Cassiera al cinema

La domenica pomeriggio spesso, per volontariato, faccio la cassiera nel cinema del mio quartiere. Si tratta di una vecchia sala, dove le proiezioni sono esclusivamente nel weekend: ogni settimana la stessa pellicola, visibile per tre giorni a orari diversi.

Nel quartiere vivono molti anziani, tanti cani e bambini. La programmazione del cinema è orientata sui film d’autore, perciò bambini e ragazzi al cinema se ne vedono pochi. La mancanza poi del distributore di bibite e della macchina del popcorn, agisce come deterrente su questa spensierata fascia di pubblico. Mentre le altre due categorie di abitanti del quartiere frequentano numerosi. Soprattutto nella giornata del mio turno alla cassa.

Ogni domenica pomeriggio il film, qualsiasi esso sia, è un appuntamento fisso. Gli anziani cinefili accorrono a frotte, forse anche solo per lamentarsi sulla scelta delle pellicole, molto spesso considerate noiose.

Arrivano a gruppetti di amici, qualcuno con la badante, altri con il cane. Per alcuni infatti il legame con l’amico peloso è così affettuoso e sinergico che sarebbe stato brutto separarsi anche solo per poche ore per la visione del film.

Così si era stabilito che qualche cane fortunato, un po’ su con gli anni, con un carattere pacioso e il perenne obiettivo di ronfare, potesse tranquillamente entrare. E rimanere sdraiato ai piedi dei padroni, a cui si riservava il posto in prima fila dove c’è parecchio spazio.

L’atmosfera del cinema è quindi piuttosto intima e familiare.

Non ci sono posti numerati, non c’è pubblicità, si può anche arrivare un po’ in ritardo, facendosi aprire bussando energicamente alla vetrata d’ingresso.

Insomma con il pubblico c’è un rapporto diretto e schietto, come prima dell’avvento dei multisala. Quasi più da bar che da cinema. Vecchi coniugi non si vergognano di battibeccare davanti alla cassa perché uno dei due ha dimenticato la tessera di frequenza (utile: a un certo punto garantisce un’entrata gratis).

E nessuno è mai stato inibito nel palesare la propria opinione alle cassiere riguardo alla pellicola. Sul bancone della biglietteria c’è anche una cassettina con foglietti e penna per lasciare commenti e suggerimenti, ma le recensioni orali e piene di pathos sono preferite dal pubblico.

“Robe da matti!”, qualcuno esce brontolando neanche a metà film, guardando in modo torvo le cassiere e sbatte la porta a vetri.

“Ma li scegliete voi?”, qualcun altro cerca un capro espiatorio per la sua frustrazione.

Mi sono chiesta come mai, nonostante la costante criticità verso la programmazione, il pubblico degli anziani continui a essere così assiduo. La ritualità del lungo pomeriggio domenicale da riempire in qualche modo non può essere l’unica ragione.

Altrimenti la reazione più tradizionale, anche fisiologica postprandiale, sarebbe passiva.  Assopirsi sulle poltroncine del cinema. E lasciar passar le immagini senza farsi troppo coinvolgere. Nel bene e nel male.

Ho pensato che deve esserci qualcosa di più profondo, per giustificare risposte così sanguigne verso quello che succede sul grande schermo.

Ho imparato a osservare meglio le reazioni, cercando di catalogarle. E notato che i film che fanno uscire il pubblico più scontento e litigioso sono quelli definiti lenti. Anzi peggio, realistici.

“Bello, ma che tristezza!”, ha sospirato uscendo una signora troppo educata per usare un sostantivo molto meno elegante.

Allora forse ho cominciato a capire, gli anziani non solo, banalmente, vengono al cinema per sorridere e divertirsi. Nel lasso di tempo della proiezione cercano veramente un’evasione.

Quasi un salvagente per navigare fuori dalla loro realtà.

Lo scopo è quello antico, quando si andava al cinema per sognare. Per dimenticare i propri affanni e identificarsi nelle avventure, più o meno mirabolanti, degli attori. Gli anziani arrivano al cinema, una domenica dopo l’altra, con l’inconscia speranza di rivivere storie d’amore. Viaggiare dall’altra parte del mondo. Scordare la badante seduta nella poltroncina di fianco. Sentirsi ancora pronti per un po’ di sana adrenalina. Per immaginare di avere un’altra chance: nuova, sfavillante e improbabile.

Invece le pellicole d’autore, drammatiche e impegnate, provocano l’orticaria. Generano intolleranza.  Sembrano un immeritato castigo. Per quello fanno arrabbiare.

2 comments

  • maria chiara

    …ma la programmazione chi la fa? chi scegli i film?

    • patriziavioli

      Le proposte arrivano da un “team” fra noi volontari, capitanati da un anziano giornalista che gestisce da anni il cinema per la parrocchia. Diciamo che in barba all’età ha gusti molto più giovani dei suoi coetanei.

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