Ya basta hijos de puta

“Al PAC  la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico.

Con uno stile minimalista, 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza

La frase YA BASTA HIJOS DE PUTA è stata rinvenuta sul corpo di una donna uccisa vicino alla frontiera nel nord del Messico. Messaggi incisi sui cadaveri sono tipici dei gruppi di narcotrafficanti, che usano questa modalità come avvertimento e intimidazione nei confronti di altre bande”

Questo raccontava il comunicato stampa della mostra Ya Bast Hijo de puta e super intrigata, (era stata anche prolungata per l’abbondante affluenza di pubblico) ho deciso di festeggiare il pomeriggio della festa della mamma (domenica scorsa) con gli hijos de puta e le mie ragazze.

Poi il PAC è uno dei nostri luoghi del cuore perchè da bambine, vi hanno fatto tanti laboratori, campi estivi e compleanni.

Quindi entriamo piene di deliziose e artistiche aspettative.

Prima sala,ok. Nella seconda manifesti con le le foto delle ragazze desparecide nella violentissima città di frontiera Sinaloa. Inquietanti, commoventi ma dovute.

Uscendo abbiamo notato nel muro una specie di poster di due fogli bianchi che erano diventati rosso ruggine, il colore del sangue vecchio.

Descrizione: erano stati creati con il sangue sgocciolato dalle vittime.

Emma ho detto che l’angosciavano.

Di fronte a noi tanti fili legati insieme che attraversavano da  parte a parte la sala.

Descrizione: fili con cui sono stati legati i cadaveri durante l’autopsia.

Anita ha fatto recentemente all’università il corso di sutura, ma non ha apprezzato.

Un po’ sgomente siamo salite al piano superiore, stavamo per entrare in una stanza ma prima abbiamo letto la descrizione.

Nella stanza era stato nebulizzato liquido estratto dai lenzuoli dell’obitorio. Conteneva una soluzione disinfettante, quindi si poteva entrare tranquillamente.

Peccato che dalla stanza stessero uscendo due ragazze, che avevano fatto l’errore di entrare, incautamente, dalla parte opposta e si erano subite il macabro aereosol senza sapere prima cosa fosse.

L’hanno letto solo all’uscita. Sono andate via dicendo:

“Mamma che schifo, vado a lavarmi i capelli!”

A quel punto anche noi abbiamo deciso di andarcene.

Il tema, violenza sulle donne e il femminicidio, è importante e delicato, esporlo in un modo troppo provocatorio rischia di renderlo indigeribile e obsoleto. Molti preferiscono non vedere, e anche non sapere, piuttosto di subire uno choc. L’equilibrio fra denuncia, arte moderna e provocazione è molto sottile e difficile.

Questa mostra non sembra sia riuscita a trovarlo.