Matera: the day after


Il direttore editoriale di EmmaBooks, Maria Paola Romeo, con alcune scrittrici, tra cui la mia amica Georgette Grig, della collana, nata proprio l’anno scorso a Matera.

Ieri pomeriggio sono tornata a casa, stanca ma molto soddisfatta. Anche questa volta l’esperienza al Women’s Fiction Festival è stata fantastica e stimolante. Tanti incontri, tempo stupendo e conversazioni interessanti. Ho incontrato parecchie amiche e spero di averne fatte di nuove.
Ho scoperto informazioni nuove sul mercato internazionale dei libri, ad esempio noi e gli olandesi siamo sempre i primi a lottare all’ultimo sangue per accappararci i diritti dei romanzi stranieri, soprattutto anglosassoni. Mentre nel mercato tedesco si vendono come il pane i libri rosa delle scrittrici americane, mentre non succede così con quelli delle autrici inglesi.
How peculiar!
Mi sono arrampicata abbastanza agilmente fra le impervie salite dei Sassi, non ho mai inciampato, ho assaggiato la cialledda, buonissima specialità della cucina povera a base di pane raffermo. Unica nota dolente dell’intero Festival il forfait dato all’ultimo momento dalla scrittrice inglese Amy Bratley, autrice del best-seller “Amore, zucchero e cannella”, che doveva parteciapre alla serata finale per ritirare il premio Baccante, e invece non c’era perchè ha appena avuto un lutto recente e soffre di attacchi di panico e non se la sentiva di affrontare la trasferta. Mi è dispiaciuto molto perchè ci tenevo proprio a conoscerla.

Tornando al food, nel kit di accoglienza ai partecipanti, c’erano fra le altre cose, un guanto da forno (botta di fortuna: dovevo proprio cambiarlo) e un chilo di farina di semola dei produttori locali. La panettiera che è in me non ha resistito e ieri sera, stanca ma golosa, ho infornato e creato una bella pagnotta!

Alla base

Domenica l’idromassaggio si è ritrasformato in zucca e dalla beauty-farm sono tornata a casa.

Il primo giorno è stato molto affettuoso: baci e abbracci.  Smack! Smack! Smack!

“Mamma quanto ci sei mancata!”

“Anche voi! Anche voi! Anche tu Sant’!”

Insomma melassa pura. “E la cucina?”

“Tutto a posto, non ti preoccupare vedrai!”

E così è passata la prima sera back home. Happy family indeed.

La mattina dopo invece è tornato, inaspettato, un muratore, poi ho visto un sacco di disordine,  poi ero grassa (lo chef dell’hotel era troppo bravo!) invece secondo i miei piani dovevo essere magra. Insomma una belva. Neanche 24 ore e le tossine sembrava avessero ripreso il sopravvento. Soprattutto nel mio cervello. Ho cacciato due o tre urlacci e ho letto i loro pensieri:

“Era meglio quand’era via!”

Poi mi è passata, mi sono scusata, ampiamente, diffusamente, vergognosamente… e oggi è tornata la melassa, anzi la glassa. Infatti abbiamo passato un pomeriggio in cucina, tutta nuova con tanto di soffitto e pavimento a cucinare cupcakes. Anzi Anita ha cucinato, io mi sono limitata ad assistere e pulire. Anita era un po’ tesa perchè, nei mesi scorsi, i primi due tentativi erano andati male: aveva creato dei “diversamente cupcakes”.

Ma stamani è andato tutto divinamente bene: cupcakes commestibili e mamma simpatica.

Domani, la poveretta, che oggi ha iniziato l’anno scolastico, li porterà a scuola alle sue compagne.

Volare

Ieri mattina a casa mia.
I lavori per ricostruire la mia sfortunata cucina fervono. Nel frattempo noi viviamo un po’ ristretti nelle altre stanze della casa. Anche la sala è fuorigioco perchè ospita i mobili smontati della cucina, quindi la colazione si fa a letto.
Sarebbe anche bello e intimo, ma bisogna ricordarsi di prendere qualche precauzione. Tipo muoversi in maniera strategica.
Ma non tutti sempre si ricordano di farlo…
Emma ed io avevamo appena terminato di mangiare i cereali sedute di lato sul letto con davanti il tavolino basso (tipo coffee table) apparecchiato con i bicchieri, le ciotole e le tazze.
Atmosfera rilassata. Coccole e carezze. Poi l’azione.
“Emma su alzati adesso! Facciamo la doccia così poi ci vestiamo!”
Mia figlia è sdraiata sul letto a pancia in giù, agita con forza le gambe dal ginocchio in giù.
“Che bello mi sembra di volare!”
Le sue gambe sono lunghe, magre e pericolose.
“Volo!”
Il piede destro finisce direttamente nella ciotola semivuota dei cereali, dove è rimasto un po’ di latte che schizza ovunque. La ciotola colpisce la tazza del caffè che cade sul bicchiere d’acqua ancora pieno che innonda tovaglietta, tavolino e pavimento.
Emma: “Oh! Oh!”
Urlo: “Ma porca…####****¥¥¥….!” e mi escono tutte quelle parole che le mamme non dovrebbero mai dire.

Abbasso il martedì

Il martedì per me è il giorno più difficile della settimana.
Avrei in lista altri argomenti da scrivere nei post, ma oggi è stata una giornata così del cavolo che devo sfogarmi.
Il martedì è brutto perchè ho poco tempo, le mie figlie escono da scuola presto e tutto si accavalla, o meglio si accartoccia. Vorrei usare il verbo si asfiga, ma purtroppo non esiste.
Sono un po’ stanca e sempre di corsa. Una prova? Oggi, mentre guidavo ho telefonato a una mia amica e dopo 5 minuti di conversazione lei mi ha rivelato che non era l’amica con cui pensavo di parlare, ma completamente un’altra persona. Però entrambe hanno il nome che inizia con la stessa lettera. Perciò nella rubrica del mio cellulare i loro nomi sono vicini e ho pigiato il tasto sbagliato. Menomale che ho detto stupidate passe-partout e non mi sono completamente sputtanata. Mi sono solo vergognata quando lei mi ha detto: “Scusa ma non sono…”

Stasera, per un colpo di vita, avevo deciso di ri-provare a preparare l’hummus che facevo già anni fa ma era più o meno immangiabile. Prima di Natale ho letto questo post e mi sono ripromessa di tentare nuovamente.
La cara Tanaka mi ha anche fornito una spiegazione per la ricetta, aggiungendo “Se ci riesco io, tutti possono farcela”.
Putroppo si sbagliava. Avevo comprato i ceci, li ho passati al minipimer (e sono schizzati ovunque ma ho pulito), ho aggiunto l’olio d’oliva e il limone. Ho mixato, ho assaggiato. Non sapeva di hummus, era un po’ secco. Allora ho avuto un’idea: aggiungere lo yougurt. Avevo quello naturale, Muller-fai l’amore con il sapore. E’ stato un brutto rapporto completo, perchè ora il mio hummus è dolce. (Cosa mettono in quello yougurt????).
Il mio hummus sembra salato ma è dolce. Un ibrido, un ermafrodita, un ossimoro: dolce ma salato. Non agrodolce. Adesso è ancora di là sulla tavola. Non voglio più vederlo. Sono venuta qui a scrivere per sfuggire all’incombenza di doverlo buttare.
Vorrei che sparisse da solo.

Recidiva

Avete presente quei giorni in cui provate a pensare positivo, dicendo: “non è poi così male, basta reagire?”
Invece zac! vi arriva un’altra bella batosta sulla testa, come se foste uno dei protagonisti in un teatrino di burattini e quando la marionetta si tira su, l’altra, l’aspetta al varco, per appioppargli ghignando un’altra sonora bastonata?
Beh, oggi per me è stato proprio così.
Ma ora è venerdì sera (thanksgod) e chiudiamo i battenti, almeno con il mondo reale. Quello virtuale mi sembra meno pericoloso…
Diciamo che è stata una settimana un po’ pesantuccia, una settimana in cui sono stata parecchio distratta e ho fatto qualche errore. Poi forse comincia anche la demenza senile…
Dopo l’insuccesso del crumble (grazie per la comprensione), ho combinato anche questa. L’altra sera avevamo invitato a cena un amichetto di Emma e pensato il solito collaudato menù casalingo da invitato-bambino: pasta al sugo, salumi/formaggio, finocchio (solo per i più vegetariani), focaccia e frutta (gelato nei giorni fortunati).
Ho servito delle invitanti orecchiette al pomodoro e chiamato allegramente i commensali: le mie figlie e l’ospite. Io avevo già slurpato via degli avanzi e non mi sedevo a tavola con loro.
I ragazzi hanno assaggiato e poi in coro chiesto il sale.
“Mamma è un po’ insipida”
“Non sa di nulla”
“Posso aggiungerlo?”
Per fortuna ho più di una saliera e quindi ho accontentato tutti allo stesso momento.
Il loro piatto era totalemente insipido, infatti mi sono ricordata di non aver aggiunto il sale nell’acqua della pasta. Ho cercato di giustificarmi:
“Troppo sodio fa gonfiare le gambe!”
Tre paia di occhietti allibiti mi hanno guardato con stupore.
“Poi con il caldo è terribile”, l’altra sera a Milano c’era un nubifragio e faceva un freddo becco.
“Inoltre per chi è incinta i cibi troppo salati possono essere veramente pericolosi”, ho detto a due bambini di nove anni e a una di dodici.
Undici anni di lavoro per Insieme, rivista specializzata nella gravidanza, hanno lasciato il segno e fatto danni: ci sono concetti che mi si sono incastrati fra i neuroni e basta una parola, come sale/sodio, per farmi partire in automatico. Peggio di un motore di ricerca.
Per fortuna, dopo un po’ riesco ancora a bloccarmi.
Anita mi ha fissato sgomenta, dicendo: “Ma mamma!…”
Ho sentito un clic nelle sinapsi e allora ho brontolato sottovoce, anche un po’ risentita:
“Certo, a voi non interessa!” e ho tirato fuori dal frigo il formaggio per quei ragazzi ingrati.