Whiplash: qual è il limite?


Ho visto questo film bellissimo, onesto, coraggioso e molto duro. La storia di un ragazzo talentusoso che si danna per diventare primo batterista nel conservatorio più prestigioso di New York e ha come insegnante un coach durissimo, rigoroso, il cui metodo sconfina nella crudeltà.
Lo interpreta è J.K.Simmons, così bravo da aggiudicarsi sia il Golden Globe che il premio Oscar come miglior attore non protagonista.
Il protagonista invece (Miles Teller) è un diciannovenne determinato, ambizioso e pronto al sacrifico pur di eccellere suonando la batteria. Dedica tutte le sue energie all’allenamento, a scapito anche di una sana vita sociale e sentimentale. Quando ha “la fortuna” di essere scelto dal coach più temuto e rispettato della scuola è al settimo cielo, la sua autostima va alle stelle. Ma presto si renderà conto quanto è alto il prezzo da pagare.
Al di là di questa pellicola, che non fa sconti nel raccontare i sogni di un ragazzo che cerca di emergere in un mondo sempre più competitivo, in questo caso l’ambito è quello musicale, ma con poche varianti la stessa dinamica si ripete anche in altri campi, come ad esempio quello dell’agonismo sportivo. Allora mi domando è fino a che punto, un allenatore, un maestro, un coach, può essere severo, implacabile, pur di tirar fuori il meglio dal giovane che “allena”?
Quanto sono fragili i giovani “campioni” in un momento così delicato di crescita? Quanto possono sopportare prima di crollare privi di autostima?
In questo panorama genitoriale piuttosto permissivo, dove spesso in famiglia si fa di tutto pur di preservare i ragazzi da fallimenti e dispiaceri (esempio eclatante è il rapporto fra insegnanti e genitori di ragazzi somari – termine ormai desueto che però rende l’idea) qual è il limite concesso al “maestro”, all’allenatore?
Che rischio c’è di sconfinare nell’accanimento? Qual è l’equilibrio fra il giusto incoraggiamento e la perdita di rispetto?
Gli allenatori sono spesso degli ex allievi/atleti che non sono riusciti a primeggiare. Per questo a volte possono risultare troppo duri?
In Whiplash il rapporto poi fra i ragazzi non è edulcorato come in altri film o telefilm dello stesso argomento, ad esempio Fame, dove poi ci si consolava tutti con un volemose bene, molto ipocrita e poco realistico. In Whiplash si è cattivi come negli Hunger games: tu soccombi e allora meglio per me!
Non ho avuto molte esperienze nel settore agonistico, solo un pochino quando Anita andava a cavallo e ricordo che la solidarietà era poca. Pensavo fosse colpa dell’ambiente dell’equitazione ma poi anche attraverso storie di seconda mano comincio a sospettare che sia un fenomeno generalizzato.
Voi avete idee più chiare sull’argomento? Cosa ne pensate?

4 comments

  • Non ho (ancora) visto il film, ma ne ho sentito parlare molto bene, non solo da te.
    Per quanto mi riguarda, penso che serva un equilibrio in tutto: l’agonismo sfrenato (sportivo) è così sano? Voler eccellere in qualcosa può essere positivo, certo, ma poi, prima o poi, il muso contro il muro lo si deve sbattere, che piaccia o no.
    e quando il rispetto svanisce in nome della prestazione, no, non ci siamo per niente.
    Chi è “troppo duro” non mi piace. Che sia un coach sportivo o di un ufficio.

    baci!

  • patriziavioli

    Anch’io concordo con te…vai a vedere il film e vedrai che è fatto così bene che ti terrà appicciacata alla sedia con le mani sui braccioli a dire. “Oh, nooo…non può andare così!”

    C’è un coinvolgimento veramente forte 🙂

  • Vorrei vederlo anch’io.

    Per adesso sono reduce da interstellar.

  • patriziavioli

    Se lo vedrai mi interessa poi sapere il tuo parere, visto che hai un figlio che fa sempre gli allenamenti e quindi il problema della realazione con il coach l’avrai sperimentato.