Un libro imperdibile

Ad Anita piace tanto fare i cupcake. Prepara tutti gli ingredienti, le do la farina lievitata. Lavora con passione e inforna. Mentre aspetta venti minuti di cottura e mette tutto a posto, guarda distrattamente  il pacchetto della farina prima di buttarlo.

“Mamma, ma questa è scaduta due anni fa!”

“Davvero? Teniamo le dita incrociate”

Non è servito. I cupcake erano praticamente delle tigelle. Piatti e anche un po’ duretti.

Due giorni dopo ci riprova. Abbiamo comprato nuova farina lievitata.

“Mamma, qui dice 225 gr di burro”

“Mi sembrano tanti”

“Ne metto meno?”

“Mettine la metà, altrimenti diventano troppo burrosi”

Questa volta i cupcake sapevano di pesce. Non li ho assaggiati ma ci credo.

Anita era un po’ depressa. Ma non succederà più ora c’è il libro di Natalia che raccoglie 83 ricette dal suo favoloso blog più 12 inediti. E’ un libro facile da consultare, piccolo, coloratissimo e maneggevole che si può portare ovunque anche in vacanza. Un manuale che cone le sue simaptiche proposte e le foto divertenti può anche convincere i bambini più riluttanti a mangiare il pesce e le verdure!

E anche per noi, spero, che l’epoca degli incubi culinari sia  finalmente giunta al termine.

Di Natalia ci si può fidare e giuro che seguiremo le sue ricette alla lettera. Il libro si può acquistare on-line, in alcune librerie di Roma e di Modena, città dove ha sede la casa editrice Artioli.

Tris di flop

Concludo con questa ultima triste storia la trilogia delle mie disavventure culinarie.
Dopo la sciagura del crumble e la disgrazia dell’hummus eccovi l’incidente della terrina di verdure.
Tanto è l’accanimento del destino contro di me quando sperimento in cucina che ho pensato che potrei aprire un blog per documentare i miei insuccessi. Potrebbe fare tendenza. Un capolavoro trash. Sarebbe l’esatto contrario di tanti eleganti food blog che ci sono in giro. Potrei anche postare le foto degli obbrobri che creo, ma forse sarebbero immagini troppo crude e deprimenti.

Un paio di settimane fa ho visto su un giornale un’accattivante ricetta: verdurine grigliate e sovrapposte come una raffinata lasagnetta. Nella foto le verdure erano belle, colorate e allegre, la preparazione era catalogata come facile, le calorie solo 230 a porzione. Ancora ricordo con nostalgia uno sformatino tricolore, genere un po’ mousse che avevo mangiato a Londra negli anni ’90, una roba buonissima, la mia madaleine di Proust, una delizia che non sono più riuscita a ritrovare e mai a preparare. Il mio cuore vegetariano quindi davanti alla ricetta del giornale ha avuto un palpito. Perciò ho strappato la pagina con determinazione e il giorno dopo sono andata, piena di entusiasmo, al super a comprare 1 peperone giallo, 1 rosso, 2 melazane, 3 zucchine, 1 pomodoro occhio di bue e un mazzetto di basilico.
Il contenitore rettangolare da plumcake, richiesto dalla ricetta, l’avevo, gli albumi e il grana pure.
Poi per dieci giorni mi sono sentita in colpa, aprendo il frigorifero e vedendo i due peperoni e la melanzana. Allora li ho spostati in un ripiano più basso, in una posizione un po’ nascosta così non stavo male pensando di non aver il tempo di preparare la favolosa terrina.
Venerdì nel tardo pomeriggio mi sono decisa.
Oramai i peperoni erano quasi fuori tempo massimo, la melanzana si stava pericolosamente ammorbidendo e le zucchine erano diventate un po’ tristi. Mentre per il basilico purtroppo era già troppo tardi…
Nella preparazione della ricetta c’era scritto 35 minuti… più il riposo. Ho scoperto subito che in realtà per fare le cose bene, cioè secondo le indicazioni, ci voleva un tempo lunghissimo: grigliare i peperoni nel forno mezz’ora, poi lasciarli raffreddare, poi togliere la pelle e i semi…grigliare le altre verdure…intanto dovevo anche preprare la cena…
Avevo la cucina piena di diversi piatti di verdure: melanzane sul davanzale, peperoni vicino alla tv, pomodori sul micronde e zucchine sul frigo. Alla fine ho messo in forno la terrina alle dieci di sera. E certo non potevo star sveglia fino alle due, aspettando che si raffreddasse per metterla in frigo. Così ha passato la notte fuori, non so se sia stato questo a rovinarla. Il giorno dopo, a pranzo quando ho rovesciato lo stampo e ho tirato fuori la terrina, non era alta come nella foto. Era bassa e aveva un colore malato, sembrava vomito compatto. Incredibilmente il profumo era abbastanza buono ma la mia creazione purtroppo era incontinente, da sotto, aveva perdite d’acqua rossastra.
Forse era la vendetta del pomodoro.
La mia terrina così brutta che ne ho assaggiato, controvoglia per non sentirmi troppo vigliacca, solo un triangolino: molloso e un po’ viscido.
Poi le ho sussurrato un lungo e doloroso addio mentre, con una lacrima e immensa tristezza, la lasciavo scivolare nel pattume, contenitore dell’umido.

Recidiva

Avete presente quei giorni in cui provate a pensare positivo, dicendo: “non è poi così male, basta reagire?”
Invece zac! vi arriva un’altra bella batosta sulla testa, come se foste uno dei protagonisti in un teatrino di burattini e quando la marionetta si tira su, l’altra, l’aspetta al varco, per appioppargli ghignando un’altra sonora bastonata?
Beh, oggi per me è stato proprio così.
Ma ora è venerdì sera (thanksgod) e chiudiamo i battenti, almeno con il mondo reale. Quello virtuale mi sembra meno pericoloso…
Diciamo che è stata una settimana un po’ pesantuccia, una settimana in cui sono stata parecchio distratta e ho fatto qualche errore. Poi forse comincia anche la demenza senile…
Dopo l’insuccesso del crumble (grazie per la comprensione), ho combinato anche questa. L’altra sera avevamo invitato a cena un amichetto di Emma e pensato il solito collaudato menù casalingo da invitato-bambino: pasta al sugo, salumi/formaggio, finocchio (solo per i più vegetariani), focaccia e frutta (gelato nei giorni fortunati).
Ho servito delle invitanti orecchiette al pomodoro e chiamato allegramente i commensali: le mie figlie e l’ospite. Io avevo già slurpato via degli avanzi e non mi sedevo a tavola con loro.
I ragazzi hanno assaggiato e poi in coro chiesto il sale.
“Mamma è un po’ insipida”
“Non sa di nulla”
“Posso aggiungerlo?”
Per fortuna ho più di una saliera e quindi ho accontentato tutti allo stesso momento.
Il loro piatto era totalemente insipido, infatti mi sono ricordata di non aver aggiunto il sale nell’acqua della pasta. Ho cercato di giustificarmi:
“Troppo sodio fa gonfiare le gambe!”
Tre paia di occhietti allibiti mi hanno guardato con stupore.
“Poi con il caldo è terribile”, l’altra sera a Milano c’era un nubifragio e faceva un freddo becco.
“Inoltre per chi è incinta i cibi troppo salati possono essere veramente pericolosi”, ho detto a due bambini di nove anni e a una di dodici.
Undici anni di lavoro per Insieme, rivista specializzata nella gravidanza, hanno lasciato il segno e fatto danni: ci sono concetti che mi si sono incastrati fra i neuroni e basta una parola, come sale/sodio, per farmi partire in automatico. Peggio di un motore di ricerca.
Per fortuna, dopo un po’ riesco ancora a bloccarmi.
Anita mi ha fissato sgomenta, dicendo: “Ma mamma!…”
Ho sentito un clic nelle sinapsi e allora ho brontolato sottovoce, anche un po’ risentita:
“Certo, a voi non interessa!” e ho tirato fuori dal frigo il formaggio per quei ragazzi ingrati.