matematica all’esame, questo sarà un gioco da ragazzi!”
Illusa, le maledette cifre mi beffavano, la somma non veniva mai uguale. Proprio come la povera Amélie nel romanzo. Ho provato e riprovato per una settimana e alla fine ho dovuto dare la somma all’ufficiale giudiziario dicendo: “Dovrebbe essere questo il risultato, ma anche no!”

Voglio raccontarvi anche la mia esperienza di commessa, bigliettaia in discoteca e interprete…adesso faccio la casalinga e devo andare a fare la spesa!

Love dilemma

L’altro giorno ero in palestra a pedalare sulla cyclette e avevo davani la tv sintonizzata su MTV.

Giovanni e Rita. 83% coppia spumeggiante. Siete fatti l’uno per l’altra. Intesa fantastica. Rita: riesci a anticipare i suoi desideri.

Marta e Stefano. 27%. Non avete niente in comune. Stefamo smettila di illuderti: lei ti prende in giro. Meglio dimenticare.

Mirco e Alessia. 52%. Avete gli stessi interessi ma questo non basta a legarvi per sempre. Alessia devi impegnarti ed essere te stessa.

Basta mandare un sms, che non ricordo quanto costa, con il nome dei due presunti innamorati e zac! scatta la statistica e la previsione sulla durata della storia.

Pedalavo e pedalavo incantata, fissando lo schermo. Volevo saperne di più!

Per esempio su: Marina e Davide. 75%  coppia spumeggiante. Avete gli stessi interessi. Marina non aver paura di essere te stessa.

Andrea e Deborah. 81% siete fatti l’una per l’altro. Avete gli stessi desideri. Deborah conosce i sogni di Davide.

Continuavo a pedalare affascinata da questo mantra: un softwerino redditizio che ricicla sempre le stesse frasi nel bene e nel male.

Immagino che questo programmino non si faccia, giustamente, problemi se si chiede come andrà l’amore fra Pino e Gino. E tra gli animali? Se si manda un sms, ad esempio, con i nomi Zebra e Leone….65% siete agli antipodi. Avete gusti diversi ma vi compensate. Un carnivoro e un erbivoro si devono impegnare molto per stare insieme!

Capisco che questo giochetto sia dedicato agli adolescenti e la curiosità di sapere se l’oggetto del desiderio corrisponde la passione c’è sempre stato. Anche ai miei tempi. Noi facevamo: se passa una macchina rossa vuol dire che ti ama. Oppure con gli orologi digitali: se è un numero dispari ti telefona.

Ma per sapere, se l’amore del momento sia coinvolto oppure no, un modo c’è sempre.

Ricordo infatti una mia amica, un po’ di anni fa, che si era innamorata di un cantante inglese. Era andata a Londra per cercarlo e conquistarlo. Ma era giustamente dubbiosa sulla riuscita della missione. E ha trovato  inaspettatamente un oracolo che le ha fatto una previsione. Era nel West End, la zona dei teatri, guardando all’orrizzonte ha visto l’insegna luminosa di Evita, il musical sulla storia di Evita Peron.

Ha avuto una folgorazione, ha letto “èvita” e ha capito che purtroppo doveva lasciar perdere!

P.S. Sparisco per una settimanina, ma se trovo la connessione posterò.

Homemade

Questi due pupazzi fatti dalle ragazze, con le loro manine, sono stati i regali di Natale a me e Sant’.

Il più grande si chiama Frappo, il piccolo Jimmy. Ma la dimensione non conta, mi hanno detto.

Il mio infatti è Jimmy e non sono stata meno buona di Sant’…credo (???)

P.S. aggiornato Ringhiandoalmondo

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