La generazione


Sono in ritardissimo con la recensione della scorsa settimana, ma eccomi qui. Praticamente un libro e un film in una botta sola. Infatti il romanzo La generazione di Simone Lenzi è stato trasformato in un film (che non ho ancora visto ma è nella mia wishing list). Probabilmente ha avuto l’onore della trasposizione cinematografica perchè è la prima volta che la storia di un figlio desiderato a tutti i costi viene raccontata, con onestà e sentimento, dalla parte di lui.
Dal punto di vista del padre, o meglio di colui che sogna di diventarlo.
Il romanzo è l’altra faccia della medaglia della storia raccontata da Eleonora Mazzoni ne Le difettose, dove le emozioni, le paure e la frustrazione per una gravidanza che non arriva sono tutte al femminile.
La prima differenza, molto vera, fra queste due testimonianze è che l’uomo dice: “Vorrei un figlio”. Usa il condizionale perchè il desiderio c’è ma non è così impellente e totalizzante. Mentre la moglie del protagonista di questo romanzo “Vuole un figlio”, presente indicativo, più forte e deciso.
Certo, per i maschi è diverso. Il desiderio di procreare, di generare (da cui il titolo del romanzo) può essere forte ma non viscerale come per le donne. Poi le storie dei due romanzi corrono quasi parallele: in entrambi si impara il gergo tecnico usato da chi si sottopone a inseminazioni e trattamenti. Le donne sono fivettare, la cicogna diventa la cico, ci sono le beta e si cova. Poi, proprio perchè un figlio che non arriva è un bambino pensato, sognato perciò astratto, più di testa più che di pancia, in entrambi i libri i protagonisti hanno tanto tempo per riflettere sul significato della vita. Su quello che li ha portati a vivere questa esperienza. Mentre per Eleonora Mazzoni il filosofo di riferimento è Seneca per il protagonista de La generazione è Aristotele.
Una cosa mi ha colpito, fatto sorridere, ma anche fatto giudicare un po’ immaturo il protagonista di questo romanzo. Per l’inseminazione aritificiale l’uomo deve produrre il seme. La donna invece deve prima bombardarsi di ormoni, sottoporsi appunto all’inseminazione e tremare poi tutte le volte che va in bagno sperando di non vedere le rosse.
Allora per la produzione di questo benedetto seme di solito i maschietti si chiudono in un cubicolo con un giornalino e/o un po’ di fantasia al fine di fornire il vasetto con il prezioso liquido. Non sarà romantico e neppure ecccitante, ma non mi pare un eccessivo sacrificio. Invece nel libro questa attività viene descritta, certo con molta ironia, ma anche come una difficile, frustrante, corvée.
Suvvia, nella vita c’è di ben peggio che una pippa a comando.

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