Dobbiamo parlare

Nella vita di coppia quando si è giovani si privilegiano le emozioni. Poi, con gli anni queste passano in secondo piano e perdono importanza.
Arrivano a essere solo un accessorio. Mentre la cosa più importante diventa il denaro. Questo, più o meno, è il messaggio di Dobbiamo parlare, commedia molto divertente e purtroppo realistica, che tenta anche di dare una risposta all’onnipresente problematica di coppia: meglio fingere e tacere le verità più scomode o scodellare tutto, anche le realtà meno meno piacevoli? Questo film girato tutto in interni, in una bella mansarda affacciata su tetti di Roma, con uno stile molto teatrale, racconta la serata movimentata di due coppie.
I “più giovani” interpretati da Isabella Ragonese e Sergio Rubini (anche il regista del film) e i “meno giovani”: Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio.
Le due coppie sono amiche: dividono sempre cene, vacanze ed eventi mondani, anche se sembrano agli antipodi. Intellettuali radical chic Ragonese e Rubini: lui è scrittore e lei la sua assistente un po’ frustrata. Mentre Bentivoglio e Calzone sono due medici: lui grande chirurgo, lei dermatologa, maga del ritocchino, e ovviamente con un’ideologia molto più a destra dei giovani amici.
La serata prende l’avvio da un’emergenza: la scoperta delle corna che Bentivoglio mette alla moglie. E da questo incidente parte tutta una serie di gag e schermaglie irresistibili. Si scoprono segreti inconfessabile e patetiche bugie. I dialoghi sono fulminanti e nemmeno troppo volgari (dettaglio fantastico per un film italiano). Questa raffinatezza è dovuta certo al talento degli scenggiatori fra cui c’è anche lo scrittore Diego De Silvia. E per rimanere nel parterre letterario fa un cameo, nella parte dell’editore di Sergio Rubini, Paolo Repetti, “vero” editor di Einaudi Stile Libero.
Dobbiamo parlare è intelligente e veramente piacevole, peccato che abbia un distribuzione un po’ “stitica”: a Milano è presente solo in una sala.

Rams – Storia di due fratelli e otto pecore

Una valle isolata e freddissima, due fratelli ormai anziani che non si parlano da quarant’anni anche se vivono a cento metri l’uno dall’altro e fanno lo stesso mestiere: gli allevatori di pecore e montoni. C’è tanta neve e una natura selvaggia e inospitale.
Se fosse un film americano ci sarebbero stati invece mille flashback di quando i due protagonisti erano belli, giovani, aitanti e magari avevano cominciato a odiarsi per colpa di una donna (ovviamente molto gnocca), ma è un film islandese per cui i fratelli sono solo vecchi, grassi, incazzosi e anche un po’ alcolizzati per quasi tutto il tempo. E di donne ammaliatrici neanche l’ombra.
Però il film è bellissimo e coraggioso. Presentato a Cannes, nella scorsa primavera, si è aggiudicato il premio della categoria Un Certain Regard ma non credo che avrà molto successo al botteghino perchè c’è poca azione e molta poesia. I due fratelli si chiamano Gummi e Kiddley, (indossano sempre quei bellissimi maglioni che noi chiamiamo “norvegesi” ma saranno mica islandesi?) e allevano orgogliosamente i montoni migliori della valle. Tutto va abbastanza bene finchè non si scopre che fra gli animali si è diffusa una malattia letale e per debellarla i greggi devono essere abbattuti. Da qui si innescano reazioni di ribellione, tragiche e divertenti allo stesso tempo. Il regista Grimur Hakonarson è bravissimo a misurare phatos e ironia, a coinvolgere lo spettatore che alla fine esce dalla sala pensando che magari, in estate, una puntatina in Islanda si potrebbe anche fare, sarà una terra fredda, ma sembra abitata da gente simpatica.

Festival Piccolo Grande Cinema a Milano

Dal 13 al 22 novembre presso Spazio Oberdan e al MIC (Museo Interattivo del Cinema) l’ottava edizione di Piccolo Grande Cinema, il festival delle nuove generazioni a cura di Fondazione Cineteca Italiana e MIC. In programma tantissime anteprime con il meglio del cinema di animazione in uscita e da riscoprire, laboratori di fotografia e di poesia con il video-cellulare, una nuova sezione di film per adulti, alcuni veramente introvabili e imperdibili, che riflettono sull’adolescenza (Neverland). Poi l’omaggio cinematografico a Matteo Garrone, visite guidate al Nuovo Archivio dei Film della Cineteca fruibile con applicazioni di Realtà Aumentata, l’esclusiva “Notte al Museo”, in cui i ragazzi possono passare la serata al MIC e scoprire tutti i trucchi dell’arte cinematografica. Ancora l’incontro con Matteo Garrone e il make up artist talentuosissimo del suo ultimo bellissimo film: Racconto dei Racconti. E un tuffo nel passato, per far conoscere ai più giovani un genio: Buster Keaton, a 120 anni dalla sua nascita, con una celebrazione a base di musica dal vivo e strumenti giocattolo. Il tutto in tre programmazioni distinte, pensate per le scuole e per le famiglie.

Il Piccolo principe

Il Piccolo principe

Poi ci sarà l’anteprima della riduzione cinematografica de Il piccolo Principe e quella di Iqbal.Bambini senza paura , meraviglioso film di animazione tratto dal romanzo di Francesco D’Adamo e molte altre imperdibili attività, qui il programma completo con info, prezzi e orari.

Mustang: la discriminazione femminile in primo piano

Cinque sorelle adolescenti segregate in casa, dalla nonna e dallo zio, per evitare assolutamente tutti i contatti con i ragazzi. Per non rischiare di perdere l’onore. E un escalation di soprusi che hanno come fondamento la discriminazione femminile: succede in un villaggio costiero della Turchia ai giorni nostri. Anche se dai comportamenti e dalle leggi ancestrali del capofamiglia sembra di essere ancora nel Medioevo. Questo racconta Mustang il primo film di Deniz Gamze Erguven, talentuoso regista turco esordiente. La colpa delle ragazze (orfane) è stata quella di festeggiare la fine della scuola andando a divertirsi sulla spiaggia insieme ad alcuni compagni maschi. E giocando, tra le onde, hanno dato scandalo.
Allora per punizione le cinque sorelle vengono rinchiuse in casa, private di tutto ciò che potrebbe essere troppo femminile e peccaminoso, addestrate a cucinare e cucire per diventare delle brave mogli mussulmane.
Il tema ricorda molto Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. Anche qui c’erano cinque adolescenti imprigionate in casa dai genitori, però nella cornice degli Stati Uniti, i folli erano solo i genitori iper bachettoni. In Mustang invece c’è anche l’islamizzazione della società e il contorno della vicenda è più intimo, commovente, ma nello stesso tempo riesce a essere vivace. Le ragazze infatti anche se recluse conservano, a tratti, il loro irriverente spirito adolescenziale. Giocano, cercano di divertirsi e studiano come ribellarsi. Ma i matrimoni combinati, per salvare il buon nome della famiglia (di aguzzini), vengono organizzati in fretta e sarà solo la più giovane a riuscire a pianificare una vera fuga. L’obiettivo sarà raggiungere Instabul, per ritrovare una professoressa della scuola che si è trasferita a insegnare là.
E’ un film bellissimo, toccante e coinvolgente, che riesce a denunciare una barbarie che, purtroppo ai nostri tempi, esiste ancora. Da vedere, magari anche nelle scuole perchè riesce a insegnare, più di mille discorsi, l’importanza della libertà e del rispetto.

Everest: un film che non coinvolge

Sono andata a vedere Everest piena di aspettative, pronta a commuovermi per una storia vera, quella degli sfortunati scalatori che nel lontano’96 morirono per arrivare in cima al tetto del mondo. Invece purtroppo la parte migliore del film è il trailer, spettacolare e pieno di pathos, molto più dell’intera pellicola. Infatti il regista, l’islandese Baltasar Kormàkur, nonostante una fotografia mervigliosa e un cast importante, con Jake Gyllenhaal, Emily Watson, Keira Knightlley, Robin Wright, ecc, non è riuscito a riportare sullo schermo la complessità e la profondità del romanzo di Aria Sottile dello scrittore e alpinista americano John Krakauer che partecipò come scalatore e cronista alla tragica spedizione, vivendo in prima persona la drammaticità degli eventi.
La storia è quella di un gruppo di alpinisti americani che attraverso un’organizzazione chiamata Adventures Consultants sbarcano in Nepal con l’obiettivo di arrivare in cima alla vetta più alta del mondo. Una gita molto cara (60.000 dollari di allora) e pericolosa perchè arrivare a 8000 metri per il corpo umano è un’esercizio contronatura. L’ossigeno è sempre più rarefatto e per sopravvivere ci vuole un lungo processo di adattamento. Ma il campo base alle falde dell’Everest, dal film, sembra un parco gioco per ricchi, dove gli scalatori passano sopra alle regole base della prudenza, scalpitando per arrivare per primi alla meta.
Infatti tantissime sono le squadre, di nazioni diverse, che vogliono farcela e quindi il giorno designato, perchè più favorevole metereologicamente, c’è la fila per salire. Quasi ci si fa lo sgambetto, ci si rubano le corde e le bombole d’ossigeno.
Purtroppo nel film, diversamente dal libro, non si dà assolutamente spazio al ruolo degli sherpa, che sono gli unici a rispettare la montagna e a conoscere veramente le sue trappole. Sullo schermo vengono descritti solo come meri portantini.
Era indubbiamente difficile riuscire a dare spessore a molti dettagli psicologici che avrebbero forse occupato lo spazio che doveva comunque essere dedicato alle scene d’azione. Però il risultato è stato quello di non riuscire a coinvolgere lo spettatore, certo nell’istante più drammatico è dispiaciuto per i poveri alpinisti. Anche se fino a quel momento sembravano solo dei (ricchi) narcisi egoisti che per piantare la loro bandierina sul picco hanno messo a repentaglio la vita infischiandosene delle natura e delle sue leggi.

Città di carta: blockbuster mancato

Questo film è la trasposizione cinematografica dell’omonimo bestseller dell’astutissimo John Green che mescola abilmente gli ingredienti giusti per abbindolare gli adolescenti (insicurezza, ribellione, idealismo, bullismo, sfiga, amore, un pizzico di sesso e trasgressione).
La protagonista si chiama Margo (così un nome un po’ eccentrico senza la “t” finale e già questo dovrebbe insospettire sulla consistenza storia) ed è una ragazza ribelle, ovviamente bella, ma soprattutto misteriosa.
Di lei è innamorato perdutamente il suo dirimpettatio, coetaneo e compagno di scuola, bruttino, timido e nerd.
Margo, giustamente, lo ignora per tutti gli anni del liceo. Poi una notte entra dalla finestra della sua camera da letto e gli chiede, in maniera perentoria, in prestito la macchina.
Qui comincia l’avventura, il povero nerd si immagina un futuro al fulmicotone con Margo e invece il giorno dopo lei sparisce nel nulla.
Per ritrovarla il nerd comincia a cercare indizi (stranamente di carta anche se è un nativo digitale) e il film qui mi ha ricordato molto quello di Scoby-Doo , infatti coinvolge due amici e due amiche, li carica in macchina per una ventina di ore e la ricerca di Margo è verosimile e appassionante come quella degli investigatori del cagnolone.
Non dico altro sulla trama per non spoilerare, però ho fatto una piccola inchiesta fra gli adolescenti che hanno visto il film e purtroppo non sono stati troppo soddisfatti dal finale. Forse per questo non è stato un blockbuster come quello tratto dalla precedente opera di Green, Colpa delle stelle, anche se per la parte della bella Margo hanno scelto Cara Dellevigne la super top model londinese, amatissima dalle ragazze di tutto il mondo.
Un modello da emulare (sic!) anche se la bio di Cara è impossibile da ripetere, noi al massimo abbiamo Aurora Ramazzotti che fa scalpore come “figlia di”, mentre la bionda Delevigne ha come padrino un pezzo grosso della Conde Nast, come migliore amica d’infanzia la figlia della titolare di Storm Models, che l’ha scritturata da giovanissima, come madre una socialite un po’ tossica ma molto ben introdotta negli ambienti royal. E come zia Joan Collins (se mai servisse). Ora Cara sta diventando attrice, ha molti film in uscita, attendiamo fiduciosi.

 

Marguerite – il film

C’era una volta, un secolo fa, una ricca signora americana, si chiamava Florence Foster Jenkins, aveva molti soldi e solo una grande passione: cantare. Pensava di avere una voce da soprano, si allenava di continuo, con costanza e abnegazione e si esibiva in circoli privati con un pubblico di amici e conoscenti che non osava dirle la verità. Perchè sarebbe stata molto difficile da digerire, l’avrebbe distrutta. Nessuno se la sentiva di umiliarla rivelandole quanto fosse stonata. E così la “povera” ma ricchissima Florence quando scoprì questa orrenda verità morì di crepacuore poco dopo essersi esibita sul palco del prestigioso Carnegie Hall di New York ed essere stata fischiata.

Dopo essere caduta nell’oblio per tantissimi anni la storia di Florence Foster Jenkins quest’anno torna prepotentemente alla ribalta con ben due film: uno, americano, diretto da Stephen Frears in cui la stonata cantante è interpretata da Meryl Streep (non ancora in distribuzione) e l’altro Marguerite che ho visto l’altro giorno con grande piacere. Il regista francese Xavier Giannoli, ha raccontato la storia della cantante più stonata del mondo prendendosi molte libertà: le ha cambiato il nome, la cittadinanza e anche un po’ il curriculum, ma è riuscito a descriverla in maniera poetica e coinvolgente.

Marguerite aveva “il problema” di essere molto ricca e avere così molti adulatori che le stavano intorno solo per interesse e anche un marito così ipocrita e bugiardo che non la contraddiceva solo perchè anche lui era a libro paga.

Perciò Marguerite fra una finzione e l’altra poteva continuare ad esibirsi in eventi di beneficenza dove alla fine scoppiavano gli applausi perchè era lei che sponsorizzava.

Il film con ironia e cinico realismo racconta le avventure di questa donna, ingenua e sognatrice, che viene presa in giro da gente senza scrupoli che continua ad assecondarla per scucirle più soldi possibile. L’ambientazione è negli anni’20 e le scene ricordano un po’ Downton Abbey, o meglio il lato oscuro di Downton Abbey, dove tutti sono molto più viziosi e bugiardi. Anche perchè la vicenda si svolge in un palazzo alle soglie di Parigi,  dove l’atmosfera era molto più peccaminosa, torbida e all’avanguardia che nella pacifica campagna dello Yorkshire.

C’erano ad esempio quei pazzi squinternati dei surrealisti che fumavano l’oppio ed erano pronti a qualsiasi cosa pur di sfangarla. E poi da sempre si sa che il mondo degli artisti è un po’ marcio, ambiguo e competitivo. A quei tempi si organizzavano gang prezzolate che andavano nei teatri a fare buuuuuuuhhhh e a tirare i pomodori marci oppure ad applaudire e a chiedere il bis.

Era solo una questione di budget.

La povera Marguerite è morta per l’arte, quando ha scoperto di fare schifo il suo cuore non ha retto, ma purtroppo cent’anni dopo gli intrighi degli ambienti artistici non si sono evoluti molto: invece di mandare gente pagata a fare claque o deridere nei teatri, adesso ci sono i troll e le recensioni in rete.

Amy Winehouse: il film

Più che un film, un documentario. La biografia cinematografica Amy – the girl behind the name , che narra la tragica vita della cantante inglese, è toccante e coinvolgente.
Il regista Asif Kapadia ha raccontato della cantante scomparsa a soli 27 anni, raccogliendo tanti spezzoni della sua vita, filmati e interviste, e montandoli in modo realistico e commovente, senza giudicare.
Senza scadere nel sensazionalismo.
Pur riconoscendo e apprezzando la sua voce formidabile, non sono mai stata una fan di Amy Winehouse, ma conoscere meglio la sua storia ha cambiato la mia percezione sul personaggio.
Era una ragazza che amava la musica e ha avuto la fortuna di ottenere un contratto discografico giovanissima a diciannove anni. Poco tempo dopo è arrivato il successo ma lei, fragile e insicura a causa di un’infanzia traumatizzata dall’assenza paterna, non ha retto la responsabilità.
Poco incline ai compromessi commerciali ha cercato di mantenersi vera, non sottomettersi alle regole del mercato. Poi si è anche innamorata dell’uomo sbagliato, ha sofferto e sbagliato. E per sopravvivere ha abbinato alcol e droghe alla sua bulimia.

Come sia finita è storia nota, un ulteriore dettaglio triste che racconta il film riguarda lo sciacallaggio della sua famiglia che invece di proteggerla da se stessa ha cercato di monetizzare il più possibile, fino all’aultimo, sulla sua fama.
La visione di questo film è consigliatissima per gli adolescenti che vogliono trasgredire: la parabola di Amy e il lato autodistruttivo del suo carattere sono più efficaci di mille discorsi.

Inside out e la mappa delle emozioni


Esce domani ed è un film molto divertente. La trama è semplice, il classico plot americano sui traumi emotivi dei ragazzi costretti a trasferirsi da uno stato all’altro per colpa del lavoro dei genitori. In questo caso la protagonista, la dodicenne Riley deve lasciare il Minnesota per andare a vivere a S.Francisco. Da un punto di vista italiano sembrerebbe una botta di fortuna, ma per Riley non è così. Lasciare i suoi amici, la montagna, cambiare casa e scuola è un dramma.
Un cambiamento che le stravolge lo schema emotivo e qui c’è la genialità del film, girato quasi interamente all’interno del cervello della ragazzina, dove protagonisti sono proprio le emozioni. C’è Gioia, Rabbia, Paura, Tristezza e anche Disgusto. Saranno loro che, allertati dal roller coster degli umori di Riley, cercheranno di salvarla dai pericoli e soprattutto dai suoi capricci.
Se per i bambini vederlo è divertente seguire tutti i colpi di scena, per gli adulti fa riflettere proprio sul ruolo delle emozioni. Se riuscissimo a essere meno coivolti in certi nostri momenti di black out emotivo, fermarci un attimo, visualizzare anche nel nostro cervello gli “omini” rabbia, paura, disgusto, che lottano per avere il sopravvento, forse riusciremo a comportarci meglio. A essere più felici.
Quando sono uscita dal cinema dopo aver visto il film, ero convinta di potercela fare anch’io, essere zen e governare meglio i miei malesseri.
Vedevo Rabbia che cercava di coinvolgere Disgusto ma io li bloccavo coinvolgendo Gioia. E poi inserivo Chisenefrega (che non c’era nel film perchè per i bambini non è educativo mettere un personaggio che si chiama indifferenza, ma per gli adulti è consigliabile)
Da quel giorno sono passati tre mesi e tantissime rotture di scatole.
Ho consolidato la partnership con Rabbia e sono diventata amica anche con quella palla di Tristezza, ma so che devo riprendere al più presto questo allenamento mentale se voglio affrontare l’autunno senza sclerare troppo.

Adaline: il problema dell’eterna giovinezza


Blake Lively mi è simpatica, dopo essermi sciroppata tutte le serie di Gossip Girl le sono affezionata. E’ diventata quasi una parente.
Ma quando avevo visto il trailer di Adaline-l’eterna giovinezza, avevo storto il naso, pensando “non mi cuccano, questo non è un film, è lo spot di un profumo”.
Poi invece mi sono ricreduta, mi sono fatta convincere dalle recensioni positive (mai fidarsi!) e sono andata a vedere il film.
E ho sbagliato: è un lungo spot di profumo.
Blake recita come nella sua pubblicità per Gucci. E lui, il suo amato, il barbuto Michiel Huisman come nella sua, quella di Chanel 5.
La recensione potrebbe finire qui, ma il post sarebbe troppo corto perciò voglio raccontarvi la storia che sta intorno ai due belloni.
E’ una specie di ritratto di Dorian Gray dei poveri.
C’è Adaline, che nasce a S.Francisco nel 1908, ma a ventinove anni ha un incidente d’auto dove, per un particolare concatenarsi di circostanze astrali e non, rischia la vita. Va in coma e poi si riprende con una pesante condanna: non invecchierà più.
Sarà stragnocca for ever.
Vista così potrebbe sembrare una gran botta di fortuna e invece…
Il primo problema è la figlia, che piano piano si ingrinzisce ma ha una mamma a cui non spunta mai una ruga. Poi essendo vedova, la bella Adaline è molto corteggiata ma lei non se la sente di impegnarsi, perchè è condannata a non poter invecchiare insieme all’eventuale fidanzato (stare insieme a un marito che rimbabisce è il sogno di tutte!)
Così Adaline si consola con i cani, ogni tot, cambia cucciolo, sempre la stessa razza, e quando il cane schiatta mette la foto nell’album dei ricordi. Ne fa fuori almeno una dozzina e quando muore l’ultimo cane mi sono molto commossa.
A un certo punto però la vecchia figlia, che sta prendendo in considerazione l’idea di ritirarsi in una residenza per anziani e vuole essere tranquilla, consiglia alla madre di fidanzarsi.
Adaline, che è dolce e buona, le dà retta e chi sceglie? (i casi della vita a volte…) Il figlio di un suo ex (Harrison Ford) degli anni’ 60.
Qui la situazione si complica perchè Harrison la riconosce e …non voglio spoilerare ulteriormente.
Il doppiaggio è pessimo anzi ridicolo. La fotografia bella e anche la colonna sonora non è male. I cani sono di una razza carina. I volumi dei ricordi (Adaline ne possiede ovviamente molti) rilegati bene.
E poi per dare l’idea di una Adaline gnoccolona, ma in fondo ultracentenaria, hanno deciso di accessoriarla con un bel beauty-case vintage. Dettaglio fondamentale per avvalorare la trama del film.

Latin lover


Bellissima questa commedia di Cristina Comencini, tutta la femminile con dialoghi spumeggianti, intelligenti e mai volgari. Riesce a far sorridere sempre e a coinvolgere fino all’ultimo colpo di scena.
La trama è semplice ma il risultato notevole.
A dieci anni dalla morte, la famiglia allargata di un attore affascinante e sciupafemmine, lo ricorda con una grande commemorazione nella bellissima villa di famiglia. Alla riunione partecipano le mogli e le numerose figlie, tutte di nazionalità diversa. C’è l’italiana, la spagnola, la francese, la svedese e anche l’americana. Perchè come vuole la tradizione dei grandi latin lover nostrani (vedi Gassman e Mastroianni) non era certo il confine italiano a restringere il campo d’azione. In questa rimpatriata ne succedono di tutti i colori perchè invidie, competizioni e idiosincrasie fra le donne della famiglia non si sono mai placate. Si scoprono segreti e tradimenti e dopo questa celebrazione la vita non sarà più la stessa per nessuna.
In un cast di attrici straordinarie, questo è l’ultimo film di Virna Lisi, (qui ancora bellissima) spiccano Angela Finocchiaro e Valeria Bruni Tedeschi. Ma la mia preferita è stata la sorella spagnola, interpretata da Candela Peña, la più sottosopra di tutte per colpa di un profumo: Eau Savage di Christian Dior. E sono stata contentissima, perchè è veramente una fragranza pericolosa, la stessa che avevo scelto per l’incipit di Affari d’amore!

Whiplash: qual è il limite?


Ho visto questo film bellissimo, onesto, coraggioso e molto duro. La storia di un ragazzo talentusoso che si danna per diventare primo batterista nel conservatorio più prestigioso di New York e ha come insegnante un coach durissimo, rigoroso, il cui metodo sconfina nella crudeltà.
Lo interpreta è J.K.Simmons, così bravo da aggiudicarsi sia il Golden Globe che il premio Oscar come miglior attore non protagonista.
Il protagonista invece (Miles Teller) è un diciannovenne determinato, ambizioso e pronto al sacrifico pur di eccellere suonando la batteria. Dedica tutte le sue energie all’allenamento, a scapito anche di una sana vita sociale e sentimentale. Quando ha “la fortuna” di essere scelto dal coach più temuto e rispettato della scuola è al settimo cielo, la sua autostima va alle stelle. Ma presto si renderà conto quanto è alto il prezzo da pagare.
Al di là di questa pellicola, che non fa sconti nel raccontare i sogni di un ragazzo che cerca di emergere in un mondo sempre più competitivo, in questo caso l’ambito è quello musicale, ma con poche varianti la stessa dinamica si ripete anche in altri campi, come ad esempio quello dell’agonismo sportivo. Allora mi domando è fino a che punto, un allenatore, un maestro, un coach, può essere severo, implacabile, pur di tirar fuori il meglio dal giovane che “allena”?
Quanto sono fragili i giovani “campioni” in un momento così delicato di crescita? Quanto possono sopportare prima di crollare privi di autostima?
In questo panorama genitoriale piuttosto permissivo, dove spesso in famiglia si fa di tutto pur di preservare i ragazzi da fallimenti e dispiaceri (esempio eclatante è il rapporto fra insegnanti e genitori di ragazzi somari – termine ormai desueto che però rende l’idea) qual è il limite concesso al “maestro”, all’allenatore?
Che rischio c’è di sconfinare nell’accanimento? Qual è l’equilibrio fra il giusto incoraggiamento e la perdita di rispetto?
Gli allenatori sono spesso degli ex allievi/atleti che non sono riusciti a primeggiare. Per questo a volte possono risultare troppo duri?
In Whiplash il rapporto poi fra i ragazzi non è edulcorato come in altri film o telefilm dello stesso argomento, ad esempio Fame, dove poi ci si consolava tutti con un volemose bene, molto ipocrita e poco realistico. In Whiplash si è cattivi come negli Hunger games: tu soccombi e allora meglio per me!
Non ho avuto molte esperienze nel settore agonistico, solo un pochino quando Anita andava a cavallo e ricordo che la solidarietà era poca. Pensavo fosse colpa dell’ambiente dell’equitazione ma poi anche attraverso storie di seconda mano comincio a sospettare che sia un fenomeno generalizzato.
Voi avete idee più chiare sull’argomento? Cosa ne pensate?

Still Alice


Sono contentissima che l’Oscar come migior attrice sia stato vinto da Julianne Moore bravissima. Qualche settimana fa ho visto “Still Alice”, sono andata un sabato pomeriggio con un’amica.
Come sempre nel weekend nelle proiezioni pomeridiane c’è un parterre di pubblico non proprio giovanissimo e quel giorno in sala i più giovani dovevano avere almeno una quarantottina d’anni. Quindi particolarmente sensibili al problema dell’Alzheimer precoce trattato dal film. Gente che senz’altro almeno una volta ha aperto il frigorifero, guardato dentro e poi si è chiesta: cosa cavolo dovevo prendere? E ha faticato un po’ per trovare una risposta (se l’ha trovata). Gente che dimentica dove ha parcheggiato l’auto. Gente che “come si chiamava quell’attore/scrittore/cantante?”. Gente che deve cercarlo su Google. Gente che se non si scrive la lista delle cose da fare è finita.
Insomma ci siamo capiti.
All’inizio del film la protagonista è una cinquantenne fichissima, e tutti i sala erano contenti e un po’ si identificavano. Poi mano mano che procedeva la narrazione e venivano sottolineati i sintomi subdoli della malattia, in sala si avvertiva un certo disagio. Una tensione palpabile.
Quando Alice/Julianne Moore è andata per la prima volta dal neurologo che le ha imposto dei semplici esercizi menmonici, tra cui ricordare due indirizzi e ripeterli a fine sessione, la mia amica mi ha sussurrato:
“Facciamoli anche noi”
Ero d’accordissimo ma purtroppo ho sbagliato il Cap!
Era comunque un indirizzo americano quindi più arduo per noi italiani, mi sono detta per consolarmi.
Poi per la povera Alice le cose sono peggiorate velocemente e in sala si avvertiva un panico crescnte, peggio che se fosse un film dell’orrore.
Tutti fermi seduti, con il fiato sospeso, inchiodati alla poltroncina, gomiti puntati sui braccioli. Pronti ad andare a casa e scrivere sulla lavagnetta della cucina tre parole difficili e desuete, coprirle con uno strofinaccio, come Alice, e poi un’ora dopo cercare ricordarle senza esitazione.
Con quell’esercizio sono andata bene, ma l’altro giorno non mi ricordavo il nome di Steve Jobs e non è stato bello.
Ho recitato tutta la litania dei ricconi della Silicon Valley: da Bill Gates a quelli di whatsapp e niente.
Ho detto anche “stay hungry, stay foolish” ma non è servito.
Stavo per mettermi il girocollo nero e jeans ma non è stato necessario, all’ultimo secondo, la lampadina si è finalmente riaccesa.

Cinquanta sfumature: un film comico

Ieri sera ho partecipato al flash-mob organizzato da Rossella Calabrò, autrice di “Cinquanta sbavature di Gigio, il film” davanti al cinema Orfeo dove proiettavano le letali Cinquanta sfumature. C’erano parecchie signore e signorine pronte a sbeffeggiare la pellicola. Ma la vera sorpresa è stata che in sala anche le spettatrici “normali”, ragazze e donne più o meno giovani, ridevano e si spanciavano commentando la ridicola performance dei due, totalmente inespressivi, protagonisti.
Su tutti quotidiani sono apparse recensioni che hanno demolito il film, ma un conto è riportare le reazioni snob della stampa, un altro e vedere sul campo l’effetto ridanciano sul pubblico pagante, senz’altro lettrici del best-seller.
Anastasia, Dakota Johnson, figlia di Melanie Griffin e Don Johnson, ha dei gran occhioni blu, la bocca come la madre e un insopportabile aria da minus habens. Tanto che anche allo spettatore veniva voglia di strattonarla un po’ per scuoterla e provocare qualche reazione. Lui, Jamie Dorman, è un ex modello e si vedeva. Sembrava di plastica e, nonostante gli addominali scolpiti, non riusciva a coinvolgere/turbare neanche un po’.
I dialoghi erano surreali.
Il migliore: lei gli chiede: “Ma perchè sei così?”
E lui: “Ho dentro cinquanta sfumature di perversione!”
Mavà?!?!
Neanche la peggio fiction del pianeta è recitata così male. L’erotismo è totalmente assente, la famose stanza proibita, quella delle corde, delle fruste e dei cavetti, dove lui finalmente (dopo più di mezzo film) la legava era così patinata e poco proibita che mi ha ricordato le macchine su cui si fa Pilates. Per dire, il Reformer è molto più sexy e pericoloso.
Comunque anche se uscendo tutte le spettatrici ridevano e commentavano che forse Grey essendo a soli ventisette anni, un tycon, che suonava benissimo il piano, guidava da Dio l’aereo, (e tutte le sue auto sportive), aveva una cabina armadio da paura, una casa di mille stanze senza un granello di polvere, putroppo non aveva avuto troppo tempo per allenarsi a diventare un bravo fustigatore.
“Quei colpetti con la frusta erano così mosci”, rilevava delusa una signora con l’amica, che era d’accordissimo: “Hai ragione. Il mio fisoterapista, non è per niente fico, ma mi strattona con molta più convinzione”
Alla fine comunque, nonostante tutto, il film ha già fatto il botto planetario anche al botteghino e la signora E.L.James è più ricca di Paperone e se la ride dalla mattina alla sera.

50 sfumature di grigio: il film di Lego


Arriverà nelle sale per S.Valentino e siamo già tutti qui in ebollizione.
Ho avuto in anteprima il trailer e non posso non condividerlo, voi conoscete la grande passione famigliare per il Lego, e vedendo questo capolavoro con Emma ho guaito di gioia.
Antonio Toscano, il ragazzo che l’ha realizzato è un vero genio!!!!
Imperdibili soprattutto le scene erotiche, Anastasia (si chiama così?) la protagonista sembra meno scema che nel libro e nel vero film. Tutto inizia con la giornalista ingenua che va a intervistare il figaccione…un vecchio trucchetto che facevo anch’io, in the golden days quando abitavo a Londra 🙂

1 2 3 4