Chef

Emma ama il riso ai funghi. Anita no.
Anita mangia la polenta. Emma la odia.
A Emma piacciono i pizzoccheri. Anita “piuttosto la morte”.
Anita beve la centrifuga. Emma no.
Emma adora i ravioli. Anita no.
Anita mal sopporta le lasagne. Emma vivrebbe solo di quelle.
Potrei andare avanti così ancora per un po’ ma diventerei noiosa. Dopo anni di pasta al pesto e al sugo, mi piacerebbe cucinare qualcosa di universale per tutta la famiglia e non dover sempre prevedere almeno 2 menù. Mi piacerebbe non dover far la pizza divisa a zone: normale con capperi, origano e mozzarella per me e Sant. Solo mozzarella per Anita, solo pomodoro per Emma.
Neanche nei territori occupati i confini sono così rigidi e invalicabili.
Il fondo l’ho toccato un po’ di anni fa, quando avevo appena cambiato la cucina. Il forno era nuovo e molto più potente di quello che ero abituata a usare. Quel giorno, in un impeto di amore materno avevo deciso di fare la torta di verdura, nelle due versioni: con il ripieno di ricotta e gli spinaci per Emma, farcita di spinaci e mozzarella per Anita. Da una forma rettangolare di pasta (già fatta) avevo ricavato due triangoli di torta, uno per ogni figlia. Grondavano amore ed erano perfetti.
Avevo anche una mezza idea di personalizzarle con una “A” e una “E” scritte con i semi di sesamo.
Avevo infornato, ma dopo pochi minuti erano più “abbronzate” di Obama. Cavolo, il nuovo forno andava a palla! Dovevo salvare le torte! Ho abbassato la temperatura, ma dovevo anche posizionare la teglia in un ripiano più basso.
Con una mossa avventata ho aperto il forno e agguantato la teglia, in pyrex, delle torte. E’ stato un attimo: mi è scivolata, si è librata in aria come un freesbee e tutto il mio impegno di chef è andato in fumo. Anzi è andato ovunque: brandelli di ripieno ricotta, spinaci e vetro penzolavano dagli armadietti della cucina verso il pavimento. La mozzarella era direttamente spiaccicata ai miei piedi. Minuscoli pezzi di vetro ricoprivano come un odioso manto di rugiada il lavello, spinaci filanti occhieggiavano dai pensili.
Ho chiuso gli occhi pensando:
“Questa non è la mia vita, adesso conto fino a 10 e quando riapro gli occhi, è tutto sparito”
Non è stato così. Ho dovuto pulire tutto e raccattare i tristi resti: porconando tra i denti e giurando di proporre per sempre una dieta di bastoncini Findus ad aeternum.
Ma non ce l’ho mai fatta. Perchè da sempre mi sono sbattuta per un’alimentazione sana, le mie figlie sono cresciute bene, i percentili ci hanno sempre fatto un baffo, però essere una madre culinariamente corretta è quasi un lavoro a tempo pieno. Per questo le multinazionali del junk food ci sguazzano.

La notte è piccola

Ieri sera c’è stato un altro “gozzovigliamento” di mamme blogger milanesi

E’ iniziata l’alta stagione…
Mi sono infilata sotto le copertine all’1. 
Ho provato prima a raccontare qualche dettaglio della serata al Sant’uomo che ha grugnito qualcosa tipo: ” …magari ne parliamo un’altra volta…” 
Poi ha invece aggiunto: “…ho puntato la sveglia per finire il pane” ma, aihmè, questo non l’avevo ascoltato.
Quando ho sentito il maledetto beeeeep beeeep  della sveglia, automaticamente come una zombie mi sono settata sul mood  “in piedi/colazione/figlie/scuola”. 
Poi mi sono resa conto che erano solo le 6, il *****’uomo è al 100% nel trip del panettiere e la sveglia era una genialata per produrre i filoncini caldi caldi!
Non ho avuto neanche l’energia di litigare. 
Mi sono solo fatta giurare che non succederà mai più!
   

Più o meno chef

Un trionfo culinario. E’ quello che è avvenuto ieri a casa mia. Considerata la temperatura semiglaciale, la tosse di Emma e i compiti di Anita, abbiamo deciso di non affrontare un pomeriggio metropolitano e ci siamo chiuse in casa a cucinare. La molla, devo ammetterlo è stata “l’invidia del pane” che oramai nutro nei confronti del Sant’uomo che continua a panificare con successo in ogni minuto libero. Si è anche comprato il mattarello. E mentre impastava le bambine gli stavano a fianco estasiate. Elemosinando di poter fare un piccolo intervento nel meraviglioso laboratorio di cucina del papà.
Così per catturare un po’ di attenzione ieri mattina ho fatto gli yougurt (con la yogurtiera) ma per Anita ed Emma non era più una novità e non mi hanno degnato di alcuna attenzione. Allora ho tirato fuori l’asso dalla manica: il budino d’arancia.
Un colpo gobbo che mi è riuscito grazie alla Vegagenda. Un prezioso diario/manualetto di cucina vegetariana per talebani del tofu e simpatizzanti. Ci sono un sacco di ricette facili ed esotiche. Il budino di arancia è libanese e per farlo bastavano le arance, lo zucchero e la maizena. E così abbiamo provato.
Ques’ultima, mai usata prima, che fortunatamente avevo in casa perchè comprata per una ricetta con non avevo fatto, è magica.
Infatti, mentre Anita mescolava sconsolata il pentolino sul fuoco con il succo d’arancia con lo zucchero e la maizena, che doveva addensarsi ma continuava ad avere l’aspetto di una semplice spremuta, è avvenuto il miracolo. Improvvisamente si è creato il budino. Bello, denso, lucido e profumato. Incredibile.
Entusiaste abbiamo pensato che a noi Gualtiero Marchesi faceva un baffo, mentre mettevano il capolavoro in frigorifero a raffreddarsi.
Ma per le pari opportunità e soprattutto per conservare l’armonia familiare, ho anche fatto, questa volta con Emma, il salame dolce (il solo dolce che so fare da quando ero piccola e copio ancora dal mio vecchio Manuale di Nonna Papera, l’unico libro della mia infanzia che si è preservato intatto nei secoli e nei traslochi).
In questo caso la ricetta e rodata e quindi è andato tutto liscio.
Alla fine ho lasciato Emma a slurparsi via dalla terrina l’avanzo dell’impasto di cioccolata, burro e zucchero. Il mio impegno da brava mamma cuoca era finito e avevo bisogno di un break.
Mi sono messa davanti al computer ma dopo neanche cinque minuti è arrivata Emma e mi ha detto:
“Sai mamma, non sono tanto amica con Anita”
“Cosa vuoi dire? Avete litigato?”
“Sì perchè le ho chiesto una cosa… lei mi ha risposto male…allora io le ho dato un pugno…lei mi ha dato una spinta…e poi lei…invece io…ma lei è antipatica…fa sempre così….”
Ho smesso di ascoltare. E inserito mentalmente il pilota automatico. Ho cominciato a scaricare la posta, tanto le storie dei loro litigi sono tutte uguali.
“…lei mi ha detto facciamo la pace… e allora io le ho detto no: prima dimmi se hai capito dove hai sbagliato…”
Mi si sono rizzate le antenne: questa è la frase che io uso con loro.
La piccola Emma mi copia. L’ho guardata con tenerezza. Attorno alla bocca aveva una maschera marrone di cioccolata che confinava quasi con il naso e le orecchie.
“E Anita cosa ti ha risposto?”
Emma si è rabbuiata e ha sbottato:
“Mi ha riso in faccia. E ha detto: vai a lavarti la faccia, piccoletta”

Packaging strategico

Con le mani ancora imburrate dalla preparazione dei biscotti per Babbo Natale (quest’anno il vecchio panzone lo facciamo schiattare con il colesterolo alle stelle) sono pronta al mio packaging strategico. Chi ha i bambini piccoli ancora non l’ha sperimentato ma verso gli 7/8 anni, quando i dubbi serpeggiano, bisogna farsi astuti. Vale a dire particolare attenzione a come si incartano i regali, perchè i pargoli hanno già la loro bella memoria visiva e ci vuole niente a tradirsi.
Ho anche il problema di non ricordare dove ho nascosto i regali. In questa casa è il primo Natale: ho molti armadi a muro e ho infilato i regali un po’ a capocchia e quindi ritrovarli non è per niente facile. Nella vecchia casa avevo il mio solito angolo dove riponevo gli oggetti segreti. Adesso invece devo fare una caccia al tesoro e devo ammettere che è piuttosto snervante. Comunque quando li ritroverò saranno così impacchettati:
-regali da noi alle bimbe in carta normale già presente in casa o anche fornita dal negozio in cui sono stati acquistati. Riconoscibili da etichette normali.
-regali di Babbo Natale, rigorosamente in carta mai vista prima, senza brand. Comprata e nascosta accuratamente. Biglietti segreti scritti con la mano sinistra, altrimenti le bambine “sgamano” la calligrafia materna.
-regali che ci compriamo io e il Sant’uomo e facciamo finta che li abbia portati Babbo Natale. (Un anno non l’abbiamo fatto e le bambine hanno commentato: “In effetti quest’anno non siete stati poi così buonI”). Così adesso ci compriamo da soli un libro e poi la incartiamo con la carta segreta no-logo uguale agli altri regali del Panzone.
-regali che tre membri della famiglia fanno al quarto e possono essere confezionati come cavolo ci pare. Sono i più divertenti.

Anita oramai è troppo grande per credere a B.N. ma finge e inforna i biscotti canticchiando. Auguri a tutti e che il cenone via sia lieve!

Brutte notizie


Quante cacche di topo avrò mangiato? Ieri notte giacevo insonne cercando di contare, meglio di fare una media, di tutti i toast che ho ingurgitato (la mia scelta più gettonata al bar per pranzo) negli ultimi anni. Toast con sottiletta, ergo cacca di topo. E’ quello che ho scoperto ieri grazie alla notizia sulla truffa dei formaggi marci riciclati come stracchino, sottilette, parmigiano grattato, ecc. Ripensandoci a volte questi toast erano un po’ indigesti, adesso so perchè. Lo stracchino invece non mi piace quindi i vermi li ho sfangati. Una bella fortuna.

Per lavoro ho parlato ho parlato con il dottor Paolo Sarti, un pediatra fiorentino che ha pubblicato un libro dal titolo fulminante “Neonati maleducati” dove fa il punto sulla situazione educativa attuale. Sull’inerzia di certi genitori che si lasciano, fin da subito, irretire dai modelli culturali dominanti e crescono maschi aggressivi e bambine leziose. All’Istituto degli Innocenti di Firenze, recentemente c’è stato un convegno per fare il punto della situazione sull’uguaglianza/ disparità tra maschietti e femminucce. Il responso è stato deprimente. Gli obbiettivi futuri sono sempre gli stessi: velina e calciatore. Allora forse ci meritiamo il reportage di nozze di Briatore, le sue scioccanti pantofole e ancora qualche toast.

Piccoli chef? No, grazie

Fra le compagne di scuola di Emma c’è una bambina celiaca che quando viene a giocare a casa nostra si porta la merenda nello zainetto, ma ora nel giro delle amichette tutte le mamme hanno in casa qualche golosità senza glutine, proprio per lei. Comunque i bambini celiaci e anche quelli che soffrono di altre intolleranze alimentari sono bravissimi: non li ho mai visti fare scenate e capricci per mangiare, magari alle feste, qualcosa di proibito. A Milano, ad esempio, ora con il carnevale ambrosiano che va avanti fino a sabato, i bambini sono a casa da scuola ed è un susseguirsi di feste in maschera e scorpacciate varie. La buona notizia è che alcuni delle tipiche leccornie carnascialesche, come le frittelle e i dolci caramellati, possono essere preparati senza glutine e quindi mangiati tranquillamente anche dai celiaci. Esiste un libro , della giornalista Annalisa Coviello, che contine molte di queste ricette, della cucina ligure, proprio a misura di bambino. Un’altra novità riguarda la cioccolata: quella senza glutine ora è facile da trovare anche nei bar.
A casa nostra fortunatamente intolleranze non ce ne sono e quindi, in teoria, sarebbe frittella libera, declinata in mille gusti. Peccato che io come cuoca di dolci faccia pena e l’unico exploit che mi possa permettere sia friggere le mele. A carnevale le mangiavo da bambina e quindi l’altra sera, pensando che ogni tanto bisogna rispolverare le tradizioni, ho coinvolto le bambine nella loro preparazione. La parte che hanno preferito è stato passare i pezzi di mela nella farina, litigando su chi ne impanava di più, imbiancando tutto il tavolo e il pavimento della cucina. Poi le ho messe in padella, sprigionando una puzza da ristorante cinese. Infine le bambine hanno passate le le mele fritte nello zucchero, che hanno cercato di papparsi, leccandosi le dita senza vergogna e lasciando nude le frittelle. Quando finalmente quest’ultime sono state pronte e messe su un vassoio, Anita ne ha sbocconcellato una, ha assunto un’espressione triste e delusa. Mi ha detto: “Pensavo fossero diverse: non mi piacciono molto”. Emma invece, diffidente, non ha voluto neppure assaggiarle. Avrei potuto parlare dei bambini che moiono di fame nel Darfur, ma gli psicopedagogisti dicono che sia un’immagine poco efficace per i nostri figli perchè troppo lontana. In alternativa, avrei potuto usare espressioni forti, qualche porcone e insulti mirati. Ma avrei rischiato di far diventare le mie bambine, fra pochissimi anni, anoressiche/bulimiche. Dopotutto i disordini alimentari nascono sempre per colpa dei genitori. Allora ho cercato di essere zen e mi sono pappata quelle delizie da 500 e passa calorie. Pensando vendicativa: la prossima volta col piffero che giochiamo ai piccoli chef.

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