Everest: un film che non coinvolge

Sono andata a vedere Everest piena di aspettative, pronta a commuovermi per una storia vera, quella degli sfortunati scalatori che nel lontano’96 morirono per arrivare in cima al tetto del mondo. Invece purtroppo la parte migliore del film è il trailer, spettacolare e pieno di pathos, molto più dell’intera pellicola. Infatti il regista, l’islandese Baltasar Kormàkur, nonostante una fotografia mervigliosa e un cast importante, con Jake Gyllenhaal, Emily Watson, Keira Knightlley, Robin Wright, ecc, non è riuscito a riportare sullo schermo la complessità e la profondità del romanzo di Aria Sottile dello scrittore e alpinista americano John Krakauer che partecipò come scalatore e cronista alla tragica spedizione, vivendo in prima persona la drammaticità degli eventi.
La storia è quella di un gruppo di alpinisti americani che attraverso un’organizzazione chiamata Adventures Consultants sbarcano in Nepal con l’obiettivo di arrivare in cima alla vetta più alta del mondo. Una gita molto cara (60.000 dollari di allora) e pericolosa perchè arrivare a 8000 metri per il corpo umano è un’esercizio contronatura. L’ossigeno è sempre più rarefatto e per sopravvivere ci vuole un lungo processo di adattamento. Ma il campo base alle falde dell’Everest, dal film, sembra un parco gioco per ricchi, dove gli scalatori passano sopra alle regole base della prudenza, scalpitando per arrivare per primi alla meta.
Infatti tantissime sono le squadre, di nazioni diverse, che vogliono farcela e quindi il giorno designato, perchè più favorevole metereologicamente, c’è la fila per salire. Quasi ci si fa lo sgambetto, ci si rubano le corde e le bombole d’ossigeno.
Purtroppo nel film, diversamente dal libro, non si dà assolutamente spazio al ruolo degli sherpa, che sono gli unici a rispettare la montagna e a conoscere veramente le sue trappole. Sullo schermo vengono descritti solo come meri portantini.
Era indubbiamente difficile riuscire a dare spessore a molti dettagli psicologici che avrebbero forse occupato lo spazio che doveva comunque essere dedicato alle scene d’azione. Però il risultato è stato quello di non riuscire a coinvolgere lo spettatore, certo nell’istante più drammatico è dispiaciuto per i poveri alpinisti. Anche se fino a quel momento sembravano solo dei (ricchi) narcisi egoisti che per piantare la loro bandierina sul picco hanno messo a repentaglio la vita infischiandosene delle natura e delle sue leggi.

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