Running & Falling

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Ho scoperto che correre è una droga. L’avevo sentito dire da tanti runner, mi sembravano degli invasati, ma invece l’ho sperimentato sulla mia pelle. Parti di cattivo umore, corri, corri, corri e torni angelicato. Così anche ieri mattina non vedevo l’ora di mettermi le scarpette, legarmi al braccio il portacellulare e via per i prati.
Secondo la mia tabella di allenamento dovevo fare 4 km, tatticamente avevo scelto una playlist energetica e mi sentivo quasi una gazzella.
Purtroppo però qualcosa nella mia app per correre non andava come doveva e, a tradimento, invece della musica ogni tanto partiva l’opzione shuffle, scelta a capocchia dell’Ipod, e partiva un audiolibro in francese che ammosciava non poco la mia falcata.
Imprecavo, cambiavo e continuavo.
A metà percorso mi sono sentita particolarmente in forma, l’effetto euforico del runner cominciava, e infatti ho sorpassato un signore che camminava sul mio sentiero, sfrecciandogli accanto dandomi arie da atleta. Peccato che, cinquanta metri dopo, lo stesso signore abbia visto che mi accasciavo sul lato sinistro, cadendo come una pera cotta sull’erba, a lato della stradina. Così all’improvviso come se mi avessero sparato.
Ho inciampato e sono finita lunga distesa per terra.
La cosa bella è che non sono atterrata su una cacca di cane. E in quel momento la musica non era un romanzo di Boris Vian.
Così con i Black Eyed Peas che mi rimbombavano nelle orecchie, dopo un attimo di sgomento, ho cercato di rialzarmi raccogliendo, oltre all’Ipod, la mia dignità. Sentivo gli occhi derisori del signore puntati sulle mie chiappe, ma ho cercato di non pensarci.
Mi sono spazzolata via la terra da tutto il lato sinistro: mano, braccio, anca e polpaccio e sono ripartita come se ninete fosse.
Dopotutto avevo una tabella di marcia da rispettare.
E ce l’ho fatta, spero solo di non incontrare più quel tizio.