Torna Cicciobello


Si è appena conclusa a New York “Toy Fair 2008” la più grande esposizione mondiale dl giocattolo, la manifestazione da cui nascono le tendenze e i sogni natalizi di tutti i bambini del mondo. Ovviamente manipolati dai grandi produttori di giocattoli. Per le mamme che vogliono portarsi avanti con lo shopping natalizio: le notizie da tenere in considerazione sono che nonostante l’avanzare della tecnologia, stanno tornando nell’immaginario infantile anche i giocattoli tradizionali, quelli che hanno un feeling umano per i nostri piccoli. Grande eroe di questa rentrée è il nostro italianissimo Cicciobello, che continuerà a allenare lo spirito materno di accudimento delle nostre figlie. Questo bambolotto è un vero best-seller: in Italia negli ultimi mesi ne sono stati venduti un milione di esemplari. Peccato che però appena crescono abbastanza le bambine vengono rincitrullite con MyLife un videogioco tascabile in cui le nostre piccole potranno inventarsi un avatar (nel genere Barbie/Winx/Bratz) e giocare andando in piscina, discoteca, in spiaggia. E magari dopo questa vita scintillante, crearsi una famiglia. Non vorrei ripetermi e mi scuso per essere autoreferenziale, ma il mio commento a questa console rosa da ragazze è uguale a quello scritto un po’ di tempo fa nel post “tette di calzino”. Stanno meglio i maschietti che, secondo i produttori mondiali di giocattoli potranno desiderare l’isola dei Gormiti con tanto di vulcano, il forzuto e verde Hulk che sarà il personaggio dell’anno e, per i più tradizionalisti, anche la vecchia, amata e tranquilla Playmobil.

Ansia e questioni immobiliari


Oggi ho scoperto la vera casa dei Simpson, si trova a Henderson nel Nevada, è stata costruita da un architetto americano, che dopo essersi sparato cento puntate della saga della strampalatissima famiglia americana ha deciso di ricreare la dimora dei suoi eroi. Mi sono quasi commossa, anche perchè vorrei come prossimo presidente Usa, invece di Obama o Hillary, Matt Groeing, il geniale creatore dei Simpson. In questo sito si possono vedere diverse stanze della dimora Simpson. Ultimamente sono particolarmente sensibile alle questioni immobiliari perchè di recente abbiamo acquistato un appartamento, stiamo svenandoci per ristrutturarlo e presto ci attenderà l’enensimo trasloco. Però purtroppo diversamente da Marge e Homer, che hanno offerto a Bart e Lisa due camerette separate, noi siamo genitori peggiori di loro e rimettiamo Emma e Anita a dormire assieme. Avere due pargoli dello stesso sesso facilita la vita : si riciclano i vestiti, i modelli educativi e si pensa di risparmiare anche in metri quadri perchè fratellini e sorelline saranno contenti di dormire assieme ad aeternum. Però non è così, viene un momento, prima di quanto si pensi, che le dichiarazioni di insofferenza e di ostilità culminano nel classico: “Quando avrò la mia cameretta senza di lei/lui?”. La risposta immediata che sale alle labbra potrebbe essere spiacevole, perciò si tende a tergivisare e a mantenersi nel vago. Ho un’amica, mamma di due maschi, anche lei assillata dallo stesso dubbio, anche lei convinta di essere una mamma imperfetta e inadeguata perchè scarsa nei metri quadrati. Ma l’altro giorno siamo uscite dal tunnel di questa ansia immobiliare: ha parlato con un’altra amica, esperta di camerette condivise e angosce materne, che l’ha rassicurata. Si tratta di un falso problema. Le dichiarazioni di insofferenza riguardo la condivisione degli spazi sono soprattutto una tappa di crescita, frutto di una ricerca di autonomia. In verità i fratelli sono contenti di dormire vicini, e anzi alcuni dopo aver conquistato una stanza tutta per loro, rimpiangevano la vecchia complicità e sono tornati indietro a dormire tra i pezzi di Lego sparsi ovunque dal fratello minore. E’ una gran bella notizia: mi fa tirare un sospiro di sollievo. Non siamo mica tutti come Angelina Jolie, che in attesa dei due prossimi gemelli, ha acquistato con Brad, Neverland da Michael Jackson così i bambini avranno abbastanza spazio.

Grandi amori da piccoli


Alla materna un bambino piange perchè nella fila per andare in bagno non è vicino alla sua fidanzatina. Lei lo consola dicendogli: “Non fare così, quando saremo sposati staremo sempre insieme”. Poi quando la maestra, che ha ascoltato tutto, le chiede se fanno sul serio, la bambina risponde che no, in fondo, sono solo amici. Forse è vero, non è che a tre anni e mezzo si è così cinici per fingere una relazione che non esiste. Siamo noi adulti che imponiamo ai bambini schemi mentali e definizioni. Noi che definiamo fidanzatini due bambini di sesso diverso che provano simpatia e giocano insieme, questo è quello che sostiene la psicologa Paola Scalari. Ma se tra i più piccoli siamo noi a invadere la sfera del privato con le nostre proiezioni fra i più grandi, quelli di 10-11 anni, già emozioni e sentimenti per il sesso opposto si manifestano autonomamente. S. Valentino ha lasciato sul campo morti feriti: pupazzetti regalati a innamorati troppo freddi, appuntamenti al parco giochi che si trasformano in crudeli bidoni, sorelle burlone che scrivono messaggi d’amore ai fratelli maggiori solo per ridere alla loro spalle. Poi ci sono anche le compagne di scuola che raccontano bugie e fanno strategie che non hanno nulla da invidiare ai personaggi de Le relazioni pericolose , per i ragazzini S.Valentino è un’occasione di palesare il loro amore, il giorno in cui è permesso fare outing. Sono coraggiosi ma se il messaggio non viene accolto come sperato, rimangono male e rischiano di cominciare a congelare le loro emozioni. E magari iniziare a navigare in rete, digitando nei motori di ricerca parole di vegetali come “patate” e “piselli”, sperando di trovare qualche imamgine forte. La versione hard 2.0 dei nostri tempi quando si sghignazzava nel cercare le parolacce nel dizionario.

Quel prezioso cordone

Tra oggi e il 29 febbraio alla Camera deve discutersi un emendamento a un decreto legge del 2007 che permetterà la donazione autologa del cordone ombelicale. Infatti, ora nel nostro Paese, la mamma che vuole conservare il sangue placentare del cordone ombelicale del proprio bambino non può farlo gratuitamente. Il cordone è ricco di cellule staminali simili a quelle del midollo osseo. In grado di curare linfomi e leucemie. Può essere prezioso per i membri della stessa famiglia o per donarlo ad altri bisognosi di cure. In Italia questo sangue può essere conservato a costo zero solo in due casi: se nella famiglia esistono già patologie importanti come appunto leucemie o malattie del sangue, oppure se si partorisce a Mantova. Questa seconda ipotesi sembra assurda ma è vera. Solo in questa città esiste una banca autologa in grado di coprire le spese di conservazione del cordone che può essere utilizzato anche 15-16 anni dopo e quindi preservarlo correttamente non è a buon mercato. Oggi la spesa per spedire il cordone in banche private all’estero è di circa 1500-3000 euro più il canone di mantenimento annuo. Di solito lo fanno i vip e i più abbienti o anche solo i meglio informati. Ho parlato recentemente con una gestante che voleva conservare il cordone e mi raccontava tutte le peripezie burocratiche necessarie per farlo, la prassi è piuttosto complicata e viene il sospetto che serva a dissuadere le eventuali donatrici. La banca più vicino a noi, si trova a S. Marino oppure in Svizzera ma per saperne di più c’è un’associazione. Essere informati e conoscere i propri diritti significa essere a metà strada. Ricordo che appena partorito Emma, ancora stravolta dalla fatica e inebetita dalla felictà, ho chiesto di poter donare il mio cordone. L’ostetrica mia ha risposto: “Non si può perchè è sabato” e io non sono stata in grado di replicare nulla. Ora che sono più lucida mi domando: le vite si salvano solo in orario di ufficio?

Lavandaia e corista

Non so come riesco sempre a farmi coinvolgere in attività scuola-genitori anche se nel mio petto batte un cuore da eremita. Nella classe di Anita, quinta elementare, le maestre stanno organizzando una recita in dialetto milanese. Nel programma di geografia si studiano le regioni e poi c’è anche un concorso scolastico della provincia di Milano che riguarda i Martinitt, a cui partecipa l’intero istituto scolastico. Gli alunni fanno questa rappresentazione in stile Vecchia Milano, e c’era bisogno di cinque mamme travestite da lavandaie/coriste che cantassero, con i bambini, La bella lava al fosso. Cantare per me è una cosa contronatura, perchè sono proprio negata ma… le maestre hanno tanto insistito. Poi non sono brava a evitare di farmi accalappiare e le altre madri, più scaltre, si sono date alla macchia più velocemente di me. Così oggi sono stata convocata al casting delle povere lavandaie. Già posso vantare nel mio curriculum di mamma un’esperienza da performer nel primo anno della materna di Anita (a quell’età si è molto più disposti a rendersi ridicoli per amore dei propri pargoli), quando nella recita di Natale dei genitori avevo interpretato la parte dell’orsetto Bertie, patetico protagonista di una pantomina natalizia. Indossavo un costume di peluche beige veramente assurdo. Ma Anita aveva tre anni ed era orgogliosa di me. Quella volta anch’io avevo fatto come dichiara oggi Isabella Ferrari ai giornalisti. Per trovare il coraggio di interpretare la scena di sesso con Nanni Moretti in “Caos calmo” lei si è scolata una vodka, io per l’orsetto Bertie, un irish coffee. (Lo spettacolo era previsto per le tre del pomeriggio e mi sembrava più adatto). Sempre alla materna,il Natale successivo, sono stata anche nel cast di Rudolph dal naso rosso ma avevo una parte secondaria ed era molto meno imbarazzante.
Oggi sono arrivata a scuola abbastanza tranquilla: speravo che le maestre si accorgessero della mia incapacità canora e mi cacciassero dal coro. Invece alla prova delle mamme coriste eravamo solo in due (le altre candidate avevano ovviamente da fare) e quindi sfortunatamente sono stata arruolata senza ripensamenti. Spero di cantare in playback come le Spice ma non mi posso illudere: so che sarà ugualmente tremendo.

Mattine pericolose


Stamattina a casa mia si respirava un’atmosfera idilliaca: ci siamo scambiati bigliettini e cioccolatini a forma di cuore e giurati, tutti e quattro incrociati, amore eterno. Con la scusa di S.Valentino sono riuscita buttar giù dal letto le bambine con molto anticipo e a passare quei momenti pericolosi, meglio conosciuti come il meridano di Cogne (quella mezz’ora dalle otto alle otto e trenta in cui i nervi di ogni mamma sono particolarmente tesi) in grande armonia. Gli altri giorni è diverso: ci sono istanti in cui la tensione cresce e rende incadescenti anche le più tenere relazioni umane. Riuscire a prepararsi per andare a scuola in tempo utile e con il sorriso sulle labbra è un obiettivo ambizioso. Di solito il momento peggiore è quello della toeletta: Emma ha i capelli lunghi e ricci, genere Raperonzolo e pettinarla è sempre un incubo. Devo farle le trecce perchè a scuola ci sono i pidocchi, oramai stanziali come in ogni scuola che si rispetti, e per rendere il processo meno traumatico canto, anzi cantiamo: “Arriva un pescatore con l’amo e con le reti…” una vecchia canzone amata da Emma all’asilo che ormai è diventata una specie di sigla horror, perchè i nodi sono sempre tanti…Poi appena ho finito di pettinare/confortare Emma che nonostante il mio canto urla (o forse proprio per quello) arriva Anita che è in pre-adolescenza. Questo significa che perde ore a pettinarsi ed è particolarmente seccata della nostra co-presenza in bagno. Prende mollette, sbatte sportelli, cambia spazzola e sbuffa insulti alla sorella. E sottovoce anche a me, ma faccio finta di nulla. Quando finalmente anche i capelli di Anita, anche lei piuttosto “raperonzola”, sono domati, si esce. E’ sempre tardissimo e la nostra scuola è a cinque minuti d’auto da casa. Per arrivarci bisogna superare l’incrocio della morte, dove per effettuare una svolta sinistra si impiegano anche dieci minuti, perchè naturalmente anche tutti gli altri genitori schiumano odio e stress e non lasciano mai passare. Le mie figlie tacciono fino a questo incrocio e proprio nel momento in cui impreco contro gli altri automobilisti egoisti, le bambine tentano di istauraurare un’amabile conversazione su argomenti come i furetti da compagnia o le figurine di Dragon Ball. A questo punto si arricchiscono perchè in casa nostra vige la regola che per ogni parolaccia si sganciano 50 centesimi. E io non riesco proprio a trattenere il turpiloquio.

Videogioco contro gli orchi

Un post brevissimo, ma spero utile. Ho appena trovato su La Repubblica questo articolo su un convegno che si terrà domani sul tema della sicurezza della navigazione in rete dei più piccoli. Si parla di bambini dai 7-8 anni in poi. Certo si può usare il parental control, il filtro che permette di bloccare l’accesso a siti non adatti. Ma è importante anche allertare i bambini “a drizzare le antenne” in caso di pericolo. A essere più sicuri di sè, a conquistare l’autonomia di affrontare un piccolo percorso, a fare una commissione senza panico. Da aprile sarà possibie scaricare grauitamente un videogioco che aiuterà i bambini a essere più consapevoli, meno ingenui e a evitare eventuali adescamenti. Secondo gli esperti il videogioco è uno degli strumenti più adatti e facili per far passare qusto tipo di comunicazioni. Il tema è delicatissimo e difficile da trattare. Alle mamme fa venire i brividi solo a pensarlo. Nella cronaca continuano ad arrivare, anche in questi giorni, notizie di arresti di persone super-insospettabili ma coinvolte in questo odioso crimine. Ho sperimentato la difficoltà di parlarne ai bambini: fino a che punto bisogna essere chiari e quando si rischia di terrorizzare? C’è un libro di Alberto Pellai, uscito un po’ di tempo fa ma sempre attuale, che forse può aiutare ad affrontare l’argomento anche con i bambini più piccoli. La comunicazione su questi temi può sempre dare origine a malitesi, a volte molto teneri. A un compleanno, un nostro amichetto non voleva farsi servire una bibita da un papà a lui sconosciuto, perchè la mamma gli aveva raccomandato di non accettare cibo o bevande da estranei.

Paure e insicurezze a go-go

Dopo l’11 settembre Bush, negli USA Bush ha inaugurato la politica della paura. generando ansia e insicurezza nella popolazione per poter governare meglio. Nel nostro piccolo anche noi mamme siamo gestite così dai media: quasi ogni giorno leggiamo notizie che ci rendono più insicure, spesso ci terrorizzano e ci fanno sentire particolarmente vulnerabili. Mettersi in discussione è importante, ma vivere sempre in preda ai timori è letale. Ieri sul Corriere della Sera, nel settore salute c’era un articolo su sostanze inquinanti che come il bisfenolo A, addittivo del policarbonato e i ftatalati (entrambe presenti negli oggetti e accessori di plastica) che sono in grado di alterare l’equilibrio ormonale. Di chi? Di tutti e in particolare dei bebé al di sotto degli otto mesi di vita, che potrebbero subire ripercussioni nel loro sistema riproduttivo. Terrorizzante, come sostiene la prestigiosa rivista americana “Pediatrics” anche perchè queste maledette sostanze, invisibili e inodori, sono tutt’intorno a noi e al mondo dei neonati. I ftalati, materiali aggiunti al PVC per renderlo più malleabile, sono già stati messi sotto accusa tempo fa e trovati soprattutto nei giocattoli made in China, ma si trovano in mille altri prodotti, come cosmetici, articoli per l’igiene dell’infanzia, nella carta da parati, nei rivestimenti delle auto, ecc. Il bisfenolo A invece è usato nei biberon di plastica e si attiva soprattutto con le bevande calde e quando il contenitore è particolarmente usurato. Quindi biberon di vetro e sempre nuovi. Ma i timori serpeggiano comunque ovunque, anche per chi come me, oramai in casa non ha più tettarelle e biberon. (Ma che dire dei contenitori Tupperware?). La mia ultima paura non riguardava la plastica ma era più psicologica, a proposito dell’ansia da separazione di Emma. Mia figlia ha sette anni e mezzo ma al momento della buonanotte, il rito dei saluti sta diventando sempre più lungo e complesso. Temevo fosse anche un po’ schizoide. Alla sera da noi va così: la mia secondogenita è sotto le copertine. Si spegne la luce, si accende la rana-lampada che diffonde una luce verde e soffusa. E si comincia: “Dormi bene Emma tesoro…(seguono due parole amorose che ometto per dovere di privacy)…ci vediamo domani, parliamo di tante cose. Patto!(E ci si dà la mano). Bacio che rimane (un po’ più affettuoso del solito bacio base, che di solito è veloce)”. Se per caso si sbaglia una parola o la sequenza di queste, è necessario ricominciare da capo. “Patto” poi si fa anche come saluto quando si va a scuola. Con il papà, ed Emma ha tentato di instaurarlo anche con Anita, ma mi sono opposta. Ho chiesto un parere a una mia amica psicologa che mi ha detto di non preoccuparmi. Il rito della buonanotte è importante. Emma non soffre di turbe particolari. Magari dobbiamo sveltire un po’ sulla formula magica di commiato, ma non bisogna sopprimerla. Ho sospirato di sollievo ma poi ho pensato: “Non lo dirà solo perchè è mia amica?”

Colf c’est moi


Se sono sopravvissuta ai coriandoli posso cavarmela in qualsiasi situazione. Intendo a quei maledetti pallini di carta colorati che si sono infilati dappertutto in casa mia e sembravano riprodursi in ogni angolo, nonostante le mie ripetute e ostinate aspirapolverate. Ma ho mantenuto i nervi saldi. Sì, perchè dal luglio scorso, dopo anni e anni di collaboratrici domestiche, contributi e permessi di soggiorno e affini, ho deciso che la guerra a sporco e disordine avrei potuto combatterla anche da sola. Dopottutto erano oramai lontani gli anni bui delle bambine piccole: delle pappe sputate, del gattonare e delle piante sradicate. Una grossa conquista: fino a poco tempo fa ero terrorizzata da questa possibilità. Guardavo le ditate sul frigo e le incrostazioni sul piano cottura e pensavo che mai avrei potuto cancellarle veramente bene. Perchè ero rimasta al paleozoico: all’epoca di acqua e spugna. Ora invece ci sono prodottini che basta uno spruzzo e via! Ok, sono un po’ tossici e corrosivi anche per gli umani, la prima volta che ho provato zac! mi è sparito il French sull’unghia in un istante. Ma adesso metto i guanti e anniento lo sporco qua e là con la grazia di Mastro Lindo. Il problema è che non ne ho mai voglia e pospongo le pulizie con nonchalance. C’è sempre qualcosa di meglio da fare. La sindrome di Bree Van Der Kamp la più pignola delle Casalinghe Disperate non mi ha ancora contagiato. Bree una volta mentre faceva sesso con il marito si è fermata e ha pulito perchè lui aveva appoggiato un sandwich sul comodino, ripeno di formaggio che stava incrostando il mobile. Ma tenere in ordine la casa cambia, comunque, i rapporti con i propri familiari: rende tutto più ambiguo. Si comincia a spiare e a prevedere i loro movimenti per evitare che mettano in disordine e sporchino. A volte si sogna di trasformarli in statue come negli incantesimi di Jadis la strega bianca e cattiva delle Cronache di Narnia. Si prova un inspiegabile piacere quando si rimane in casa da sole. Ma ci sono anche soddisfazioni più profonde. Come scoprire di essere la reginetta dello stiro (le camicie di mio marito vanno direttamente al lavasecco). Stirare cose rettangolari o vestiti delle bambine mi rilassa e poi posso ascoltare nell’i-Pod i mei audiolibri in francese, in tutta serenità, ovviamente se non si impiglia l’auricolare nell’asse.

Piccoli chef? No, grazie

Fra le compagne di scuola di Emma c’è una bambina celiaca che quando viene a giocare a casa nostra si porta la merenda nello zainetto, ma ora nel giro delle amichette tutte le mamme hanno in casa qualche golosità senza glutine, proprio per lei. Comunque i bambini celiaci e anche quelli che soffrono di altre intolleranze alimentari sono bravissimi: non li ho mai visti fare scenate e capricci per mangiare, magari alle feste, qualcosa di proibito. A Milano, ad esempio, ora con il carnevale ambrosiano che va avanti fino a sabato, i bambini sono a casa da scuola ed è un susseguirsi di feste in maschera e scorpacciate varie. La buona notizia è che alcuni delle tipiche leccornie carnascialesche, come le frittelle e i dolci caramellati, possono essere preparati senza glutine e quindi mangiati tranquillamente anche dai celiaci. Esiste un libro , della giornalista Annalisa Coviello, che contine molte di queste ricette, della cucina ligure, proprio a misura di bambino. Un’altra novità riguarda la cioccolata: quella senza glutine ora è facile da trovare anche nei bar.
A casa nostra fortunatamente intolleranze non ce ne sono e quindi, in teoria, sarebbe frittella libera, declinata in mille gusti. Peccato che io come cuoca di dolci faccia pena e l’unico exploit che mi possa permettere sia friggere le mele. A carnevale le mangiavo da bambina e quindi l’altra sera, pensando che ogni tanto bisogna rispolverare le tradizioni, ho coinvolto le bambine nella loro preparazione. La parte che hanno preferito è stato passare i pezzi di mela nella farina, litigando su chi ne impanava di più, imbiancando tutto il tavolo e il pavimento della cucina. Poi le ho messe in padella, sprigionando una puzza da ristorante cinese. Infine le bambine hanno passate le le mele fritte nello zucchero, che hanno cercato di papparsi, leccandosi le dita senza vergogna e lasciando nude le frittelle. Quando finalmente quest’ultime sono state pronte e messe su un vassoio, Anita ne ha sbocconcellato una, ha assunto un’espressione triste e delusa. Mi ha detto: “Pensavo fossero diverse: non mi piacciono molto”. Emma invece, diffidente, non ha voluto neppure assaggiarle. Avrei potuto parlare dei bambini che moiono di fame nel Darfur, ma gli psicopedagogisti dicono che sia un’immagine poco efficace per i nostri figli perchè troppo lontana. In alternativa, avrei potuto usare espressioni forti, qualche porcone e insulti mirati. Ma avrei rischiato di far diventare le mie bambine, fra pochissimi anni, anoressiche/bulimiche. Dopotutto i disordini alimentari nascono sempre per colpa dei genitori. Allora ho cercato di essere zen e mi sono pappata quelle delizie da 500 e passa calorie. Pensando vendicativa: la prossima volta col piffero che giochiamo ai piccoli chef.

Follie e bugie

C’è un giornale divertentissimo che si chiama Men’s Health dedicato agli uomini duri e puri. Quando lo vedo in edicola e leggo gli strilli di copertina, rido moltissimo. E’ anche meglio di Cosmopolitan. L’altro giorno all’entrata della palestra alcune copie di questa rivista erano gratuite, così ne ho presa una, sicura di trovare notizie sensazionali. Infatti non sono stata delusa. Nella rubrica “Psico”, una vera chicca: i padri non devono assistere al parto. Cito letteralmente Men’s Health: “A meno che tu non sia curioso di vedere una placenta dal vivo o di sentire la tua dolce metà imprecare come uno scaricatore, faresti meglio a lasciare che se la veda da sola con il momento più difficile di tutta la faccenda…” Due le fonti usate dal simpatico collega della rivista: gli studiosi dell’Università di Toronto in Canada che sostengono che una partoriente preferisca avere vicino una donna competente piuttosto che un maschio atterrito e anche Michel Odent il grande medico francese che per primo ha introdotto il parto in acqua in Europa. Proprio quest’ultimo afferma che l’ansia e il dolore della donna in travaglio aumentano se chi le asssiste (il classico maschio lettore di Men’s Health) è a sua volta ansioso. Forse non era necessario scomodare un luminare dell’ostetricia per scrivere una simile stupidata, ma tant’è…Nella pagina successiva della rivista c’è invece un interessante sondaggio sul sesso, “Cosa piace alle donne”, dove si sostiene che solo il 2.4 per cento delle intervistate ritiene che le dimensioni del pene siano importanti. Il messaggio finale sembra chiaro: i maschietti per rasserenarsi se le bevono proprio tutte. Ma se il neo-papà spaventato non assiste al parto può sempre farsi perdonare regalando un bel gioiello, non alla mamma come si usava una volta ma al bebé. Fortunatamente sono appena stati infatti messi in commercio i succhiotti gioiello. Dei ciucci elegantissimi, rifiniti in oro e tempestati di diamanti al modico prezzo di 2400 euro l’uno. Così l’ignara creatura potrà essere derubata già in carozzina.

Anche le mamme lo fanno


C’è un’imperdibile notizia oggi su La Repubblica, (peccato che non sia presente anche nella versione on-line con lo spassoso e cinico commento di Natalia Aspesi) riguarda la scoperta della dottoressa Marta Cerruto dell’Università di Verona: portare i tacchi alti potenzia i muscoli del pavimento pelvico e quindi fa bene all’amore. Per essere più precisi, più forti sono questi muscoli migliore è la qualità dell’orgasmo femminile. La ricerca della dottoressa Cerruto sarà pubblicata sulla prestigiosa rivista di settore European Urology e ieri era appunto sul Sunday Times. E’ assolutamente una buona novella per le mamme che di solito il pavimento pelvico se lo giocano nelle spinte del parto naturale o nel taglio dell’episiotomia. Ricordate le parole dell’ostetrica nella visita post-nascita che ripeteva di fare gli esercizi “ginnici” di Kegel per rimettere in forma il suddetto pavimento, paventando non solo orgasmi schifosi ma anche una futura fastidiosa incontinenza? Naturalmente noi tutte abbiamo ubbidito coscienziose (stringi- rilascia, stringi-mantieni-rilascia) perchè non esiste niente di più comodo per tenersi in forma: questi allenamenti sono invisibili e si possono fare comodamente in ogni luogo, occorre solamente concentrarsi un po’. In fila alla cassa del supermarket, in piedi davanti all’uscita della scuola, alla posta. Basta niente per rintemprare il pavimento pelvico. Per quelle più pigre comunque che hanno bigiato ora c’è una via d’uscita: trotterellare a fianco dei pargoli indossando dei simpatici tacchi a stiletto. Non più di 11 centimetri e mezzo, consiglia la dottoressa Cerruto, altrimenti la curva a cui è sottoposto il piede non è più quella giusta e il pavimento pelvico non migliora. Anzi peggiorano solo i calli sotto la pianta dei piedi. Così dopocena quando avremo finalmente pulito la cucina, letto la favola della buonanotte e messo a letto la prole potremo sperimentare, con l’uomo della nostra vita, il ritrovato fitness del nostro pavimento pelvico e ululare felici alla luna.

Disordine e buone letture


L’urlo lacera la giocosa atmosfera della cameretta: “Cos’è questo schifo? Mettete subito a postooooo!”. Mi esce impetuoso e liberatorio dal petto mentre, per puro caso, ho dato un’occhiata dentro al primo cassetto della “scrivania” della camera delle mie figlie, dove Emma stava rimestando furtiva. Ecco il contenuto del cassetto: barchetta di carta strappata, residui secchi di didò (oramai in necrosi), vari fogli appallottolati, pennarelli spuntati in colori assortiti, benda da pirata, carta di cicche, kleenex usati, big-babol nuda, scubidoo intorcinato attorno a una biro, treccina di scubidoo abortita, residui assortiti di matita temperata, punte multicolori di pastelli, libro dei compiti delle vacanze, mezzo binocolo in plastica, brandelli di corda, confezione vuota e slabbrata da sei uova in cartone, centinaia di pezzi di Lego piccoli, colla glitterata aperta e secca e un paio di vecchie mutande di Polly Pocket. Sembra quasi che vogliamo competere con il problema dell’immondizia napoletana. Faccio lo sguardo truce per convincerle a mettere in ordine, ma so che fino a quando Emma sarà afflitta dalla smania delle invenzioni la situazione non potrà migliorare. La mia secondogenita infatti appena ha un attimo di tempo assembla cartoni, annoda corde, incolla tappi, infilza bastoncini. Ai pasti arriva sempre a tavola con in mano qualche arnese appena fabbricato, spesso lo dimentica sulla tovaglia e allora il destino dell’oggetto è segnato. Certo, mi sento in colpa a far sparire le sue creazioni, ma prima di arrivare alla soluzione finale sono previsti vari stadi. Nella fase uno l’invenzione viena segregata, poi se Emma per una settinana o due non la richiede, si passa all’opzione “sacchetto-in-garage” e solo in un ultimo terzo tempo si punta direttamente verso il cassonetto. Emma è sempre stata attratta dal fai-da-te ma da quando, un paio di anni fa, abbiamo iniziato a leggere i libri di Lemony Snicket sulle avventure degli orfani Baudelaire, Emma si è identificata nella sua eroina letteraria Violet Baudelaire, la sorella maggiore che riesce sempre a togliere d’impiccio i fratelli grazie alle sue invenzioni. Peccato che Emma non sia una gran lettrice e i libri ami ascoltarli quasi esclusivamente letti da me. Anita invece legge un sacco e ultimamente la sua passione è Jerry Spinelli prolifico autore americano che scrive storie bellissime, divertenti e realistiche adatte ai pre-adolescenti. Racconta di bullismo, delle frustrazioni di non sentirsi parte di un gruppo, di trovare insopportabili i genitori e di non essere sempre degli strafighi nello sport preferito. Lo stile di questo scrittore è diretto e coinvolgente: riesce a incantare sia maschi che femmine.

Guerra e…arresti domiciliari

Un anno fa per lavoro ho letto e commentato un libro molto interessante di una giornalista americana, si intitola “Mommy wars” e parla della guerra sotterranea e subdola che si instaura fra le mamme che lavorano e quelle che invece hanno sacrificato la carriera per i figli. Nel libro ci sono interessanti testimonianze. Parlano madri che hanno deciso di continuare il cammino professionale e sono contente, altre che invece hanno mollato tutto e si sentono realizzate. O ancora chi ci ha ripensato: ha lasciato il lavoro e poi l’ha ripreso e chi si è organizzata per lavorare da casa. Le combinazioni sono tante, le mamme creative ma… la guerra continua. Disprezzo, invidia e insicurezza caratterizzano questo conflitto, più o meno intensamente a seconda dellla fase di vita di mamme e bambini. Adesso negli Usa i libri su questo argomento i manuali si sono moltiplicati, creando, come al solito, una profittevole serie. Si auspica sorellanza, solidarietà e comprensione fra le due categorie, ma spesso non accade. Frecciatine e colpi bassi si sprecano comunque. Non voglio addentrarmi nel commentare quale possa essere la scelta migliore, dedicarsi alla carriera o alla famiglia, ma sottolineare che c’è un momento in cui le mamme casalinghe sembrano essere veramente penalizzate: quando i bambini sono ammalati. Ok, non è facile e divertente neanche per chi lavora, ma se i pargoli non sono più tanto piccoli, diciamo in età scolare, e il malanno è una semplice influenza, le mamme lavoratrici si organizzano piuttosto serenamente. Le più smart hanno comunque una persona in panchina per stare con il piccolo malato e tamponando un po’ qui e un po’ là, riescono a cavarsela. Le casalinghe invece, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, sono fottute: il loro mondo si capovolge perchè il piccolo malato incombe. Soprattutto quando è in via di guarigione (ma deve stare ancora in casa) inperversa urbi et orbi. La situazione peggiore la vivono le mamme che lavorano da casa: non riescono mai a concludere nulla perchè i bambini non le mollano un attimo. Allora le scelte sono due: imbottire il pupo di televisione/dvd e play-station /video-games o trasformarsi in simpatiche e frizzanti animatrici non-stop. Di solito dopo un’ora anche l’animatrice/madre più motivata dà forfait e ha quella spiacevole sensazione di esssere agli arresti domiciliari. Sì, proprio come Sandra Lonardo Mastella, che però almeno ha i figli già cresciutelli.

Italians do it better


E’ sempre un po’ squallido parafrasare Madonna, ma questa volta il titolo è perfetto per il tema affrontato. La scorsa settimana scadevano le iscrizioni alle scuole medie e fortunatamente Anita è stata accettata nella scuola che preferivamo. C’era un po’ suspance perchè in quell’istituto arrivano molte richieste e non sempre tutti gli alunni possono essere accontentati. Ma quest’anno a noi è andata bene: siamo dentro. Una mia amica inglese, che conosco da una vita, cioè da quando abitavo a Londra, mi racconta invece che la sua bambina, stessa età di Anita deve anche lei cambiare scuola, ma in Inghilterra la situazione è molto più complessa. A undici anni si entra nella scuola che fa da medie e liceo, dura sette anni e dopo si va al college. E’ ovviamente una scelta importante e responsabile ma dai racconti della mia amica anche piuttosto angosciante. Premetto di non condividere le basi del sistema scolastico inglese: scuole pubbliche e ghettizzanti per i meno abbienti, dove si parla con un accento common o cockney che poi rimane come marchio per tutta la vita e dove le classi sono miste. Scuole private più o meno d’elite e costose dove si parla in modo posh, cioè come la regina o gli attori della Royal Shakespeare Accademy, dove gli istituti sono divisi per sesso. Scuole rigorosamente per maschi o solo per ragazzine. Vivere gli anni dell’adolescenza senza il contatto diretto con i coetanei dell’altro sesso è senz’altro deleterio e antiquato. Per essere ammessi negli istituti da strafighi/e però non basta pagare bisogna anche fare esami di ammissione. Scritti e orali, a undici anni tutto il mese di gennaio è dedicato a queste prove del fuoco. Maia, la figlia della mia amica, ha passato lo scritto della seconda scuola scelta e adesso deve fare l’orale della terza, della prima non ha ancora avuto i risultati ma intanto sta affrontando bene i test della quarta scuola nella sua lista di preferenze. Roba da inorridire. Perchè in fondo l’unica cosa che mi piace delle secondary schools sono le uniformi. Però anche qui non si scherza: anche le mollette per capelli, gli elastici e le strisce sono ammesse solo ed esclusivamente se sono in tinta con i colori ufficiali della scuola. Insomma almeno “alle medie” gli italiani sembra siano meglio.

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