Facebook vintage

L’orizzonte si è rischiarato, ultimamente le cose vanno meglio.
L’ondata negativa sembra essere arretrata.
Ho creato un mini-orto sul balcone, mi diverto a fare un sacco di foto con Instagram e ho ritrovato un po’ di tempo e concentrazione per scrivere. Sono stata brava e oggi ho finito il quarto capitolo del nuovo romanzo. Mentre a sorpresa Affari d’amore, a un anno dall’uscita, in promozione nella versione ebook (a solo 1.99) su Amazon è anche entrato in classifica.

Adesso riprendo anche a scrivere il blog e sono a posto!
Però il mese di maggio è sempre sinonimo di stress scolastico. Le mie figlie a scuola vanno bene però si discute perchè i punti di vista di un adolescente non coincidono quasi mai con quello dei loro genitori. Quindi spesso è difficile riuscire a non imporre il proprio parere, criticare, intromettersi….
Per me era così fino a due giorni fa, quando ho ritrovato il mio diario scolastico di terza liceo scientifico.
Un libretto verde dalla copertina lisa, coperta di adesivi che era già stato scoperto da Emma due anni fa durante lo sgombero della casa di mia madre ma in quei giorni avevo archiviato senza attenzione in un cassetto della libreria. Dimenticato fino a l’altro ieri, quando dovevo scrivere e finire il quarto capitolo e invece cazzeggiavo cercando pretesti per posporre il lavoro. Così per perdere tempo ho aperto il mio vecchio diario…

E ho avuto la conferma di essere sempre stata demente.
Ricordavo con allegria gli anni del liceo e le furbate che ho fatto per sfangarla fino alla maturità, ma avevo rimosso i dettagli più imbarazzanti. Le battutine stupide, le barzellette scontate, le scorciatoie patetiche per non farmi interrogare: tutto è documentato senza censura… anche la mia mediocrità scolastica.
Mi sono sempre vantata con le mie figlie di essere stata bravissima in italiano e inglese e invece alla fine in pagella avevo solo 6! Però ero fichissima, in storia e filosofia, (vabbè avevo 7) cosa che assolutamente non ricordavo. In matematica, fisica mi giustificavo a più non posso. Avevo fatto anche uno schemino delle giustificazioni per regolarmi meglio e studiare il meno possibile. Poi una pagina utilissima dove mi allenavo per falsificare la firma di mia madre (poi l’ho coperta di adesivi per mimetizzarla). Insomma una schifezza di alunna.
Però mi sono divertita.
Proprio in memoria di queste bravate adesso non ho più il coraggio di criticare le mie figlie, ero molto peggio di loro. E ai tempi in cui non solo non esisteva Facebook nel mio diario ho trovato appicicate foto di adolescenti in bikini, già ci si mostrava e pavoneggiava…in tre pagine diverse c’ero io, Carla e Brunetta e i miei compagni “mi piace” l’hanno scritto a penna di fianco.

Ma il destino esiste?


Le vacanze sono state lunghe, rigeneranti e migliori di quanto osavo sperare. Se un paio di progetti andassero bene, il 2013 potrebbe essere un anno interessante: sognare non costa nulla, perciò voglio essere ottimista. Cautamente ottimista con le dita super incrociate.
Anche se con il passare del tempo, comincio a credere anche un po’ al destino.
Non avrei mai pensato di poter diventare fatalista ma a volte succedono cose che mi convincono che nella vita, è inutile agitarsi e dannarsi troppo: tutto dipende dalle coincidenze.
E succede anche che si realizzi di essere stati fortunati solo molto tempo dopo un certo avvenimento. Ad esempio, leggendo della tragedia capitata a Vittorio Missoni, a sua moglie e i loro compagni di viaggio, mi è venuto in mente che forse anch’io avrei potuto precipitare con l’aereo nelle acque caraibiche dell’arcipelago di Los Roques. Nel ’94 infatti Sant’ ed io siamo andati in vacanza proprio lì, allora erano isole pochissimo conosciute me ne aveva parlato una collega come di un paradiso terrestre. Ed è vero, c’è il mare più bello che abbia mai visto. Era novembre, una bella vacanza fuori stagione a basso costo che, a quei tempi, senza figlie e impegni scolastici potevamo permetterci.
Abbiamo volato su Caracas e poi preso anche noi un piccolo aereo da sei posti per raggiungere Los Roques.
Non ho mai avuto paura di volare ma quel giorno ho avuto i brividi. Eravamo noi, due ragazzi tedeschi e il pilota. Più che un aereo il nostro velivolo sembrava un’ apecar: siamo saliti e ci siamo seduti vicino ai bagagli come in treno. Poi il pilota ha avviato il motore. Ma c’era un rumorino che non lo convinceva. Allora ha chiamato via radio per avere un meccanico. Un addetto alla manuntenzione. Sono passati venti minuti e non è arrivato nessuno, allora il nostro pilota esasperato è uscito dal velivolo, si è tolto la giacca da pilota, ha preso la classica borsa dei ferri e ha aperto il “cofano”, non so il termine tecnico, ma insomma ha lavorato attorno al motore per vedere di sistemare il guaio mentre noi e i tedeschi lo fissavamo allibiti.
Dopo una decina di minuti, ha chiuso lo sportello con una bella botta, dicendo che era tutto ok. Ha riposto la borsa degli attrezzi, rimesso la giacca da pilota e ci ha comunicato che potevamo partire.
I ragazzi tedeschi volevano rimanere a terra. Ma lui li ha rassicurati. Era tutto a posto. Io invece ero giovane e irresponsabile, non vedevo l’ora di decollare. Non vedevo l’ora di arrivare e poter fare snorkling.
Abbiamo volato per 45 minuti a quota bassissima, poco sopra il mare. Sant’, che si è sempre sentito un alpino, era un po’ teso. Ma siamo arrivati sani e salvi e la bellezza del luogo ci ha fatto dimenticare di aver rischiato la vita.

Curriculum: Cenerentola

Ravanavo nei ricordi ma non avevo più nulla in mente, ahimè!
Nessun altro annedoto lavorativo da raccontarvi, per farvi intenerire, poi finalmente è avvenuto il miracolo. Infatti oggi pulendo la porta di vetro della doccia, lottando con gli aloni (Annalisa scusa non ho carta di giornale in casa perchè oramai leggo solo on-line, ma vedrò di procurarmene) tra due neuroni ingrippati si è manifestato un deja-vu:
una piccola extramamma sedicenne in versione Cenerentola che faceva la sua settimana di apprendista da una parrucchiera bastarda…
già a quella tenera età ero ben consapevole di avere dei capelli di cacca e sperimentavo vari trucchi per domarli e plasmarli a mio piacimento, perciò ero particolarmente interessata all’arte del parrucco.
Inoltre la mia natura frivola e superficiale mi attirava inesorabilmente verso luoghi come profumerie, estetiste e parrucchieri.
Così nell’estate della seconda liceo quando avevo visto un bel cartello Cercasi apprendista in un negozio vicino a casa mia, ero subito entrata a proporre con entusiasmo la mia candidatura.
Avrei dovuto essere cauta e prestare più attenzione all’altro biglietto che era attaccato vicino a Cercasi…
infatti un altro avviso recitava: Ci scusiamo boiler rotto
questo avrebbe dovuto farmi capire che era un posto jellato dove volevano lavare i capelli anche con l’acqua fredda.
Ma ero giovane e inesperta per cui quando la proprietaria, senza chiedermi neppure se avevo esperienza, aveva risposto: “Allora cominci domani mattina alle 8,30” ero al settimo cielo.
Sognavo di fare shampi, phonare, stirare e magari un giorno le meches.
Invece dovevo solo spazzare per terra e pulire i ripiani. In una settimana, nonostante le mie richieste, la mia capa non mi ha neanche fatto avvicinare al lavatesta. Mi prometteva che avrei fatto shampi in un prossimo e nebuloso futuro. Per diventare shampista dovevo solo pulire.
Era un negozio molto piccolo. L’unica a lavorare era la proprietaria, una donna estremamente noiosa. La clientela era piuttosto scarsa: di solito riceveva per appuntamento una signora alla volta. Mentre sgobbavo a pulire il pavimento, la parrucchiera chiacchierava, ripetendo sempre le solite storie: il primo giorno, il secondo giorno, il terzo, il quarto, il quinto. Una palla bestiale: sempre le medesime ciance noiosissime, infarcite di luoghi comuni che recitava come un automa.
Ascoltarla era un supplizio quasi più grande che scopare via i capelli.
Ma il fondo l’ho toccato il sesto giorno, quando oltre ad avere gli stupidi convenevoli della parrucchiera stampati nella mente, avevo ricevuto l’ordine di pulire la vetrina.
Una vetrina piuttosto grande. Mestamente armata di spugna e prodottino mi sono messa alll’opera. Non avevo mai pulito un vetro a casa mia ma contavo comunque di riuscirci.
A metà lavoro, all’improvviso dopo aver ricevuto una telefonata, la parrucchiera mi ha detto di interrompere per andare a prendere sua figlia dalla nonna.
Ho obbeddito e quando sono tornata e ho ripreso a pulire la vetrina, il prodottino (ohibò la chimica di una volta!) aveva non solo fatto aloni ma vere e proprie croste!
Sfregavo, sfregavo, spruzzavo, porconavo mentalmente ma non se ne andavano.
Dopo circa due ore di tentativi, la parrucchiera ha sgamato il mio impasse e ha cominciato a insultarmi dicendo che ero lenta e incapace.
Allora improvvisamente, dopo una settimana di vessazioni, ho avuto un sacrosanto moto di ribellione: le ho buttato il grazioso grembiulino con cui mi aveva abbigliato sul pavimento, detto che non volevo più vederla e lasciandola interdetta, con un bigodino in mano e una cliente spettinata, me ne sono andata.
E così la mia carriera da hair stylist è stata stroncata sul nascere.

Curriculum 2

…tra il lavoro in Pretura e gli esami all’università, ho cominciato ad andare a Londra e qui per matenermi ho fatto tra l’altro:
-la guardarobiera in un club alla moda. Di solito stavo in una specie di grotta sotto l’ingresso a ricevere giacche e cappotti, ma un giorno è arrivata la mia grande occasione: dovevo sostituire la maschera, la persona che controllava i biglietti all’ingresso. Arrivava un sacco di gente più o meno famosa, per cui ero particolarmente eccitata dall’incarico.
A metà serata chiedo a una tipa il biglietto ma lei mi guarda schifata e urla:
“I’m a coconut!”
“????”
Poi si è diretta come una furia verso la cassiera sbraitando e chiedendo del manager.
Era isterica e gridava: “Kid Creole and the coconuts!”
Non l’avevo riconosciuta e così dalla sera dopo sono tornata a dar via giacche nascosta nella grotta.

-Dopo questo successo nel mondo dello showbiz ho cominciato a fare la commessa, un’occupazione che mi ha dato parecchie soddisfazioni. Vendevo vestiti firmati, potevo indossarne alcuni durante la giornata, avevo colleghe simpatiche, non mi ammazzavo di fatica e lavoravo a Covent Garden. Proprio nel cuore della città. Un sabato pomeriggio verso l’ora di chiusura, qualcuno ha rubato due vestiti e tre maglioni. Non era la mia zona del negozio per cui non mi sentivo responsabile, così ho potuto gustare appieno il momento in cui il capo della boutique ha ordinato:
“Chiamiamo Scotland Yard!”
Troppo fico, mi sembrava di essere in un telefilm.
Invece per loro era solo il commissariato di zona, visto che il quartier generale era a due isolati di distanza.

-Quando ho imparato bene l’inglese, sempre nell’ambito della moda, ho cominciato a fare l’interprete. Niente di ufficiale, lavoravo solo per persone che conoscevo e probabilmente ero pagata molto meno delle tariffe standard. Un giorno aiutavo un mio amico che produceva scarpe (era il momento del boom delle Church) a trattare con il responsabile di un’azienda calzaturiera in un paese in mezzo al nulla, nell’Inghilterra del nord. Avevamo viaggiato un sacco da Londra per trovare questo posto. Arrivati a destinazione, dopo le presentazioni e i primi preamboli ci hanno invitato al ristorante. Ero contenta perchè avevo una fame incredibile.
A tavola i due businessmen hanno cominciato a parlare di lavoro e naturalmente dovevo tradurre. Uno mangiava, l’altro parlava e io traducevo. Poi parlava l’altro e l’interlocutore mangiava.
Insomma continuavano a mangiare e a parlare, mentre a me toccava tradurre velocemente.
Hanno discusso un sacco senza sosta. Sviscerato un milione di dettagli.
Non ho avuto tempo di assaggiare nulla. Piatti fumanti e appetitosi mi passavano sotto gli occhi mentre dovevo parlare, parlare, parlare di cuio, tomaie e stringhe. Sono uscita dal ristorante ancor più affamata. Per loro è stato un incontro molto soddisfacente. Il mio amico imprenditore ha cominciato poi a vendere delle scarpe inglesi molto belle. Mentre io ho capito che, probabilmente, gli interpreti professionisti hanno sempre un panino nella borsa.