Per chi suona la campanella

Anita domani finisce le elementari: alla sera ci sarà la cena di commiato con le sue maestre e mi è stato chiesto di aiutare a inventare un testo per il biglietto di saluto alle insegnanti. Il finale della composizione mi ha fottuto. Ho scritto: “…per affrontare al meglio una nuova fase della nostra vita” e ho cominciato a singhiozzare in maniera incontrollata. Ho capito che non sono ancora pronta per digerire l’idea che il mio ex-feto (che oggi è alta quasi quanto me e porta il 38 di scarpe), presto entrerà in un mondo di bullismo, baby-gang e altre nefandezze adolescenziali. Devo fermare la campanella!

Veline fotovoltaiche

Ieri sera c’è stato il saggio di ginnastica acrobatica di Emma e Anita. Non si sono spaccate l’osso del collo e questo è stato un buon risultato. Per vederle però abbiamo dovuto assistere a un bel tre ore si spettacolo: il nostro saggio era diviso in due parti, sadicamente erano una a inizio e una a fine serata. A parte il karate e le bambine piccole che facevano danza classica, il resto delle coreografie erano una brutta copia di quelle che trasmette la TV commerciale: piene di ammicamenti di ballerine/veline wanna-be. Questo schema applicato a ragazzine di dieci anni era veramente triste e desolante.
Ma il mondo va così, tanto un’azienda giapponese di lingerie ha appena lanciato sul mercato il prototipo di un reggiseno rivoluzionario, il balconcino fotovoltaico. Oltre a svolgere il suo ruolo più tradizionale, questo articolo di corsetteria ha applicato sul torace un panello solare che permette di caricare cellulare e iPod. Ci sono anche sacche di plastica che possono essere riempite di acqua da bere con la cannuccia, per evitare di usare le bottigliette di plastica che inquinano. Il reggiseno è infatti “verde”, prodotto in cotone ecologico. Per ora non è ancora sul mercato perchè ci sono purtroppo dei particolari tecnici da perfezionare: il balconcino non può essere indossato sotto ai vestiti perchè perde il suo potere fotovoltaico e soprattutto non deve essere lavato, perchè i cavi del carica batteria sono integrati nel tessuto. Ma è meglio avere la biancheria pulita o il cellulare carico?

The day after

Credevo di non farcela. L’atmosfera da The day after a casa mia è continuata anche dopo una settimana. Non vorrei apparire troppo presuntuosa paragonando il mio appartamento dopo il trasloco a un paesaggio devastato dai missili, ma giuro che non sto esagerando troppo. Caos e polvere ovunque e dopo poco anche il gioco del memory viene a noia: ho visto lo scatolone delle pentole là, ma ora non c’è più, dove sarà quello delle posate? In queste situazioni immobiliari le relazioni umane, anche le più amorevoli, si logorano come non mai. Il momento più tragico è alla mattina, il classico pre-scuola. Quando tutto dovrebbe rollare come una consolidata routine e invece…ciccia. Una domanda all’apparenza innocua come: “Dove hai messo lo zucchero?” può dare origine a un divorzio. La dolcezza dell’istinto materno si estingue per lasciar spazio a un’indole “squisitamente” franzoniana (sì, sono sempre stata colpevolista). Ovviamente maggio è il mese sbagliato per rinchiudere la propria vita in 130 scatoloni. Perchè, come ho già detto, ci sono i saggi, le recite e tutti gli altri simpatici momenti di aggregazione scolastici e non, dove tutti i partecipanti devono mettersi la maglietta rossa, i pantaloni da ginnastica bianchi o la t-shirt verde scuro. Ok, devo ammettere che anche gli altri anni per un ironico gioco del destino non ho mai posseduto la maglietta arancione senza scritte, o quella gialla a maniche lunghe nel momento giusto. Mi sono sempre chiesta se alle maestre appaiono in sogno Dolce & Gabbana per suggerire il look della recita. Ma questa settimana è stato peggio: sapevo di avere una maglietta rossa in uno dei 40 scatoloni etichettati “vestiti” ma in quale?

Illuminazione

Oggi sono diventata post-yuppy e neo-hippy. E’ successo tra uno scatolone e l’altro. Nella pausa caffè ho trovato quest’articolo su La Repubblica che mi ha illuminato. Negli USA è sorto il “movimento della semplicità”: sempre più famiglie si liberano di tutti i loro oggetti inutili per vivere con il minimo indipensabile. Una filosofia meravigliosa per una che deve fare il trasloco. I seguaci di quest’idea vengono definiti appunto neo-hippy/post-yuppy, ho sempre odiato gli hippy e e anche gli yuppy ma pur di uscire viva da questi scatoloni sposerei qualsiasi dottrina. C’è anche un libro della sociologa Mary E.Grisby, si intitola Buying Time and Getting By: the Voluntary Semplicity Movement ed è considerato la bibbia di questa nuova tendenza. Ok, gli americani non possono resistere più di mezz’ora senza avere una nuova filosofia da seguire e forse sono annebbiata dal delirio del trasloco, ma cercare di accumulare e possedere sempre meno mi sembra comunque importante. Quando sono stata recentemente a Londra, una mia vecchia amica americana mi ha invitato nella sua nuova casa: in cucina aveva piazzato orgogliosa quattro forni. Non ha un ristorante e neanche dieci figli. Allora domani le regalerò il libro della Grisby.

Arpa, rose e trasloco


Tanto, tanto tempo fa maggio era chiamato il mese delle rose… ora siamo diventati più realistici e maggio è conosciuto come “l’ammazza-mamme”. In questo mese infatti le madri se non hanno un fisico bestiale e i nervi saldi possono soccombere. E non a causa dei troppi cioccolatini (ingurgitati per la festa della mamma), ma perchè talmente tante sono le cose da fare che anche le più organizzate, a fine mese, agonizzano. La scuola finisce e pure tutti i corsi dove si sono parcheggiati i pargoli e le madri sono invitate a saggi, cene e aperitivi di addio, shopping per regali alle maestre e alle rappresentanti di classe, incontri per capire come funzionano i centri estivi, comunioni, cresime e le più socievoli anche a comunioni e battesimi. A tutti questi simpatici eventi mondani ovviamente non si può nè bere nè mangiare perchè a giugno c’è la prova costume. Quindi quasi nessuna madre è però talmente masochista da pianificare anche un bel trasloco in questo mese letale. Beh, io l’ho fatto. Da una settimana inscatolo, impacchetto e impreco. Martedì arrivano i trasportatori. L’ultimo trasloco l’ho fatto quattro anni fa, ma in un umore molto più nostalgico: ho tenuto un sacco di fuffa inutile. Adesso sono implacabile e mi libero di quasi tutto. Soprattutto le cose degli altri, tanto non mi vedono e potrò sempre negare o usare la vecchia scusa “sarà in garage”. Ieri ho alzato la testa dagli scatoloni e ho goduto di un’ora d’aria. Ne ho approfittato per portare Anita e una sua amichetta a un pomeriggio musicale dedicato all’arpa. Questo strumento sta tornando molto di moda fra le ragazzine. Una mia amica fa parte di un’organizzazione di genitori che cerca di diffondere questa passione e ci ha invitato al saggio. Nel presentare le giovani artiste la mia amica cercava anche di convincere i genitori presenti che l’arpa non è poi uno strumento così scomodo e strano: in casa si può trattare come l’asse da stiro e nascondere di fianco a un armadio. Tutti si sono divertiti ma non la maestra d’arpa che è insorta, inorridita, dicendo che l’arpa in casa deve avere un posto d’onore ed essere guardata, o meglio, ammirata. Le piccole musiciste comunque, al di là dell’infelice gemellaggio arpa-asse da stiro, hanno dato il meglio di sè e io sono tornata ai miei scatoloni di buon umore: ho ammucchiato tante cose inutili, ma l’arpa finora l’ho sfangata.

It’s a skate world


Rampa da skate al Parco Lambro. “Sei regular o goofy?”, ha chiesto un bambino a Emma, squadrandola dall’alto al basso. Lei fortunatamente non si è messa a piangere, ma ha guardato speranzosa la sorella maggiore, in cerca di spiegazioni. “E’ regular” (non è mancina) ha risposto Anita. Allora il ragazzino che, a bordo rampa, che stava spiegando a Emma come provare a fare “ollie” si è chiarito ogni dubbio. Ieri pomeriggio una mia amica ed io siamo approdate in questo paradiso degli skaters, con i figli bardati come guerrieri mediovali con mille protezioni: caschi, ginocchiere, para-gomiti e anche para-mani per Emma. Sulla rampa gli altri skaters, casual nell’abbigliamento e molto navigati, ne facevano di tutti i colori: salti, volteggi, acrobazie e inevitabili scontri. Frontali ma anche laterali. Il ragazzino che ha rivolto la parola a Emma era piuttosto loquace e spiegava orgoglioso: “Quello si è spaccato i denti, l’altro è svenuto, io mi sono quasi slogato una spalla, quella ragazza là in fondo ha ripreso oggi perchè l’ultima volta si era rotta due dita”. Un vero bollettino di guerra. Quasi da decidere di regredire e tornare sulle molle a paperella del parco giochi davanti casa. Troppo tardi: le bambine erano “scese” nella rampa. Mentre i figli della mia amica si lanciavano da coraggiosi irresponsabili, le mie sembravano immobilizzate da un paralizzante incantesimo. Poi Anita, in cima a una discesa, ha timidamente chiesto: “Posso andare io adesso?”. Con sufficienza un maschietto che indossava una specie di pannolone di ferro (para chiappe) le ha risposto: “Certo vai, Barbie!”. Il mondo dello skate non brilla per femminismo. Anita ed Emma erano le uniche due ragazzine in una bolgia di maschi. L’altra donna era la reduce delle due dita rotte. Bravissima. “E’ una giornalista” mi è stato detto. Quindi ho provato doppio orgoglio: corporativo e materno! Fortunatamente non ci sono stati morti e feriti: il ragazzino che ci parlava era forse l’unico adolescente al mondo senza paturnie, i suoi amici (i più fighi della rampa che vanno lì tutti i fine settimana) hanno inspiegabilmente parlato con noi mamme, vecchie babbione. Hanno addirittura svelato tutti i retroscena dello skate world del Parco Lambro. Insomma, al di là della prima impressione un po’ cruenta, abbiamo sperimentato un’atmosfera veramente piacevole. Incredibilmente Emma non ha nemmeno avuto bisogno di andare in bagno. E dulcis in fundo, a un certo punto sono arrivati anche alcuni skater con un rurale impianto stereo per mettere della musica punk a manetta (che mi ha commosso: deja-vu degli anni di gioventù).

Latte alla spina e cattivi pensieri


L’altro giorno siamo stati in Brianza per la solita lezione di equitazione e approfittando del bel tempo abbiamo fatto anche una passeggiatina nel bosco. Cammina, cammina, cammina siamo arrivati in una fattoria dove vendono prodotti bio. E abbiamo scoperto il latte alla spina: l’ultima moda della mamma eco-sostenibile. Non potevo certo lasciarmelo scappare. C’era un bel distributore di fianco alle stalle: abbiamo comprato due bottiglie di vetro e cacciato un euro e 20 centesimi nell’apposita fessura e il latte, buonissimo, è stato nostro. Una grande soddisfazione anche perchè nel frattempo sono uscite dalla stalla le produttrici: Lisa, Pina e Maria, belle frisone con l’aria amichevole. Ci siamo complimentate e Anita ed Emma hanno bevuto un bicchiere (c’era anche il distributore di quelli in plastica) alla loro salute. La buona notizia è che i distributori di latte alla spina oramai sono piuttosto diffusi e anche a Milano si può comprare addirittura in panetteria e dal fruttivendolo.

Ora cambio bruscamente settore merceologico: dal latte all’abbigliamento e all’oggettistica. Il grande magazzino Coin è stato recentemente rinnovato e fra i nuovi spazi c’è Paradise Lounge, un angolo che vende lingerie maliziosa e altri accessori da boduoir, e si ispira ai negozi trendy di questo tipo come Agent Provocateur di Londra. Chi lavora a Milano in mezzo a questi oggetti? Una mamma della nostra scuola. E neppure una delle più “taccate”, ma una signora assolutamente insospettabile.
Le mamme “taccate” le ho sempre commiserate, non solo per la scomodità delle loro calzature ma anche per gli ammicamenti e i sorrisi ai vigili che aiutano i bambini ad attraversare la strada davanti alla scuola. Invece ultimamente mi sono dovuta ricredere. Un mesetto fa, ho letto una “breve” nella pagina milanese del Corriere della Sera: “Mamma accompagna in pigiama il figlio a scuola in auto e viene fermata e successivamente multata dal vigile che le chiede i documenti”. Ovviamente, la poveretta (a cui va tutta la mia simpatia) era di fretta e oltre a essere in pigiama era anche senza borsa. proprio per questo il vigile l’ha multata? Non gli aveva sorriso abbastanza nei giorni/settimane precedenti? Oppure dopo troppi sorrisi erano in rotta e lui (vigile) si è vendicato?

London Calling 3

Ultima puntata…
I musei a Londra sono gratis, hanno attività didattiche per i bambini e dei meravigliosi negozi dove si comprano cose divertenti e intelligenti. Quindi anche questa volta siamo andati a visitare Science Museum e Natural History Museum, si trovano entrambi a South Kensington. Emma era particolarmente recettiva ed eccitata: faceva quindicimila domande al minuto, tutte al papà che (thanks God) è l’esperto sia di scienze che di antropologia. Quesiti che spaziavano dal Lem, modulo di allunaggio del razzo ai crimini di Jack lo squartatore. Quindi mentre mio marito era provatissimo per me sono state visite spensierate. A livello di catering a Londra sono migliorati parecchio, mentre vent’anni fa allo zoo avevo mangiato una fetida mince-pie, tortina di carne, probabilmente ripiena di ragout di pipistrello andato a male, ora nei buffet dei ristoranti per famiglie nei vari musei è un trionfo di insalatine, piatti esostici e frutta buona, meglio che quella di Milano (non è difficile). E anche le confezioni sono accattivanti: per i bambini ci sono i lunch box colorati con disegni di dinosauri &co. Abbiamo anche fatto una puntatina nell’East End, da me pubblicizzata alle bambine come la vera Londra, dove si parla cockney, l’accento inconfondibile della working class. Ovviamente non è più così e al mercato dei fiori di Columbia Road, in zona Shoreditch, era pienissimo di turisti italiani.

London Calling 2


Un’altra tappa della nostra vacanza londinese sono stati i giardini di Kew Gardens: bellissimi, vastissimi e super esotici per essere solo a sud di Londra. Qui le bambine hanno potuto ammirare la palma più alta del mondo, hanno giocato nello spazio chiamato Climbers and Creepers dove sono replicate in versione plasticosa tutte le attrazioni di Kew. Certo questi giochi sono pensati per bambini fino ai nove anni e Anita era un po’ fuori target. Ma si sono divertite tutte e due, anzi hanno fatto amicizia con un piccoletto inglese sui tre anni: lui era molto loquace e il livello della converazione in inglese era un po’ scarno e perfetto per le mie bambine. Un’ altra utile lezione di inglese è venuta dalla tv: le trasmissioni mattutine della BBC per i più piccoli sono sempre state fantastiche. Così divertenti che le guardavo anche quando era una single ed ero lontanissima dall’idea di riprodurmi. Ogni tanto i simpatici presentatori di questi children shows si fanno arrestare e finiscono sui tabloid per possesso di cocaina ma tra una riga e l’altra il loro mestiere lo fanno bene. Alla mattina in albergo quindi Emma guardava un po’ di tv ed era incantata da questa trasmissione dedicata i bambini sordomuti (da noi tutti se ne fregano di chi ha qualche handicap) dove parlavano molto lentamente e così lei poteva capire. Una mia grande e soddisfacente scoperta londinese sono stati i giornali gratuiti del pomeriggio che distribuiscono fuori dalle stazioni della metroplitana. Il primo giorno li ho accettati con un po’ di snobismo giornalistico poi invece mi hanno catturato: ci sono tutte le notizie calde-calde della vita cittadina e anche qualche approfondimento. Un esempio? Grande scoop sulle creme anti-age. Ok, ho già scritto che l’antiemorroidi toglie le borse sotto gli occhi, ma adesso ho scoperto che la crema anti-arossamento da pannolone è un ottimo antirughe. Non scherzo: in una bella inchiesta sulle creme, del genere “provate e testate per voi”, partivano da Baby Bum Butter del supermercato Waitrose (il più figo tra quelli inglesi dove va anche Liz Hurley) a sole £2.45 che pare faccia miracoli non solo sul culetto dei bebè ma anche sul viso delle mamme, per arrivare invece a quelle da £200, delle multinazionali dei cosmetici super famose, che non garantiscono miracoli.

London Calling


Siamo stati cinque giorni a Londra. Nella mia vita precedente ho vissuto lì un po’ di anni, quindi per me tornarci è sempre molto coinvolgente e nostalgico. Proprio in questa città sono successe tante cose che hanno segnato una svolta nella mia vita. Ad esempio la prima baby-sitter: Anita aveva quattro mesi ed ero andata ospite da una amica che aveva già due bebè ed era una mamma piuttosto navigata rispetto a me. Mi convinse di chiamare una baby-sitter (amica della sua nanny) per un paio d’ore e andare a farmi una nuotata in piscina a Porchester Baths. Affidai Anita, che tranquilla e felice faceva “ghe-ghe”, a questa ragazza e tristissima uscii di casa con la borsa da nuoto. Feci lentamente il giro dell’isolato, circumnavigai la fermata della metropolitana e poi tornai subito a casa perchè allontanarmi troppo mi strappava il cuore. Altri tempi…ora con le bambine posso andare ovunque e infatti Londra un po’ l’avevamo già esplorata nei viaggi precedenti. Questa volta la prima tappa è stata il paradiso proibito di Hamleys, il gigantesco negozio di giocattoli su cinque piani di Regent Street. Un posto senza dubbio pericoloso, per il budget dei genitori. Per uscirne vivi abbiamo pensato di dare alle bambine un tetto massimo di spesa da gestire con i loro risparmi. Hanno entrambe una paghetta e quindi potevano eventualmente spendere e spandere. Emma ha il braccino molto corto quando si tratta di pagare di tasca propria e quindi ha comprato solo un boomerang da £3(in offerta). Anita è più prodiga ma si è lasciata tentare solo dalle carte dei Simpsons (£4.90). Così toccati e commossi da tanta parsimonia noi genitori abbiamo comprato, per loro, un sacco di cose superflue (come sempre). Anita è la compagna di viaggio ideale perchè non ha mai sete e non va mai in bagno, Emma al contrario ha fame, sete, mal di pancia, un taglio al dito, un prurito a una gamba, bruciore a un occhio e soprattutto è una globe-trotter delle toilette. Appena lasciato Hamleys dovevamo trovare assolutamente un bagno e così tra la folla di Oxford Circus abbiamo individuato Mamas and Papas, multistore per mamme in attesa, per approfittare dei servizi e bere un caffè. Il bar di questo negozio era popolato esclusivamente da mamme e neonati. Alcuni strillavano, altri erano attaccati al seno, una bebè molto vispa gattonava indisturbata verso l’uscita del locale perchè la mamma era troppo presa dalla conversazione. In Italia non esistono posti del genere. Che invidia. Da noi andarsi a bere un caffè, in relax, con amiche e pargolo al seguito è mission impossible.
Poi siamo andati a giocare con il boomerang a Green Park e abbiamo incontrato uno scoiattolo molto socievole che amava le patatine fritte e per averne una si lasciava anche fotografare. Cenetta indiana in un ristorante di Mayfair, consigliato per le famiglie dalla guida Time Out for Children, che dovrebbe offrire tutti i consigli su come vivere Londra con i bambini, ma ogni tanto prende un abbaglio. Infatti questo buonissimo ristorante era molto elegante ed esotico. Profumo di sandalo, luci soffuse, i tavoli apparecchiati con un trionfo di candele, bicchieri di cristallo, sottopiatti, fiori e ammennicoli vari, non certo a misura di bambino. Il cibo era speziato e molto elaborato. Emma ha mangiato solo il pane ma non ha rotto nulla, quindi a fine pasto eravamo anche contenti.

Quando le mamme fanno OM


Faccio yoga da dodici anni e ogni tanto mi concedo una fuga dalla vita familiare per partecipare a weekend dove si “pratica” dalla mattina alla sera. Lo yoga è molto di moda e quindi fioriscono scuole e guru in ogni dove. Ho fatto parecchi “cattivi incontri”: classi dove ex-frichettoni cercano di riciclarsi come insegnanti e maestri di vita o altre dove tentano di istaurare una disciplina degna dei marines. Ma oramai sono diventata furba, annuso l’aria aromatizzata di incenso al sapore di sandalo e non mi faccio più abbindolare. Eseguo le mie posizioni (asana) e non chiedo di più. Le mie figlie quando torno da questi seminari mi fanno trovare disegni in cui sono raffigurata in pose acrobatiche quasi da Spiderman e mi incalzano con domande: hai fatto la verticale senza il muro? E il ponte partendo da “in piedi”? Cerco di non deluderle, lavorando un po’ di fantasia ed esagerando le mie gesta, come fanno i pescatori. Comunque a Bologna dove sono andata questo fine settimana c’era questa insegnante americana veramente tosta. Un ex ballerina con un fisico da elastigirl che proponeva delle contorsioni quasi da circo. Piegamenti in avanti tali da potersi quasi far chiudere in una valigia. O almeno questo è quello che veniva in mente a me mentre con la fronte spinta sopra i piedi mi abbracciavo i polpacci da dietro. In altri momenti mentre mi inarcavo fino allo sfinimento (complete bliss/beatitudine completa, chiosava la maestra) pensavo che dovevo chiamare mio marito per dirgli di comprare le uova altrimenti non avrebbe potuto impanare le cotolette per la cena. Nell’intervallo fra le due sessioni giornaliere di pratica ero al telefonino raccomandando di impacchettare il regalo di compleanno per la festa dell’amichetta di Emma a cui andavano ieri pomeriggio, di didisdire la lezione di equitazione perchè pioveva, di finire i compiti e magari se qualcuno gentilmente stendeva anche il bucato che da due giorni mi ero dimenticata nella lavatrice…Poi tornavo a fare vashistasana più serena. Oggi sono tutta indolenzita al limite della paralisi…OM

L’orrore della sposa bambina

Oggi sul Corriere c’è questa notizia allucinante sulla sposa bambina di otto anni, che con grande e tragico spirito di intraprendenza ha chiesto e ottenuto il divorzio dal marito trentenne che la maltrattava e ovviamente abusava di lei. Le immagini che si possono vedere on-line sono altrettanto inquietanti. La bambina che per festeggiare la vittoria, cioè il divorzio, mangia la cioccolata con il padre che l’aveva venduta al marito. Mi fa impressione anche quella in cui parla al cellulare, ma dopo quello che ha passato le onde elettromagnetiche del telefonino o anche l’abitudine a usarlo cosa sono in fondo?
L’altro giorno ho letto un’altra vicenda simile con un altrettanto drammatico lieto fine. Una donna, ora ventiquattrenne, del Niger, anche lei venduta a dodici anni come schiava e poi amante bambina del suo padrone di 39 anni più vecchio, al quale ha dato tre figli, è riuscita ad affrancarsi. Come ha fatto? Il padrone ha compiuto un errore: l’ha sposata. Come donna maritata non era più schiava e allora con grandissimo coraggio ha denunciato il padrone e chiesto aiuto all’associazione nigeriana Timidra per i diritti umani. La via verso la salvezza non è stata facile. Si è fatta anche un po’ di carcere ma ora è libera e rappresenta un esempio per le molte altre vittime femminili nel suo Paese. Inoltre il questo caso, portato a livello di giustizia internazionale potrebbe obbligare tutti i Paesi dell’Africa orientale appartenenti all’Ecowas a prendere provvedimenti definitivi contro la schiavitù che nonostante sia proibita per legge è ancora troppo diffusa.

Multisala adieu

Ho deciso di boicottare i multisala dove prima della proiezione di un blockbuster per bambini (come ho già scritto varie volte a costo di apparire arteriosclerotica) a prescindere dal pubblico infantile in sala, proiettano trailer e pubblicità assolutamente inadeguati. Questa drastica decisione dopo la mia ultima esperienza al cinema. Andrò in sale più lontane da casa ma non voglio subire più il trash di europlex e affini. Perchè fortunatamente ci sono ancora cinema tradizionali, dove gli spettatori bambini vengono rispettati. Nel fine settimana siamo andate a vedere Alla ricerca dell’isola di Nim, il film d’avventura interpretato da Jodie Foster. Al cinema (Plinius) prima di entrare in sala abbiamo preso due “alazasedili” in plastica (che si trovavano impilati di fianco alla porta d’entrata) per permettere ai bambini di vedere meglio lo schermo anche se si è seduti in ultima fila. Il film è iniziato in perfetto orario e non dopo venti minuti di pubblicità demenziale e rumorosa. Anche la trama non ci ha deluso: la storia della bambina un po’ selvaggia che vive in una paradisiaca isola dell’Oceano Pacifico è molto divertente. E dulcis in fundo, pagando il biglietto per vedere questa pellicola si contribuisce anche ad aiutare la sopravvivenza delle tartarughe marine.

Ho letto una notizia veramente da brivido: negli Usa esiste una versione baby di ultimate fighting (una forma di lotta corpo a corpo che assomiglia al wrestling e molto da lontano alle arti marziali) bambini di 6 anni salgono sul ring per darsele di santa ragione e i genitori ne sono orgogliosi. Fa accapponare la pelle ma è vero, per ora i combattimenti fra bambini sono ammessi solo nello stato del Missouri ma si sono già rivelati molto proficui dal punto di vista commerciale e quindi il fenomeno si sta espandendo. Anzi sta per arrivare anche un film che celebra questa moda. I genitori di questi piccoli gladiatori difendono la disciplina dicendo che in fondo non è pericolosa: i bambini indossano protezioni e non sono concessi colpi alle parti basse, testate al petto e botte alla nuca…

Un compleanno, tanto stress e un grande artista

Ieri abbiamo festeggiato il compleanno di Emma (che sarebbe domenica) con un Magoparty al Museo di Storia Naturale. Ero già stressatissima dalla mattina. Nel pomeriggio oltre alla torta e al salame dolce io e Anita abbiamo preparato i dolcetti degli Umpa Lumpa, dal libro Orride Merende, appendice de La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl. I dolcetti sono venuti benissimo ma, sempre citando Dahl, io ero simpatica come la Trinciabue, la cattiva di un altro suo capolavoro, Matilda. Quando finalmente tutte le vettovaglie erano pronte siamo partite per il luogo del raduno con le altre mamme munite di eco-pass e gratta-e-sosta, per fare un lungo torpedone verso il centro di Milano dove si trova appunto il Museo di Storia Naturale. Il tempo malefico e l’acqua a catinelle erano il sadico contorno alla nostra gita. Al Paleolab ci aspettavano le assistenti museali, le due animatrici che avrebbero tenuto quiete, con pozioni e magie, le quindici scatenate invitate. I compleanno-laboratori al museo esistono da circa 3-4 anni e sono sempre più richiesti: stanno diventando la catena di montaggio dei compleanni. Questo forse giustifica l’atteggiamento poco collaborativo delle assistenti che più volte hanno invocato il “regolamento” (non l’avevo letto perchè avevo già fatto nello stesso Museo altri due compleanni della primogenita perciò pensavo di essere preparata). Il regolamento vietava le focaccine, le patatine e anche uno spumantino per i genitori. Dopo un diplomatico accordo l’abbiamo spuntata solo sulle focaccine. Poi c’è stato il momento clou dello spegnimento delle otto candeline dove si solito mi commuovo fino alle lacrime. Invece ieri niente, un bel sorriso tirato e basta. Cosa mi sta succedendo? Lo stress mi ha inaridito il cuore?

Due sera fa, sono stata a una conferenza di Arno Stern, un arzillo artista francese di 84 anni, che da mezzo secolo diffonde la tecnica del closlieu per avvicinare i bambini al disegno. Secondo Stern abbiamo troppi preconcetti che riguardano la capacità e la tecnica di disegno dei più piccoli. Li vogliamo incanalare e guidare in raffigurazioni che sono solo nostre proiezioni. Invece secondo questo artista i piccoli, di tutto il mondo, hanno innata una percezione e una traccia artistica che deve essere espressa liberamente e non manipolata secondo il nostro gusto estetico o peggio interpretata secondo credenze psicanalitiche. Nel closelieu che è la tecnica che Stern utilizza nei suoi atelier, i bambini sono in una stanza (un luogo chiuso) interamente dedicata al disegno, con grandi fogli bianchi da riempire appesi alle pareti. L’adulto che è con loro non li giudica e non li indirizza, si limita ad aiutarli lavando e pulendo i pennelli.

Un Mammut pericoloso



Dopo il fiasco della festa di compleanno di Anita in cui abbiamo programmato una gita a Gardaland, quando il parco era ancora chiuso, ieri c’è stato il dovuto
follow-up.
Siamo tornati nel paradiso del divertimento per mantenere la promessa fatta. Tempo buono, poche file, entusiasmo alle stelle.
Prima avventura Fuga da Atlantide: barcone che navigava in mezzo alla mitica città sommersa (si fa per dire) qualche spruzzo e molte grida quando siamo scesi in picchiata dalle rapide in mezzo rovine di sapore vagamente Maia. Seconda tappa: il Mammut, nuova attrazione di questa stagione. Del gigantesco mammifero c’erano solo le zanne, siamo saliti su un trenino in stile montagne russe che non faceva presagire niente di troppo adrenalinico. E invece….siamo schizzati come razzi e abbiamo cominciato a frullare in stile centrifuga a 2000 giri. Ho chiuso gli occchi e forse non ho neanche urlato, volevo solo morire. Salite e discese del maledetto trenino erano ampliate da scatti del motore che non lasciavano tregua. Le mie figlie si divertivano come matte: urlavano e ridevano. Mio marito sopportava stoicamente, io sono scesa quasi estinta. Proprio come il Mammut, che dà il nome a questa attrazione ma veramente non compare. Appena ho rimesso piede sulla terraferma mi sono accasciata su una panchina semi-morta. Lo stomaco era nelle orecchie e stavo malissimo. Gli altri componenti della mia famiglia mi guardavano affranti: cercavo invano di reprimere i rantoli per non rovinare la giornata di festa.
Nell’agonia mi è venuto in mente un brandello del mio passato. Tanti, tanti anni fa ero una specie di Erode. Non sopportavo i bambini e giuravo di non volere figli. Uno degli aspetti che più diprezzavo di più dell’essere genitori erano proprio le gita ai parchi divertimenti che consideravo una maledizione obbligatoria una volta figliato. Poi il mio orologio biologico ha cominciato a cliccare e ho cambiato opinione sui bambini e sull’idea di riprodurmi. A quel punto ho tentato per un anno di rimanere incinta senza successo, tanto che un giorno, oramai alla frutta, mi sono detta, (anzi ho detto a un non ben identificato essere superiore): “Ok, se riesco ad avere un bambino giuro che andrò anche a Gardaland!”. E sono rimasta incinta. Ma per ben undici anni Gardaland l’ho sfangata (e anche Eurodisney). Quindi forse l’esperienza semi-letale sul Mammut roller-coster è stata come pagare gli interessi per una promessa mantenuta troppo in ritardo….

Sabato invace ho avuto un’esperienza molto più divertente: sono andata dall’estetista e discusso di creme miracolose, inventate cioè per uno scopo e scoperte come taumaturgiche in altri campi. Dalla Strictvectin anti smagliature riciclata alla grande come portentoso antirughe a una preparazione antiemorroidi che pare sia fantastica per far sparire le borse sotto gli occhi. Sembra che la usino soprattutto le donne dello spettacolo. Non stupisce, per avere successo in certi settori la faccia come il… è essenziale.

1 68 69 70 71 72 73