Videogioco contro gli orchi

Un post brevissimo, ma spero utile. Ho appena trovato su La Repubblica questo articolo su un convegno che si terrà domani sul tema della sicurezza della navigazione in rete dei più piccoli. Si parla di bambini dai 7-8 anni in poi. Certo si può usare il parental control, il filtro che permette di bloccare l’accesso a siti non adatti. Ma è importante anche allertare i bambini “a drizzare le antenne” in caso di pericolo. A essere più sicuri di sè, a conquistare l’autonomia di affrontare un piccolo percorso, a fare una commissione senza panico. Da aprile sarà possibie scaricare grauitamente un videogioco che aiuterà i bambini a essere più consapevoli, meno ingenui e a evitare eventuali adescamenti. Secondo gli esperti il videogioco è uno degli strumenti più adatti e facili per far passare qusto tipo di comunicazioni. Il tema è delicatissimo e difficile da trattare. Alle mamme fa venire i brividi solo a pensarlo. Nella cronaca continuano ad arrivare, anche in questi giorni, notizie di arresti di persone super-insospettabili ma coinvolte in questo odioso crimine. Ho sperimentato la difficoltà di parlarne ai bambini: fino a che punto bisogna essere chiari e quando si rischia di terrorizzare? C’è un libro di Alberto Pellai, uscito un po’ di tempo fa ma sempre attuale, che forse può aiutare ad affrontare l’argomento anche con i bambini più piccoli. La comunicazione su questi temi può sempre dare origine a malitesi, a volte molto teneri. A un compleanno, un nostro amichetto non voleva farsi servire una bibita da un papà a lui sconosciuto, perchè la mamma gli aveva raccomandato di non accettare cibo o bevande da estranei.

Paure e insicurezze a go-go

Dopo l’11 settembre Bush, negli USA Bush ha inaugurato la politica della paura. generando ansia e insicurezza nella popolazione per poter governare meglio. Nel nostro piccolo anche noi mamme siamo gestite così dai media: quasi ogni giorno leggiamo notizie che ci rendono più insicure, spesso ci terrorizzano e ci fanno sentire particolarmente vulnerabili. Mettersi in discussione è importante, ma vivere sempre in preda ai timori è letale. Ieri sul Corriere della Sera, nel settore salute c’era un articolo su sostanze inquinanti che come il bisfenolo A, addittivo del policarbonato e i ftatalati (entrambe presenti negli oggetti e accessori di plastica) che sono in grado di alterare l’equilibrio ormonale. Di chi? Di tutti e in particolare dei bebé al di sotto degli otto mesi di vita, che potrebbero subire ripercussioni nel loro sistema riproduttivo. Terrorizzante, come sostiene la prestigiosa rivista americana “Pediatrics” anche perchè queste maledette sostanze, invisibili e inodori, sono tutt’intorno a noi e al mondo dei neonati. I ftalati, materiali aggiunti al PVC per renderlo più malleabile, sono già stati messi sotto accusa tempo fa e trovati soprattutto nei giocattoli made in China, ma si trovano in mille altri prodotti, come cosmetici, articoli per l’igiene dell’infanzia, nella carta da parati, nei rivestimenti delle auto, ecc. Il bisfenolo A invece è usato nei biberon di plastica e si attiva soprattutto con le bevande calde e quando il contenitore è particolarmente usurato. Quindi biberon di vetro e sempre nuovi. Ma i timori serpeggiano comunque ovunque, anche per chi come me, oramai in casa non ha più tettarelle e biberon. (Ma che dire dei contenitori Tupperware?). La mia ultima paura non riguardava la plastica ma era più psicologica, a proposito dell’ansia da separazione di Emma. Mia figlia ha sette anni e mezzo ma al momento della buonanotte, il rito dei saluti sta diventando sempre più lungo e complesso. Temevo fosse anche un po’ schizoide. Alla sera da noi va così: la mia secondogenita è sotto le copertine. Si spegne la luce, si accende la rana-lampada che diffonde una luce verde e soffusa. E si comincia: “Dormi bene Emma tesoro…(seguono due parole amorose che ometto per dovere di privacy)…ci vediamo domani, parliamo di tante cose. Patto!(E ci si dà la mano). Bacio che rimane (un po’ più affettuoso del solito bacio base, che di solito è veloce)”. Se per caso si sbaglia una parola o la sequenza di queste, è necessario ricominciare da capo. “Patto” poi si fa anche come saluto quando si va a scuola. Con il papà, ed Emma ha tentato di instaurarlo anche con Anita, ma mi sono opposta. Ho chiesto un parere a una mia amica psicologa che mi ha detto di non preoccuparmi. Il rito della buonanotte è importante. Emma non soffre di turbe particolari. Magari dobbiamo sveltire un po’ sulla formula magica di commiato, ma non bisogna sopprimerla. Ho sospirato di sollievo ma poi ho pensato: “Non lo dirà solo perchè è mia amica?”

Colf c’est moi


Se sono sopravvissuta ai coriandoli posso cavarmela in qualsiasi situazione. Intendo a quei maledetti pallini di carta colorati che si sono infilati dappertutto in casa mia e sembravano riprodursi in ogni angolo, nonostante le mie ripetute e ostinate aspirapolverate. Ma ho mantenuto i nervi saldi. Sì, perchè dal luglio scorso, dopo anni e anni di collaboratrici domestiche, contributi e permessi di soggiorno e affini, ho deciso che la guerra a sporco e disordine avrei potuto combatterla anche da sola. Dopottutto erano oramai lontani gli anni bui delle bambine piccole: delle pappe sputate, del gattonare e delle piante sradicate. Una grossa conquista: fino a poco tempo fa ero terrorizzata da questa possibilità. Guardavo le ditate sul frigo e le incrostazioni sul piano cottura e pensavo che mai avrei potuto cancellarle veramente bene. Perchè ero rimasta al paleozoico: all’epoca di acqua e spugna. Ora invece ci sono prodottini che basta uno spruzzo e via! Ok, sono un po’ tossici e corrosivi anche per gli umani, la prima volta che ho provato zac! mi è sparito il French sull’unghia in un istante. Ma adesso metto i guanti e anniento lo sporco qua e là con la grazia di Mastro Lindo. Il problema è che non ne ho mai voglia e pospongo le pulizie con nonchalance. C’è sempre qualcosa di meglio da fare. La sindrome di Bree Van Der Kamp la più pignola delle Casalinghe Disperate non mi ha ancora contagiato. Bree una volta mentre faceva sesso con il marito si è fermata e ha pulito perchè lui aveva appoggiato un sandwich sul comodino, ripeno di formaggio che stava incrostando il mobile. Ma tenere in ordine la casa cambia, comunque, i rapporti con i propri familiari: rende tutto più ambiguo. Si comincia a spiare e a prevedere i loro movimenti per evitare che mettano in disordine e sporchino. A volte si sogna di trasformarli in statue come negli incantesimi di Jadis la strega bianca e cattiva delle Cronache di Narnia. Si prova un inspiegabile piacere quando si rimane in casa da sole. Ma ci sono anche soddisfazioni più profonde. Come scoprire di essere la reginetta dello stiro (le camicie di mio marito vanno direttamente al lavasecco). Stirare cose rettangolari o vestiti delle bambine mi rilassa e poi posso ascoltare nell’i-Pod i mei audiolibri in francese, in tutta serenità, ovviamente se non si impiglia l’auricolare nell’asse.

Piccoli chef? No, grazie

Fra le compagne di scuola di Emma c’è una bambina celiaca che quando viene a giocare a casa nostra si porta la merenda nello zainetto, ma ora nel giro delle amichette tutte le mamme hanno in casa qualche golosità senza glutine, proprio per lei. Comunque i bambini celiaci e anche quelli che soffrono di altre intolleranze alimentari sono bravissimi: non li ho mai visti fare scenate e capricci per mangiare, magari alle feste, qualcosa di proibito. A Milano, ad esempio, ora con il carnevale ambrosiano che va avanti fino a sabato, i bambini sono a casa da scuola ed è un susseguirsi di feste in maschera e scorpacciate varie. La buona notizia è che alcuni delle tipiche leccornie carnascialesche, come le frittelle e i dolci caramellati, possono essere preparati senza glutine e quindi mangiati tranquillamente anche dai celiaci. Esiste un libro , della giornalista Annalisa Coviello, che contine molte di queste ricette, della cucina ligure, proprio a misura di bambino. Un’altra novità riguarda la cioccolata: quella senza glutine ora è facile da trovare anche nei bar.
A casa nostra fortunatamente intolleranze non ce ne sono e quindi, in teoria, sarebbe frittella libera, declinata in mille gusti. Peccato che io come cuoca di dolci faccia pena e l’unico exploit che mi possa permettere sia friggere le mele. A carnevale le mangiavo da bambina e quindi l’altra sera, pensando che ogni tanto bisogna rispolverare le tradizioni, ho coinvolto le bambine nella loro preparazione. La parte che hanno preferito è stato passare i pezzi di mela nella farina, litigando su chi ne impanava di più, imbiancando tutto il tavolo e il pavimento della cucina. Poi le ho messe in padella, sprigionando una puzza da ristorante cinese. Infine le bambine hanno passate le le mele fritte nello zucchero, che hanno cercato di papparsi, leccandosi le dita senza vergogna e lasciando nude le frittelle. Quando finalmente quest’ultime sono state pronte e messe su un vassoio, Anita ne ha sbocconcellato una, ha assunto un’espressione triste e delusa. Mi ha detto: “Pensavo fossero diverse: non mi piacciono molto”. Emma invece, diffidente, non ha voluto neppure assaggiarle. Avrei potuto parlare dei bambini che moiono di fame nel Darfur, ma gli psicopedagogisti dicono che sia un’immagine poco efficace per i nostri figli perchè troppo lontana. In alternativa, avrei potuto usare espressioni forti, qualche porcone e insulti mirati. Ma avrei rischiato di far diventare le mie bambine, fra pochissimi anni, anoressiche/bulimiche. Dopotutto i disordini alimentari nascono sempre per colpa dei genitori. Allora ho cercato di essere zen e mi sono pappata quelle delizie da 500 e passa calorie. Pensando vendicativa: la prossima volta col piffero che giochiamo ai piccoli chef.

Follie e bugie

C’è un giornale divertentissimo che si chiama Men’s Health dedicato agli uomini duri e puri. Quando lo vedo in edicola e leggo gli strilli di copertina, rido moltissimo. E’ anche meglio di Cosmopolitan. L’altro giorno all’entrata della palestra alcune copie di questa rivista erano gratuite, così ne ho presa una, sicura di trovare notizie sensazionali. Infatti non sono stata delusa. Nella rubrica “Psico”, una vera chicca: i padri non devono assistere al parto. Cito letteralmente Men’s Health: “A meno che tu non sia curioso di vedere una placenta dal vivo o di sentire la tua dolce metà imprecare come uno scaricatore, faresti meglio a lasciare che se la veda da sola con il momento più difficile di tutta la faccenda…” Due le fonti usate dal simpatico collega della rivista: gli studiosi dell’Università di Toronto in Canada che sostengono che una partoriente preferisca avere vicino una donna competente piuttosto che un maschio atterrito e anche Michel Odent il grande medico francese che per primo ha introdotto il parto in acqua in Europa. Proprio quest’ultimo afferma che l’ansia e il dolore della donna in travaglio aumentano se chi le asssiste (il classico maschio lettore di Men’s Health) è a sua volta ansioso. Forse non era necessario scomodare un luminare dell’ostetricia per scrivere una simile stupidata, ma tant’è…Nella pagina successiva della rivista c’è invece un interessante sondaggio sul sesso, “Cosa piace alle donne”, dove si sostiene che solo il 2.4 per cento delle intervistate ritiene che le dimensioni del pene siano importanti. Il messaggio finale sembra chiaro: i maschietti per rasserenarsi se le bevono proprio tutte. Ma se il neo-papà spaventato non assiste al parto può sempre farsi perdonare regalando un bel gioiello, non alla mamma come si usava una volta ma al bebé. Fortunatamente sono appena stati infatti messi in commercio i succhiotti gioiello. Dei ciucci elegantissimi, rifiniti in oro e tempestati di diamanti al modico prezzo di 2400 euro l’uno. Così l’ignara creatura potrà essere derubata già in carozzina.

Anche le mamme lo fanno


C’è un’imperdibile notizia oggi su La Repubblica, (peccato che non sia presente anche nella versione on-line con lo spassoso e cinico commento di Natalia Aspesi) riguarda la scoperta della dottoressa Marta Cerruto dell’Università di Verona: portare i tacchi alti potenzia i muscoli del pavimento pelvico e quindi fa bene all’amore. Per essere più precisi, più forti sono questi muscoli migliore è la qualità dell’orgasmo femminile. La ricerca della dottoressa Cerruto sarà pubblicata sulla prestigiosa rivista di settore European Urology e ieri era appunto sul Sunday Times. E’ assolutamente una buona novella per le mamme che di solito il pavimento pelvico se lo giocano nelle spinte del parto naturale o nel taglio dell’episiotomia. Ricordate le parole dell’ostetrica nella visita post-nascita che ripeteva di fare gli esercizi “ginnici” di Kegel per rimettere in forma il suddetto pavimento, paventando non solo orgasmi schifosi ma anche una futura fastidiosa incontinenza? Naturalmente noi tutte abbiamo ubbidito coscienziose (stringi- rilascia, stringi-mantieni-rilascia) perchè non esiste niente di più comodo per tenersi in forma: questi allenamenti sono invisibili e si possono fare comodamente in ogni luogo, occorre solamente concentrarsi un po’. In fila alla cassa del supermarket, in piedi davanti all’uscita della scuola, alla posta. Basta niente per rintemprare il pavimento pelvico. Per quelle più pigre comunque che hanno bigiato ora c’è una via d’uscita: trotterellare a fianco dei pargoli indossando dei simpatici tacchi a stiletto. Non più di 11 centimetri e mezzo, consiglia la dottoressa Cerruto, altrimenti la curva a cui è sottoposto il piede non è più quella giusta e il pavimento pelvico non migliora. Anzi peggiorano solo i calli sotto la pianta dei piedi. Così dopocena quando avremo finalmente pulito la cucina, letto la favola della buonanotte e messo a letto la prole potremo sperimentare, con l’uomo della nostra vita, il ritrovato fitness del nostro pavimento pelvico e ululare felici alla luna.

Disordine e buone letture


L’urlo lacera la giocosa atmosfera della cameretta: “Cos’è questo schifo? Mettete subito a postooooo!”. Mi esce impetuoso e liberatorio dal petto mentre, per puro caso, ho dato un’occhiata dentro al primo cassetto della “scrivania” della camera delle mie figlie, dove Emma stava rimestando furtiva. Ecco il contenuto del cassetto: barchetta di carta strappata, residui secchi di didò (oramai in necrosi), vari fogli appallottolati, pennarelli spuntati in colori assortiti, benda da pirata, carta di cicche, kleenex usati, big-babol nuda, scubidoo intorcinato attorno a una biro, treccina di scubidoo abortita, residui assortiti di matita temperata, punte multicolori di pastelli, libro dei compiti delle vacanze, mezzo binocolo in plastica, brandelli di corda, confezione vuota e slabbrata da sei uova in cartone, centinaia di pezzi di Lego piccoli, colla glitterata aperta e secca e un paio di vecchie mutande di Polly Pocket. Sembra quasi che vogliamo competere con il problema dell’immondizia napoletana. Faccio lo sguardo truce per convincerle a mettere in ordine, ma so che fino a quando Emma sarà afflitta dalla smania delle invenzioni la situazione non potrà migliorare. La mia secondogenita infatti appena ha un attimo di tempo assembla cartoni, annoda corde, incolla tappi, infilza bastoncini. Ai pasti arriva sempre a tavola con in mano qualche arnese appena fabbricato, spesso lo dimentica sulla tovaglia e allora il destino dell’oggetto è segnato. Certo, mi sento in colpa a far sparire le sue creazioni, ma prima di arrivare alla soluzione finale sono previsti vari stadi. Nella fase uno l’invenzione viena segregata, poi se Emma per una settinana o due non la richiede, si passa all’opzione “sacchetto-in-garage” e solo in un ultimo terzo tempo si punta direttamente verso il cassonetto. Emma è sempre stata attratta dal fai-da-te ma da quando, un paio di anni fa, abbiamo iniziato a leggere i libri di Lemony Snicket sulle avventure degli orfani Baudelaire, Emma si è identificata nella sua eroina letteraria Violet Baudelaire, la sorella maggiore che riesce sempre a togliere d’impiccio i fratelli grazie alle sue invenzioni. Peccato che Emma non sia una gran lettrice e i libri ami ascoltarli quasi esclusivamente letti da me. Anita invece legge un sacco e ultimamente la sua passione è Jerry Spinelli prolifico autore americano che scrive storie bellissime, divertenti e realistiche adatte ai pre-adolescenti. Racconta di bullismo, delle frustrazioni di non sentirsi parte di un gruppo, di trovare insopportabili i genitori e di non essere sempre degli strafighi nello sport preferito. Lo stile di questo scrittore è diretto e coinvolgente: riesce a incantare sia maschi che femmine.

Guerra e…arresti domiciliari

Un anno fa per lavoro ho letto e commentato un libro molto interessante di una giornalista americana, si intitola “Mommy wars” e parla della guerra sotterranea e subdola che si instaura fra le mamme che lavorano e quelle che invece hanno sacrificato la carriera per i figli. Nel libro ci sono interessanti testimonianze. Parlano madri che hanno deciso di continuare il cammino professionale e sono contente, altre che invece hanno mollato tutto e si sentono realizzate. O ancora chi ci ha ripensato: ha lasciato il lavoro e poi l’ha ripreso e chi si è organizzata per lavorare da casa. Le combinazioni sono tante, le mamme creative ma… la guerra continua. Disprezzo, invidia e insicurezza caratterizzano questo conflitto, più o meno intensamente a seconda dellla fase di vita di mamme e bambini. Adesso negli Usa i libri su questo argomento i manuali si sono moltiplicati, creando, come al solito, una profittevole serie. Si auspica sorellanza, solidarietà e comprensione fra le due categorie, ma spesso non accade. Frecciatine e colpi bassi si sprecano comunque. Non voglio addentrarmi nel commentare quale possa essere la scelta migliore, dedicarsi alla carriera o alla famiglia, ma sottolineare che c’è un momento in cui le mamme casalinghe sembrano essere veramente penalizzate: quando i bambini sono ammalati. Ok, non è facile e divertente neanche per chi lavora, ma se i pargoli non sono più tanto piccoli, diciamo in età scolare, e il malanno è una semplice influenza, le mamme lavoratrici si organizzano piuttosto serenamente. Le più smart hanno comunque una persona in panchina per stare con il piccolo malato e tamponando un po’ qui e un po’ là, riescono a cavarsela. Le casalinghe invece, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, sono fottute: il loro mondo si capovolge perchè il piccolo malato incombe. Soprattutto quando è in via di guarigione (ma deve stare ancora in casa) inperversa urbi et orbi. La situazione peggiore la vivono le mamme che lavorano da casa: non riescono mai a concludere nulla perchè i bambini non le mollano un attimo. Allora le scelte sono due: imbottire il pupo di televisione/dvd e play-station /video-games o trasformarsi in simpatiche e frizzanti animatrici non-stop. Di solito dopo un’ora anche l’animatrice/madre più motivata dà forfait e ha quella spiacevole sensazione di esssere agli arresti domiciliari. Sì, proprio come Sandra Lonardo Mastella, che però almeno ha i figli già cresciutelli.

Italians do it better


E’ sempre un po’ squallido parafrasare Madonna, ma questa volta il titolo è perfetto per il tema affrontato. La scorsa settimana scadevano le iscrizioni alle scuole medie e fortunatamente Anita è stata accettata nella scuola che preferivamo. C’era un po’ suspance perchè in quell’istituto arrivano molte richieste e non sempre tutti gli alunni possono essere accontentati. Ma quest’anno a noi è andata bene: siamo dentro. Una mia amica inglese, che conosco da una vita, cioè da quando abitavo a Londra, mi racconta invece che la sua bambina, stessa età di Anita deve anche lei cambiare scuola, ma in Inghilterra la situazione è molto più complessa. A undici anni si entra nella scuola che fa da medie e liceo, dura sette anni e dopo si va al college. E’ ovviamente una scelta importante e responsabile ma dai racconti della mia amica anche piuttosto angosciante. Premetto di non condividere le basi del sistema scolastico inglese: scuole pubbliche e ghettizzanti per i meno abbienti, dove si parla con un accento common o cockney che poi rimane come marchio per tutta la vita e dove le classi sono miste. Scuole private più o meno d’elite e costose dove si parla in modo posh, cioè come la regina o gli attori della Royal Shakespeare Accademy, dove gli istituti sono divisi per sesso. Scuole rigorosamente per maschi o solo per ragazzine. Vivere gli anni dell’adolescenza senza il contatto diretto con i coetanei dell’altro sesso è senz’altro deleterio e antiquato. Per essere ammessi negli istituti da strafighi/e però non basta pagare bisogna anche fare esami di ammissione. Scritti e orali, a undici anni tutto il mese di gennaio è dedicato a queste prove del fuoco. Maia, la figlia della mia amica, ha passato lo scritto della seconda scuola scelta e adesso deve fare l’orale della terza, della prima non ha ancora avuto i risultati ma intanto sta affrontando bene i test della quarta scuola nella sua lista di preferenze. Roba da inorridire. Perchè in fondo l’unica cosa che mi piace delle secondary schools sono le uniformi. Però anche qui non si scherza: anche le mollette per capelli, gli elastici e le strisce sono ammesse solo ed esclusivamente se sono in tinta con i colori ufficiali della scuola. Insomma almeno “alle medie” gli italiani sembra siano meglio.

Piccoli campioni crescono


Quando si aspetta un bambino tanti sono i timori e i dubbi. Ci sono quelli seri ma anche le paure più superficiali: ci si domanda se si ingrasserà come balene, se le tette, dopo l’allattamento, diventeranno due buste da tè e se le smagliature avranno il sopravvento. Poi ci sono le amiche-Cassandra che prevedono un parto di trentacinque ore, le coliche del bebè e tre anni di notti in bianco. Insomma si diventa mamme con una visione abbastanza disincantata e cinica. C’è una previsione/maledizione però che nessuno fa: fra otto-dieci anni dovrai svegliarti alle sette anche nel fine settimana e passerai le tue domeniche ad accompagnare il pargolo, sportivamente dotato, alla gara di nuoto, di equitazione o alla partita di calcio e/o basket. Proprio nell’età in cui si pensava di averla oramai sfangata con le corvée superimpegnative e potersi godere qualche anno sereno prima della rivoluzione dell’adolescenza, le mamme devono trasformarsi in accompagnatrici compulsive. Assonnate e annoiate guidano senza sosta verso le località meno amene del pianeta per portare i loro figli a tutte le gare. Poco importa se poi i piccoli campioni arrivano ventottesimi o stanno in panchina senza segnare, l’importane è partecipare. Come mi ha spiegato in un’intervista la psicologa Elena Rosci, autrice del saggio “Mamme acrobate ” una volta le madri avevano l’obiettivo di crescere figli sani ed educati mentre ora vogliono qualcosa in più per sentirsi la coscienza a posto: è fondamentale anche sviluppare i talenti dei loro piccoli. Questa è la ragione (oltre a cercare di occupare il tempo dei bambini) per cui si iscrivono i figli a mille corsi. E quando finalmente vengono scelti per fare agonistica o mostrano comunque una certa capacità, nessuna si sente pronta a rivendicare il proprio tempo libero a scapito del piccolo sportivo. Così si passano i sabati pomeriggio a guardare i “pulcini” che tentano di fare goal, in mezzo a genitori che fanno un tifo sfegatato e volgare peggio che alla curva nord. E le domeniche a respirare cloro rinchiuse in squallide piscine dell’hinterland. Oppure, come capita a me, si guida per un ora per arrivare in Brianza dove c’è quel certo maneggio meraviglioso, dove la puzza della cacca di cavallo è sempre la stessa e il fango pure, ma l’istruttrice é bravissima e Anita è felice. Tutto questo perché all’orizzonte ci aspetta la terribile profezia del libro “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamo principessa” della giornalista Marida Lombardo Pijola dove le bambine sono terribili ma i maschietti non brillano certo per il loro candore. Allora ci si sacrifica per crescere i bambini con un hobby sportivo e sano. Poi sanno che ora anche i grandi sportivi si dopano, ma quello arriva più tardi… e intanto le mamme si sono impegnate per fare del loro meglio.

Il Viagra non va più


Una volta mi arrivavano decine e decine di allettanti offerte superscontate per comprare Viagra, poi cercavano di convincermi ad allungarmi il pene o ad accettare vacanze regalate in Costa Rica. Era una moda dell’anno scorso: adesso invece dovrei acquistare quello speciale apparecchio che toglie per sempre i peli dal viso, frequentare i giovani gay locali o andare gratis a spassarmela con una spogliarellista a Las Vegas. Gli spam sono numerosi e piuttosto fantasiosi. Ogni giorno ne cancello a valanghe. Poi ci sono le catene di S.Antonio, che a volte, arrivano anche da amiche insospettabili. Scopri che albero sei, diffondi il mantra tibetano e, ovviamente, i tuoi desideri si realizzano in cinque minuti. Anche questi messaggi cestinati senza ripensamenti. Le e-mail peggiori però sono le bufale: leggende metropolitano che circolano per anni con poche variazioni. C’è un sito che le cataloga quasi tutte, o almeno le più perniciose, ed è anche piuttosto divertente. Peccato però che questi appelli siano sempre drammatici e spesso facciano anche leva sulla vulnerabilità dei bambini e sul cuore di mamma. Ci sono quelle che chiedono sangue per una piccola che si salverebbe solo con una certa trasfusione. Un’altra ragazzina ammalata terminale spedisce un appello per far comprendere il vero valore di ogni prezioso istante di vita. Questi sedicenti appelli servono a istaurare sensi di colpa e farti sentire una cacca: soprattutto se hai appena sgridato tuo figlio, urlato a tuo marito e litigato con un operatore di call-center. Ma il loro vero scopo è intasare la posta elettronica. E avvalorare indirizzi e-mail da spacciare a vari database.

Servizio vaccinazioni: ahi! ahi! ahi!

Ho ricevuto una lettera dal consultorio di zona che fissava per Anita (ovviamente in pieno orario scolastico e lavorativo) il richiamo del vaccino trivalente, morbillo-parotite-rosolia previsto attorno ai 10-11 anni. In calce alla lettera c’era anche un numero a cui rivolgersi nel caso in cui non fosse stato possibile presentarsi alla data fissata. E così ho cominciato a telefonare, ovviamente suonava sempre a vuoto, per tutte le tre ore dell’orario previsto per le chiamate. Così per cinque giorni, ho provato e riprovato. Anche attraverso l’operatore Asl, ma senza risultato. Poi miracolosamente il sesto giorno mi ha risposto una signora frettolosa e sgarbata che, parafrasando Bart Simpson mi ha più o meno suggerito di “Ciucciarmi il calzino”. Vale a dire: gli appuntamenti non si spostano in orari più comodi, chisssenefrega se mia figlia ha fatto solo la vaccinazione antimorbillo a diciotto mesi, perchè a quindici aveva già avuto la rosolia, il richiamo lo si fa trivalente comunque perchè in commercio il vaccino singolo non esiste più e in fondo non ha mai fatto male a nessuno. Trattata, insomma, da mamma cerebrolesa e rompiscatole. Non convinta dalle parole di questa carismatica infermiera, dalla mattina successiva ho iniziato a telefonare alla pediatra, ottimo medico, che però come molte colleghe ha la reperibilità in quella sola ora mattutina in cui la linea è sempre bollente. Forse questa regola è stata pensata perchè dopo aver tentato e ritentato invano per tanto tempo, una volta beccata la pediatra le mamme sono così felici che metà della preoccupazione riguardo alla malattia del pargolo svanisce. Quindi sono meno ansiose e più facili da gestire per i pediatri. Infatti anch’io quando finalmente ho sentito la voce della dottoressa, ho avuto un moto di gioia e anche scoperto che il vaccino per il solo morbillo esiste. Si può trovare alla Farmacia Chiassese che è, ovviamente, a Chiasso e ha tutte le medicine più fighe del mondo. E così sappiamo che gita fare questo fine settimana.

Marge, mon amour

Li ho scoperti con un bel quindici anni di ritardo ma è stato un colpo di fulmine. A ottobre ho visto al cinema il film de I Simpson e sono rimasta folgorata. A Natale ci siamo fatti regalare i cofanetti Dvd delle varie stagioni televisive e la bella notizia è che ci sono un sacco di episodi da guardare. Anni e anni di Simpons che mi aspettano! Poi ci sono quelli che trasmettono su Italia 1. Insomma una vera pacchia. Ogni sera, prima della nanna, io e le bambine ci spaparanziamo sul divano per la nostra dose quotidiana di Simpson. E così ho imparato ad apprezzare Marge, mamma ideale e realistica, che cerca di barcamenarsi nella sua strampalata famiglia. Per mostrare il mio apprezzamento vorrei comprarmi e indossare delle magliette con la sua immagine. Oppure se impazzisco provo capelli “a covone” come lei. L’altra sera c’era un episodio della terza serie, intitolato “Homer da solo”, in cui Homer veniva lasciato solo a badare alla casa e ai bambini perchè Marge era un po’ troppo stressata dai suoi cari che non la rispettano e sfruttano. Così Homer le proponeva qualche giorno in beauty-farm, chiamata Rancho Relaxo. Ma lei, dopo essersi vestita da hawaiana, concessa un po’ di massaggi e cocktails, alla fine si annoiava e rimpiangeva il suo inferno domestico. Un vero capolavoro di psicologia “mammesca” che mi ha fatto amare ancor più Marge. Benchè sia solo un cartone animato è molto più vera di tante altre madri famose che ci propinano i media, prima fra tutte la noiosissima Angelina Jolie.

Magico probiotico

Oggi c’è una notizia molto interessante sul Corriere della Sera : riguarda le coliche gassose dei neonati che purtroppo colpiscono ben sette bebé su dieci e di solito continuano per i primi tre mesi. Emma le ha avute e non mi ha scontato neanche un minuto: ha strillato ogni sera fino allo scoccare della mezzanotte del suo novantesimo giorno di vita. Secondo l’articolo del Corriere, uno studio dell’Università di Bari (che sarà pubblicato sul prestigioso The Journal of Pediatrics) ha scoperto che per lenire o, meglio ancora, evitare le coliche basta somministrare al neonato alcune gocce di un fermento lattico probiotico. Così miglioreraranno digestione e motilità intestinale dei bebè che non saranno più costretti a soffrire e a urlare, ogni sera dalle sette in poi, sgambettando in aria. Speriamo che funzioni perchè le maledette coliche mandano in tilt la gioia dei primi mesi per molti genitori che perdono il sonno e il senno. E se la mamma si stressa, per osmosi, il bebè fa altrettanto e le coliche aumentano. Conosco neo-genitori disperati che hanno passato intere serate a guidare senza meta, nella speranza di placare e far addormentare la creatura urlante. Altri che mettevano il piccolo sulla lavatrice durante la centrifuga nella speranza che il movimento dell’elettromestico lo placasse. Una mia amica aveva attaccato un lazo alla carozzina, perchè durante le passeggiate non poteva fermarsi altrimenti la bambina urlava. Ma con la corda, se era previsto uno stop, poteva comunque tirare avanti e indietro e continuare a far rollare la figlia. Io ho bevuto ettolitri di tisana di finocchio senza risultato. Perciò se ora basta un lactobacillo siamo tutti molto più sereni.

A volte ritornano

La nostra vita senza Sky non era più la stessa. Appena tornata a Milano ho telefonato, ovviamente di nascosto e con le dita incrociate, al negozio dove “era nato” un anno e mezzo fa il rannocchietto e fortunatamente avevano ancora un esemplare del nostro anfibio. Ieri pomeriggio, mentre Emma faceva la solita marea di compiti interminabili che le tocca regolarmente, sono andata in missione. Ho portato Anita al Pac a un laboratorio fotografico legato alla mostra del momento, le opere di Ugo Mulas. Mentre la primogenita “creava” immagini digitali, sono andata furtivamente al negozio dei ranocchi ad acquistare un nuovo Sky. Poi sulla via del ritorno a casa, abbiamo architettato la toccante rentrée del pupazzo. Ok, abbiamo copiato l’idea dalle storie del leprotto Felix, ma adattandole alla nostra realtà. Anita ha scritto una lettera indirizzata a Emma, fingendosi Sky e raccontandole di essere stato rapito dalla donna delle pulizie e poi essere riuscito a scappare fortunosamente dalla lavanderia dell’hotel… Successivamente in un crescendo di suspance aver raggiunto, nascosto nella tasca laterale di una valigia piena di mutande sporche l’aereoporto…. da lì ancora un po’ di avventure mirabolanti… finchè finalmente ha ritrovato il nostro bagaglio e si è intrufolato felicemente dentro, direzione Milano-Linate. Il caso ha voluto che le nostre valigie che erano state veramente perse nel viaggio di ritorno dovessero arrivare proprio ieri sera: così con grande tempismo abbiamo recapitato la finta lettera a Emma, simulando l’arrivo del postino in un momento improprio. E un’ora dopo, quando il corriere ci ha portato le valigie, siamo riusciti a infilare il ranocchio nella tasca laterale e farlo trovare a Emma, emozionata e commossa. Ma il vero colpo di genio della truffa è stato casuale: nella stessa tasca della valigia, partendo, avevo messo un tubo di detersivo per lavare a mano il bucato in viaggio. Questo si era aperto e aveva insaponato tutto l’interno della tasca. Nascondendo dentro Sky in fretta, non ce ne siamo accorti, ma quando mia figlia l’ha riabbracciatoil pupazzo era tutto insaponato. Così Emma non ha potuto far a meno di esclamare: “Poverino! Puzza di sapone, si vede che è stato tenuto nascosto in lavanderia!”

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