La sfiga di Natale


Abbiamo visto “La bussola d’oro” il film tratto dall’omonimo romanzo best-seller dello scrittore inglese Philip Pullman. Avevo letto una recensione dove si sosteneva che, nonostante il cast stellare, con Nicole Kidman e Daniel Craig, il personaggio migliore della storia fosse l’orso. Dovevo far tesoro di questa opinione. La storia è un noioso puzzle fantasy di elementi copiati da “Il signore degli anelli”, “Le cronache di Narnia”, “Henry Potter”, “Eragon” e “La storia infinita” con una suspance pari a zero. I dialoghi sono infarciti da ridicoli nomi astrusi, mutuati da un latino maccheronico. Anche l’orso ha un nome e un cognome improbabili. Alla fine la cosa migliore di questo film sono i gadget, ad esempio le bussole di plastica che si trovano nelle confezioni di cereali.
Il 24 dicembre dovevamo partire per una vacanza qui, peccato che il giorno prima a Emma è arrivata la febbre e l’influenza. Dopo un pow-wow familiare e molti porconi, abbiamo cambiato il volo e partiremo il 28. Non me la sono sentita di imbottire mia figlia di medicine e farle affrontare tredici ore di viaggio.

La maledizione del calendario dell’Avvento


Una delle tante calamità natalizie che mi affliggono riguarda il calendario dell’avvento: quattro anni fa ho regalato alle mie bambine un delizioso calendario dell’Avvento con ventiquattro tasche da riempire. Vale a dire: ogni giorno dovevo mettere dentro due regalini per non deluderle. Essendo fermamente contraria all’abuso di caramelle, cioccolatini e chupa vari (già paghiamo profumatamente l’ortodontista per due apparecchi e vorrei evitare altre cure&carie) ho cominciato a riempire le maledette taschine con piccoli doni perfettamente inutili: gomme per cancellare profumate, trottoline, adesivi, pupazzetti, figurine, mollettine e mille altre stupidate. Il budget doveva essere un euro a regalo ma quasi sempre ho sforato. Sono arrivata a Natale con la casa piena di minuscole inutilità, lasciate in giro ovunque e la sensazione di aver buttato un sacco di soldi. Così mi sono ripromessa di far sparire il calendario. L’anno scorso sono riuscita a dimenticarlo fino a S.Ambrogio, quest’anno l’avevo nascosto bene in fondo a un armadio (non riesco a buttarlo nel cassonetto senza sentirmi in colpa) e poi verso il 10 di dicembre Anita mi ha detto, guardandomi teneramente: “Sai mamma la cosa che mi piace veramente del Natale è il calendario dell’Avvento”. Così mi sono sentita una cacca e ho rispolverato l’acchiapparegali. Con una precisazione. Qualche volta ci sarà un regalo bello e altre una cosa piccolina tipo cioccolatini (sono stati ampiamente rivalutati). Adesso la situazione è anche peggiorata. Alla mattina scrivo in fretta due bigliettini, tipo caccia al tesoro, “troverai il tuo regalo sul tavolo, della cucina, sul divano, ecc…” perchè il regalo bello/utile misura più di un centimetro e mezzo e quindi non sta nella taschina. Poi spero che una della bambine non rubi il biglietto dell’altra per farle uno scherzo. Tengo le dita incrociate perchè il fiocco rosso in un borsellino di Hello Kitty non sia considerato più bello dell’altro con il fiocco rosa e non ci scappi la rissa natalizia. L’Avvento non mi è mai sembrato tanto lungo!
Dal buonismo consumistico a quello più vero e ammirevole: l’altro giorno ho letto la storia di una donna, forte e coraggiosa, che mi ha molto colpito. Si chiama Robin Lim, è americana ma ha sangue tedesco, irlandese, cinese e filippino. E’ una specie di Madre Teresa delle ostetriche, ha sviluppato una sua filosofia della nascita. Ora lavora a Bali dove ha fondato una sua organizzazione http://robinlimsupport.org e aiuta le donne indonesiane a partorire nel modo più naturale possibile. Si è stabilita ad Aceh, località sconvolta dallo tsunami e ha scoperto perchè tantissime donne del luogo morivano di emorragia post-partum. Dipendeva dalla loro alimentazione, mangiavano soprattutto riso geneticamente modificato e privo di valori nutrizionali, che impediva al loro sangue di coagularsi. Robin Lim ha insegnato alle donne, anche alle più povere, come mangiare in gravidanza e ha salvato molte vite.

Nati troppo presto


Sono a metà del guado: ho già vissuto una bella fetta della mia carriera di mamma. Le mie bambine vanno alle elementari e sono piuttosto autonome. Vale a dire: nei pomeriggi che torniamo a casa da scuola, posso anche mettermi un po’ a lavorare al computer e loro vengono solo 5-6 volte in un’ora a chiedermi un foglio, una matita, farmi vedere un disegno, dirmi ho fame, ho sete, lei mi ha dato un pugno… Nonostante tutti gli anni di “mammmitudine” sulle spalle, quando leggo di neonati prematuri, faccio un salto indietro nel tempo e mi commuovo fino alle lacrime. A dire il vero piango anche in tutti i film dove mostrano una nascita, un parto. Mi si sono inumiditi gli occhi anche nel film “Molto incinta”, che era demenziale, divertente non certo toccante. Ora si sta discutendo tra i neonatologi l’opportunità di stipulare un documento nazionale che stabilisca a 23 settimane di gestazione la possibilità di rianimare, intubare e curare un neonato prematuro. Perchè per i piccoli nati prima di questa data sono troppe le difficoltà da superare per aspirare ad avere poi un’infanzia e una vita normale. Curarli rasenterebbe l’accanimento terapeutico. In Olanda esiste una una normativa che prevede “lo spartiacque” per la soppravvivenza a 25 settimane. I neonati nati prima di questa data non si rianimano. E’ una scelta drammatica, delicata e difficilissima. Quand’ero incinta di Anita la mia primogenita, ho rischiato anch’io di farla nascere troppo presto, alla ventinovesima settimana, alla fine del sesto mese. Sono stata una notte in sala travaglio con la flebo della vasosuprina per fermare le contrazioni e scongiurare la nascita. E’ andata bene. Dopo ho passato un mese immobile nel reparto di ostetricia contando i giorni che mancavano alla fatidica trentaquattresima settimana, quando finalmente i polmoni del feto funzionano. Anita è nata alla trentaseiesima settimana, pesava 3 chili e non ci sono
stati problemi. Ma quando vedo quei microbebé i ricordi si fanno fin troppo vividi.

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