Bufali senza diossina e altri animali

Mio marito che lavora in un’azienda americana dove hanno il mito del team building, il lavoro in squadra, mi ha mostrato questo video incredibile dove un cucciolo di bufalo viene salvato da una sorte crudele, appunto, dallo spirito del team building. Nel parco di Kruger in Sud Africa una mandria di bufali, allertati da bufalo mamma e bufalo papà, risolve “brillantemente” una situazione ipercritica. Io, che sono più massaia che giocatrice in quadra, ho tifato per il bufalino ma ho subito pensato anche alla mozzarella. (Comprarla oppure no? E’ stato un mio recente dilemma al super, poi la fiducia ha prevalso e l’ho messa nel carrello). Quindi guardando il video con il fiato sospeso, ho rapidamente calcolato quanta mozzarella senza diosssina produrrebbe quella mandria. Oramai la contaminazione del consumismo mi ha completamente bacato il cervello. Per purificarmi devo vedere molti più video di animali, non solo quelli di Discovery Channel dove le simpatiche bestiole si accoppiano in continuazione e diventa anche imbarazzante spiegare alle bambine perchè scimmie & co. siano sempre così assatanate. Ho scoperto un nuovo portale (babelgum) dove si possono vedere una serie infinita di video istruttivi sulla natura e gli animali. Ma se il rapporto con gli animali deve essere più stretto c’è anche un’altra idea per cavarsela: adottare una pecora. Su questo sito un intraprendente pastore sardo offre la possibilità di adottare a distanza, per un anno, una pecora del suo gregge. Si sceglie il nome, si riceve la sua foto (dove in bella vista c’è il collare di cuoio personalizzato così non si rischia di mettere nell’albun di famiglia un altro ovino) e arriva a casa anche un manufatto creato con la lana dell’ adottata. Last but not least, si potrà avere anche un bel cesto con i prodotti caseari ricavati dal latte della bestiola.

Ecografie e domande imbarazzanti


L’ultimo must-have, l’oggetto di culto per le mamme in attesa è AngelSounds: un ecodopler fetale a ultrasuoni che dà la pssibilità di registrare e ascoltare i battiti del cuore del proprio bambino, dalla 12ma settimana. Si può acquistare in farmacia a 59 euro oppure on line a “soli” 82. E’ l’ultima frontiera del lucroso business della gravidanza, dopo l’ecografie a 3D e 4D da eseguire nello studio del ginecologo. In queste sedute, assolutamente non diagnostiche, in un’ora sborsando dai 200 ai 400 euro, mamma e papà possono vedere il loro futuro bambino in immagini piuttosto realistiche. E portarsi a casa un CD di foto o un DVD da mostrare a parenti e amici (vi ricordate la noia di filmini e le diapositive delle vacanze degli altri?) in cui si vede il futuro bebè che sgambetta sereno nel liquido amniotico. Incredibilmente Angelsounds ha avuto la benedizine dell’AGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) anche se da anni la FDA americana ha lanciato l’allarme sull’ecografie eseguite per scopi non diagnostici, soprattutto per il rischio di esposizioni prolungate e di maggiore intensità agli ultrasuoni. Non si sa se possano danneggiare o meno il feto. Ma l’ansia e la curiosità delle mamme in attesa è comprensibile, quand’ero incinta avrei voluto sposare il mio ginecologo per averlo tutto per me: lui e il suo apparecchio doppler.

Undici anni dopo…
Ieri sera ero da sola in auto con Anita che mi ha chiesto spiegazioni sul film Juno, perchè l’aveva incuriosita un manifesto pubblicitario. Le ho risposto che è la storia di una ragazzina sedicenne che rimane incinta e decide di non abortire. Abbiamo parlato brevemente del’aborto (i dettagli necessari), mi ha domandato se le gravidanze di adolescenti sono molto comuni (più da noi o negli Usa?). Poi mi ha chiesto come hanno reagito i genitori di Juno quando lei ha confessato di aspettare un bambino. Ho esitato perchè non ho visto il film e non sapevo bene cosa dire, allora Anita sorridendo ha aggiunto: ”Le avranno detto: era ora!” e ci siamo fatte una risata. Spero che le nostre conversazioni sul sesso abbiano sempre questa leggerezza, perchè ho scoperto che nel parlarne sono imbarazzata come una vecchia babbiona. Tre anni fa, in farmacia Anita ha visto dei preservativi (tipo denim) mi ha chiesto cos’erano e le ha detto che si trattava di cerotti da mettere quando si va a una festa e le scarpe con i tacchi alti fanno male. Solo due anni fa quando me l’ha ri-domandato, in un altro negozio sempre vicino alla cassa (preservativi Benetton multicolore) ho dovuto dire la verità. Vorrei tanto che ci riproduccessimo per partenogenesi.

La maledizione continua

Oramai non passa giorno senza leggere notizie allarmanti su come diventeranno o stanno diventando i nostri figli. Oggi sul Corriere c’era una mezza pagina sul nuovo gioco per le pre-adolescenti, dai 9 anni in poi, l’articolo è stato ripreso dal quotidiano inglese The Telegraph.Il videogioco da fare on-line si chiama Miss Bimbo ed è una roba spaventosa. Le piccole giocatrici si immedesimano in un loro avatar che ingrassa se mangia troppa cioccolata per consolarsi da una delusione d’amore, allora si mette a dieta, può farsi la chirurgia plastica (gonfiarsi cioè “i punti chiave”: labbra e tette) per piacere di più e sposare un miliardario, così non deve neanche preoccuaprsi di un eventuale e futuro precariato. Per essere sempre al top le avatar necessitano di un’alta e assidua manutenzione e così bisogna iniziare a spendere bimbo-dollars, che si possono comprare mandando sms a circa due euro l’uno. Le bambine inglesi e francesi adorano questo gioco: sono un milione le iscritte in Francia e duecentomila le inglesi che hanno scoperto Miss Bimbo solo un mese fa. L’anno scorso una mamma in Francia ha fatto causa all’azienda produttrice di Miss Bimbo perchè la figlia si era “fumata” 200 euro per migliorare il suo avatar, forse un po’ bruttarella. L’ideatore di questo gioco è un web deigner francese di 24 anni, ma vorrei sottolineare che in inglese “bimbo” è la parola che si usa per definire una ragazza tutta curve e niente cervello, quindi direi che già al lancio del prodotto si è cospirato per unire il danno alla beffa. Se Miss Bimbo non è abbastanza delirante si può sempre acquistare Panorama dove c’è una simaptica copertina sui vizi sempre dei nostri pre-adoloscenti: a 10 bevono, a 12 fanno sesso, e le canne, non ho letto, ma penso se le siano rollate già alla materna. Mi sembra che i media sul pre-adolescente maledetto stiano proprio gongolando: da una parte si scandalizzano, mentre dall’altra continuano a proporre Winx, velinismo e come modelli da imitare icone strafatte come Amy Winehouse, Lindsay Lohan e Kate Moss.

La mamma gemella e il bucato fotovoltaico


Ieri ho avuto un incubo e mi sono sognata di essere rincorsa da giganteschi gatti di polvere. Sono un po’ indietro con le pulizie domestiche, anche con il lavoro e con tutte le altre cose che vorrei fare. Avrei bisogno di una giornata di 57 ore. Forse per questo ieri mattina, a colazione, mi sono messa a urlare come una pazza per un futile motivo. Poi ovviamente mi sono vergognata con le bambine e per scusarmi ho raccontato che non ero io l’isterica che sbraitava, ma la mamma gemella. E loro hanno capito. La mamma-gemella infatti è stata negli anni passati la mia amica immaginaria, il capro espiatorio, quella che sgridava, perdeva la pazienza e si arrabbiava quando combinavano qualcosa di storto. Era il periodo in cui Emma citava Lavenga (non so da dove venisse il nome) come la colpevole di tutte le sue marachelle. “E’ stata Lavenga” mi diceva quando rovesciava il latte o rompeva qualcosa. Ogni tanto si guardava nello specchio dell’atrio davanti all’ascensore e diceva: “Oh no! Arriva Lavenga! Speriamo stia buona”. Così con Lavenga era giunta da noi anche la mamma-gemella: il mio dark-side, quella stressata. Di solito la mamma-gemella si palesava alla sera. Invece ieri mattina era già lì all’ora di colazione…se n’è andata solo quando ho letto un articolo veramente illuminante su uno studio che stanno conducendo alla Monash University dello Stato di Victoria in Australia. Questi ricercatori hanno trovato il modo di inserire nei tessuti dei nano cristalli al biossido di titanio nelle fibre naturali come la canapa, il cotone, la seta e la lana. Queste microparticelle permettono di evitare di fare il bucato: reagiscono in presenza dei raggi ultravioletti del sole e decompongono il materiale organico che forma le macchie. Due ore di esposizione pe le macchie di caffè e ben venti per quelle più ostinate come il vino rosso. E si continua a studiare perchè le particelle non sarebbero solo in grado di distruggere le macchie ma anche germi e batteri spezzandone la membrana cellulare. Allora in un prossimo futuro penso che dirò addio al fido prodottino Bio-smacchia, smetterò di caricare la lavatrice e adorerò il dio Sole.

Festa del papà ma anche…

Oggi è la festa del papà e pare che solo a casa mia siamo impreparate. Secondo una statistica di Telefono Blu per questa ricorrenza 12 milioni di papà riceveranno un regalino, soprattutto da figlie femmine, per un totale di 100 milioni di euro di spesa (4% in più dello scorso anno, alla faccia della recessione). Fare un regalo al papà, uscendo dal sentiero del dolcetto, non entrando in quello dell’high-tech e driblando il dopo-barba, è impresa difficile. Quest’anno la cosa più originale che ho trovato è una t-shirt con stampato “papà dal…” per tirarsela ai giardinetti, in vendita su un sito americano.

C’è uno spettacolo teatrale “Le Dieu du Carnage” che è in cartellone contemporaneamnete, con grande successo, sia a Parigi che a Londra. L’autrice è Yasmine Reza, famossima drammaturga francese di origine iraniana, che l’anno
scorso ha anche firmato un libro biografia sull’ascesa di Sarkozy. Tra gli interpreti Isabelle Hupert a Parigi e Ralph Fiennes a Londra. Interessante la trama di questa piece, definita cinica e cattivissima: una coppia di genitori invita nel proprio salotto un altra coppia per discutere di un incidente. A scuola il figlio undicenne di una coppia ha fatto a botte con l’altro e gli ha rotto due incisivi. Invece di trovare un accordo ne succedono di tutti i colori e l’aggressività trionfa. Anche se il papà più lucido riesce a dire: “sono ragazzini e da sempre i ragazzini si picchiano durante la ricreazione. E’ una legge della vita”. Penso che questo spettacolo abbia molto successo oltre per il talento dei suoi interpreti per il realismo della situazione. Succede sempre che in caso di lite fra ragazzi, invece di minimizzare e comprendere, i rispettivi genitori diventino belve sanguinarie, cariche d’odio per la famiglia “nemica”. Spero che lo spettacolo arrivi in Italia e che vederlo faccia bene a tanti.

Sto leggendo un bellissimo e divertente romanzo. L’ultimo di Daniel Pennac che ultimamente aveva un po’ perduto lo smalto dei vecchi tempi ma ora ritorna alla grande, raccontando la storia autobiografica del suo disastroso curriculum scolastico. E’ stato un somaro a scuola: proveniva da una serena famiglia borghese e aveva tre fratelli maggiori scolari modello, ma era ottuso. Da grande poi si è redento diventando professore di liceo. Il romanzo regala una visione del mondo della scuola a 360°: davanti e dietro alla cattedra. Ci sono perle di saggezza adolescenziale, ma anche disgressioni psicopedagogiche e pagine esilaranti.

Un bel film e un po’ di ecologia


Oggi io e le bambine siamo andate al cinema a vedere un film bellissimo intitolato Water Horse che narra, in chiave romanzata, la leggenda del mostro di Loch Ness. Il film è tratto dal libro di Dick King Smith, lo stesso autore di Babe e questo già è una garanzia. Nei trailer di apertura ci siamo dovute sorbire la visione di Scamarcio (con più occhiaie del solito) nudo sul letto che fornicava con la bella di turno. Non mi ricordo il titolo del film, chissenefrega non voglio certo pubblicizzarlo, ma ero molto imbarazzata con le bambine. Anche se avevo calcolato di arrivare venti minuti dopo per sfangare la pubblicità di film inopportuni, qualcosa di sconveniente me lo sono dovuto comunque sciroppare.
“Water Horse” è veramente fatto bene. Emily Watson è la protagonista, fa la mamma del piccolo eroe ed è, come sempre, bravissima. Mi sono commossa fino alle lacrime per la sorte del mostro di Loch Ness. Forse questo non è normale, ma l’andamento del film era talmente coinvolgente che non potevo farne a meno. Quest’estate in vacanza tutti in Scozia a cerca tracce del simpatico mostro marino.

Ho letto su Io Donna un articolo sulle eco-mamme, un’associazione di madri americane, chiamate anche Gorettes, perchè seguono gli “insegnamenti” di Al Gore, ex vice-presidente degli Usa, ecologista, premio Nobel per la pace e autore del documentario Una scomoda verità, sull’inquinamento che ci soffoca. Queste eco-mamme honno abolito l’auto, accompagnano i figli a scuola a piedi o in bicicletta, mangiano solo cibi “locali” che sono stati coltivati nel giro di poche miglia da dove vivono. E, strano ma vero, ammettono la selvaggina solo se il povero fagiano viveva in zona. Non hanno il giardino ma l’orto, ovviamente riciclano tutto e usano solo giocattoli di legno o stoffa. Credono infatti, giustamente, che per salvare il pianeta si debba agire in prima persona e non aspettare le direttive del governo. Sono vegetariana da tempo immmemorabile, non ho mai usato un omogenizzato di frutta per le mie bambine e non sono mai entrata da MacDonald ma queste eco-mamme non mi sono simpaticissime, perchè penso che siano un po’ delle talabane delll’ecologia. Cioè stiano prendendo troppo alla lettera i loro precetti: ad esempio, non usare l’auto quando si hanno dei bambini piccoli e magari infuria il brutto tempo, significa anche farsi del male. Arriva un giorno in cui si è così frustrate da rinnegare tutto. Negli anni ho incontrato amiche “fulminate sulla via di Damasco” che compravano tutto biologico, si curavano con l’ayurveda e cucinavano intrugli malefici. Però è durato poco. Perchè l’approccio era troppo radicale. Questo temo per le eco-mums, infatti l’articolo su Io Donna si conclude descrivendo anche il pericolo dell’eco-ansia, o meglio ecoanxiety, la sindrome che ti fa temere di non essere abbastanza verde. E allora sono veramente guai e infatti è nato una nuova branca della psicologia, l’ecopsycology che viene curata con l’ecotherapy, una delle massime esperte è la psicologa Linda Buzzell che gestisce appunto questa rivista trimestrale on-line.

L’incubo dei compiti

La notizia era ieri sul Corriere della Sera, ripresa dal Daily Mail: gli scolari inglesi da una ricerca del’Unicef sono risultati i più infelici, al 21mo posto mentre gli italiani sono piuttosto sereni: stazionano a metà classifica. Secondo l’Associazione degli Insegnanti questa infelicità può essere causata dai compiti a casa che “aumentano la pressione sugli studenti e non migliorano l’istruzione”. E così i membri di questa associazione stanno valutando la possibilità di abolirli. I bambini sono stressati dalla mole di compiti che creano anche discriminazione: quelli con i genitori più istruiti e disponibili riescono a farli bene perchè seguiti da mamma o papà. Mentre gli altri, abbandonati a se stessi, perchè i genitori non hanno tempo nè voglia, non fanno i compiti o li sbagliano. E una volta a scuola fanno figuracce con gli insegnanti e vengono redarguiti. Sul Daily Mail ho scoperto che anche David Beckham, non certo famoso per il suo intelletto, ha avuto problemi a seguire nei compiti di matematica il figlio Brooklyn quando questo aveva solo sei anni e ha dovuto chiedere aiuto alla Spice. Ieri in una riunione di classe (sono purtroppo rappresentante nella classe di Emma) ho approfittato della notizia per chiedere alle maestre un parere sulla decisione dei colleghi inglesi. Apriti cielo: i compiti si fanno e non si riducono. Ma i genitori hanno l’obbligo di seguire e aiutare i pargoli? Solo controllarli, mi è stato risposto gelidamente. Con Anita mi è andata di lusso: ha sempre provveduto autonomamente. E infatti adesso che devo rincorrere Emma con diario alla mano per sapere cosa deve fare, la mia primogenita mi guarda accusatoria e mi dice: “Perchè l’aiuti? Con me hai studiato solo le conifere!”. E’ vero. Infatti ora sulle conifere sono molto preparata e quando andiamo in montagna sfoggio la mia cultura. All’inzio avevo provato ad abbandonare Emma al suo destino, ma al momento del bacio della buonanotte, prima di chiedere gli occhietti e abbandonarsi serena sul guanciale stringendo il suo pupazzo, troppo spesso capitava che lanciasse un grido lancinante: “Ho dimenticato di colorare! Dovevo studiare la poesia”. Si metteva a singhiozzare disperata e allora io facevo le ore piccole a colorare fotocopie in bianco e nero. Dovevo anche farlo in un certo modo, “però non troppo da mamma, altrimenti le maestre se ne accorgono”. Ho anche scritto un sacco di giustificazioni sulle poesie non imparate. Altre volte dimenticava a scuola proprio “quel quaderno”, indispensabile per i compiti. Altre volte, la domenica sera, quando stava per chiudere lo zaino, si buttava a terra lanciando un acutissimo un grido di dolore (come le comari che in meridione erano pagate per piangere ai funerali) e tra le lacrime gridava: “Non ho finito le schede!”. E allora via con una bella sgridata e un’altra vergognosa scusa scritta sul diario. Per questo i genitori odiano i compiti e su sul tema fra le mamme e le maestre è da sempre guerra fredda, anzi glaciale. Sempre ieri alla riunione di classe un’altra maestra ha sentenziato, per liquidarmi: “I compiti indicano il metodo di studio, chi l’impara andrà bene dall’elementari fino alle superiori”. Sottintendendo: altrimenti ciccia, sono cavoli vostri, cari genitori fannulloni!

E’ solo una questione di ossitocina?

Su “D” il supplemento di sabato de “La repubblica” c’era un articolo molto interessante su un libro The Sexual Paradox: Men, Women and Real Gender Gap della psicologa americana Susan Pinker. L’autrice sostiene, provocando molte polemiche, che l’impossibilità delle donne di “avere tutto” (carriera & famiglia felice) è soprattutto una questione di ormoni. Certo le condizioni cuturali e sociali influiscono, ma in fondo le donne non vogliono la carriera clonando il comportamento maschile perchè sono “ripiene” di ossitocina e prolattina. Il primo ormone ha dei picchi durante la gravidanza, l’allattamento, il parto, l’orgasmo e anche quando ci si bea degli abbracci e delle coccole ai propri cuccioli. La prolattina si attiva “a manetta” durante l’allattamento e potenzia la voglia di nutrire e proteggere la prole. Questi ormoni hanno anche un effetto euforizzante e anestetizzante sulle donne e le rendono più inclini all’accudimento. Anzi aiutano ad essere più recettive nei confronti del prossimo, a provare empatia a leggere le emozioni sul viso degli altri. Mentre il testoterone, secreto in maggioranza dagli uomini, può alterare alcune connessioni neuronali legate all’interpretazione degli stati emotivi del prossimo.
(Vi viene in mente qualcuno di sesso maschile che conoscete bene?).
Le storiche femministe americane sono insorte davanti a questa teoria per loro svilente. Io credo nella potenza degli ormoni ma anche all’impossibilità di conciliare tutto se non si hanno, oltre a delle superpalle, molti vantaggi di partenza. Di solito sui quotidiani quando c’è il servizio “super mamma in super carriera” si intervistano Marina Berlusconi e Jonella Ligresti. Chissà perchè.
Un’altra cosa carina che ho letto, ripresa da un articolo del New York Times, riguarda sempre la differenza fra i sessi: ora negli States, in California, ci sono corsi, tenuti da tutor da 100 dollari all’ora, che insegnano ai ragazzini maschi delle medie a tenere in ordine fogli e appunti nel loro zaino della scuola. I ragazzi, essendo maschi, non sono multitasking (non possono fare/pensare più di una cosa alla volta) perciò il tutor li aiuta a catalogare e dividere a seconda delle materie. A organizzare in maniera più logica la loro borsa per la scuola. Da questo a imparare a trovare camicia e calzini nel cassetto del comò il passo può essere breve.

Festa di compleanno 2

Un freddo polare ha accompagnato tutto il nostro week-end fuori porta. Emma, sabato, era insopportabile: la gelosia per il compleanno della sorella l’ha fatta regredire allo stadio di treenne problematica. Appiccicosa come una cozza. Il momento magico di questo semi-tragico fine settimana è stata però la scoperta dei Giardini di Sigurtà, un meraviglioso e gigantesco parco botanico sulle rive del Mincio. In altre parole l’unica attrazione per famiglie aperta nella zona. Si può visitare a piedi, in golf-cart (come abbiamo fatto noi) o meglio ancora, se il tempo lo permette, in bici. A noleggio ci sono modelli per tutta la famiglia: dalle piccole con le rotelline di supporto a quelle con il seggiolino porta bebè. Nel parco si scoprono laghetti, piante officinali, fiori meravigliosi, luoghi per picnic, daini e simpatiche caprette tibetane da sfamare con il fieno. La razza è quella dei pashmina e con il freddo che faceva ho avuto anche la tentazione di rubarne una per farmi una sciarpetta. Poi siamo stati a Verona e abbiamo visitato l’Arena, e menomale che qualche settimana fa abbiamo visto Asterix alle Olimpiadi, così l’antico monumento romano ha potuto essere apprezzato anche dalle mie infreddolite bambine. Anita comunque era abbastanza di buon umore perchè abbiamo anche trovato, aperto, un negozio che vendeva abbigliamento per skate-board e ha comprato tre spilline. Poi tra i regali del compleanno ho ricevuto un libro che l’ha particolarmente divertita: Diario di una schiappa, storia di un ragazzino figlio di mezzo e perciò negletto che, proprio come in un vero diario con disegni e scrittura infantile, racconta le peripezie quotidiane di un dodicenne che deve affrontare il mondo.

Festa di compleanno


Domani è il compleanno di Anita: 11 anni. Emma le ha detto con un ghigno: “Adesso non sei più una bambina” e Anita ha risposto che si rimane piccoli fino a 14 anni. Vedremo. Di solito i compleanni non mi colgono impreparata. Anzi. Ho sempre esagerato: party in ludoteca, clown come animatore, laboratorio con i burattini, caccia al fossile, mago-party e via a sperperare. Inviti creativi. Torte bellissime con panna, meringhe e pan di spagna, abbellite da disegni quasi da Cappella Sistina, versione cartoni animati: Biancaneve, Pippo, i dalmata de La Carica dei 101, Shrek, ecc. Soldi buttati perchè ai bambini queste torte troppo sofisticate non piacciono e le mamme sono a dieta. Due anni fa, mi sono fatta furba e ho cominciato a comprare al supermercato la busta al cioccolato che per trasformare in torta basta versare in una terrina e mettere in forno. Si aggiungono sopra gli smarties e le decorazioni di zucchero (che di solito non si attaccano, ma qualche volta sì) e Anita è felice. Divora la sua fetta. Quest’anno avevo deciso di festeggiare il gran giorno a Gardaland. Non ci siamo mai stati ed era giunta l’ora. Ho prenotato anche per dormire in un agriturismo della zona. Organizzazione perfetta per sentirmi una brava mamma. Peccato che l’altra sera mi telefoni la madre di un’amichetta per invitare Emma a un compleanno proprio domani. Le dico che non possiamo accettare l’invito perchè andiamo a Gardaland e lei mi ricorda che è chiuso, apre il 19 marzo. Non volevo crederci. Dopo una giornata di panico e una figuraccia con Anita, abbiamo deciso di andare comunque in gita… e promesso di cercare delle rampe per far fare skate-board (l’ultima mania di Anita)…Gardaland è rimandata alle vacanze di Pasqua.

Dal Catalì Cammello a Shaggy


Quando ero incinta di Anita, prima di finire in ospedale e rischiare di perderla, ero un po’ presuntuosa (anche cretina) e pensavo che avrei parlato a mia figlia in inglese sin da subito, tanto per metterci avanti…Poi nella notte della grande strizza, quando ero in sala travaglio e stavo per partorire, sono ridiscesa con i piedi sulla terra e mi sono ripromessa, se le cose fossero andate bene, di evitare stupidi snobismi/bilinguismi. Però l’idea dell’inglese mi è rimasta e così verso i sei mesi ho cominciato a farle ascoltare in auto nursery rhymes, le canzoncine in inglese per i bebè. Un pizza mostruosa, soprattutto quelle dedicate ai più piccoli, ma una bella figlia poliglotta valeva il sacrificio! Poi siamo passate alle melodie di Winnie Pooh e sono stati anni molto bui. La voce del simpatico orsetto può essere letale. Dopo è arrivata Emma e abbiamo continuato con le nostre colonne sonore ad hoc in ogni tragitto in auto. C’è stato anche un breve momento dello Zecchino d’oro, gettonatissimo il Catalì Cammello. Poi un bel giorno ho deciso che eravamo pronte per un’evoluzione e abbiamo traghettato verso i Beatles e siamo felicemente arrivate al rock’a billy e un po’ di Elvis (che amavo molto in gioventù). Le ragazze non hanno fatto una piega, a parte canticchiare in un inglese maccheronico “Be bop a hula” e “Lucy in the sky with diamonds” e litigare per chi doveva aggiudicarsi il brano. Finchè non hanno sentito un CD di Shaggy e avuto un’illuminazione. “It wasn’t me” che racconta di come lui beccato a fare sesso sul pavimento del bagno con la vicina di casa, si dichiari innocente dicendo: “Non sono stato io”, le ha letteralmente conquistate. Adesso amano il rap e la capacità di capire l’inglese mi si ritorce contro…così ho cominciato a comprare le colonne sonore dei film che abbiamo visto. Il più recente è quella di “Alvin Superstar” dove gli scoiattoli hanno una vocetta che perfora timpani e nervi, ma almeno si mantengono casti.

Un libro e un po’ di biografia

In questo periodo i prematuri sono di moda (sic!) quasi tutti giorni ci sono articoli sui maggiori quotidiani che riguardano questi piccoli nati troppo presto. Su La Repubblica, se ne parlava ieri e anche oggi (ma gli articoli non sono on-line e non posso “linkarli”). Sul settimanale Oggi di questa settimana c’era un servizio con storie e foto, tutte a lieto fine fortunatamente. Questi neonati sono al centro dell’attenzione perchè a causa delle legge 194 vengono “sfruttati” anche politicamente con polemiche che fanno molto male alle mamme che hanno vissuto in prima persona un parto prematuro. Le statistiche dicono che negli ultimi dieci anni nei paesi industrializzati il numero dei prematuri è aumentato del 20% (le cause sono varie ovviamente e non facili da catalogare). In Italia le unità di terapia intensiva neonatale sono solo 120. Vengono considerati prematuri tutti i bambini nati prima della 38ma settimana. Le mie figlie sono entrambe premature perchè ho avuto un tumore al collo dell’utero (papilloma virus, anche questo ultimamente molto di moda) e me ne hanno tagliata via una fettina, quindi è più corto. E le mie gravidanze erano a rischio. Non ho voluto fare il cerchiaggio, perchè consideravo la percentuale abortiva troppo alta, così con Anita sono finita all’ospedale rischiando un parto prematuro alla 29 settimana. Poi sono rimasta ferma immobile (con la puntura di surfattante per aiutarla a sviluppare i polmoni nel caso le cose fossero andate male e fosse nata subito) e “vasosuprinata”. E’ nata alla 36ma settimana. Con Emma invece sono stata più fortunata: è nata alla 37ma settimana sana e con il peso giusto. Tra le due c’è stato un aborto spontaneo, alla nona settimana, ma quello rientrava tra il 30% delle statistiche. Con questo curriculum ho apprezzato parecchio un libro di Valeria Parrella che racconta l’avventura di una madre alle prese con una drammatica nascita prematura. Questa giovane scrittrice napoletana riesce a mischiare drammaticità e ironia in modo magistrale e coinvolgente. Racconta i difficili rapporti comunicativi con i medici dell’ospedale, la complicità che si instaura con le altre mamme della terapia intensiva, il senso dell’umorismo che a volte esplode anche nei momenti meno adatti. E anche l’invidia che ha giustamente provato per le mamme con una bella e facile gravidanza fisiologica.

Un sogno irrealizzabile 2

E’ un sequel del post precedente. Sempre sullo stesso tema: il desiderio di non essere più un animale da soma. Non esagero, infatti la seconda parte del problema riguarda il trasporto quotidiano delle borse da ginnastica delle bambine (basket, nuoto e acrobatica), gli zaini della scuola che sono sempre pesantissimi e soprattutto la spesa. Nonostante la faccia on-line, c’è sempre qualcosa che dimentico e così devo integrare. E magari aggiungo qualcos’altro e insomma sono sempre stracarica. Quattro, cinque borse pesanti da trasportare ogni volta che arrivo a casa. Poi mi specchio nel vetro del portone, mi compiango e ripeto che è ora di smettere. Di mangiare? Di mandare Anita ed Emma a scuola? A fare sport? Non ho ben chiaro quale sarà la prima rinuncia ma nel frattempo ho deciso di boicottare borse e sacchetti di plastica. Dopottutto lo fanno anche in Cina, paese che riguardo all’inquinamento non ha certo una buona reputazione. Mi presento al super con sacchetti di cotone dalle forme scomode, regali di Natale (con disegni di fiori, leoni, stelle, scimmie e Babbi Natale con i colori stinti e sbavati perchè ogni tanto li lavo) creati delle bambine quando erano all’asilo. Ne devo portare anche cinque o sei perchè sono piccoli e non ci sta nulla. Oppure uso borse di carta che nel 99% dei casi si rompono prima che riesca a portarle in casa. Ma sono ecologiche. Lo penso per consolarmi mentre le carico in ascensore. Ci vogliono 1000 anni per distruggere una borsa di plastica in natura, neanche la strega più crudele delle favole avrebbe pensato a un incantesimo così lungo, di solito maledicono solo per 100 anni! E le povere tartarughe marine muoiono soffocate dalle borse di plastica lasciate in mare, perchè credono che siano meduse e tentano di mangiarsele. Perciò oggi sono stata molto contenta quando ho letto questo articolo sulla nuova moda della spesa: compriamo confezioni sfuse, prodotti alla spina. Paghiamo meno perchè non ci sono gli imballaggi. Potrebbe essere la giusta soluzione. Meno confezione, meno peso, meno inquinamento. Possiamo provare a comprare il latte alla spina, basta organizzarsi. Poi ci sono i pannolini ecologici per i bebé e secondo alcune fondamentaliste anche degli assorbenti si può fare a meno. Quest’ultima ipotesi mi sembra un po’ invasiva ….

Un sogno irrealizzabile

I have a dream. Una cosa molto modesta confrontata con quello di Martin Luther King, che comunque rimane per me a livello di sogno e sembra avere pochissime possibilità di avverararsi. La mia ambizione sarebbe quella di non uscire sempre carica come un mulo e poter ostentare borse piccole, carine e inutili. Lo so che adesso vanno di moda super-bag capienti, piene di borchie, cinturini, frange, tasche che costano un occhio della testa e in teoria potrebbero aiutarmi a trasportare la casa. Ma non me ne frega nulla: voglio una borsa piccola dove non ci stia nulla. Tutto è iniziato quando ero incinta di Anita ed è stata lanciata la borsa Baguette di Fendi non è che mi piacesse molto (troppo rigida e a volte anche in colori irritanti) ma era piccola e quindi impossibile e super-desiderabile per una neomamma. Un oggetto proibito e tanto agognato. Ho capito presto che per me non c’era più scampo: le borse dovevano essere enormi, per contenere pannoloni, salviette umidificate, cambio, biberon ecc. Mi sono subito rifiutata di usare quelle tristi borse in stoffa en-pendant con la carrozzina (si vedono mamme provate che le usano anche quando il pargolo ha già tre anni, perchè sono troppo stanche anche solo per pensare a un’alternativa) e ho optato per uno zainetto. Scelta incauta perchè lo zainetto non era abbastanza capiente e quindi veniva abbinato a un’anonima borsa di plastica, di solito nascosta sotto la carozzina o il passeggino. Poi il tempo è passato ed è arrivato il pericolosissimo momento della banana: frutto all’apparenza innocuo e comodo da portare con sè per la merenda, nutriente e ricca di potassio, ma molto infido. Infatti mettevo una banana gialla e soda in borsa ma dopo poco più di un’ora ritrovavo un vegetale marrone e spiaccicato sul fondo. Poi c’erano i biberon d’acqua che si stappavano e allagavano e altri simili incidenti. Poi è nata Emma e tutto è ricominciato da capo, anzi è raddoppiato e peggiorato, perchè oltre al survival kit da bebé dovevo trasportare con me l’essenziale per l’intrattenimento di Anita (libri, pennarelli, pupazzetti, crackers e affini), che non era per niente contenta di dividere mamma e borsa con un piccolo alieno urlante. A volte guardo le foto delle mamme vip, in posa con figli e borse firmate e costosissime mi chiedo se dietro al sorriso stereotipato di Gwyneth Paltrow si nasconda la preoccupazione di trovare la banana adesiva e appiccicosa sul fondo della sua preziossima Balenciaga. Potrebbe anche essere probabile perchè lei è molto green e macrobiotica e darà senz’altro ai figli merende di frutta. Ma non credo che rischi: penso che le provviste per i cuccioli le trasporti la tata rimasta fuori foto. Adesso le bambine sono grandi e in teoria il mio sogno potrebbe trasformarsi in realtà, ma penso sia il karma di ogni madre quello di avere sempre una marea di cose da trasportare. La bottiglietta d’acqua perchè Emma ha sempre sete e non possiamo sempre fermarci in ogni bar, magari uno snack perchè non si sa mai, un libro perchè Anita legge sempre, un po’ di Geomag perchè Emma lo lascia sempre ovunque. E poi elastici, mollettine, disegni, kleenex usati, cioccolata scartata e spray contro il mal di gola. Devo ammettere di aver acquistato recentemente un paio di borse piccole, molto graziose, che pensavo di usare quando esco da sola. Non è mai successo: soldi buttati. Perchè anche le più incaute sanno che cambiare borsa è una delle attività più pericolose del mondo femminile. Metà delle cose essenziali spariscono misteriosamente. Meglio non sfidare la sorte… mi tengo il sogno sospeso ancora per un po’.

Torna Cicciobello


Si è appena conclusa a New York “Toy Fair 2008” la più grande esposizione mondiale dl giocattolo, la manifestazione da cui nascono le tendenze e i sogni natalizi di tutti i bambini del mondo. Ovviamente manipolati dai grandi produttori di giocattoli. Per le mamme che vogliono portarsi avanti con lo shopping natalizio: le notizie da tenere in considerazione sono che nonostante l’avanzare della tecnologia, stanno tornando nell’immaginario infantile anche i giocattoli tradizionali, quelli che hanno un feeling umano per i nostri piccoli. Grande eroe di questa rentrée è il nostro italianissimo Cicciobello, che continuerà a allenare lo spirito materno di accudimento delle nostre figlie. Questo bambolotto è un vero best-seller: in Italia negli ultimi mesi ne sono stati venduti un milione di esemplari. Peccato che però appena crescono abbastanza le bambine vengono rincitrullite con MyLife un videogioco tascabile in cui le nostre piccole potranno inventarsi un avatar (nel genere Barbie/Winx/Bratz) e giocare andando in piscina, discoteca, in spiaggia. E magari dopo questa vita scintillante, crearsi una famiglia. Non vorrei ripetermi e mi scuso per essere autoreferenziale, ma il mio commento a questa console rosa da ragazze è uguale a quello scritto un po’ di tempo fa nel post “tette di calzino”. Stanno meglio i maschietti che, secondo i produttori mondiali di giocattoli potranno desiderare l’isola dei Gormiti con tanto di vulcano, il forzuto e verde Hulk che sarà il personaggio dell’anno e, per i più tradizionalisti, anche la vecchia, amata e tranquilla Playmobil.

1 69 70 71 72 73