Adaline: il problema dell’eterna giovinezza


Blake Lively mi è simpatica, dopo essermi sciroppata tutte le serie di Gossip Girl le sono affezionata. E’ diventata quasi una parente.
Ma quando avevo visto il trailer di Adaline-l’eterna giovinezza, avevo storto il naso, pensando “non mi cuccano, questo non è un film, è lo spot di un profumo”.
Poi invece mi sono ricreduta, mi sono fatta convincere dalle recensioni positive (mai fidarsi!) e sono andata a vedere il film.
E ho sbagliato: è un lungo spot di profumo.
Blake recita come nella sua pubblicità per Gucci. E lui, il suo amato, il barbuto Michiel Huisman come nella sua, quella di Chanel 5.
La recensione potrebbe finire qui, ma il post sarebbe troppo corto perciò voglio raccontarvi la storia che sta intorno ai due belloni.
E’ una specie di ritratto di Dorian Gray dei poveri.
C’è Adaline, che nasce a S.Francisco nel 1908, ma a ventinove anni ha un incidente d’auto dove, per un particolare concatenarsi di circostanze astrali e non, rischia la vita. Va in coma e poi si riprende con una pesante condanna: non invecchierà più.
Sarà stragnocca for ever.
Vista così potrebbe sembrare una gran botta di fortuna e invece…
Il primo problema è la figlia, che piano piano si ingrinzisce ma ha una mamma a cui non spunta mai una ruga. Poi essendo vedova, la bella Adaline è molto corteggiata ma lei non se la sente di impegnarsi, perchè è condannata a non poter invecchiare insieme all’eventuale fidanzato (stare insieme a un marito che rimbabisce è il sogno di tutte!)
Così Adaline si consola con i cani, ogni tot, cambia cucciolo, sempre la stessa razza, e quando il cane schiatta mette la foto nell’album dei ricordi. Ne fa fuori almeno una dozzina e quando muore l’ultimo cane mi sono molto commossa.
A un certo punto però la vecchia figlia, che sta prendendo in considerazione l’idea di ritirarsi in una residenza per anziani e vuole essere tranquilla, consiglia alla madre di fidanzarsi.
Adaline, che è dolce e buona, le dà retta e chi sceglie? (i casi della vita a volte…) Il figlio di un suo ex (Harrison Ford) degli anni’ 60.
Qui la situazione si complica perchè Harrison la riconosce e …non voglio spoilerare ulteriormente.
Il doppiaggio è pessimo anzi ridicolo. La fotografia bella e anche la colonna sonora non è male. I cani sono di una razza carina. I volumi dei ricordi (Adaline ne possiede ovviamente molti) rilegati bene.
E poi per dare l’idea di una Adaline gnoccolona, ma in fondo ultracentenaria, hanno deciso di accessoriarla con un bel beauty-case vintage. Dettaglio fondamentale per avvalorare la trama del film.

Latin lover


Bellissima questa commedia di Cristina Comencini, tutta la femminile con dialoghi spumeggianti, intelligenti e mai volgari. Riesce a far sorridere sempre e a coinvolgere fino all’ultimo colpo di scena.
La trama è semplice ma il risultato notevole.
A dieci anni dalla morte, la famiglia allargata di un attore affascinante e sciupafemmine, lo ricorda con una grande commemorazione nella bellissima villa di famiglia. Alla riunione partecipano le mogli e le numerose figlie, tutte di nazionalità diversa. C’è l’italiana, la spagnola, la francese, la svedese e anche l’americana. Perchè come vuole la tradizione dei grandi latin lover nostrani (vedi Gassman e Mastroianni) non era certo il confine italiano a restringere il campo d’azione. In questa rimpatriata ne succedono di tutti i colori perchè invidie, competizioni e idiosincrasie fra le donne della famiglia non si sono mai placate. Si scoprono segreti e tradimenti e dopo questa celebrazione la vita non sarà più la stessa per nessuna.
In un cast di attrici straordinarie, questo è l’ultimo film di Virna Lisi, (qui ancora bellissima) spiccano Angela Finocchiaro e Valeria Bruni Tedeschi. Ma la mia preferita è stata la sorella spagnola, interpretata da Candela Peña, la più sottosopra di tutte per colpa di un profumo: Eau Savage di Christian Dior. E sono stata contentissima, perchè è veramente una fragranza pericolosa, la stessa che avevo scelto per l’incipit di Affari d’amore!

Whiplash: qual è il limite?


Ho visto questo film bellissimo, onesto, coraggioso e molto duro. La storia di un ragazzo talentusoso che si danna per diventare primo batterista nel conservatorio più prestigioso di New York e ha come insegnante un coach durissimo, rigoroso, il cui metodo sconfina nella crudeltà.
Lo interpreta è J.K.Simmons, così bravo da aggiudicarsi sia il Golden Globe che il premio Oscar come miglior attore non protagonista.
Il protagonista invece (Miles Teller) è un diciannovenne determinato, ambizioso e pronto al sacrifico pur di eccellere suonando la batteria. Dedica tutte le sue energie all’allenamento, a scapito anche di una sana vita sociale e sentimentale. Quando ha “la fortuna” di essere scelto dal coach più temuto e rispettato della scuola è al settimo cielo, la sua autostima va alle stelle. Ma presto si renderà conto quanto è alto il prezzo da pagare.
Al di là di questa pellicola, che non fa sconti nel raccontare i sogni di un ragazzo che cerca di emergere in un mondo sempre più competitivo, in questo caso l’ambito è quello musicale, ma con poche varianti la stessa dinamica si ripete anche in altri campi, come ad esempio quello dell’agonismo sportivo. Allora mi domando è fino a che punto, un allenatore, un maestro, un coach, può essere severo, implacabile, pur di tirar fuori il meglio dal giovane che “allena”?
Quanto sono fragili i giovani “campioni” in un momento così delicato di crescita? Quanto possono sopportare prima di crollare privi di autostima?
In questo panorama genitoriale piuttosto permissivo, dove spesso in famiglia si fa di tutto pur di preservare i ragazzi da fallimenti e dispiaceri (esempio eclatante è il rapporto fra insegnanti e genitori di ragazzi somari – termine ormai desueto che però rende l’idea) qual è il limite concesso al “maestro”, all’allenatore?
Che rischio c’è di sconfinare nell’accanimento? Qual è l’equilibrio fra il giusto incoraggiamento e la perdita di rispetto?
Gli allenatori sono spesso degli ex allievi/atleti che non sono riusciti a primeggiare. Per questo a volte possono risultare troppo duri?
In Whiplash il rapporto poi fra i ragazzi non è edulcorato come in altri film o telefilm dello stesso argomento, ad esempio Fame, dove poi ci si consolava tutti con un volemose bene, molto ipocrita e poco realistico. In Whiplash si è cattivi come negli Hunger games: tu soccombi e allora meglio per me!
Non ho avuto molte esperienze nel settore agonistico, solo un pochino quando Anita andava a cavallo e ricordo che la solidarietà era poca. Pensavo fosse colpa dell’ambiente dell’equitazione ma poi anche attraverso storie di seconda mano comincio a sospettare che sia un fenomeno generalizzato.
Voi avete idee più chiare sull’argomento? Cosa ne pensate?

Still Alice


Sono contentissima che l’Oscar come migior attrice sia stato vinto da Julianne Moore bravissima. Qualche settimana fa ho visto “Still Alice”, sono andata un sabato pomeriggio con un’amica.
Come sempre nel weekend nelle proiezioni pomeridiane c’è un parterre di pubblico non proprio giovanissimo e quel giorno in sala i più giovani dovevano avere almeno una quarantottina d’anni. Quindi particolarmente sensibili al problema dell’Alzheimer precoce trattato dal film. Gente che senz’altro almeno una volta ha aperto il frigorifero, guardato dentro e poi si è chiesta: cosa cavolo dovevo prendere? E ha faticato un po’ per trovare una risposta (se l’ha trovata). Gente che dimentica dove ha parcheggiato l’auto. Gente che “come si chiamava quell’attore/scrittore/cantante?”. Gente che deve cercarlo su Google. Gente che se non si scrive la lista delle cose da fare è finita.
Insomma ci siamo capiti.
All’inizio del film la protagonista è una cinquantenne fichissima, e tutti i sala erano contenti e un po’ si identificavano. Poi mano mano che procedeva la narrazione e venivano sottolineati i sintomi subdoli della malattia, in sala si avvertiva un certo disagio. Una tensione palpabile.
Quando Alice/Julianne Moore è andata per la prima volta dal neurologo che le ha imposto dei semplici esercizi menmonici, tra cui ricordare due indirizzi e ripeterli a fine sessione, la mia amica mi ha sussurrato:
“Facciamoli anche noi”
Ero d’accordissimo ma purtroppo ho sbagliato il Cap!
Era comunque un indirizzo americano quindi più arduo per noi italiani, mi sono detta per consolarmi.
Poi per la povera Alice le cose sono peggiorate velocemente e in sala si avvertiva un panico crescnte, peggio che se fosse un film dell’orrore.
Tutti fermi seduti, con il fiato sospeso, inchiodati alla poltroncina, gomiti puntati sui braccioli. Pronti ad andare a casa e scrivere sulla lavagnetta della cucina tre parole difficili e desuete, coprirle con uno strofinaccio, come Alice, e poi un’ora dopo cercare ricordarle senza esitazione.
Con quell’esercizio sono andata bene, ma l’altro giorno non mi ricordavo il nome di Steve Jobs e non è stato bello.
Ho recitato tutta la litania dei ricconi della Silicon Valley: da Bill Gates a quelli di whatsapp e niente.
Ho detto anche “stay hungry, stay foolish” ma non è servito.
Stavo per mettermi il girocollo nero e jeans ma non è stato necessario, all’ultimo secondo, la lampadina si è finalmente riaccesa.

Cinquanta sfumature: un film comico

Ieri sera ho partecipato al flash-mob organizzato da Rossella Calabrò, autrice di “Cinquanta sbavature di Gigio, il film” davanti al cinema Orfeo dove proiettavano le letali Cinquanta sfumature. C’erano parecchie signore e signorine pronte a sbeffeggiare la pellicola. Ma la vera sorpresa è stata che in sala anche le spettatrici “normali”, ragazze e donne più o meno giovani, ridevano e si spanciavano commentando la ridicola performance dei due, totalmente inespressivi, protagonisti.
Su tutti quotidiani sono apparse recensioni che hanno demolito il film, ma un conto è riportare le reazioni snob della stampa, un altro e vedere sul campo l’effetto ridanciano sul pubblico pagante, senz’altro lettrici del best-seller.
Anastasia, Dakota Johnson, figlia di Melanie Griffin e Don Johnson, ha dei gran occhioni blu, la bocca come la madre e un insopportabile aria da minus habens. Tanto che anche allo spettatore veniva voglia di strattonarla un po’ per scuoterla e provocare qualche reazione. Lui, Jamie Dorman, è un ex modello e si vedeva. Sembrava di plastica e, nonostante gli addominali scolpiti, non riusciva a coinvolgere/turbare neanche un po’.
I dialoghi erano surreali.
Il migliore: lei gli chiede: “Ma perchè sei così?”
E lui: “Ho dentro cinquanta sfumature di perversione!”
Mavà?!?!
Neanche la peggio fiction del pianeta è recitata così male. L’erotismo è totalmente assente, la famose stanza proibita, quella delle corde, delle fruste e dei cavetti, dove lui finalmente (dopo più di mezzo film) la legava era così patinata e poco proibita che mi ha ricordato le macchine su cui si fa Pilates. Per dire, il Reformer è molto più sexy e pericoloso.
Comunque anche se uscendo tutte le spettatrici ridevano e commentavano che forse Grey essendo a soli ventisette anni, un tycon, che suonava benissimo il piano, guidava da Dio l’aereo, (e tutte le sue auto sportive), aveva una cabina armadio da paura, una casa di mille stanze senza un granello di polvere, putroppo non aveva avuto troppo tempo per allenarsi a diventare un bravo fustigatore.
“Quei colpetti con la frusta erano così mosci”, rilevava delusa una signora con l’amica, che era d’accordissimo: “Hai ragione. Il mio fisoterapista, non è per niente fico, ma mi strattona con molta più convinzione”
Alla fine comunque, nonostante tutto, il film ha già fatto il botto planetario anche al botteghino e la signora E.L.James è più ricca di Paperone e se la ride dalla mattina alla sera.

50 sfumature di grigio: il film di Lego


Arriverà nelle sale per S.Valentino e siamo già tutti qui in ebollizione.
Ho avuto in anteprima il trailer e non posso non condividerlo, voi conoscete la grande passione famigliare per il Lego, e vedendo questo capolavoro con Emma ho guaito di gioia.
Antonio Toscano, il ragazzo che l’ha realizzato è un vero genio!!!!
Imperdibili soprattutto le scene erotiche, Anastasia (si chiama così?) la protagonista sembra meno scema che nel libro e nel vero film. Tutto inizia con la giornalista ingenua che va a intervistare il figaccione…un vecchio trucchetto che facevo anch’io, in the golden days quando abitavo a Londra 🙂

Boyhood


Dura due ore e quarantacinque minuti, ma li vale tutti.
Boyhood è un film bellissimo e molto particolare. La lavorazione è durata ben dodici anni, perchè il regista voleva narrare la vita del protagonista, dai 6 ai 18 anni, nello stile più veritiero possibile. Quindi ogni anno, ogni estate, ha riunito la stessa troupe per girare un ulteriore spezzone del film.
Gli adulti sono ovviamente invecchiati e i ragazzi sono diventati adolescenti e poi adulti.
La storia, che si svolge in Texas, è quella di Mason e della sua famiglia.
Ci sono padre e madre (Patricia Arquette ed Ethan Hawke), diventati genitori troppo giovani. Hanno divorziato e i loro figli Mason e la sorella, vengono trascinati dalla madre in nuove realtà famigliari, con infiniti traslochi e ambientamenti vari, a rischio bullismo, in nuove scuole.
L’aspetto straordinario di questo film è la narrazione realistica, senz’altro ottenuta grazie alla continuità degli attori, ma anche al talento del regista che è riuscito a coinvolgere, commuovere, scandalizzare e far sorridere, senza appesantire mai.
Senza drammatizzare, senza il bisogno di sottolineare nulla. Mostra, ad esempio, degli aspetti molto sbagliati nella gestione del divorzio dei genitori, senza prendere le difese o attribuire colpe.
E questa neutralità così incisiva rende ancora più forte il messaggio del film.
Enfatizza gli errori che gli adulti compiono nei confronti dei ragazzi, cercando di fare invece del proprio meglio.
Sbagliando spesso non solo per egoismo, ma perchè la vita è sempre complicata. Chi ha figli si rispecchia in questa pellicola e spera con tutto il cuore che Mason cresca equilibrato anche se ha avuto un padre troppo infantile, una madre con un pessimo gusto nel scegliersi i fidanzati, una sorella prevaricatrice e un nonno acquisito che, per il diciottesimo, gli regala un bel fucile.
Ci sono dettagli molto americani che fanno tirare un sospiro di sollievo e pensare:
“Beh, almeno quella stupidata lì noi non la facciamo! Non siamo mica texani!”
A parte questo, per chi ha dei figli adolescenti è una rimpatriata. Un film toccante che mostra molti degli errori che nell’educazione non si dovrebbero proprio fare, ma si fanno. Capita di sbagliare, ma c’è un messaggio di speranza.
Alla fine comunque i ragazzi crescono e se si sentono amati le cose, un po’, magari, si possono anche rimediare.

I nostri ragazzi

A volte i genitori non vogliono veramente “vedere” i loro figli adolescenti.
Preferiscono non sapere, non indagare. Preferiscono essere ottimisti per non sentirsi inadeguati, per paura di dover guardare dentro di sè. Farsi delle domande. Non c’è bisogno di andare al cinema per scoprirlo. Basta guardarsi attorno. L’altra sera però ho visto “I nostri ragazzi”, ed è stato un bel pugno nello stomaco. La storia di due famiglie, due “belle” famiglie borghesi di una coppia di fratelli che si amano e odiano. Sono antagonisti, in competizione ma ci tengono a mantenere buoni rapporti tanto da avere il loro appuntamento mensile per cenare insieme alle mogli in un ristorante di lusso, una volta al mese.
I loro figli invece, una ragazza bella e sfrontata e un ragazzo ombroso e brufoloso, sono migliori amici. BFF, best friend forever, come dicono i teen-ager e fanno tutto insieme. Studiano nello stesso liceo classico, escono insieme, vanno alle feste, cenano davanti ai video. Poi combinano un disastro, ma i genitori non possono crederci. Perchè si rovinerebbe la loro bella facciata. E allora difendono i figli a oltranza, diventano zerbini, pur di non indagare. La madre del brufoloso quando va a parlare con un prof, difende il figlio fannullone dicendo che quella è un’età ingrata e via così.
La storia, tratta da un romanzo, è ambientata a Roma ma potrebbe svolgersi ovunque. E’ pieno di adolescenti così, viziati, egoisti, immaturi e soprattutto iper consumisti.
Soprattutto questo ultimo aspetto trovo allarmante, i primi aggettivi descrivono qualità che sono sempre state più o meno tipiche dell’adolescenza, ma ultimamente questa smania consumista dei teen-ager è triste. Toglie loro ogni creatività. Si è coniderati cool solo per le cose che si possiedono, non per quello che si è. L’avere ha vinto sull’essere.
E sono guai grossi.
Tornando al film, gli interpreti del film sono bravissimi, odiosi al punto giusto, coinvolgono completamente lo spettattore. Tanto che io, che sono contro agli scapellotti, e non ne ho mai dati alle mie figlie, fremevo sulla poltroncina perchè avrei voluto prendere a randellate i due adolescenti del film. Ma la mia è una reazione decisamente fuori moda.

Bling Ring: belli, giovani e vuoti

La cosa più importante è il marchio, il brand, la firma, altrimenti sei uno sfigato.
Non importa cosa pensi ma come ti vesti.
Così puoi fare parte del gruppo ed essere vincente.
E’ la legge, contagiosa e vuota, degli adolescenti.
Una legge che vale un po’ dovunque ma in alcuni luoghi diventa cruciale.
Ad esempio a Los Angeles, a Beverly Hills, dove il tutto è amplificato perchè è il posto dove i sogni si avverano e basta un attimo per diventare una star.
O almeno emulare il loro stile di vita.
Questo è il succo di Bling Ring, l’ultimo film di Sofia Coppola, dove una banda di teen-agers, più o meno ricchi, più o meno cretini e più o meno annoiati, per dare un senso alla loro esistenza si introducono nelle ville dei loro divi preferiti per svaligiarne il guardaroba. Monitorando i movimenti delle star attraverso i social network, capiscono quando entrare in azione. Fra i derubati ci sono Lindsay Lohan, Megan Fox, Orlando Bloom, Paris Hilton e qualche altro.
E’ una storia vera, Sofia Coppola ha preso ispirazione da un fatto di cronaca.
Anzi, nella realtà Paris Hilton, essendo stata presa di mira più volte, per evitare ulteriori danni, lasciava addirittura la chiave del suo portone sotto lo zerbino!
Bling Ring descrive la vita e la filosofia di questi ragazzi senza prendere posizione, senza dare un giudizio definito, una condanna precisa. Si limita a darne una fotografia impietosa.
Per questo il film ha diviso i critici, alcuni, delusi, hanno accusato il film di essere vuoto tanto quanto i suoi protagonisti.
E ha deluso anche parte del pubblico degli adolescenti (mi sono documentata attraverso le amicizie delle mie figlie), perchè avrebbe preferito magari un lieto fine (in fondo i protagonisti sembravano veramente fichi e potevano anche meritare di scamparla!)
Invece alla fine vengono smascherati e messi qualche mese in prigione.
Trionfo della giustizia? Non proprio, piuttosto ulteriore prova della superficialità del nostro tempo.
E qui si legge il giudizio negativo inapellabile della regista mentre descrive le reazioni dei suoi protagonisti: vuoti ma furbi. In fondo sono quasi contenti di essere stati scoperti: così possono conquistare il loro pezzetto di celebrità.
Tutto fa brodo per far parlare finalmente di sè.
Emblematico il personaggio di Emma Watson che incarna proprio bene la pochezza di certi “famosi da reality”.
Con cinismo gira la disavventura giudiziaria a sua favore, per diventare un’eroina trash.
A me il film è piaciuto e ha fatto anche riflettere.
Con tristezza, pensando che la vicenda raccontata è enfatizzata ma purtroppo non è solo una storia di adolescenti made in Hollywood, quelli nostrani, nutriti a pane e velinismo, non sono poi così diversi!

Una Karenina annacquata


Con le migliori intenzioni e il cuore traboccante di romanticismo, sono andata a vedere Anna Karenina, il kolossal tratto dal famoso romanzo di Tolstoj e nonostante il cast stellare, la ricchezza dell’ambientazione, dei costumi (premiati anche con l’Oscar) l’ho trovato molto patinato e poco appassionante.
L’amore travolgente fra Anna e il Conte Vronsky, in questo film, era coinvolgente come un servizio di moda su Vogue.
Non mi ha trasmesso nessuna emozione, se non un leggero fastidio pensando al costo stratosferico di tanto sfarzo.
Anna è interpretata da Keira Knightley, bellissima, con gli occhi infuocati ma con il collo e il mento sempre troppo tesi in qualsiasi scena di passione ed emozione.
Lui, l’oggetto del desiderio, il mitico conte Vronsky, è stata una grande delusione perchè più che un russo dal sangue caliente sembrava un extra dei Village People.
Grande errore di casting!

(direi quello biondo con il caschetto)

E per lui Anna lasciava il marito che era interpretato da Jude Law. Ok, era invecchiato e imbruttito ma sotto il cerone rimaneva sempre lui! Nessuna donna, neanche la più decerebrata, lascerebbe Jude Law per uno dei Village People!
Poi il doppiaggio lasciava molto a desiderare. In una scena in cui Jude-Karenin sgrida la moglie perchè alle corse dei cavalli si era troppo appassionata per le sorti di Vronsky, facendo scandalo davanti a tutti, lei sconvolta e arrabbiata, risponde: “Ma cosa dici? Ma non capisci?” e ha l’accento uguale uguale, con un pizzico di romanesco, alle voci femminili di Willowoosh e allora ho riso parecchio.

Una delle poche cose eccitanti del film è stata l’apparizione di Michelle Dockery, Lady Mary in Downton Abbey. Diceva solo due battute ma sono stata contenta di vederla.
Mentre il crescendo di passione e tormento di Anna, durante le due ore e dieci minuti di film, invece di commuovere è diventato sempre più simile a un capriccioso isterismo.
Alla fine quando si è lanciata sotto il treno, devo ammettere, è stata quasi una liberazione.

Movie time: Gli equilibristi

(Ho deciso di darmi un po’ di rigore,  perchè altrimenti non scrivo mai: quindi dopo la rubrica sui libri del giovedì ci sarà anche quella dei film.  Movie time dovrebbe essere il lunedì, nel weekend se posso vado al cinema, ma visto come vanno le cose, mi tengo vaga e solo oggi riesco a fare il mio post cinematografico)

Simpatica famigliola romana di quarantenni con due figli: un’adolescente e un bimbetto di nove anni. Reddito medio e problemi comuni a tutti. Così inizia Gli equilibristi, film con Valerio Mastandrea nella parte del marito e Barbara Bobulova in quella della moglie. Tutto vacilla quando, dopo il tradimento di lui, che si è accoppiato vertiginosamente tra gli archivi dell’anagrafe di Roma, dove lavora, con la collega più gnocca dell’ufficio.
Storiella da nulla che viene scoperta dalla moglie che prova a perdonarlo e tirare avanti, ma dopo qualche mese non ce la fa più. Così lui molto cavallerescamente decide di andarsene. Lascia il nido famigliare per una forzata vita da single. E qui inizia il dramma e l’angoscia. Infatti il nostro piano piano, nonostante la buona volontà scivola nella categoria dei nuovi poveri. O meglio dei papà separati che vivono di stenti e fanno mille acrobazie per stare a galla, come suggerisce il titolo del film.
Tutti gli attori sono bravi: Mastandrea è simpatico, all’inzio di più, poi si deprime ma con dignità. La Bobulova non è mai una moglie isterica o lagnosa, anzi è sempre misurata. La ragazza che interpreta il ruolo della figlia è perfetta. Ma…questo film mi ha dato profondamente sui nervi perchè il messaggio del regista non mi chiaro: cosa voleva dire? Che i papà separati, perchè adulteri, sono vittime? Delle mogli? Della società? Di loro stessi?
Forse il film voleva fornire solo un ritratto di un aspetto, inedito e drammatico della nostra realtà. Però un paio di frasi del copione, pronunciate da amici di Mastandrea, mi hanno fatto rizzare le orecchie e sentire puzza di bruciato.
Un collega lo compatisce parlando della moglie: “Le donne del nord sono così, non perdonano”
Cosa significa che le donne del sud sono più sottomesse e se anche il marito le tradisce chiudono gli occhi e sopportano?
Poi, un altro tizio, a cui Mastandrea si rivolge per chiedere informazioni sulle “case dei papà”, un altro separato gli consiglia di farsi perdonare e coccolare la moglie sul divano. E anche questo suggerimento mi ha irritato parecchio. Poi le solite frasi fatte di commiserazione tipo: “il divorzio è una cosa da ricchi” hanno condito la storia. Mentre il povero Mastandrea non poteva più permettersi un posto da dormire e cercava un doppio lavoro (fortunato comunque che essendo un dipendente statale anche se arrivava stravolto e puzzolente in ufficio non lo licenziassero), pensavo che in fondo erano tutti cavolacci suoi. Doveva pensarci prima.
In ogni coppia le reazioni a un tradimento possono essere sono diverse: c’è chi sopporta, chi finge di non vedere, chi perdona, chi impazzisce. Non mi permetto di giudicare.
Ma nella storia di un padre separato che scivola inesorabilmente nel baratro della povertà, avrei provato più empatia se la causa della separazione non fosse stata imputabile a una sua colpa.

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