Nessuno sa di noi


Questo libro è fra i dodici finalisti del Premio Strega, domani sera ci sarà a Roma la selezione della cinquina vincente e tifo per Simona Sparaco. Nessuno sa di noi è una storia forte, coinvolgente, anche troppo, un pugno nello stomaco. Racconta la vicenda di una coppia, Pietro e Luce che cercano ardentemente un figlio e quando finalmente la gravidanza arriva sono felici, emozionati, trepidanti di aspettative. Fino al settimo mese quando un’ecografia di routine rivela che il bimbo, sognato e immaginato, a cui è già stato dato anche un nome, è stranamente troppo corto. Troppo piccolo, le sue ossa non sono abbastanza sviluppate. Le dimensioni non rientrano nella norma dei parametri di crescita. Così dice l’ecografa e poi spiega che è affetto da displasia scheletrica. Se nascerà forse non sopravviverà o andrà incontro a gravissimi problemi. Insomma l’avverarsi dell’incubo di ogni madre in attesa.
A Luce e Pietro spetta la decisione che sconvolgerà la loro vita e la loro coppia.
Non racconto altro perchè non voglio rovinare l’emozione della lettura. Non scrivo “il piacere della lettura” perchè specialmente per chi è passata attraverso una gravidanza, e in particolare una a rischio, è più esatto parlare di coinvolgimento e di empatia più che di piacere. Il pregio fondamentale di questo romanzo è il raccontare sentimenti così forti e dolorosi con uno stile misurato e incisivo, senza mai scadere nella retorica, nella commozione facile. Un libro che si deve leggere tutto d’un fiato, lascia il segno ma anche un messaggio positivo perchè oltre che di maternità il romanzo parla dell’amore, in tutte le sue declinazioni. L’amore che unisce i due protagonisti e li aiuta a non naufragare in un’esperienza così devastante.

Sono una fan…


Questa sopra è la foto di un angolo del mio studio con dettaglio della libreria dove ci sono i libri di Stefania Bertola che mi sono tenuta vicini in pole position, sperando che irradiassero creatività mentre scrivevo Affari d’amore. E’ la mia scrittrice preferita e oggi prima di andare alla presentazione del suo ultimo romanzo ho scattato questa foto con il telefono per fargliela vedere e dimostrarle la mia ammirazione. Quando mi sono fatta autografare il suo libro, emozionatissima le ho messo sotto il naso l’immagine.
Forse avrà pensato che sono matta.
La libreria è piccola quindi sembrava una conversazione tra amiche, Stefania Bertola era disponibilissima, simpatica e arguta. Si è parlato di scrittura, di romanzi rosa, di traduzioni, di tendenze letterarie e best-seller. Una delle considerazioni più argute è stata quella sui nuovi titoli accattivanti dei romanzi d’amore. Come avrete notato anche voi i libri più venduti nell’ultimo anno hanno titoli simili: a parte Tiffany, ci deve sempre essere la frutta, i giardini, le foglie e le spezie. E’ pieno di mele, i limoni, lo zenzero, la cannella, il profumo, le arance, le ciliegie, la lavanda… le librerie sono più profumate di un mercato provenzale. E’ una mania del marketing librario italiano. E poi pazienza se il titolo non ci azzecca per niente con la trama del romanzo. Stefania Bertola ha fatto l’esempio di un (presunto) romanzo rosa con un titolo su certe mele speziate che poi era invece una storia di spionaggio informatico. Una storia di hacker senza neanche un frutto, insomma un bel gancio!

P.S: Domani mattina alle 10 sarò intervistata a Radio TRS a IL posto delle parole.

Più ruggiti e meno chiacchiere?

Ho appena finito di leggere Il ruggito della mamma tigre, il libro che ha suscitato tanto scalpore per i metodi educativi dittatoriali dell’autrice, Amy Chua, una cinese di seconda generazione che vive negli Usa. Anch’io come la stragrande maggioranza dei lettori mi sono scandalizzata per la durezza di certe strategie coercitive, come ad esempio l’idea balzana di mettere la figlia fuori nel giardino al freddo per farle cambiare idea durante un capriccio. Ok, l’ha lasciata solo due secondi ma una punizione del genere non deve neanche essere presa in considerazione.
Anche se non occorre essere cinesi per pensare che una cosa del genere possa funzionare… qualche mese fa al ristorante avevo sentito un padre scellerato, italianissimo, minacciare la figlia di chiuderla nello sgabuzzino se non avesse fatto una certa cosa.

Comunque, per capire la storia di Amy Chua, madre di due bambine, bisogna soprattutto partire dall’idea cinese dell’educazione e della disciplina. Discutibile e incomprensibile per noi, come senz’altro lo è la nostra per loro.
Questo libro mi ha infatti ricordato molto Il circolo della fortuna e della felicità, di Amy Tan, un romanzo bellissimo dove si raccontavano le vicende di quattro madri cinesi (di prima generazione) trasferite negli Usa e di come avevano cercato di educare all’eccellenza le loro figlie. Con successi e fallimenti. E sopratuttto molti risentimenti da parte delle figlie.

In altre recensioni de Il ruggito della mamma tigre (che ho letto per documentarmi) si enfatizzava soprattutto l’ossessione per la disciplina, per l’allenamento compulsivo allo studio della musica, mentre in questo memoir la cosa più interessante, quella che possiamo mutuare, è invece l’idea di questa madre che si mette in discussione. Ha un’idea di disciplina, prova con tutte le sue risorse ad applicarla ma non ha sempre certezze e riscontri.
Come spesso succede le va bene con la primogenita, più docile e ligia alle regole. Malissimo invece con la seconda, ribelle e determinata a fare di testa sua.
Non sono d’accordo con Amy Chua quando pensa che i figli siano obbligati a primeggiare e neppure sull’idea di affiancarli sempre nei loro allenamenti. Condanno la sua ansia di controllo totale.
Però ne ho ammirato lo spirito partecipativo, l’impegno costante nell’educazione e anche il coraggio di chiedersi se stia facendo la cosa giusta.
In questo mondo in cui si prendono sempre più allegramente scorciatoie, facendo danni irreparabili nell’educazione, ma anche solo nell’accudimento dei figli, non è cosa da poco.
Parcheggiarli davanti alla TV, dar da mangiare schifezze, intontire con i videogiochi e pensare che se vanno male a scuola sia colpa degli insegnanti dubito che sia una strategia migliore dell’educazione radicale della mamma tigre.
L’equilibrio, come sempre, è a metà strada. Per trovarlo forse dovremmo guardare a quello che è diverso da noi con più curiosità e non criticarlo a priori.

Dal libro al film (pro e contro l’insonnia)

L’altra sera sono stata, da sola nel cinema vicino a casa, a vedere “La solitudine dei numeri primi”, mi sono così angosciata che alla notte non ho chiuso occhio. Sarà perchè abbiamo numeri primi in famiglia, ma anche perchè la colpa di tutto nella storia è la stupidità dei genitori. E quindi ho passato la notte a girarmi e rigirarmi fra le coperte analizzando tutte le mie decisioni prese nel campo figliesco, per capire i “se”, i “sebbene”, i “qualora” delle conseguenze che potrebbero avere nella vita futura delle ragazze.

Poi la pellicola era super ansiogena proprio per il modo in cui è stata girata: lo stile onirico, la musica martellante, i continui  e violenti flash-back. Volevo abbracciare la mia vicina di posto e forse mi sarei messa a singhiozzare se me l’avesse lasciato fare. A un certo punto stavo per chiederle: “Posso aggrapparmi la tuo braccio?” ma mi sono trattenuta. Lei comunque aveva letto il libro (io no) e mi ha spiegato tutti i retroscena e i dettagli mancanti.

Qualche giorno fa invece avevo noleggiato il film “Il riccio”, tratto dal best seller “L’eleganza del riccio”, che avevo letto tre anni fa. Sono andata a letto con le migliori intenzioni e il mio computer dove ho infilato il DVD.

Una pizza mostruosa, l’unica che mi ha ispirato un po’ di simpatia è stata la mamma della protagonista che parlava con le piante. Ho capito perchè l’autrice del romanzo si è arrabbiata con i produttori della pellicola. Neanche a metà l’effetto soporifero è stato tale che ho spento e dormito otto ore filate.

Infine, (voglio proprio perdere la faccia ma la sincerità innanzi tutto) ma il film dal libro che ultimamente mi è piaciuto di più è stato “Mordimi”, parodia dei film della saga “Twilight”. Forse è un periodo in cui ho bisogno di leggerezza: vedendo tutto questo trash ho riso fino alle lacrime. Molto ma molto meglio dei film “ufficiali” sull’amore fra Bella ed Edward.

La protagonista in questo caso si chiama Becca ed è bravissima: completamente senza neuroni, per tutto il film boccheggia, scuote la testa inclinandola di circa 45° e si mette a posto i capelli, ripetutamente come in un tic, proprio come la vera Bella nei film “cult”. Edward, che secondo me qui è più bello, ha un sacco di fondotinta (direi nuance avorio) e molta lacca sul ciuffo per tenerlo in ordine.

Poi ci sono mille altri dettagli esilaranti, ma non voglio infierire.