Mai più senza

Dopo giorni di tempo orrendo, oggi finalmente c’era il sole e sembrava anche primavera: in centro a Milano, erano tutti gasatissimi e felici. E anch’io condividevo, timidamente, l’euforia collettiva.
Dopo un paio di mesi veramente orrendi, adesso sto un po’ meglio.
Riesco a concedermi un po’ di ottimismo anche perchè ho trovato la mia droga.
L’elemento che mi aiuta a non pensare troppo.
Mi sento bene solo quando guardo Gossip Girl, una sitcom per adolescenti che mi ha segnalato mia figlia, lei ne ha visto poche puntate, mentre io non riesco più a smettere!

Come un’allocca, sono stata catturata dalle storie di una banda di rampolli snaturati dell’elite newyorkese.
Un Beautiful di un manipolo di personaggi assurdi e leggermente tecnologizzati: il titolo è mutuato infatti dai pettegolezzi che una fonte anonima spiattella via web, gridando al mondo segreti e avventure peccaminose dei protagonisti.
Alla mia età dovrei essere più saggia, ma negli ultimi tempi, la demenza delle storie di questa soap è stata un grande svago e ora sono assuefatta. Non posso più passare la giornata senza la mia puntatina.
Sì, mi vergogno. E fare outing è il primo passo verso la terapia di disintossicazione.
(Spero)
Ora sono alla quarta stagione: il plot è ampiamente degenerato rispetto all’inizio della serie. Le vicende che dovevano essere dedicate ai tempi classici dell’adolescenza: prime esperienze amorose, problemi scolastici, conflitti con i genitori, hanno virato verso intrighi assurdi e improbabili.
Lavoro facile per gli sceneggiatori che possono inventare di tradimenti, bancarotta, scandali sessuali, figli e congiunti perduti e ritrovati senza preoccuparsi delle conseguenze! I protagonisti litigano, si diprezzano, giurano vendetta ma poi tornano amici e tutto ricomincia da capo.
E’ talmente trash da risultare ipnotico.
E questo deve essere il segreto del successo della soap che è andata avanti a gonfie vele fino alla sesta serie.
Mi è appena venuto in mente che mi sono sciroppata con diletto misto a disprezzo (ma comunque inchiodata davanti alla cattiva recitazione dei protagonisti) anche tutte le stagioni di Desperate Housewives, quindi forse sono grave: ho una pericolosa predisposizione alla tv spazzatura.
Preferisco questo piuttosto che ascoltare commenti, TG, talk show, opinioni e quant’altro sui nostri canali. Meglio Chuck che seduce Blair che odia Jenny sorella di Dan amico di Nate che ama ancora Serena figlia di Lily sorella di Eric che vede Damian ma non dovrebbe anche perchè lui è figlio di un ambasciatore ma spaccia.

Last day

Si è rotta la lavatrice.
Probabilmente un segno che nel mondo le cose cominciano ad andarsene.
Ma sono serena. I capelli sono a posto, ieri sono stata dal parrucchiere.
Se mi ritroveranno fossilizzata tra qualche millennio farò la mia porca figura.
Mi dispiace solo che finisca tutto di venerdì e non di lunedì.

Oggi in palestra mi è capitato di vedere su MTV lo speciale “classici”, tutti i video degli anni’80. E niente che può capitarci può essere peggio della pettinatura bionda mechata di George Michael nel video Last Christmas , quando l’overdose di lacca nei capelli degli Wham ha provocato il buco nell’ozono.

Passerò l’ultimo giorno sul pianeta mangiando macaron

Questi li ha fatti ieri Anita che dopo essersi appassionata ai muffin e ai cupcakes ha spostato la sua perizia pasticcera in zone più francesi.
Sono buonissimi, belli da vedere e incredibilmente le sono venuti bene al primo tentativo.
La ragazza non ha preso da me!
Così ricordando l’orchestra del Titanic che continuava a suonare mentre la nave si inabissava, io continuerò a ingozzarmi di macaron finchè un meteorite o similia non mi schiaccerà. Ottima occasione per infischiarsene delle calorie. E poi il pensiero di vedere sparire dalla faccia della terra tutti i nostri politici renderà ancora più dolce il boccone di macaron…. Spero solo che questi non si stiamo organizzando in un arca di Noe: due grillini, due pidielle, due pd, due udv, due trota, questo sarebbe veramente terribile e spaventoso!

E voi cosa farete di bello nell’ultimo giorno sul globo?

Princess inside

Voglio fare outing senza vergogna: da bambina pensavo che da grande avrei sposato Alberto di Monaco! So che state ridendo schifate, ognuno hai suoi scheletri nell’armadio (della Barbie)!
A mia discolpa devo dire che mia madre mi ha cresciuto a pane e pettegolezzi e quand’ero bambina i gossip reali andavano per la maggiore, quindi io che ho sempre sofferto di un certo delirio di onnipotenza, a 4-5 anni, mi vedevo ben maritata e un principe sarebbe servito allo scopo. Poi Alberto era molto più carino di oggi…
A 7 anni ho cambiato idea, avrei perseguito la carriera non il matrimonio, ma le storie principesche sono rimaste interessanti per me. Crescendo sono diventata cinica per cui la mia preferita era la sorellina scapestrata, Stephanie, che ne ha sempre combinato di tutti i colori!
Questo prologo per farvi capire che quando ho incontrato in rete Marina Minelli, mi sono subito appassionata. Poi il mese scorso sono stata a Falconara, l’ho conosciuta di persona e mi sono letta il suo primo libro che ho trovato veramente interessante, ben scritto e pieno di succosi anedoti sulla vita di principesse di ieri e anche di oggi.
Molte di questo donne sono state solo delle pedine, maritate per ragioni di Stato, mentre alcune hanno avuto veramente potere ma anche esperienze molto forti e poco aristocratiche. Per esempio, chi se lo sarebbe mai immaginato che Caterina De’ Medici sarebbe stata costretta in un menage a trois con la suocera?
E che dire di Joséphine de Beauharnais, la bella creola della Martinica che è stata la prima imperatrice di colore (altro che Obama!) essendo moglie di Napoleone? La figura di questa donna mi aveva già incuriosito quando, alcuni anni fa, ero stata in Martinica e nel parco della capitale, Fort de France, ho visto la statua di Joséphine conservata con la testa decapitata perchè i suoi connazionali, da più di duecento anni, le rimprovoravano la stessa cosa: non aveva fatto abbastanza per aiutare la Martinica, perorando la loro causa con Napoleone. Joséphine viene considerata una traditrice che ha rinnegato le sue origini.
Poi continaundo la lettura di questo libro si fanno altre importanti scoperte. Per dire, chi lo sapeva che in fondo la Regina Vittoria è stata una pioniera dell’epidurale? La sovrana infatti dopo sette figli partoriti con dolore, per l’ottavo si era fatta furba e aveva provato il cloroformio per un po’ di sollievo. Contenta dell’esperienza era arrivata poi ad affermare che sarebbe stato un diritto di tutte le donne mettere al mondo i figli senza soffrire troppo. Un’altra principessa molto interessante, ma poco conosciuta, è Maria Bonaparte, nipote di Napoleone che a parte accettare un marito gay è stata la vera promulgatrice e soprattutto sponsor, grazie alla sua immensa ricchezza, della psicanalisi di Sigmund Freud. Insomma, questo libro è un pozzo di informazioni storiche e arriva poi alle principesse e alle regine attuali: fino a Charlene che si è beccata il “mio” Alberto, ma certo non la invidio… anzi forse un po’ per il clima dolce di Monaco!

Crisi di astinenza


Come sta Linus quando gli rubano la coperta? Malissimo, naturalmente.
A me succede la stessa cosa, senza il mio oggetto transizionale, privata del mio conforto, sono confusa e spaesata. Ognuno ha il proprio pupazzo, la propria amatissima pezzuolina a cui aggrapparsi nei momenti più neri. Poi crescendo ci sono altre assuefazioni che permettono di tirare avanti a testa alta anche negli attimi bui: c’è chi beve, chi fuma, chi acquista compulsivamente, chi fa sesso (adesso va tanto negli USA), io semplicemente mi bevevo un cappuccino. Mi appagava, era per me l’equivalente del ciuccio. Bello, schiumoso, magari spruzzato con un po’ di cacao o cannella. Snack a metà mattina o merendina del pomeriggio. Ma poteva anche essere aperitivo, da bere in mezzo a piattini di olive, noccioline e patatine (e lì veramente sembravo strana!). Un amore che durava da anni, un conforto ottimo in inverno ma anche in estate (anche se venivo guardata con sospetto da baristi e compagni di bevute).
Avevo in testa un’accurata google map di tutti i locali dove lo facevano bene, dove non era mai troppo caldo, sciapo o brodoso. Avevo punti fermi di luoghi da evitare: tutti i bar delle stazioni e in genere dove c’è anche una ricevitoria.
Ma le cose belle finiscono e due settimane fa ho dovuto smettere: intolleranza al lattosio. Maledizione!
Adesso allungo il caffè con il latte di soia. Mi piace, ma che desolazione, il latte di soia ma non fa certo la schiuma.
E così sono triste, disperata e un po’ confusa. Non meritavo questo colpo gobbo dal destino.
In casa ogni tanto do una rispostaccia, oppure sono distratta, scollegata dalla realtà dove il mio adorato drink non esiste più e l’altro giorno ho fatto anche il pane senza aggiungere l’acqua. Dopo due ore di cottura sentivo uno strano, inspiegabile odore di noccioline tostate!
Allora ho capito: avevo avuto un’amnesia dovuta a questa brutta crisi di astinenza!

P.S. E per voi qual è la coperta di Linus?

Assassina ecologica

Ho sempre avuto un’attività onirica particolarmente ricca e avventurosa ma la scorsa notte ho battuto ogni record.
Forse è anche colpa dei gialli che ultimamente guardo prima di addormentarmi. Forse è un periodo di stress, comunque nonostante sia abituata, da una vita, alla stranezza dei miei sogni, quando mi sono svegliata ero stupita di me stessa. Sorpresa ma anche contenta e quindi sorpresa di essere contenta. Insomma sono un mostro, ma basta con il prologo, ecco cosa è successo…

Ho sognato una persona (di sesso femminile) che mi sta parecchio antipatica (fortunatamente non la incontro spesso, ma anche solo pensandola mi assale un senso di disprezzo). Eravamo a una sorta di congresso, un luogo dove c’erano parecchi corridoi, in uno di questi ho visto arrivare la mia odiata conoscente e zac! così senza premeditazione le sono saltata addosso e l’ho fatta a pezzi. Come dice Cenerentola “i sogni son desideri”. Così anche se nella vita reale lei ha più o meno le mie dimensioni ma, chissenefrega, nel sogno l’ho polverizzata facilmente in quattro mosse.
Non ho visualizzato sangue, ferite, lamenti o altro. Semplicente ricordo dei mucchietti di cose tipo pollo che erano sul pavimento. E da vegetariana cose così piccole e sanguinolente mi fanno veramente orrore.
Infatti ho preso tre o quattro sacchetti (perchè li avevo con me?), ho messo dentro i resti e pulito il pavimento.
Poi ho pensato: “Bene, me la sono finalmente tolta dai maroni”
Successivamente mi sono anche fatta la classica domanda dell’assassino: “E ora dove lo butto il cadavare?”
Ho guardato i sacchetti, erano quelli biodegradabili e così mi sono subito serenamente risposta: “Ma nell’umido!”
Stavo per portarli al cassonetto quando è suonata la sveglia.

P.S. Non sono una persona violenta e non mi “dopo”.
P.P.S. E’ grave?

Paura di volare

Alcuni giorni fa, in un volo di ritorno dalla Germania, Sant’ ha vissuto questa simpatica e virile esperienza.
L’aereo era piuttosto piccolo, un bimotore, e nel cielo c’era parecchia turbolenza.
C’erano i fulmini nel cielo, si sobbalzava di brutto, non hanno neanche dato da bere e nonostante ciò alcuni passeggeri hanno chiesto il fatidico “sacchetto” per vomitare.
A fianco di Sant’ era seduto un signore, un cinquantenne sconosciuto che quando il comandante ha dato l’ordine di rimanere seduti con le cinture allacciate e i tavolini chiusi, è diventato estremamente e pateticamente amichevole. Era abbronzato ma sbiancato come un lenzuolo.
A sorpresa, si è aggrappato al braccio di Sant’ che, piuttosto perplesso ha dovuto raccoglierne le confidenze:
“Per lavoro viaggio molto e sa come succede…si incontrano tante persone…tante donne”
“Scusi?”
Sant’ leggeva ma suo malgrado, vedendo l’ansia del suo vicino ha messo via la sua rivista.
L’areo faceva salti da montagne russe, la mano dell’uomo pallidissimo stringeva sempre più forte il braccio di Sant’ e la confessione inesorabile continuava:
“Sono sposato, amo mia moglie, ma sa…capita. E’ successo, con questa donna, abbiano avuto una storia…”
“????”
Se c’è una persona che preferisce parlare di gomme da neve piuttosto che di pettegolezzi questo è Sant’, ma il suo compagno di sedile era terrorizzato dai salti dell’aereo e voleva, a tutti costi, confessare i suoi peccati in un lungo, dettagliato, intimo e soprattutto liberatorio monologo.
Sempre aggrappato al braccio di Sant’ che ha anche cercato di liberarsi, ma l’adultero l’ha fermato:
“La prego, mi ascolti….è durata quasi un anno…non volevo ingannare mia moglie…non volevo. Mi crede?”
“Mmmmmm”
Sant’ in realtà pensava di chiamare lo stewart per chiedergli se magari poteva aiutare lui il peccatore pentito, ma non è stato necessario, perchè magicamente la turbolenza è cessata e così anche il “J’accuse” del fedifrago.
Ha mollato il braccio di Sant’ e in composto silenzio, con gli occhi chiusi, ha ascoltato la voce del comandante che annunciava l’imminente atterraggio.
Sant’ contento e sollevato ha potuto così dare un’ultima occhiata alla sua rivista.
Dopo pochi minuti sono atterrati sani e salvi. Hanno preso il bagaglio a mano dalle capelliere e avviandosi verso l’uscita, Sant’ ha salutato cortesemente l’adultero, questo invece l’ha ignorato, facendo finta di non averlo mai visto. Aveva salvato la pellaccia ed era molto probabilmente pentito di essersi pentito!

Backstage

Oggi pomeriggio sono stata tra gli ospiti di Italiasul2 , si parlava di conciliazione fra carriera e lavoro, casalinghitudine e part-time. Ero curiosa ma anche molto emozionata, ero già stata in televisione, ma moltissimi anni fa. E quindi un po’ d’ansia l’avevo.
L’autista è venuto a prendermi tre quarti d’ora prima del previsto, stavo quasi per non aprirgli pensando che fosse il solito rompiscatole che voleva riempirmi la cassetta di pubblicità. Poi invece, magnanima, ho risposto al citofono e mi è venuto un colpo perchè ero ancora in mutande. Ma in cinque minuti, scusandomi, sono scesa, tanto il trucco e parrucco li offriva il backstage.
Dopo il make-over con capelli perfetti e gli occhi bistratissimi, mi aggiravo nei corridoi dello studio come un’anima in pena: ero decisamente in anticipo sulla tabella di marcia. Ho cercato di attaccar bottone con le sarte, chiacchierare con le parrucchiere e le truccatrici ma dopo un po’ loro avevano da fare.
Sono andata dieci volte in bagno e poi a cercare il bar.
E ho capito che lì si aggiravano due tipi di persone, quelli truccati da zoccola come me e quelli normali che lavoravano lì. Comunque quelli truccatissimi venivano trattati da tutti gentilmente. Avevo anche un camerino ma era troppo triste (una stanzetta spoglia con lo specchio) e non ci volevo stare. Poi il mio cellulare era quasi completamente scarico così non potevo neanche mandare sms a parenti e amici per dire di guardarmi.
Allora ho chiesto se potevo andare in studio anche se sarei andata in onda molto dopo.
Molto cortesi mi hanno lasciato entrare.
Mi sono seduta in modo di non essere fra le balle dei cameramen e ero molto interessata a vedere come facevano le riprese. Mi sentivo come Liz Lemon in 30 Rock ed ero piuttosto gasata. Poi la producer ha detto perentoria: “Microfonate la signora”
E così mi hanno “microfonato”, cioè attaccato il microfono, nascosto, nella schiena.
Da lì ho cominciato ad avere un leggero senso di panico. A dover andare in bagno.
Pensavo a tutti i “fuori onda” famosi degli uomini politici. A tutte le gaffes che hanno fatto parlando quando erano microfonati. E se si sentiva lo sciacquone?
L’ho tenuta per un po’, poi pensando: “dopo quando sarò seduta su quella poltroncina sarà peggio”, mi sono fatta coraggio e ho chiesto alla producer se potevo andare in bagno.
Si poteva “farla” anche da microfonati. Che bello.
Poi è passato ancora un po’ di tempo. Era quasi la “mia” ora.
Dovevo andare in onda. Sedermi nella poltroncina bianca. Appena dopo lo stacco pubblicitario.
Sono scappata a nascondermi in bagno, ma la producer mi ha visto ed è venuta a prendermi.
Mi ha riacciuffato e portato dentro, dritto fino alla poltroncina.
Poi è andata bene. Fiuuuuuuuuuu!

Allocca – parte seconda

…per rendere Sant’ più comprensivo verso la mia confessione avevo deciso di prenderlo per la gola.
Proprio il giorno prima mi aveva parlato con nostalgia, e un po’ di acquolina in bocca, del risotto.
Non un risotto specifico, ma della filosofia del risotto in generale.
“E’ tanto che non ne mangiamo”
“Sì e allora?” avevo risposto con la simpatia di un’emorroide.
“Magari potremmo farlo una di queste sere”
“Ummm…non so…vedremo… non ne ho una gran voglia”, avevo bofonchiato.
Ma adesso, ideona, per metterlo nell’umore più empatico possibile, l’avrei stupito e sorpreso con un bel risottino allo zafferano.
Il riso in casa doveva esserci. Me lo ricordavo in un barattolo nella dispensa.
Sono andata a verificare e in effetti il riso c’era ma non era bianco o non era da risotti. C’era il riso venere (marrone scuro), il riso integrale (beige chiaro) e il riso bianco (ma basmati).
Troppo tardi per uscire a comprarlo, così ho deciso di tentare la sorte con il riso beige.
in fondo sono sempre ottimista: speravo che non fosse un giorno proprio di sfiga completa.
Magari quel riso non era proprio integrale, era semi integrale, forse poteva andare bene.
Peccato non fosse più nella sua confezione originale, non avevo indicazioni di cottura.
Non ricordavo quando l’avessi comprato. Insomma ho giocato con il fato. E ho perso.
Dopo poco Sant’ è tornato a casa e gli comunque ho gridato: “Sorpresa! Il risotto!”
Ma 50 minuti dopo quel maledetto riso era ancora durissimo.
Mantecavo…. mantecavo…. mantecavo…. il chicco non cedeva e la mia espressione da moglie perfetta non reggeva più.
Sant’ mi girava come uno squalo attorno affamato.
Faceva domande.
“Cos’è quella faccia?”
“Il riso era beige, forse era integrale…”
Ero affranta: dovevo dargli il riso scotto e anche la notizia di Euroclub.
Dopo un’ora e passa di cottura, stremata ho servito il riso.
Anita si è rifiutata di mangiarlo. Sant’ e Emma si sono sacrificati.
Quando a fine cena, ho confessato cosa avevo combinato nel pomeriggio, Sant’ me ne ha dette di tutti i colori.
Ma per fortuna la sfuriata è durata poco.
Perchè si è ricordato da solo di aver lasciato, una settimana fa, l’i-pad sul tettuccio della macchina.
Insomma siamo una coppia ben assortita.
Ho buttato, senza fiatare, i resti del risotto-flop l’abbiamo chiusa lì.

Outing

Ho deciso di confessare la cosa più scema che abbia mai fatto.

L’azione di cui mi vergogno di più.

Quella per cui non posso trovare giustificazioni dando la colpa ad altri (come si fa di solito).

E’ successo circa quattro anni fa: in uno dei miei momenti di rigetto, di ribellione verso i miei capelli ricci, li ho tagliati tutti. Questo l’avevo già fatto almeno 5/6 volte nella vita. Ma mai come l’ultima volta mi sono pentita in fretta.

Perchè far ricrescere i capelli ricci è durissima. Specialmente se, nel mentre, si va al mare.

Allora mi era venuta questa idea balzana.

Mi sono comprata una coda. Una lunga coda liscia del colore dei miei capelli. Un posticcio ordinato dal parrucchiere. E’ costata una fortuna. Così tanto che nessuno in famiglia (Sant’) lo sa. Così tanto che mi vergogno ancora adesso a pensarci. Così tanto che non lo scrivo.

L’ho messa due volte. L’idea era quella di legarmi i capelli davanti, coprire il mozzicone del mio codino con il codone artificiale. Ho provato una volta. Mi sentivo strana e pesante con questo nido dietro. Per questo mi sono fatta fotografare perchè volevo averne la prova.

Non potevo appoggiarmi da nessuna parte perchè il rigonfiamento me lo impediva.

Oltre al peso della “cofana”, che non era proprio l’ideale per una giornata da mamma in spiaggia, i miei capelli con l’umidità dell’aria salina si sono subito increspati e il mix con la codona era raccapricciante.

Poi tornata dalle vacanze per non rassegnarmi, per non ammettere di aver fatto una gran stupidata a comprarla, l’ho usata in un’altra occasione in mezzo alle mamme della scuola. Una, un po’ perfida ma realista, fissandomi la nuca ha esclamato a voce altissima:

“Ti sono cresciuti un sacco i capelli stanotte!”

Da allora la “cofana” sta nascosta in una busta bianca  A4 nel mio comodino.

Sembra un animale morto.

Ora che ho confessato sto meglio.

E voi cosa avete fatto di veramente vergognoso?

Papà separati

Sabato ho letto questo articolo sul Corriere in cui si racconta la triste situazione di molti papà separati che si sono ridotti a trovare rifugio in un dormitorio pubblico.
Mi dispiace molto ma a un certo punto, uno di loro intervistato per raccontare la sua triste condizione lamenta di essere ridotto così male economicamente da dover scongiurare le prostitute di fargli lo sconto per un po’ di sesso.
Da qui parte la mia riflessione: visto che deve tagliare sul budget, se proprio non può farne a meno, non potrebbe ricorrere a un po’ di gratuito autoerotismo?
O magari iniziare a pensare che le donne non sono oggetti da pagare e impegnarsi per cercare di abbinare sesso a una relazione sentimentale?
(Non so perchè si sia separato, però qualche congettura mi viene anche in mente)
E per concludere mi chiedo anche perchè il collega, che ha scritto l’articolo, si sia sentito in dovere di condividere con i lettori la crisi economica di un puttaniere.

Rivelazioni adolescenziali

Una sera a tavola Anita sbotta così all’improvviso: “A me Mary Poppins non è mai piaciuta… faceva paura”
La guardo stupita. E’ uno dei film della mia infanzia, supercalifragilispichespiralidoso (più o meno) gliel’ho fatto vedere un sacco di volte. Pensavo la divertisse. Sono basita. Penso di aver frainteso.
“Mary? Poppins? Ma no…è bello”
In effetti la seconda parte si è sempre rifiutata di guardarla, una volta forse …
“Mi faceva paura lo spazzacamino”
“Ma aveva degli occhi così belli!”
“No, faceva paura”
“Mi dispiace, non sapevo…beh tanto oramai non lo vedi più”
“E poi odio il pesce!”
Mi assesta un altro colpo. Inaspettato. Il pesce fa bene, gli omega 3 servono.
“Cosa?”
“Sì, cerca sempre di fare dei patti e darlo a me quando glielo metti nel piatto”, spiattella Emma.

P.S: Domani mattina vado a Matera, è l’evento più importante tra le mie presentazioni. Sono emozionata, speriamo bene.

L’evoluzione del lettone

Ammetto che è una bella soddisfazione sapere che le mie figlie nonostante la loro veneranda età (13 e mezzo e 10 anni) litighino ancora per addormentarsi nel lettone. A volte mi chiedo se sono un caso patologico come le madri che allattano fino a quattro anni, ma poi mi rassicuro pensando che oggi l’uso che facciamo del lettone non è più quello di quando erano piccole. Adesso quando planano tra le lenzuola lo fanno per le chiacchiere e le confidenze pre nanna. Emma è particolarmente fissata su questo punto, perchè le sembra che quando Anita dorme con me si chiacchieri di più.
Allora quando è il suo turno nel lettone arriva con una bella pila di Topolino, ma anche tanta voglia di tirar tardi a parlare.
Da parte mia gioco un pò sporco.
Dico: “Adesso leggiamo”, tiro fuori il mio libro e spero nell’autonomia. Ma non la scampo mai.
Al momento di spegnere la luce: “Bene, buonanotte, bacio”
Emma mi guarda e dice: “No, adesso parliamo. Con Anita parli e ora lo fai anche con me!”
So di non avere scelta.
“Ok, però spegnamo la luce così c’è più atmosfera”
Conto sul buio per tagliar corto e ronfare al più presto.
“Va bene, di cosa vuoi parlare? Vuoi dei pettegolezzi sui miei compagni?”
Emma sa che amo i pettegolezzi e quindi mi vuole allettare.
Accetto, congratulandomi per l’idea.
Si parte: “Mamma lo sai che Coso….”
“E invece Cosa….”
“Davvero?” e intanto la palpebra mi si appesantisce. Il problema è che siamo a metà settembre e queste storie sono un pò vintage perchè le più fresche risalgono a giugno.
“Vuoi che ti faccia l’elenco di tutti quelli che…”
“Nooooooo….non ci credo!”
Cerco di darle un po’ di soddisfazione. Anche se non sono più notizie nuove. Domani comincia la scuola e sono contenta perchè finalmente avremo merce fresca…
“Perchè poi la maestra l’ha beccato…”
Zzzzzzz…
“Mamma mi ascolti?”
Continua implacabile a raccontare: elenca nomi e dettagli, ricreazione dopo ricreazione….Mi dispiace deluderla ma oramai sono in dormiveglia. Faccio uno sforzo per ritrovare un pò di lucidità, la bacio, le prendo la manina e confesso: “Ti voglio tanto bene, ma adesso basta, pietà!
Sono stanca me lo racconti domani, ti prego….Zzzzzz”
Cado in catalessi, sognando bidelle che rincorrono alunni esagitati.

Detossinata?

Devo essere proprio piena di tossine, come ha chiaramente mostrato il pediluvio detossinante che mi sono concessa l’altro giorno…perchè anche stanotte ho avuto sogni agitati. Avevo in casa ben due copie di Illary Blasi e per liberarmene le ho gettate dal balcone. Si sono spiaccicate sul terreno sottostante ma nessuno è risalito a me.
Liberatomi di Illary, la casa mi si è invasa di bambini: bebè che gattovano, cinquenni che correvano, ottenni che saltavano. Li prendevo e li buttavo sul pianerottolo ma loro tornavano dentro dalla finestra. Era estenuante e infatti mi sono svegliata agitatissima.
Invece ero solissima nel mio letto, così con uno sgrunt di soddisfazione mi sono spalmata in diagonale sotto le coperte, occupando più spazio possibile.
Però non sono ancora del tutto detossinata/pacificata infatti ieri quando in piscina ho sentito gridare: “Mamma!” mi sono subito voltata. Hanno la voce tutte uguale queste bambine? O il mio cuoricino ha ancora troppe particelle di mammite?
A pranzo, per esempio, lancio sguardi teneri a una bebeina che dal seggiolone del tavolo di fronte si ingozza di passati di verdura e creme di riso.
Comunque non è che qui in beauty-farm la vita non sia esente da rischi e pericoli: stamattina in palestra mentre spingevo con vigore sui pedali dell’ellitica mi si è ingarbugliato il cordoncino con cui tengo al collo ipod nella maniglia della macchina, per liberarlo ho avuto un contraccolpo e per poco non mi strozzavo. Come Isadora Duncan con la sciarpa che le si è impigliata nella ruota della sua decapotabile e l’ha strangolata.
Però ho fatto colpo su due omarelli: uno è sposato e l’altro ha il borsetto.

P.S. Nuovo post di Silvia su Ringhiandoalmondo

Brrrccvlll?

C’era una casa molto carina senza soffitto, senza cucina….
Ora so che questa canzone è stata scritta tanti anni fa, con molta preveggenza, pensando a me.
Questo mi consola non poco, proprio grazie a questi versi cerco di placare l’ansia/ira/disperazione/giramento di maroni che ciclicamente mi assale.
Saranno due settimane senza cucina e saranno alla fine di agosto.
Dove sarò io? Di cosa nutrirò la mia famiglia?
Devo smettere di chiedermelo ossessivamente così magari spariranno le macchie rosse, dovute allo stress, che mi sono apparse sulla pelle trasformandomi in una versione umana della Pimpa.
Cercherò di essere più spirituale e cambiare decisamente argomento.
E scusate se ho latitato dal blog e dalla rete.

Torniamo all’eden delle vacanze.

Stiamo rimpacchettando per tornare a casa e, non so voi, ma da noi come sempre ci sono molte più cose di quando siamo partiti. Molte cose che vorrei lasciare inavvertitamente nella loro terra di origine.
Molti giornalini, qualche disegno su cartoncini di fortuna, un’imgombrante pistola d’acqua, una paletta enorme che non era da bambini piccoli (mia figlia ha dieci anni e voleva qualcosa di degno per la sua età) infatti sembrava una zappa, una tavola galleggiante, lanterne della presa della Bastiglia, candele profumate e non, ombrellini di carta da cocktail, sculture in cera di formaggio Babybel e molti inutili altri ammennicoli.
Cerco come sempre di dimenticare distrattamente molti oggetti, ma ora che le mie figlie sono grandi, conoscendo questa mia inclinazione, si sono fatte attente e mi tengono d’occhio.
Mi stanno intorno mentre impacchetto e sono sul chi vive. E’ un monitoraggio attento e costante.
Allora per ripicca mi fisso sui dettagli.
“Emma, cos’è questo gancio? E’ tuo?”
“Sì è mio. E’ un anello, non un gancio”
“Ti serve?”, chiedo dubbiosa.
“Sì”, risponde decisa.
“Per che cosa?”
“Per il brrcvll
“Come?'”
“Per fare un brcvvll
“Non ho capito, vieni più vicino a dirmelo”
Mi si mette di fianco e ripete: “Devo fare un bracccvvll“, è anche un po’ scocciata di avere una mamma così sorda.
“Un br cosa?”
“Un braccavolo“, confessa riluttante.
La guardo dritto negli occhi, la sua faccia tosta nel tentare di raggirarmi mi stupisce e mi diverte.

Da vergognarsi

Forse sto tornando lentamente alla normalità. Non voglio illudermi ma spero sia così.
Dopo due mesi di follia, di stanchezza, di notti insonni con un frullio costanti di pensieri in testa, forse finalmente posso fare un passo indietro e tornare nel mio guscio.
I semi li ho gettati, il libro avrà il suo destino e io posso riprendermi la mia vita. Ho lavorato come una matta, trascurato la mia famiglia, il blog e le amiche virtuali. Mi sento in colpa, anche se ho avuto moltissime manifestazioni di affetto che mi hanno stupito e lusingato, ringrazio tutti ma ora rientro dignitosamente nel bozzolo.
In questa nuova e speriamo duratura dimensione, l’altro giorno ero sdraiata sul letto a chiacchierare con Anita. Era molto piacevole, siamo partite commentando un libro di Jacqueline Wilson che sta leggendo e abbiamo ampliato la conversazione ad altre confidenze. Alla fine il tema era: la peggior figuraccia che ci è capitata.
Fortunatamente mia figlia non aveva granchè da raccontare, a me invece è venuto in mente un episodio che avevo seppellito nella memoria da tantissimi anni. E anche dopo tutto questo tempo la vergogna è stata forte.

Quando ho inziato a lavorare come giornalista mi occupavo soprattutto di moda e di musica. Così un anno sono andata al festival di Saint Vincent (credevo fosse stato soppresso ma ho visto su Google che c’è ancora).
In quel periodo abitavo a Londra e forse ero andata direttamente in Val d’Aosta senza passare da casa dei miei. Non ricordo bene, comunque dovevo avere problemi con il bucato. Senz’altro li avevo anche con i soldi, perchè ero freelance e perennemente al verde. Perciò mi ero accorta di essere a corto di mutande e non potevo permettermi di far lavare le mie cose all’hotel. Così avevo lavato slip, tanga e culotte e li avevo appesi ad asciugare a random, un po’ ovunque in camera. Non c’era molto spazio cosi avevo astutamente utilizzato anche la spalliera di una sedia.
La sera dopo era accaduto il fattaccio quando ero scesa nella hall dell’hotel con una mia amica e collega.
Doveva essere giugno ma eravamo in montagna e faceva freddino, così avevo portato con me il giubbotto di jeans. L’avevo buttato con nonchalance sul divano dove ero seduta a bere e chiacchierare.
Qualche minuto dopo la mia amica aveva cominciato a ridere e mi aveva indicato tre, quattro paia di mutande di pizzo sparse sul pavimento del salone. Le mie.
Ancora umidicce erano rimaste attaccate all’interno del giubbotto e da me trasportate inavvertitamente e sparse nella hall. Volevo morire. Nonostante fossimo in confidenza, non me l’ero sentita di confessare la verità alla mia amica.
Mi vergognavo troppo, con una risatina nervosa avevo detto che dovevo andare in bagno.
Invece ero tornata indietro fino all’ascensore per verificare se ci fossero altri miei slip disseminati come i sassolini di Pollicino. Niente, forse li aveva già presi qualche discografico feticista…

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