Involuzione?

Dopo una serie di post un po’ scemi, stamattina mi applico: dedico questa riflessione a Silvietta.

Una delle sfide più importanti nell’educare delle figlie femmine è far loro capire cosa significa essere delle ragazze nella società odierna. Insegnare loro il valore e il rispetto della loro condizione femminile e per farlo è necessario naturalmente fare dei passi indietro, raccontare come fossero le cose un po’ di tempo fa. Quali conquiste sono state fatte e come vedere la situazione in prospettiva.
Fino a poco tempo fa, facevo la rassegna stampa di tutti gli articoli sugli animali che trovavo sui giornali e li passavo ad Anita. Adesso ritaglio quelli che raccontano di donne toste.
Come ho già scritto, in questo periodo stiamo traghettando dai film per bambini alle commedie.
Una settimana fa siamo andate a vedere la nuova versione di Fame, che è piaciuta molto. Allora la mia amica Lisa, anche lei madre di due ragazzine, mi ha passato due dvd da guardare insieme: la prima versione di Fame e Grease.
Sul primo Fame, girato nell’81, Anita ha commentato che i protagonisti sembravano “un po’ sporchi, trasandati e pelosi”. Le ho spiegato che era lo spirito dei tempi.
Negli anni’ 70 c’era stata una grande rivoluzione di costume. Volutamente anche nei film si proponevano immagini più anticonformiste, naturali e di rottura, rispetto a quelle un po’ finte e patinate delle commedie degli anni’ 50 e ’60. Poi ho raccontato delle conquiste fenminili, dei contraccettivi, della libertà di costume, del divorzio, dell’aborto.
L’altra sera abbiamo guardato Grease, nella scena iniziale c’è il mitico duetto Summer Nights, fra Sandy e Danny. Nei contenuti speciali c’era anche la versione karaoke e allora ci siamo anche lette bene i testi: lei è romantica, confidandosi con le sue amiche, lui sbruffone, racconta a suoi compari di un’avventura ben più erotica della realtà.
Qui è partito un altro “spiegone”: ho rivelato a mia figlia un evergreen del rapporto uomo-donna. Le ragazze, di solito, si confidano con le amiche e raccontano episodi intimi, la verità. I maschi, quando parlano fra loro, fanno come i pescatori: esagerano. Poi di solito, non parlano di emozioni.
Perchè non è da uomini. Grease è degli anni’50, però i nuovi maschi in questi comportamenti sono uguali a quelli del film con la banana impomatata.
Colpa della società? Colpa delle loro mamme, dei loro papà? Del loro Premier?
Non mi resta altro che citare la bella intervista di Panz, in cui sostiene che ora c’è un’involuzione di costume. Non è per niente bello.

Questo secondo video lo utilizzerò quando dovrò invece spiegare “certe cose” a Emma!

I no che servono a crescere

Anche stamattina su France 2 parlavano di video divertenti, quello che hanno mostrato non l’ho trovato ma cercando, cercando, sono incappata in questo. Gira in rete da tempo ma forse qualcuna di voi non l’ha visto. Mi sembra divertente e racchiude tanti principi educativi e problemi pedagogici: il cibo sano, come porre dei limiti, concedere una certa autonomia…
Ottimo per sdrammatizzare la giornata in cui la povera Anitina nelle mani del dentista si farà togliere la seconda gemma del dente del giudizio. E poi per una settimana avrà il guancione e potrà mangiare solo baby food!
Sono un po’ preoccupata ma farò finta di nulla (no, il video però non gliel’ho faccio vedere!).

Giochi da auto

Siamo tornati.
La mia lavatrice è diventata bulimica, il cesto della roba sporca erutta come un vulcano giapponese. Le borse sono state svuotate quasi del tutto.
Alcune cose utili sparite tra i bagagli e riappariranno chissà quando.
Cerco di non preoccuparmi e pensare positivo.
Ad esempio, un aspetto che si è molto evoluto negli anni, nei lunghi viaggi in auto con le bambine, è stato l‘entertainment, vale a dire come contrastare allegramente “il quanto manca” continuo e implacabile.
Abbiamo ora infatti un bel menù di giochi da fare in auto. Il primo, il più atavico: “vedo con il mio piccolo occhietto” che era nato da una mia traduzione di “I spy with my little eye”. Chi è “sotto” sceglie un oggetto e gli altri lo devono indovinare. Unico indizio la lettera iniziale del nome della cosa.
Quando le ragazze erano piccole ed Emma non conosceva l’alfabeto, voleva comunque giocare e diceva sempre “ponte”. Forse perchè in autostrada ci sono molti ponti e cavalcavia.
Noi facevamo finta di nulla e quando lei diceva: “Vedo qualcosa che inizia con….ponte!”, stavamo al gioco con un: “Brava Emma, questo era proprio difficile da indovinare!”
Lei era contenta e non diceva “ho fame/sete/vomito, mi scappa la cacca/pipi” per almeno venti minuti.
Poi c’è stato il periodo di “albero!” e anche lì la stessa pantomina.
A quei tempi, Anita si incaponiva per scegliere oggetti all’interno dell’auto. Una noia mortale. Quando, nelle domande consentite dal gioco, chiedevamo:
“Di che colore?”
La risposta era sempre: “Grigetto”
“Grande o piccolo?”
“Piccolo”
Dopo mezz’ora, si scopriva che era la levetta per alzare/abbassare i sedili o quella per far partire i tergicristalli. Sono stati anni duri e alcune volte mi sono rifiutata di continuare a giocare.
Poi, abbiamo instaurato la regola “vedo con il mio piccolo occhietto…fuori dall’auto” e le cose sono andate molto meglio.
Emma ha ancora una pericolosa inclinazione verso la truffa e spesso cambia l’oggetto in gioco, ma il più delle volte viene smascherata e dopo un breve lite, la situazione si ricompone e il gioco può proseguire.
Da circa tre anni abbiamo lanciato un nuovo imperdibile passatempo da viaggio: “Pensa una persona”
La persona può essere bambino o adulto, unica regola tutti devono conoscerla. Chi indovina, dopo aver fatto mille domande, pensa a sua volta la prossima persona. Dopo il successo di questo nuovo gioco, ci siamo avventurati in “Pensa un personaggio”. Qui ci sono due categorie: cartoni o attori. Il personaggio deve essere stato protagonista o co-protagonista di un film o cartone che noi abbiamo visto.
Di solito Sant’ pensa alla Sirenetta e io a Hugh Grant (perchè abbiamo visto con le ragazze un paio delle sue commedie). Ma altre volte, quando ho voluto essere veramente bastarda, ho pensato anche a La-La dei Teletubbies e nessuno se la ricordava. Allora si può dire: “Vi arrendete?” e si ha una gran soddisfazione. Una variante è “Pensa un Simpson”, ma siamo tutti talmente preparati che non c’è più molto gusto. Ultimissima di quest’anno (con l’avanzare dell’età si diventa cinici) è: “Pensa un rompiballe”, anche questo può essere bambino o un adulto. La scelta, come ben sapete, è amplissima.
E il gioco sempre più eccitante!

Gran finale


Per celebrare la fine delle vacanze abbiamo deciso di passare una giornata ad Aqualand, un parco acquatico della zona. Immaginatevi Disneyland dove sono tutti in mutande: stessa bolgia, stesse code per accedere ai vari divertimenti, ma come se si indossassero quei famosi occhialini che negli anni ’50, gli imbonitori cercavano di vendere dicendo che indossandoli si vedevano le donne nude.
La piscina più grande, quella dove ogni quarto d’ora si producevano le onde per la gioia dei bagnanti che ondeggiavano, saltavano contenti e vicini come olive in salamoia, era piena come il Gange nei giorni di preghiera. Nonostante questo le ragazze erano al settimo cielo.
La tipologia delle attrazioni variava a seconda dell’età e dell’acrobaticità, c’era un bel giro rafting su gommone che si lanciava giù da uno scivolone a picco su una piscina.
Sant’ si è proposto per accompagnarle: 50 minuti dopo, 45 di fila e 3 di discesa e 2 di andata e ritorno dall’attrazione è tornato dicendomi piano:
“Promettimi che non andremo più in nessun posto che finsica con “land”. Disneyland, Gardaland, xxxland…anche su England dovremo parlarne!”
Anche questa volta l’angolo più bello e meno caotico era quello “-10”, l’area destinata ai bambini con meno di dieci anni, niente code e spruzzo libero.
Oltre ai giochi più da piccoli, c’erano dei bellissimi scivoli, alti come quelli da luna park che attiravano molto anche Anita che però si era già fatta beccare, fischiare ed espellere dalla bagnina. Ma ci abbiamo riprovato: valeva la pena, niente coda e tanto divertimento.
Alla fine degli scivoloni c’era una piscina dove stazionavano urlanti e festanti alcuni genitori. Anch’io mi sono mimetizzata fra loro, così quando Anita arrivava, le facevo da scudo umano, per non farsi scorgere dalla bagnina. Poi siamo diventate più scaltre: Anita arrivava e gattonava fino alla fine della piscinetta, così non si notava la sua altezza. Ma nelle ultime scivolate la mia primogenità fuori età era diventata così scaltra che non a vedevo più neppure io, solo alla fine ho scorto due occhi, tipo alligatore che fuoriuscivano furtivi e guardinghi, a pelo d’acqua fra braccioli e costumini colorati stampati Winnie Pooh.

Taroccata


A cinque anni avevo solo un desiderio: possedere una Barbie.
Anzi avrei voluto anche avere una sorella, ma visto che quella non arrivava, pensavo che la Barbie potesse anche fare doppio uso.
Dopo moltissima insistenza finalmente ho avuto l’ok dai miei genitori per comprare l’oggetto del mio desiderio. In famiglia non c’erano molti soldi e perciò quando il negoziante anzichè la Barbie ci ha proposto Tammy, sottomarca copiata ma a un prezzo molto minore, i miei genitori mi hanno fatto capire che dovevo fare poche storie e prenderla.
“E i 100 vestiti? Me li date?”, ho chiesto sperando almeno che la fregatura potesse arginarsi con il mega-guardaroba tanto pubblicizzato in tv.
“Ti attacchi! I 100 vestiti li devi comprare, mica sono gratis!” è stata la risposta impietosa del negoziante.
Da allora ho imparato a diffidare di marketing e pubblicità. Mi sono messa a piangere e allora i miei sono stati costretti a comprarmi almeno un completino del vasto guardaroba Barbesco. Fortunatamente Tammy aveva la stessa taglia di Barbie (i taroccatori già allora la sapevano lunga) e così siamo andati a casa semi-felici. Negli anni ho imparato ad amare Tammy a farle io stessa dei vestiti, a piantarle uno spillo con un fiocco di velluto nero per pettinarla come la mia maestra elementare alla recita scolastica. Ma anche il piercing nei capezzoli (chissà perchè, dovevo avere uno sguardo nelle mode future) e naturalmente le avevo anche staccato la testa e il dito mignolo della mano destra, tanto per vedere che effetto facesse.
Poi nonostante gli innumerevoli traslochi, Tammy è sempre rimasta con me e quando Anita aveva tre anni gliel’ho proposta.
“Che brutta!”, ha detto e l’ha rifiutata.
Devo ammettere che ora la pelle del viso di Tammy è un po’ bluastra e i capelli sono stopposi, ma comunque non mi sono persa d’animo e un po’ di anni dopo l’ho riproposta a Emma. Non l’ha degnata di uno sguardo. Tammy allora è tornata buona-buona nell’armadio, ma un po’ di giorni fa quando Emma ha ricominciato a volere cucire, cercando della stoffa l’ha trovata.
“E questa cos’è?”
“La mia bambola..ti ricordi che te l’avevo fatta vedere?”
“No, mamma. Perchè l’hai sempre tenuta nascosta?”
Ho smesso di discutere e ho aspettato che lo spirito vintage conquistasse Emma. Così è stato. Infatti Emma ha fatto insieme ad Anita il vestito blu che ora indossa Tammy. Per essere una taroccata, sono contenta, la mia bambola ha avuto la sua bella carriera!

Venerdì 17

La data doveva farmi intuire che oggi sarebbe stato meglio rimanere a casa. Ho sfidato il fato.
Subito di prima mattina avevo un appuntamento da un medico. La visita va bene. Però devo pagarla in contanti. Allora faccio un bancomat, chiedendo il mio massimo giornaliero, perchè pago la commissione e quindi penso che sia conveniente fare così. Poi ho faccio gli altri miei giri complimentandomi con me stessa perchè in una zona assolutamente imparcheggiabile della città scopro un parcheggio sopra un supermercato Pam. Di solito sono gratis ma, mi informo, in questo la prima ora era gratis se si fanno almeno 15 euro di spesa, le altre costano 3 euro. Bei ladri, penso. Ma poi mollo la mia auto con uno spensierato e irresponsabile spirito pedonale.
Dopo un po’ di spese, è ora di riprendere l’auto per tornare a casa e andare a scuola a prendere le ragazze. Guardo nel portafogli e capisco che sono passate 3 ore e mezzo da quando ho parcheggiato e io ho solo 6 euro e mezzo. Quindi non posso riprendermi la macchina perchè le mezz’ore a Milano, città del business, si contano intere. Cerco di fare un bancomat con la Visa, non mi ricordo il Pin perchè non la uso mai, ma spero in bene e improvviso. Lo sportello sembra essere “consenziente”: mi chiede tutte le informazioni e solo quando digito l’ammontare, devo ammettere che visto che me li dava ho un po’ esagerato nella richiesta, mi risponde:
“Ciccia bubù, codice errato, attaccati!”
Capisco di essere nella cacca. Vado al Pam, compro un po’ di roba velocemente, perchè oramai era tardi e avrei dovuto già essere in viaggio verso casa per arrivare a scuola in tempo.
Non posso prendere un bus o la metropolitana, perchè non ci sono mezzi che arrivano a casa mia.
Non posso chiedere l’elemosina perchè perderei troppo tempo.
Non conosco nessuno che vive in quella zona.
Per rimanere nella legalità, non prendo in considerazione nè la prostituzione nè lo scippo.
Sì, ho telefonato a una mamma amica per allertarla di prendere Emma.
Ma mezz’ora dopo avevo un altro appuntamento da un medico con Anita.
Allora spiego la mia triste situazione al cassiere del Pam. Rifà i conti e ha convenuto con me che sono nei guai e mi mancano due euro e mezzo. Gli racconto che dovevo andare a prendere le figlie a scuola. Se ne frega, dice che non posso pagare il parcheggio con il bancomat come la spesa perchè sono due società diverse. La “società” del parcheggio è solo un tipo rumeno che non parla neanche tanto bene l’italiano. La mia ultima speranza: vado da lui spiegandogli la mia crisi, sono pronta a offrirgli in cambio della libertà di riprendermi l’auto, una confezione di Lego Speed Racer, con pista incorporata, che avevo comprato come regalo di compleanno di un amichetto di Emma. Oppure se non ha figli, può optare per una bottiglia di olio di oliva toscano che ho appena comprato al super. E che dire dei Chocopos, magari per colazione?
Mi guarda freddamente e consiglia di andare a ravanare dentro la macchina in cerca di soldi. Trovo solo un euro. Torno da lui affranta. Allora prende il numero di targa e mi fa promettere di tornare domani a portargli quell’euro e mezzo che mancava. Altrimenti affiggeranno il mio Wanted su tutti i parking della città.
Come è finita la giornata? Mi sono messa a fare le crepes, che di solito mi vengono benissimo e le ragazze dicono: “mamma dovresti aprire un chiosco”.
Oggi la pastella si è tutta raggrumata e attaccata alla piastra.
Ho dovuto buttare tutto. Però prima mi sono scottata un dito.

Manie compulsive

Sabato sera avevamo una voglia pazza di andare al cinema. Ci siamo concessi una pizza ed era troppo triste tornare a casa. Allora abbiamo rischiato: oramai saturi di cartoni animati, abbiamo mirato in alto. Siamo grandissimi fan della Pantera Rosa, ma il nuovo divertentissimo film l’avevamo già visto una settimana fa e allora non ci rimaneva altro che tentare I love shopping

(I libri della Kinsella mi hanno divertito e speravo la trasposizione cinematografica non fosse stata contaminata con contenuti Xrated).
Siamo stati fortunati: la pellicola è esilarante, un mix dei primi due romanzi con aggiunte comiche che fanno veramente ghignare. Parolacce solo 1. Brutti esempi zero. Il mondo Barbie viene bellamente sbeffeggiato. Insomma adatto anche a bambine dagli otto anni in su. Poi ci sono delle perle di saggezza da tossica dello shopping in cui mi sono, mio malgrado, ritrovata. Come quando la protagonista ammette di aver comprato un accessorio completamente inutile perchè la commessa le faceva pena. O quando, ancora, compra perchè si era dimenticata di aver già quell’indumento nell’armadio. Brutti segni. Anch’io ho avuto il mio momento shopolic, con una perversione dedicata all’acquisto compulsivo (e superfluo) di abbigliamento infantile.
Comprare per i propri figli appaga e fa sentire meno in colpa. Ci si illude di non essere egoisti. Mi sono riempita l’armadio di vestitini garruli e leziosi. Ho svuotato il portafoglio.
Anita da piccola aveva un guardaroba vasto e inutile. Speravo di riciclarlo con Emma ma non ci sono riuscita. La mia secondogenita per il rosa e i vestiti ha la stessa reazione di un toro alla corrida quando vede rosso…ho regalato tanto alle mie amiche e ho imparato la lezione.
Ma come dice la Kinsella, attraverso la sua protagonista, quella sensazione inebriante e onnipotente dello shopping selvaggio è peggio di una droga: la disintossicazione è lenta e difficile. Purtroppo per consolazione non ci si può gettare a capofitto in un’altra assuefazione…purtroppo non ci si può strafogare di dolci…intontire nell’alcol…annientare in palestra…l’unica cosa sana è essere on-line 24oresu24!

Shakespeare e funghi

Oggi pomeriggio per i compiti di scienze mi sono sciroppata il rifacimento di un bel testo sui funghi con Emma. Ho imparato tante cose, per esempio uno scoop: i funghi non sono vegetali (perchè non fanno la fotosintesi echecavolo!).
Lavorare sui testi con Emma è durissima: chiede aiuto ma poi si impunta e discute su ogni parola, virgola e preposizione. E’ orgogliosa e testarda. Io mi trasformo, per reazione, nella maestrina dalla penna rossa e blu. Alla mattina invece ho impersonato l’insegnante di inglese. Alle 11 con Anita siamo andate al Piccolo Teatro a vedere un opera di Shakeaspeare (giusta reazione a Beverly Hills Chihuahua) pensata per i ragazzini delle medie. “Romeo and Juliet are dead” uno spettacolo meraviglioso in inglese/shakesperiano e in italiano inventato da una compagnia scozzese un po’ alternativa che riprende i classici e li reimpasta in chiave molto attuale. Sul palco tre ragazzi bravissimi: Romeo, Giulietta e Mercuzio, narratore e gran mattatore della vicenda.
Il pubblico tutto di ragazzini con genitori volenterosi al seguito. La prima scena una pizza micidiale con Romeo e Giulietta morti/moribondi vestiti in costume che declamano in inglese del’500. Anita mi guarda perplessa, invece poi arriva Mercuzio in felpa e jeans che spiega tutto in italiano, è bravissimo divertente e coinvolgente. Anche Giulietta e Romeo si risvegliano, si vestono come i teenager di oggi e ripercorrono all’incontrario la loro sfigatisssima storia d’amore. Per capire dove hanno sbagliato. Romeo a essere sinceri, più che un eroe romantico sembra un hooligan e ha un accento scozzese quasi imbarazzante. Giulietta invece è bionda ed eterea e molto più credibile. Mercuzio una specie di Raul Bova, però capace a recitare.
Hanno tenuto la scena per 70 minuti facendo ridere e piangere grandi e piccoli.
Giulietta pare avesse solo 14 anni all’epoca della vicenda. Nel ‘500 le adolescenti non si filmavano con il cellulare, non chattavano e non facevano le cubiste, ma già combinavano grandiosi pasticci.

Accanimento terapeutico?

Dodici anni fa oggi sono finita in ospedale incinta di Anita, rischiando di farla nascere troppo presto. Ne ho parlato già nel primo post e non vorrei ripetermi. Non vorrei però neppure che questa data portasse jella (tiè, tiè). Infatti oggi devo accompagnare la piccola Anita, alta 1,63 del peso di 44 chiletti, a fare un piccolo intervento.
Deve togliere la “perla”, o “il seme”, insomma quella roba lì, del dente del giudizio. Il molarone è ancora lì all’interno della gengiva ma il dentista dice che dobbiamo toglierli (entrambi gli ottavi inferiori-nel loro gergo tecnico) perchè poi non ci sarebbe posto nella perfezione dell’arcata inferiore della bocca anitesca.
Questa perfezione stiamo tentando di raggiungerla da circa sette anni. Non sto scherzando o esagerando.
Quando Anita era un frugoletto di quattro anni, le è stato diagnosticato il morso inverso e da allora è stato tutto un susseguirsi di bite, apparecchio mobile, apparecchio fisso (che è doloroso), controlli mensili dall’ortodontista, sedute dalla logopedista. E adesso questi due piccoli interventi. Tutta questa iattatura pare sia congenita perchè la povera Anitina il cuccio l’ha ciucciato solo per tre mesi e poi è partita con il pollicione ma a due anni e mezzo ha smesso. Nel frattempo la mia ingorda ortodontista ha addocchaito anche Emma che invece ha il morso crociato (ci vuole un po’ di fantasia, no?) e anche lei però solo da due anni ha l’apparecchio, mobile da mettere solo la sera. L’anno scorso siamo state introdotte elle amorevoli cure della gnatologa (posturologa delle arcate dentarie) che ha trovato un nuovo bellissimo apaprecchio anche per Emma. Anche con lei sono stata dalla logopedista, ovviamente sempre negli orari più scomodi perchè queste professioniste hanno un’agenda strapiena, ma ho mollato il colpo dopo alcuni mesi perchè veramente non ce la facevo più.
Il mio dentista ama le macchine veloci, nel suo studio c’è un bel poster della sua Porsche, il Sant’uomo dice che gliela abbiamo comprata noi!

Il mio sogno


E’ ora di fare outing. Già altre blogheresse hanno scritto di parti di sè che vorrebbero avere diverse. Adesso tocca a me. La cosa che più odio, quella che baratterei volentieri con qualche altro handicap sono i capelli ricci. Mi sono accorta prestissimo che mamma natura mi aveva fatto un tiro mancino. Finita l’era idilliaca del ricciolo da cherubino, attorno ai sette anni, ho intuito che sarebbe stata dura.

Ma l’apice della sofferenza è avvenuto naturalmente durante l’adolescenza.
A quei tempi mia madre aveva in casa una borraccia con l’acqua benedetta di Lourdes e ho provato a rubargliela per farmi uno shampoo e sperare nel miracolo. Non me l’ha data. E così il mio problema non si è risolto. I momenti peggiori sono sempre stati quelli delle vacanze al mare: l’umidità e la salsedine sono un incubo. Bisogna averli lunghi per legarli altrimenti è una condanna senza appello al look afro. Tutte quelle che hanno i capelli come i miei mi capiscono. Noi ricce ci annusiamo e ci riconosciamo. Anche stirate.
Se fossi stata liscia la mia vita sarebbe stata diversa. Avrei speso molti meno soldi in prodottini inutili, sarei uscita più spensierata nelle giornate piovose. Certo posso sempre andare dal parrucchiere, ma che pena essere sempre consigliata di fare questo e quello, guardata con un po’ di sufficienza. Per anni li ho boicottati e mi sono affidata al fai-da-te. Poi in tre o quattro momenti della mia vita, quando sono stata veramente esasperata, ho tagliato via tutto. Ma dopo pochi mesi i capelli mi mancavano. E li ho fatti ricrescere.
Neanche aspirare al look Afef è una risposta: ci vogliono troppi anni di abnegazione. I miei capelli vivono di vita propria: li lavo e non so mai come staranno. Potrebbero essere schifosi oppure anche no.

Ora però voglio essere ottimista: Babbo Natale mi ha appena portato una nuova piastra turbo, si scalda in trenta secondi. Non vedo l’ora di provarla e domare i miei nemici.

Il quinto elemento


In famiglia saremmo in quattro, ma adesso devo ammettere che si è aggiunto, piuttosto prepotentemente, un quinto elemento di cui non posso più negare l’esistenza e soprattutto l’invadente personalità.
Come forse ho già espresso in alcuni altri post siamo una famiglia dal modus vivendi altamente tecnologizzato, grazie all’influenza del Sant’uomo, e quindi anche il caffè non lo facciamo con metodi naturali ma con Primea (“touch plus cappuccino” è il cognome), una macchina del caffè high tech che vive nella nostra cucina. Primea fa bene il suo dovere, peccato che ultimamente si è talmente “allargata” da interagire con noi. Parla e soprattutto impartisce ordini. Che devono essere eseguiti all’istante altrimenti sono guai.
Qualche esempio? Alla mattina quando arrivo in cucina alle 6.50 e con gli occhi ancora chiusi schiaccio il tasto “Il mio caffè” se a Primea girano male, mi comunica dal dispaly:
“Riempire il serbatoio dell’acqua”
Lo riempio subito e provo a ripremere il tasto.
“Svuotare raccogli fondi”
Svuoto e speranzosa ri-schiaccio il tasto caffè.
“Manca caffè”.
Penso “Maledetta bastarda, potevi dirmelo prima”, mentre riempio di chicchi la testa di Primea.
“Vuotare serbatoio di raccolta posto sotto il corpo erogatore”, si vendica lei.
Sono le 7, accendo il TG 3 e finalmente riesco a farmi il cappuccio.
Arriva il Sant’uomo, sognando il suo espresso che Primea gli nega dicendo:
“Procedere al lavaggio del serbatoio del latte”
Anche se lui non vuole il cappuccio deve lavare il maledetto serbatoio perchè Primea è prepotente e psicologicamente un po’ rigida. Quindi la mattina tra noi è una corsa per fregare l’altro, per fare il caffè/cappuccio per primo, così l’altro si beccherà le paturnie di Primea, mentre il coniuge veloce si fa la colazione in pace, occhi nella tazza, facendo finta di nulla.
Una macchina del caffè rovina famiglie, infatti se riusciamo entrambi a farci il caffè senza che lei ordini qualcosa, mentre lo beviamo e magari, come stamattina, facciamo conversazione tranquilli perchè Anita ed Emma sono ancora a letto, Primea reclama attenzione e comincia a bippare nervosa.
La ignoriamo e i beep si fanno più frenetici. Esige il lavaggio del serbatoio del latte. Qui e ora. Altrimenti si vendica e passato un tot di tempo il lavaggio necessario sarà “quello dei circuiti del latte”. Un maledetto rituale che fa venire i brividi solo a pensarlo. Infatti il Sant’uomo stamattina ha perso la pazienza e le ha gridato con violenza: “Vicino a casa ci sono due discariche: se non la smetti finisci là!”
E i beep sono misteriosamente cessati.
Devo essere imparziale però: il cappucccio di Primea è ottimo e alla sera verso le dieci da sola lei si addormenta senza fare storie, si setta nel mood “risparmio di energia”, fino alle 6.30. Mi permetto però un piccolo suggerimento al marketing della Saeco, pubblicizzatela come un pet, un elemento di compagnia. E’ troppo rompiscatole per essere solo una pronipote della moka.

Storie di bambole

Non so se Obama riuscirà a estirpare certi demenziali vizi americani. O se invece, magari, sia connivente e le sue simpatiche figlie frequentino i saloni American Girl. Vale a dire i centri estetici per bambole.
In questi spazi le bambine possono spendere dai 5 ai 20 dollari per fare taglio e piega alla propria bambola, farle il buco ai lobi per gli orecchini, un manicure o un massaggio al viso (di plastica!). I saloni sono a Chicago, Los Angeles e New York e stanno avendo uno strepitoso successo. Le piccole clienti fanno la fila per strada con bambola e mamma consenziente al seguito. Si, perchè, sorry, non si riceve per appuntamento.
Da piccola ho giocato molto con le bambole e uno dei miei passatempi preferiti era proprio quello di pettinarle ma soprattutto tagliare i capelli e cercare di cambiare acconciatura. Da grande sognavo di fare la parrucchiera, ma alla fine del gioco ero sempre frustrata perchè lo styling non era mai quello che volevo. Tagliavo sempre la frangia ma quelle avevno i capelli attaccati in un certo modo e quindi ciccia! Tornava sempre la riga in mezzo o da una parte. Che rabbia! Ma ero una bambina volitiva e allora facevo il riporto e incollavo. Andavo giù pesante con il vinavyl. L’effetto era schifoso ma vincevo io. Dipingevo le unghie anche a Cicciobello e il piercing a volte diventava anche un po’ sadico. Ma almeno lavoravo di fantasia, mi divertivo e certo non spendevo e facevo la fila per far divertire qualcun’altro con le mie bambole.
Anita ed Emma invece non hanno mai giocato molto con le bambole, hanno sempre preferito i pupazzi. A Emma però da piccola è stata regalata un bambola un po’ strana che parlava e rideva. La mia secondogenita l’ha strapazzata per un paio di giorni e poi se n’è dimenticata. La bambola è finita nel dimenticatoio, o meglio in fondo alla cesta di giocattoli. Ma dopo qualche giorno ha cominciato a parlare e ridere da sola. A quei tempi mi dovevo svegliare e andare nella camera delle bambine nel cuore della notte, perchè Emma aveva sonni agitati e mi chiamava. E la bambola rideva. Forse mi derideva. Magari nel buio scontravo al cesta dei giocattoli e lei veniva scossa e si azionava. Le sue pile erano oramai scariche e quindi non si intendeva il suo mantra :”Fammi le coccole”, ma solo la risataccia sinistra. Aveva i capelli lunghi ma non ho osato sottometterla tagliandole la frangia, le ho tolto solo le pile. L’ho riposta nella cesta, ma gli occhioni blu di plastica continuavano a fissarmi e sfidarmi. Allora ho dovuto portarla nel cassonetto della Caritas.

Faccia da stegosauro

Avevo già notato l’effetto qualche giorno fa, guardandomi allo specchio. Sotto gli occhi avevo un strano effetto biancastro e stropicciato.
“Saranno le rughe”, ho pensato pessimista. Invece non c’è limite al peggio. Ieri mattina mi sono sfregata gli occhi e ho sentito un’insolita ruvidità. Ho guardato meglio e in effetti le mie palpebre stavano mutando: erano arrossate e quasi squamose. Dovevo finire di scrivere una cosa e ho rimandato ancora una volta di affrontare il problema. Poi quando mi sono truccata gli occhi ho visto questi minuscoli pezzetti bianchi proprio sotto l’attaccatura inferiore delle ciglia. Resti di cotone idrofilo? Ho cercato di staccarli ma mi sono accorta che era la mia pelle. AAAAAAAhhhh!
Un classico da film dell’orrore: lembi di pelle che si sfaldano.
La faccia da stegosauro. La mia.
Mentre andavo in redazione, allarmatissima, ho chiamato la dermatologa. Mi ha detto:
“Si strucchi subito e metta questa crema xyz per le intolleranze. Aspetti qualche giorno senza usare alcun prodotto e poi vediamo…”
Non mi sono struccata mentre guidavo. Sono arrivata in redazione e una mia collega ha commentato che ho portato le mie figlie a troppi laboratori al Museo di Storia Naturale, per quello mi sentivo bella come uno stego.
Qual è la causa? Devo aver messo un contorno occhi del paleozoico che ho trovato in fondo al beauty ed era scaduto. O è stato il prodottino da un milione di dollari di una notissima marca di cosmetici? Finora sono sempre stata intollerante alle persone, mai alle cose, cosa è successo?
Stasera andrò al cinema e dovrò indossare il burqa.

Il topo dei denti

Cavolocavolocavolo! Acciderbolina ‘sta b….brinconcella della Fata Dentina ci ha tirato il pacco!
Poffanbacchio che sfortuna!
(Sono stata un giorno in rehab e non dico più parolacce).
Ho fatto la peggior cosa che una madre può fare: ieri sera mi sono dimenticata completamente di trasformarmi nel topo dei denti. Vabbè essere multitasking, ma ieri sera proprio non ce l’ho fatta. In questi giorni solo da sola e tenere tutto sotto controllo è dura. Proprio ieri a cena a Emma è caduto il primo canino. Grande entusiasmo suo e relativo abbandono speranzoso del dentino sotto il cuscino. Si è addormentata con l’oleogramma del dollaro nelle pupille.
Il Sant’Uomo is away ed era sera era il turno di Anita nel lettone.
Ieri nella sua scuola media c’era un banchetto dei libri e lei aveva acquistato un romanzo di Jacqueline Wilson, prima di andare a letto l’ho sfogliato e mi sono accorta che era un po’ troppo “pesante” per lei: la mamma della protagonista si ammalava di tumore, faceva la chemio, il papà era violento, ecc. Le ho consigliato di provare stamattina a cambiarlo. Ci siamo addormentate parlando di libri. Avevo la testa piena di pensieri e problemi preadolescenziali. Il topino dei denti era lontano. Anche perchè al primo dente del primo figlio l’adrenalina è alla stelle, poi col cadere dei denti e il passare degli anni l’eccitazione per l’avvenimento scema. Al secondo figlio già diventa un po’ routine…fino all’oblio totale di ieri sera. Stamattina sveglia all’alba per me e Anita, colazione e “confezionamento” per uscire in tempo record e poi dopo aver depositato la primogenita sulla scuolabus, sono andata dolce-dolce a svegliare Emma.
lei apre gli occhi, si stiracchia, allunga la manina sotto il cuscino e ca…caspiterina, fa una brutta smorfia.
“Non è venuto il topino!”
“Ah! Non posso crederci! Ma sei sicura?” e il naso mi si è allungato fino a raggiungere la porta della cucina.
“Eh sì! Non c’è niente!”
“Magari si sarà dimenticato…”
“Ma non doveva…era un canino”
“Infatti un canino è un dente molto interessante…forse non è venuto perchè ha trovato brutto tempo…”
“????”
“E’ capitato una volta anche ad Anita…”
“Davvero? E poi cosa è successo?”
“Le ha portato 3 euro invece di 2 per scusarsi…”
“Infatti, i topi dei miei compagni portano 5-10 euro…il nostro solo 2…”
Nonostante il senso di colpa queste speculazioni mi danno sui nervi e quindi vado in cucina.
“Non sarà venuto perchè c’è la crisi economica?”, continua Emma davanti alle conchigliette al cioccolato.
Sono quasi certa che mi sta prendendo in giro. Il terzo grado sulla vita dei topini dei denti continua fino al momento di uscire. Comincio a innervosirmi come davanti alla polizia. Ho paura di contraddirmi, ma cerco di mantenere i nervi saldi.
“Ma cosa fanno i topini con i denti?”
“Costruiscono delle case e dei palazzi”
“Ma i denti li fondono?”
“Credo di no”
“Ma c’è un topo solo in tutta la città?”
“No, i topi lavorano a zone”
“Quanti ce ne saranno nella nostra zona?”
“Penso tre”
“Ma sei sicura?”
Sto per confessare, non reggo più questo interrogatorio serrato. Poi arriva un via d’uscita insperata. Emma cercando di raggiungere un bicchier d’acqua, rovescia le sue conchigliette. Un bel lago cioccolatoso sul tavolo. Tutte le altre mattine avrei imprecato, ma oggi no. Sono contenta. Non si indaga più sulla latitanza del maledetto topo.

Una mamma rom

L’altro giorno ho letto un post dove si parlava di rom e del disagio che si prova nel vederli usare i loro bambini come esche per suscitare pena e incrementare la chance di avere qualche soldo in elemosina.
Mi sono ricordata di un incontro fatto molti anni fa, nove per l’esattezza, in tempi non sospetti. Allora l’esasperazione contro gli zingari mi pare che fosse meno forte.

Ero ricoverata all’ospedale Macedonio Melloni di Milano, perchè tra Anita ed Emma ho avuto un aborto spontaneo. La camera era a sei letti e uno di questi era occupato da una ragazza rom. Era bella e giovane: capelli lunghi, occhi neri, orecchini. Aderiva perfettamente all’immagine della zingara che si potrebbe vedere in una fiction. Era aprile e lei era arrivata vestita solamente con una lunga tunichetta marrone chiusa con un corda in vita.
Io ero disperata ma anche annoiata. Le altre ricoverate, anche loro nella mia stessa condizione e in attesa di un raschiamento, cercavano di fare buon viso a cattiva sorte e la loro conversazione era mesta e piena di luoghi comuni. Così per curiosità antropologica e per distrarmi ho deciso di tentare un aproccio con la rom.
Lei si è subito dimostrata disponibile e così ho potuto infierire con le domande sulla sua vita.
Mi ha raccontato che era madre di una bambina di 18 mesi, Pamela (in onore di Pamela Anderson, che piaceva tanto al marito) che aspettava il secondo e aveva avuto delle perdite, perciò era finita in ospedale. Ma le avevano fatto un’ecografia e tutto sembrava andare per il meglio.
Sperava tanto che fosse un maschio e l’avrebbe chiamato Kevin (come Costner che piaceva tanto a lei).
Adesso si chiamerebbero probabilmente Zac e Britney. Ma non bisogna essere necessarimente rom per sceglierre dei nomi del cavolo.
Mi aveva anche spiegato che la tunichetta marrone, che su di lei era veramente arrapante, era in realtà un voto a S.Antonio, doveva vestirsi come lui in un remake del saio per due mesi, per ringraziarlo del fatto che suo marito aveva avuto un incidente ma si era miracolosamente salvato. Anzi quando l’infermiera, rivolgendosi a lei come se fosse deficiente, le aveva proposto una camicia da notte si era piuttosto seccata perchè aveva paura che il voto perdesse di valore.
Io avevo cercato di rassicurarla parlando di un caso di forza maggiore. Mi aveva guardato perplessa ma poi si era convnta.
Un altro cruccio che aveva era il lobo dell’orecchio destro, completamente strappato. Per colpa dei pesanti pendenti che le aveva regalato la suocera per il matrimonio.
Poi si era corretta spiegandomi che non era stato un vero matriminio. Aveva incontrato il “marito” a una festa di rom nelle Marche, dove viveva lei, poi erano fuggiti insieme a Milano ed erano andati a vivere con i genitori di lui.
Parlava con entusiamo della figlia Pamela, le piaceva fare la mamma, l’unica volta che aveva avuto un problema era stato quando la bambina si era ammalata. Lei doveva darle le medicine, ma essendo analfabeta non aveva poturo leggere le istruzioni e così aveva sbagliato le dosi e la piccola era finita al Pronto Soccorso.
Parlando della sua vita, nominava un sacco di cugini e parenti, tutti con tantissimi problemi di salute. Donne in gravidanza con la toxoplasmosi, bambini nati con malformazioni, gente menomata da incidenti in macchina. Questi racconti per me erano quasi terapeutici. Non è bello ammetterlo, ma il mio aborto sembrava quasi una passeggiata.

Un pomeriggio sono arrivate delle cugine a trovarla: nonostante l’amicizia il mio primo automatico impulso è stato quello di chiudere a chiave l’armadietto con i miei effetti personali. Poi mi sono “ripresa” e non l’ho fatto.
Le parenti della mia nuova amica mi hanno lanciato uno sguardo diffidente e poi mi hanno bellamente ignorato.
L’ultima mattina prima di essere dimessa, l’ho convinta a venire con me al bar dell’ospedale a bere un capuccino. Io avevo perso il mio bambino/a lei invece sarebbe tornata a casa con il pancione che poteva crescere, l’ho salutata e baciata augurandole buona fortuna. E spero l’abbia avuta.

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