Non solo lavastoviglie

Ho scoperto una nuova frontiera del multitasking. Noi mamme/lavoratrici/mogli/donne/chef/colf/chauffer/acrobate siamo sempre molto interessate ad aggiungere nuove attività in contemporanea a quello che già facciamo.

Ad esempio, l’ultima mia genialata è asciugare i capelli mentre guido. Mi sono un po’ stancata di massacrarmi in palestra sull’ellitica così ho ripreso a nuotare. Però i tempi richiesti sono più lunghi, ora è freddo e non posso uscire con la testa bagnata. Allora vado in auto e metto il riscaldamento a palla e li asciugo così, intanto guido per andare a prendere a scuola Emma. Prima di scendere li lego con una pinza, mi nascondo nelle retrovie tra tate e nonni e spero di non dover salutare nessuno. Brutta ma senza bronchite.

Ieri sera però, in questo interessante settore, ho scoperto un trucco che mi ha stupefatto.  Sono stata alla presentazione di un libro che insegna a cucinare usando gli scarti dei prodotti che normalmente usiamo: gambe, bucce, avanzi e tutte le parti meno nobili dei nostri ingredienti. Una sfida interessante per una come me che butta sempre un sacco di roba e poi si sente in colpa.

Si parlava di prodotti biologici, del cibo inteso come valore e poi è saltata fuori questa idea ecologica rivoluzionaria: usare il vapore della lavastoviglie per cuocere alcuni cibi. Un “due in uno” che mi ha lasciato basita.

Una degli autori del libro nel suo blog spiega come fare. La ricetta che mi ha stuzzicato è un curry di verdure. Incredibile! Le verdure si mettono in un barattolo ermetico, così non si bagnano e non si contaminano di detersivo, e poi si usa il programma intenso della lavastoviglie e tadaaaaaà: il vapore le cuoce e intanto si lavano i piatti.

Voi sapete quanto sia capra come cuoca, ma voglio provare e poi vi racconterò. Al momento ho già tutto in casa, mi manca solo il latte di soia. Rompendo la regola del silenzio, ero troppo eccitata dal progetto, l’ho detto a Sant’ stamattina, pareva perplesso. Ma conto di stupirlo!

Un libro imperdibile

Ad Anita piace tanto fare i cupcake. Prepara tutti gli ingredienti, le do la farina lievitata. Lavora con passione e inforna. Mentre aspetta venti minuti di cottura e mette tutto a posto, guarda distrattamente  il pacchetto della farina prima di buttarlo.

“Mamma, ma questa è scaduta due anni fa!”

“Davvero? Teniamo le dita incrociate”

Non è servito. I cupcake erano praticamente delle tigelle. Piatti e anche un po’ duretti.

Due giorni dopo ci riprova. Abbiamo comprato nuova farina lievitata.

“Mamma, qui dice 225 gr di burro”

“Mi sembrano tanti”

“Ne metto meno?”

“Mettine la metà, altrimenti diventano troppo burrosi”

Questa volta i cupcake sapevano di pesce. Non li ho assaggiati ma ci credo.

Anita era un po’ depressa. Ma non succederà più ora c’è il libro di Natalia che raccoglie 83 ricette dal suo favoloso blog più 12 inediti. E’ un libro facile da consultare, piccolo, coloratissimo e maneggevole che si può portare ovunque anche in vacanza. Un manuale che cone le sue simaptiche proposte e le foto divertenti può anche convincere i bambini più riluttanti a mangiare il pesce e le verdure!

E anche per noi, spero, che l’epoca degli incubi culinari sia  finalmente giunta al termine.

Di Natalia ci si può fidare e giuro che seguiremo le sue ricette alla lettera. Il libro si può acquistare on-line, in alcune librerie di Roma e di Modena, città dove ha sede la casa editrice Artioli.

Tris di flop

Concludo con questa ultima triste storia la trilogia delle mie disavventure culinarie.
Dopo la sciagura del crumble e la disgrazia dell’hummus eccovi l’incidente della terrina di verdure.
Tanto è l’accanimento del destino contro di me quando sperimento in cucina che ho pensato che potrei aprire un blog per documentare i miei insuccessi. Potrebbe fare tendenza. Un capolavoro trash. Sarebbe l’esatto contrario di tanti eleganti food blog che ci sono in giro. Potrei anche postare le foto degli obbrobri che creo, ma forse sarebbero immagini troppo crude e deprimenti.

Un paio di settimane fa ho visto su un giornale un’accattivante ricetta: verdurine grigliate e sovrapposte come una raffinata lasagnetta. Nella foto le verdure erano belle, colorate e allegre, la preparazione era catalogata come facile, le calorie solo 230 a porzione. Ancora ricordo con nostalgia uno sformatino tricolore, genere un po’ mousse che avevo mangiato a Londra negli anni ’90, una roba buonissima, la mia madaleine di Proust, una delizia che non sono più riuscita a ritrovare e mai a preparare. Il mio cuore vegetariano quindi davanti alla ricetta del giornale ha avuto un palpito. Perciò ho strappato la pagina con determinazione e il giorno dopo sono andata, piena di entusiasmo, al super a comprare 1 peperone giallo, 1 rosso, 2 melazane, 3 zucchine, 1 pomodoro occhio di bue e un mazzetto di basilico.
Il contenitore rettangolare da plumcake, richiesto dalla ricetta, l’avevo, gli albumi e il grana pure.
Poi per dieci giorni mi sono sentita in colpa, aprendo il frigorifero e vedendo i due peperoni e la melanzana. Allora li ho spostati in un ripiano più basso, in una posizione un po’ nascosta così non stavo male pensando di non aver il tempo di preparare la favolosa terrina.
Venerdì nel tardo pomeriggio mi sono decisa.
Oramai i peperoni erano quasi fuori tempo massimo, la melanzana si stava pericolosamente ammorbidendo e le zucchine erano diventate un po’ tristi. Mentre per il basilico purtroppo era già troppo tardi…
Nella preparazione della ricetta c’era scritto 35 minuti… più il riposo. Ho scoperto subito che in realtà per fare le cose bene, cioè secondo le indicazioni, ci voleva un tempo lunghissimo: grigliare i peperoni nel forno mezz’ora, poi lasciarli raffreddare, poi togliere la pelle e i semi…grigliare le altre verdure…intanto dovevo anche preprare la cena…
Avevo la cucina piena di diversi piatti di verdure: melanzane sul davanzale, peperoni vicino alla tv, pomodori sul micronde e zucchine sul frigo. Alla fine ho messo in forno la terrina alle dieci di sera. E certo non potevo star sveglia fino alle due, aspettando che si raffreddasse per metterla in frigo. Così ha passato la notte fuori, non so se sia stato questo a rovinarla. Il giorno dopo, a pranzo quando ho rovesciato lo stampo e ho tirato fuori la terrina, non era alta come nella foto. Era bassa e aveva un colore malato, sembrava vomito compatto. Incredibilmente il profumo era abbastanza buono ma la mia creazione purtroppo era incontinente, da sotto, aveva perdite d’acqua rossastra.
Forse era la vendetta del pomodoro.
La mia terrina così brutta che ne ho assaggiato, controvoglia per non sentirmi troppo vigliacca, solo un triangolino: molloso e un po’ viscido.
Poi le ho sussurrato un lungo e doloroso addio mentre, con una lacrima e immensa tristezza, la lasciavo scivolare nel pattume, contenitore dell’umido.

Recidiva

Avete presente quei giorni in cui provate a pensare positivo, dicendo: “non è poi così male, basta reagire?”
Invece zac! vi arriva un’altra bella batosta sulla testa, come se foste uno dei protagonisti in un teatrino di burattini e quando la marionetta si tira su, l’altra, l’aspetta al varco, per appioppargli ghignando un’altra sonora bastonata?
Beh, oggi per me è stato proprio così.
Ma ora è venerdì sera (thanksgod) e chiudiamo i battenti, almeno con il mondo reale. Quello virtuale mi sembra meno pericoloso…
Diciamo che è stata una settimana un po’ pesantuccia, una settimana in cui sono stata parecchio distratta e ho fatto qualche errore. Poi forse comincia anche la demenza senile…
Dopo l’insuccesso del crumble (grazie per la comprensione), ho combinato anche questa. L’altra sera avevamo invitato a cena un amichetto di Emma e pensato il solito collaudato menù casalingo da invitato-bambino: pasta al sugo, salumi/formaggio, finocchio (solo per i più vegetariani), focaccia e frutta (gelato nei giorni fortunati).
Ho servito delle invitanti orecchiette al pomodoro e chiamato allegramente i commensali: le mie figlie e l’ospite. Io avevo già slurpato via degli avanzi e non mi sedevo a tavola con loro.
I ragazzi hanno assaggiato e poi in coro chiesto il sale.
“Mamma è un po’ insipida”
“Non sa di nulla”
“Posso aggiungerlo?”
Per fortuna ho più di una saliera e quindi ho accontentato tutti allo stesso momento.
Il loro piatto era totalemente insipido, infatti mi sono ricordata di non aver aggiunto il sale nell’acqua della pasta. Ho cercato di giustificarmi:
“Troppo sodio fa gonfiare le gambe!”
Tre paia di occhietti allibiti mi hanno guardato con stupore.
“Poi con il caldo è terribile”, l’altra sera a Milano c’era un nubifragio e faceva un freddo becco.
“Inoltre per chi è incinta i cibi troppo salati possono essere veramente pericolosi”, ho detto a due bambini di nove anni e a una di dodici.
Undici anni di lavoro per Insieme, rivista specializzata nella gravidanza, hanno lasciato il segno e fatto danni: ci sono concetti che mi si sono incastrati fra i neuroni e basta una parola, come sale/sodio, per farmi partire in automatico. Peggio di un motore di ricerca.
Per fortuna, dopo un po’ riesco ancora a bloccarmi.
Anita mi ha fissato sgomenta, dicendo: “Ma mamma!…”
Ho sentito un clic nelle sinapsi e allora ho brontolato sottovoce, anche un po’ risentita:
“Certo, a voi non interessa!” e ho tirato fuori dal frigo il formaggio per quei ragazzi ingrati.

Crumble

Sono abbastanza sicura di me in cucina: sono convinta, dopo anni di esperienza, di possedere quel tocco magico che mi permette di modificare e personalizzare le ricette. Magari se seguo le istruzioni per fare un certo piatto, solo la prima volta peso gli ingredienti, le volte successive vado a intuito.
Questa presunzione ieri sera ha fatto grossi danni.
Mi piacciono molto i dolci rustici, non troppo zuccherosi, vecchio stile, quelli che magari sono brutti da vedere, perchè lontani parenti della cucina macrobiotica. Uno dei miei preferiti è il crumble, la versione inglese creativa e alla frutta della vecchia sbrisolona nostrana. Un paio di anni fa, mi ero fatta dare la ricetta da una mia amica inglese. L’avevo provata e mi ero preparata un ottimo crumble. Parlo al singolare perchè in casa mia nessuno si è mai fidato tanto da volerlo assaggiare.
Emma mi ha detto: “Magari dopo”
Anita: “Ummmm… non credo che mi piaccia”
Sant’: “Ho mangiato troppa pasta…”
Poi, ringalluzzita dal mio successo mi sono anche comprata un libro “Crumbles” dove spiegano mille modi in cui prepararlo: dolce, salato, al cioccolato, con tutti i tipi di frutta. L’ho letto e ho pensato:
“Facile, adesso ho un’idea dei principi universali del crumble: posso fare quello che voglio”
Ieri pomeriggio mi è salita una voglia impellente di crumble: qui e ora. Sono uscita e ho comprato lamponi e mirtilli. Prima di cena ho cominciato a prepararlo con grande entusiasmo.
“Mamma, cosa fai?”
“Il crumble, ma una mia versione, me l’invento”
“????!!”
“Sai quando una è brava in cucina inizia a creare, a inventare, a modificare…se ne frega delle ricette!”
“Sei sicura, mamma?”
“Sicurissima, fidati. Lo assaggerai questa voltail mio crumble?”
“Forse…magari dopo”
Lo scetticismo di Emma non è bastato a farmi perdere l’ottimismo culinario.
Ho radunato gli ingredienti. Burro: accidenti, l’avevo finito. Beh, avrei unto la pirofila con un po’ d’olio d’oliva. E poi senza burro l’impasto sarebbe stato più leggero, meno calorico.
Farina: farina bianca no, meglio integrale. Integrale non l’avevo. Ho trovato la manitoba, ma non mi sono fidata. Ho messo la farina di grano saraceno, quella dei pizzoccheri.
Poca però.
Succo d’arancia. Non avevo voglia di usare lo spremiagrumi, andavo un po’ di fretta. Così ho piantato una forchetta nel cuore dell’arancia e un po’ di succo è uscito.
Fiocchi d’avena: eccoli lì. Mela tagliata a fettine: presente. Lamponi e mirtilli, li ho buttati dentro. Ho pensato fosse inutile cuocere prima la base e poi aggiungere la frutta. Così ho mischiato tutto, versato un po’ di zucchero di canna e infornato per mezz’ora.
Da cotto era orrendo, sembrava vomito. I mei cari hanno gentilmente declinato l’invito di un assaggio. Brutto ma buono? Il suo sapore era quello di un gigantesco pizzocchero agrodolce. I mirtilli si erano seccati e avevano la consistenza del guscio di un insetto, forse uno scarabeo. Dalla pirofila all’umido del cassonetto: è stato un attimo.

Uomini e torte


La povera Anita è ancora con la gambetta in quarantena: cammina bene ma non può correre, andare in bici, insomma non può pienamente approfittare della primavera per andare a sgroppare al parco giochi e così ieri pomeriggio ha fatto la torta optical consigliata da Natalia e anche da Mammafelice.

Una soddisfazione immensa, mentre cucinava continuava a ripetere: 
“Non ho mai visto una torta così bella!”
“Senti il profumino!”
“Basta Emma, così me la rovini!”
La conversazione rilassata del dopo torta, al momento dell’assaggio, tra me ed Emma ha affrontato temi “caldi” da ragazze: “Mamma a te, come uomo, piace di più Mr.Bean, l’ispettore Closeau, o Homer?”
In altre famiglie più glamour mamme e figlie probabilmente sognano e disquisiscono su Brad Pitt, Jude Law e Orlando Bloom. A noi piacciono quelli meno “fichi” ma che fanno ridere…
“Emma, è un bell’enigma, non saprei…mi piacciono tutti e tre..”
Ci ho pensato tutta la notte, ho avuto un sonno agitato, e ancora non ho trovato una risposta… 

Chef

Emma ama il riso ai funghi. Anita no.
Anita mangia la polenta. Emma la odia.
A Emma piacciono i pizzoccheri. Anita “piuttosto la morte”.
Anita beve la centrifuga. Emma no.
Emma adora i ravioli. Anita no.
Anita mal sopporta le lasagne. Emma vivrebbe solo di quelle.
Potrei andare avanti così ancora per un po’ ma diventerei noiosa. Dopo anni di pasta al pesto e al sugo, mi piacerebbe cucinare qualcosa di universale per tutta la famiglia e non dover sempre prevedere almeno 2 menù. Mi piacerebbe non dover far la pizza divisa a zone: normale con capperi, origano e mozzarella per me e Sant. Solo mozzarella per Anita, solo pomodoro per Emma.
Neanche nei territori occupati i confini sono così rigidi e invalicabili.
Il fondo l’ho toccato un po’ di anni fa, quando avevo appena cambiato la cucina. Il forno era nuovo e molto più potente di quello che ero abituata a usare. Quel giorno, in un impeto di amore materno avevo deciso di fare la torta di verdura, nelle due versioni: con il ripieno di ricotta e gli spinaci per Emma, farcita di spinaci e mozzarella per Anita. Da una forma rettangolare di pasta (già fatta) avevo ricavato due triangoli di torta, uno per ogni figlia. Grondavano amore ed erano perfetti.
Avevo anche una mezza idea di personalizzarle con una “A” e una “E” scritte con i semi di sesamo.
Avevo infornato, ma dopo pochi minuti erano più “abbronzate” di Obama. Cavolo, il nuovo forno andava a palla! Dovevo salvare le torte! Ho abbassato la temperatura, ma dovevo anche posizionare la teglia in un ripiano più basso.
Con una mossa avventata ho aperto il forno e agguantato la teglia, in pyrex, delle torte. E’ stato un attimo: mi è scivolata, si è librata in aria come un freesbee e tutto il mio impegno di chef è andato in fumo. Anzi è andato ovunque: brandelli di ripieno ricotta, spinaci e vetro penzolavano dagli armadietti della cucina verso il pavimento. La mozzarella era direttamente spiaccicata ai miei piedi. Minuscoli pezzi di vetro ricoprivano come un odioso manto di rugiada il lavello, spinaci filanti occhieggiavano dai pensili.
Ho chiuso gli occhi pensando:
“Questa non è la mia vita, adesso conto fino a 10 e quando riapro gli occhi, è tutto sparito”
Non è stato così. Ho dovuto pulire tutto e raccattare i tristi resti: porconando tra i denti e giurando di proporre per sempre una dieta di bastoncini Findus ad aeternum.
Ma non ce l’ho mai fatta. Perchè da sempre mi sono sbattuta per un’alimentazione sana, le mie figlie sono cresciute bene, i percentili ci hanno sempre fatto un baffo, però essere una madre culinariamente corretta è quasi un lavoro a tempo pieno. Per questo le multinazionali del junk food ci sguazzano.

La notte è piccola

Ieri sera c’è stato un altro “gozzovigliamento” di mamme blogger milanesi

E’ iniziata l’alta stagione…
Mi sono infilata sotto le copertine all’1. 
Ho provato prima a raccontare qualche dettaglio della serata al Sant’uomo che ha grugnito qualcosa tipo: ” …magari ne parliamo un’altra volta…” 
Poi ha invece aggiunto: “…ho puntato la sveglia per finire il pane” ma, aihmè, questo non l’avevo ascoltato.
Quando ho sentito il maledetto beeeeep beeeep  della sveglia, automaticamente come una zombie mi sono settata sul mood  “in piedi/colazione/figlie/scuola”. 
Poi mi sono resa conto che erano solo le 6, il *****’uomo è al 100% nel trip del panettiere e la sveglia era una genialata per produrre i filoncini caldi caldi!
Non ho avuto neanche l’energia di litigare. 
Mi sono solo fatta giurare che non succederà mai più!
   

Più o meno chef

Un trionfo culinario. E’ quello che è avvenuto ieri a casa mia. Considerata la temperatura semiglaciale, la tosse di Emma e i compiti di Anita, abbiamo deciso di non affrontare un pomeriggio metropolitano e ci siamo chiuse in casa a cucinare. La molla, devo ammetterlo è stata “l’invidia del pane” che oramai nutro nei confronti del Sant’uomo che continua a panificare con successo in ogni minuto libero. Si è anche comprato il mattarello. E mentre impastava le bambine gli stavano a fianco estasiate. Elemosinando di poter fare un piccolo intervento nel meraviglioso laboratorio di cucina del papà.
Così per catturare un po’ di attenzione ieri mattina ho fatto gli yougurt (con la yogurtiera) ma per Anita ed Emma non era più una novità e non mi hanno degnato di alcuna attenzione. Allora ho tirato fuori l’asso dalla manica: il budino d’arancia.
Un colpo gobbo che mi è riuscito grazie alla Vegagenda. Un prezioso diario/manualetto di cucina vegetariana per talebani del tofu e simpatizzanti. Ci sono un sacco di ricette facili ed esotiche. Il budino di arancia è libanese e per farlo bastavano le arance, lo zucchero e la maizena. E così abbiamo provato.
Ques’ultima, mai usata prima, che fortunatamente avevo in casa perchè comprata per una ricetta con non avevo fatto, è magica.
Infatti, mentre Anita mescolava sconsolata il pentolino sul fuoco con il succo d’arancia con lo zucchero e la maizena, che doveva addensarsi ma continuava ad avere l’aspetto di una semplice spremuta, è avvenuto il miracolo. Improvvisamente si è creato il budino. Bello, denso, lucido e profumato. Incredibile.
Entusiaste abbiamo pensato che a noi Gualtiero Marchesi faceva un baffo, mentre mettevano il capolavoro in frigorifero a raffreddarsi.
Ma per le pari opportunità e soprattutto per conservare l’armonia familiare, ho anche fatto, questa volta con Emma, il salame dolce (il solo dolce che so fare da quando ero piccola e copio ancora dal mio vecchio Manuale di Nonna Papera, l’unico libro della mia infanzia che si è preservato intatto nei secoli e nei traslochi).
In questo caso la ricetta e rodata e quindi è andato tutto liscio.
Alla fine ho lasciato Emma a slurparsi via dalla terrina l’avanzo dell’impasto di cioccolata, burro e zucchero. Il mio impegno da brava mamma cuoca era finito e avevo bisogno di un break.
Mi sono messa davanti al computer ma dopo neanche cinque minuti è arrivata Emma e mi ha detto:
“Sai mamma, non sono tanto amica con Anita”
“Cosa vuoi dire? Avete litigato?”
“Sì perchè le ho chiesto una cosa… lei mi ha risposto male…allora io le ho dato un pugno…lei mi ha dato una spinta…e poi lei…invece io…ma lei è antipatica…fa sempre così….”
Ho smesso di ascoltare. E inserito mentalmente il pilota automatico. Ho cominciato a scaricare la posta, tanto le storie dei loro litigi sono tutte uguali.
“…lei mi ha detto facciamo la pace… e allora io le ho detto no: prima dimmi se hai capito dove hai sbagliato…”
Mi si sono rizzate le antenne: questa è la frase che io uso con loro.
La piccola Emma mi copia. L’ho guardata con tenerezza. Attorno alla bocca aveva una maschera marrone di cioccolata che confinava quasi con il naso e le orecchie.
“E Anita cosa ti ha risposto?”
Emma si è rabbuiata e ha sbottato:
“Mi ha riso in faccia. E ha detto: vai a lavarti la faccia, piccoletta”

Packaging strategico

Con le mani ancora imburrate dalla preparazione dei biscotti per Babbo Natale (quest’anno il vecchio panzone lo facciamo schiattare con il colesterolo alle stelle) sono pronta al mio packaging strategico. Chi ha i bambini piccoli ancora non l’ha sperimentato ma verso gli 7/8 anni, quando i dubbi serpeggiano, bisogna farsi astuti. Vale a dire particolare attenzione a come si incartano i regali, perchè i pargoli hanno già la loro bella memoria visiva e ci vuole niente a tradirsi.
Ho anche il problema di non ricordare dove ho nascosto i regali. In questa casa è il primo Natale: ho molti armadi a muro e ho infilato i regali un po’ a capocchia e quindi ritrovarli non è per niente facile. Nella vecchia casa avevo il mio solito angolo dove riponevo gli oggetti segreti. Adesso invece devo fare una caccia al tesoro e devo ammettere che è piuttosto snervante. Comunque quando li ritroverò saranno così impacchettati:
-regali da noi alle bimbe in carta normale già presente in casa o anche fornita dal negozio in cui sono stati acquistati. Riconoscibili da etichette normali.
-regali di Babbo Natale, rigorosamente in carta mai vista prima, senza brand. Comprata e nascosta accuratamente. Biglietti segreti scritti con la mano sinistra, altrimenti le bambine “sgamano” la calligrafia materna.
-regali che ci compriamo io e il Sant’uomo e facciamo finta che li abbia portati Babbo Natale. (Un anno non l’abbiamo fatto e le bambine hanno commentato: “In effetti quest’anno non siete stati poi così buonI”). Così adesso ci compriamo da soli un libro e poi la incartiamo con la carta segreta no-logo uguale agli altri regali del Panzone.
-regali che tre membri della famiglia fanno al quarto e possono essere confezionati come cavolo ci pare. Sono i più divertenti.

Anita oramai è troppo grande per credere a B.N. ma finge e inforna i biscotti canticchiando. Auguri a tutti e che il cenone via sia lieve!

Brutte notizie


Quante cacche di topo avrò mangiato? Ieri notte giacevo insonne cercando di contare, meglio di fare una media, di tutti i toast che ho ingurgitato (la mia scelta più gettonata al bar per pranzo) negli ultimi anni. Toast con sottiletta, ergo cacca di topo. E’ quello che ho scoperto ieri grazie alla notizia sulla truffa dei formaggi marci riciclati come stracchino, sottilette, parmigiano grattato, ecc. Ripensandoci a volte questi toast erano un po’ indigesti, adesso so perchè. Lo stracchino invece non mi piace quindi i vermi li ho sfangati. Una bella fortuna.

Per lavoro ho parlato ho parlato con il dottor Paolo Sarti, un pediatra fiorentino che ha pubblicato un libro dal titolo fulminante “Neonati maleducati” dove fa il punto sulla situazione educativa attuale. Sull’inerzia di certi genitori che si lasciano, fin da subito, irretire dai modelli culturali dominanti e crescono maschi aggressivi e bambine leziose. All’Istituto degli Innocenti di Firenze, recentemente c’è stato un convegno per fare il punto della situazione sull’uguaglianza/ disparità tra maschietti e femminucce. Il responso è stato deprimente. Gli obbiettivi futuri sono sempre gli stessi: velina e calciatore. Allora forse ci meritiamo il reportage di nozze di Briatore, le sue scioccanti pantofole e ancora qualche toast.

Piccoli chef? No, grazie

Fra le compagne di scuola di Emma c’è una bambina celiaca che quando viene a giocare a casa nostra si porta la merenda nello zainetto, ma ora nel giro delle amichette tutte le mamme hanno in casa qualche golosità senza glutine, proprio per lei. Comunque i bambini celiaci e anche quelli che soffrono di altre intolleranze alimentari sono bravissimi: non li ho mai visti fare scenate e capricci per mangiare, magari alle feste, qualcosa di proibito. A Milano, ad esempio, ora con il carnevale ambrosiano che va avanti fino a sabato, i bambini sono a casa da scuola ed è un susseguirsi di feste in maschera e scorpacciate varie. La buona notizia è che alcuni delle tipiche leccornie carnascialesche, come le frittelle e i dolci caramellati, possono essere preparati senza glutine e quindi mangiati tranquillamente anche dai celiaci. Esiste un libro , della giornalista Annalisa Coviello, che contine molte di queste ricette, della cucina ligure, proprio a misura di bambino. Un’altra novità riguarda la cioccolata: quella senza glutine ora è facile da trovare anche nei bar.
A casa nostra fortunatamente intolleranze non ce ne sono e quindi, in teoria, sarebbe frittella libera, declinata in mille gusti. Peccato che io come cuoca di dolci faccia pena e l’unico exploit che mi possa permettere sia friggere le mele. A carnevale le mangiavo da bambina e quindi l’altra sera, pensando che ogni tanto bisogna rispolverare le tradizioni, ho coinvolto le bambine nella loro preparazione. La parte che hanno preferito è stato passare i pezzi di mela nella farina, litigando su chi ne impanava di più, imbiancando tutto il tavolo e il pavimento della cucina. Poi le ho messe in padella, sprigionando una puzza da ristorante cinese. Infine le bambine hanno passate le le mele fritte nello zucchero, che hanno cercato di papparsi, leccandosi le dita senza vergogna e lasciando nude le frittelle. Quando finalmente quest’ultime sono state pronte e messe su un vassoio, Anita ne ha sbocconcellato una, ha assunto un’espressione triste e delusa. Mi ha detto: “Pensavo fossero diverse: non mi piacciono molto”. Emma invece, diffidente, non ha voluto neppure assaggiarle. Avrei potuto parlare dei bambini che moiono di fame nel Darfur, ma gli psicopedagogisti dicono che sia un’immagine poco efficace per i nostri figli perchè troppo lontana. In alternativa, avrei potuto usare espressioni forti, qualche porcone e insulti mirati. Ma avrei rischiato di far diventare le mie bambine, fra pochissimi anni, anoressiche/bulimiche. Dopotutto i disordini alimentari nascono sempre per colpa dei genitori. Allora ho cercato di essere zen e mi sono pappata quelle delizie da 500 e passa calorie. Pensando vendicativa: la prossima volta col piffero che giochiamo ai piccoli chef.

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